13 (di come ho scoperto il mio profilo migliore)

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TREDICI (DI COME HO SCOPERTO IL MIO PROFILO MIGLIORE)

(on the air: Paolo Nutini – Iron Sky)

La notizia è di quelle che fanno rabbrividire: questo blog compie tredici anni. È un teenager. Adesso cominciano le responsabilità, le scelte in terza media, i gusti musicali, cinematografici, letterari e le femminucce guardate con aria diversa.
Infatti non ha tempo per stare qui.

Il blog come si faceva qui è una cosa vecchia, sorpassata dal blog come si fa adesso, ma soprattutto dai social. Non dico sia meglio o peggio ora, ma è così.
Pensate che ormai, noi blogger dei primi anni Zero, veniamo chiamati per i barcamp revival. Tipo Matricole, Meteore, il revival anni 70-80-90 in discoteca.
Uno: oh senti là, mettono gli 883!
Due: oh guarda c’è Ataru Moroboshi che beve una birra assieme a quegli altri due vecchi! 
È per questo che pur piacendomi tanto ricordare i tempi andati, non guardo mai indietro. Cosa ci guardo a fare? Per avere nostalgia di qualcosa che non esiste più? Chi guarda indietro, amici, invecchia prima. Oltre, concedetemelo, rompere i coglioni agli interlocutori dopo breve tempo.
Mi piace ascoltare la musica del passato, ma sono informato su quella presente anche se spesso fa oggettivamente schifo, guardo film vecchi, ma non tralascio le nuove serie tv (il cinema è in coma da quasi dieci anni), vado avanti.
In questi anni ho imparato a usare Facebook, Twitter, LinkedIn, Pinterest, Instagram e pure Snapchat. E il prossimo che arriverà. Mi sono specializzato nel fare i selfie, l’unico momento della vita in cui sono fotogenico mettendomi in posa: in tutti gli altri casi, non mi piaccio.
E dopo 40 anni, ho scoperto che il mio profilo sinistro è migliore di quello destro. Giuro, c’è una differenza abissale. E tutto grazie agli smartphone con la camera puntata in faccia. Avessi avuto il Nokia su cui ancora qualcuno piange, non lo avrei saputo.
Non ho la crisi dei quaranta anche se a volte per autocritica mi do del clichè, non pretendo di fare il giovane, mi ci sento pur dichiarando in scioltezza e con orgoglio quasi quarantadue anni e le analisi del sangue non proprio perfette. A chi mi chiedeva in un’intervista dieci-dodici anni fa come mi sarei sentito dieci anni dopo, risposi appunto più giovane. Ero una affermata blogstar (o quasi) e potevo dire il cazzo che mi pareva senza che quasi nessuno potesse sindacare se avessi detto una stronzata. O meglio, sindacavano eccome, ma me ne fregavo. Poi comunque avevo ragione: mi sento più giovane adesso di allora. Anche perché non guardo indietro. Tipo in questo momento ho guardato dietro di me e mi volava intorno una maledetta mosca che sono due giorni che gira per casa. Conviene dunque guardarsi indietro? No.
Come eravamo non mi interessa. Al momento non mi interessa nemmeno come saremo. Mi interessa come siamo. Mi interessa usare la mia esperienza passata non per rimpiangere, ma per avere qualcosa in più degli altri. È per questo che tredici anni di blog sono emozionanti, ma non li rimpiango. Nemmeno i primi tre, che hanno contribuito molto ad essere quello che sono adesso. E i motivi sono noti ai più.
Semplicemente faccio altro perché tornare indietro sa di muffa.
Sembra un discorso motivazionale di quelli che si sentono durante inutili convention di team building, quelle robe deleterie con il tizio in giacca e la cravatta lenta per metterti al corrente che puoi persino respirare sul lavoro. Poi se volete, interpretatelo pure così. Non è che mi interessi molto.
Preferisco interloquire con un nativo digitale, piuttosto che con uno che usa Whatsapp per mandare link divertenti che poi per il 90% non divertono nessuno. Preferisco esplorare il fenomeno-Calcutta che ancora non so se mi piace o no, piuttosto che ingolfarmi in una discussione barbosa su Bob Dylan che ha vinto il Nobel e non si sa se lo meritava o no. Glielo hanno dato, ormai. Vuoi rivederlo alla moviola per capire se c’era?
Sono un upgrade di me stesso.
Non essere aggiornati, trincerarsi dietro un non ho tempo, ho il lavoro, ho i figli, equivale a rimanere indietro e invecchiare di botto.
Oltre a essere una scusa: eri così anche prima, ciccio/a.
Solo che all’epoca nascondevi la tua vecchiaia mentale dietro una serata a rimorchio in discoteca e una a ubriacarti in un pub.
C’ero io con te, ma mi aggiornavo anche allora.
Sono convinto che se non fossi al corrente di così tante informazioni vecchie e nuove, avrei già tutti i capelli bianchi. Nel migliore dei casi.
Poi oh, lo ammetto, non ho ascoltato l’ultima di Ligabue, non ho mai visto Il Trono di Spade, non ho mai provato un iPhone nemmeno per sbaglio, ma rientrano tra le informazioni trascurabili, pazienza.
Se sai che esistono, puoi comunque parlarne per quei cinque minuti che vanno a comporre una qualsiasi conversazione superficiale.
Se vai oltre, puoi abilmente cambiare discorso senza nemmeno farti notare: telefoni cinesi, House of Cards, cantautori indie pop italiani. E il meteo. Il meteo funziona sempre perché se delle volte non ricordi a chi hai già detto apertamente come la pensi su Virginia Raggi, il meteo è invece in continua evoluzione. Anche quando fa caldo: sono 10 giorni che fa caldo, sono 11 giorni che fa caldo, stasera fa più caldo di ieri sera.

Dunque, dopo questa pippa e dopo una furba immagine di copertina che ammicca palesemente al revival, ti porgo i miei migliori auguri, caro vecchio-giovane blog: tredici anni sono tanti o non sono niente. Basta decidere se ti senti dinosauro o teenager.

Magari un teenosauro.

 

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C’eri sempre

 

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C’ERI SEMPRE

(on the air: David Bowie – Lazarus)

Nel 1984, lo avrò raccontato un milione di volte, conquistavo la mia indipendenza musicale. RadioRai trasmetteva la hit parade e io non ne perdevo una sola puntata. Le classifiche erano una passione grandissima, la musica lo stava diventando. Fu certamente in uno di quei fortunati e spensierati frangenti che mi imbattei per la prima volta in Loving the alien. Un pezzo non memorabile di tale David Bowie. Quando hai 9 anni, non sai cosa c’è dietro quel personaggio. Lo consideri un tizio sobrio, elegante, col vocione. Perché in quegli anni patinati, Bowie si presentava così. Come Freddie Mercury sembrava un macho sciupafemmine in I was born to love you, Simon Le Bon era indiscutibilmente bello, Madonna era uno schianto inguainata nei suoi pizzi neri, e non sapevo quale differenza di fama potesse esserci tra Bruce Springsteen e Falco. Un anno dopo, nel periodo delle compassate, sottovalutate e bellissime Absolute Beginners e This is not America  (che coinvolse anche tale Pat Metheny), ci fu il Live Aid. David Bowie, Freddie Mercury, Madonna, erano tutti lì. Verso la fine, la traduzione simultanea annunciò un’anteprima mondiale: il video di Dancing in the streets firmato dal duo Bowie-Mick Jagger. Mick Jagger in quel periodo si era preso una pausa dai Rolling Stones, tanto che ai miei occhi di decenne, era un pazzo cantante solista. David Bowie aveva perso il suo aplomb e ballava sguaiato dentro una tuta leopardata. Poi, grazie al mio amico delle medie che sapeva tutto sulla musica, imparai di più sul Duca Bianco. Mai da fan autentico, ma da chi sapeva ascoltare quantomeno i suoi pezzi più importanti. Mi fece guardare Labyrinth, il mio amico. E c’era un altro Bowie. Cattivo, con una parrucca e un trucco improbabile. Il personaggio cominciò davvero a incuriosirmi. Non c’era una volta che fosse uguale a quel tipo tranquillo ed elegante di Loving the alien, che poi tra l’altro alla fine del video diventava blu. Nel ’91 l’AIDS si porta via Freddie Mercury. La mia passione per i Queen era al culmine, tanto che qualche lacrima la versai e non poteva essere altrimenti a sentire quella voce. Fu così che mi accorsi che quel pezzo del rapper bianco Vanilla Ice, Ice Ice Baby, (mioddio, Vanilla Ice) era ripreso da Under pressure. Con Freddie c’era DavidChe ne sapevo io che esistevano le cover? Che ne sapevo che quei due avevano fatto un pezzo insieme? Dovevo peraltro essermene accorto sei anni prima al Live Aid. Ma non ero mai andato a scavare indietro nella carriera degli artisti, tranne rari casi italiani. Vivevo il presente musicale, io. Per questo mi sfuggivano e in parte mi sfuggiranno sempre, gruppi come i Pink Floyd o i Led Zeppelin. Facevano già parte del passato. E in radio li sentivi poco. Ecco perché Vanilla Ice. Ma con David Bowie era diverso. Ogni sigla, ogni pezzo di sottofondo che mi sembrava un po’ bello, riconduceva sempre a lui. Fu così che scoprii poco dopo che Starman era sua, come Rebel rebelLet’s dance, Space oddity. Poi fu il turno di Heroes e della storia di Berlino. Ogni volta che approfondivo qualcosa di interessante, mi ritrovavo in mezzo il Duca Bianco. Guardavo Zoolander e all’improvviso c’era lui, tra Ben Stiller e Owen Wilson. Andavo a ballare in qualche discoteca rock e sentivo lui. Poi, The Prestige: Nolan lo scelse per interpretare Nikola Tesla, il più misterioso degli scienziati. Mi dissi, emozionato durante quel capolavoro di film, che non poteva essere altrimenti. Tralascio Il mio west di Pieraccioni, anche se voglio guardare anche quello adesso.
Intanto mi ero innamorato di Robert Smith e dei Cure, con lo stesso metodo diffuso di Bowie. E la prima volta che persi la testa per Berlino, cominciò a risuonarmi in testa Heroes. Non se ne andrà più. Risuonerà ancora, sotto la Porta di Brandeburgo, a stecca, nel 2009 dalla voce di un disco e nel 2014 dalla viva voce di Peter Gabriel. Poi due telefilm, Life on Mars e Ashes to Ashes. Casualità, in sottofondo sempre lui e le sue trasformazioni inquietanti. E i film (Moon e Source Code) diretti dal figlio Duncan Zowie Jones, uno più bello dell’altro.
Nel frattempo un malore, la rinuncia ai live che ti fa pensare che purtroppo mai spenderai quei cento e passa euro per riuscire a sentirlo dal vivo. Che ti fa pentire di non averlo apprezzato in pieno quando ancora potevi. Ma continuerà a fare dischi, ti dici. Pochi in realtà. L’ultimo, a sorpresa, quattro giorni fa: lo avevo anche rimproverato per Blackstar, troppo lunga e noiosa. Ci ho ripensato post mortem, quando tutto diventa bello perché vuoi trattenere più cose possibili delle persone, soprattutto quelle degli ultimi giorni. O semplicemente perché mi piace, non ha importanza.
Bowie, nell’immaginario e qualcosa di più, è stato un alieno con l’eterocromia, una spia della STASI, una creatura senza sesso che ha sedotto donne e uomini bellissimi, un’icona della moda, dell’arte, un personaggio che degnamente si inserisce nei libri di storia contemporanea.
Ma non mi interessa scrivere un coccodrillo, ne è pieno il Web, ne è piena la tv che per una volta (e non me lo aspettavo) riconosce coi titoloni quanto è grave questa perdita, ne è satura l’aria.
Quello che ho realizzato una volta morto, è che David Bowie mi ha accompagnato senza che io fossi mai un suo fan sfegatato, in tutti i periodi della mia vita. Anche quando pensavo che non ci fosse, c’era. E mi fermavo lì ad ascoltare la sua voce magnetica, un’altra delle incredibili storie su di lui o semplicemente a guardarlo  ridere come un essere umano, che poi alla fine mi faceva pure un po’ strano.
Una continua sorpresa, una costante, gradita intrusione. Lo si intuisce anche da questi pensieri sgangherati e messi insieme con un po’ di colla nemmeno troppo sapiente. Ecco cosa ha fatto Ziggy per me.
C’era sempre.
E probabilmente, sarà così per il resto dei miei giorni. Perché ormai mi piace conoscerlo a rate, perché è il modo migliore per pensare che ci sia ancora.

Poi d’improvviso, nel caos dell’Elliot pub, la voce di David Bowie. Riconosco Blackstar prima e Absolute beginners poi. La Tennent’s Super è già salita. Quel nodo in gola non è più il raffreddore. Ci pensavo. Era da quel novembre del 1991 che si portò via Freddie Mercury, che non mi sentivo così. Parte Rebel rebel.

Dodici

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DODICI

(on the air: Calibro 35 – Bandits On Mars)

Una domenica ordinaria, come tante. Se non fosse che qualcosa mi preme. Non posso abbandonare le vecchie, care abitudini. Scendo in cantina, mi metto a scavare. È grande questa cantina, c’entra tutto, proprio tutto quello che ho messo via in questi anni. C’è un gatto verde, di gomma, che suona quando lo premi, era il mio giocattolo preferito da uno a tre anni. C’è una valigia piena di dinosauri che ancora oggi farebbe rosicare i bambini nati nel 2010. Ci sono i robottoni giapponesi, roba da infarto per i nerd collezionisti. Ci sono vestiti anni ’90 che farebbero invidia a un ventenne abituato a spulciare il reparto uomo di H&M e a trovare copie sbiadite di certa roba. Ci sono lettere scritte a mano, libri letti, libri mai letti, zaini pieni di palle da tennis rubate al campo n.5, videogiochi, consolle e computer, ricordi cartacei di amori dimenticati, cartoline firmate da amici che adesso sono tali a malapena su Facebook. I vinili e le musicassette no, quelli in cantina non ci andranno mai. Ormai ho messo sottosopra tutto quanto, c’è una scatola che sta lì da poco. Sopra, c’è una scritta non troppo vecchia, a pennarello nero: BLOG, 2003-2015. Una marea di cazzate, due anni interi di vita più qualche mozzico dei successivi dieci. Oggi, proprio oggi, sono 12 anni di blog e io sono sceso in cantina per recuperarli e appoggiarli su una mensola per qualche ora. Affermazioni terra-terra, allusioni sotto traccia, pensieri che volano via più leggeri di un palloncino, luoghi da vedere anche solo con la fantasia, sospiri, frammenti di…oh che due palle! Ataru faceva anche ridere un tempo, no? Sagace ironia, tagliente quanto basta per prendersi in giro e prendere in giro quelli che credono di prenderti in giro. Snob soprattutto con gli altri snob. Un eroe postmoderno, quasi. Ci metto un altro parolone? Un’altra supponente affermazione da presuntuoso blogger dei tempi che furono? Facciamo così: fatemi gli auguri e riporto tutto in cantina.
La scatola la metto tra il costume da Spider Man – che  i bimbi mi invidiavano alle feste di Carnevale (tiè) – e il posto vuoto che ho riservato per i social media.
E ora scusate, scendo. Ché prima di passare in cantina, devo buttare la monnezza.

Ghibli

GHIBLI

(on the air: Blur – There are too many of us)

Non capisco se ci sia una connessione tra il fatto che il tempo meteorologico cambi definitivamente e quello che io torni a scrivere qui sopra. Non capisco nemmeno se ci sia una connessione con il fatto che voglia scarabocchiare sul blog proprio con l’unica tastiera che sa tutto di me, quella di 15 anni fa. Una tastiera bianca sporca. E non è bianco-sporco il tipo di colore, è proprio la polvere che si è incarnata nei tasti. Non capisco se ci sia una connessione con il fatto che scrivo –quasi sempre– quando sono nella mia vecchia stanza, dove il tempo passa meno veloce e ritrovo un angolo per sputare quattro parole su di uno schermo di penultima generazione. Non so se sia questo Ghibli che spira asciutto oltre la zanzariera, ad annunciarmi che ho voglia di scrivere. Ho un’agenda fitta di lavori, partenze, musica, pensieri ingombranti, preoccupazioni, salti di gioia improvvisi, magoni spenti con una doccia fresca, denti stretti.
Una ragnatela fitta. Ma con le uscite di emergenza sui quattro lati.
Una di queste può essere quella di farmi spillare due, tre birre per essere più lucido, mentre l’aria calda compie il suo inesorabile viaggio dall’Africa senza bisogno di un barcone di quelli che affondano.
Datemi una rubrica contigua al meteo e vedrete cosa vi combino. Scriverò ciò che mi ispira una pioggia stitica alle 11 di sera, l’aria fredda che punge la faccia al mattino mentre bruci la prima inutile paglia della giornata, le nuvole che incorniciano il sole per blandirlo e poi lo fanno sparire senza pietà. O il Ghibli. Che attraversando i continenti, avrà salutato facce, piante, animali, sabbia rossa, mare, facce, facce, ancora facce. E quando se ne andrà, porterà con sé l’estate anticipata da un’altra parte, lasciandomi le briciole di un noioso cambio di stagione dell’armadio, di una manica corta tirata fuori di corsa da uno scatolone, dei panni stesi che si asciugano in mezz’ora. Ciò che c’è sotto questo vento caldo è il residuo di umanità che ci resta. Tutto sommato, possiamo tenercelo stretto. 

Febbraio, noi ci capiamo

FEBBRAIO, NOI CI CAPIAMO

(on the air: Roberto Angelini – FioriRari)

Spesso mi sono chiesto, inutilmente – ma sai quei momenti che ci pensi e ti chiedi le cose stupide? – quale fosse il mio mese preferito. Non è che uno debba sempre salvare il mondo, si può, ci si deve fare domande stupide, magari nel letto prima di dormire. Fissando un soffitto buio che non è soffitto, ma solo buio.
Dicembre! mi rispondo senza ombra di dubbio. Lo penso da sempre, non capisco perché ancora me lo chiedo.
Poi però, quando arriva febbraio, ho sempre un sussulto.
Qualcosa che sa di cose nuove e vecchie messe insieme, di freddi che svaniscono in una notte, di primi caldi e insetti che si infilano nei fiori, di dolci di carnevale, di coriandoli per la strada, di piogge ininterrotte, di dubbi che non diventeranno mai certezze, di certezze che diventano dubbi, di febbrai passati sempre con la stessa condizione sospesa a metà tra il sonno dell’inverno e il risveglio di primavera. Ogni anno mi dimentico com’è febbraio, sempre lo stesso ma mai scontato. Per questo voglio imprimerlo qui. L’ho fatto altre volte, l’ho dimenticato ugualmente. Eppure febbraio si fa notare: è il mese diverso per eccellenza. Meno giorni di tutti gli altri, ogni tanto se ne prende uno in più, ma sempre fugace resta.
Talmente fugace che solo dopo un po’ ti rendi conto che il conto presentato da ogni secondo mese dell’anno è stato sempre lo stesso stato: confusionale. E lo capisci da quest’ultima proposizione invertebrata.
L’indecisione tra il sonno profondo in un letto caldo e l’andarsene via, alla larga da troppe parole che scorrono nelle orecchie, davanti agli occhi, nella testa consunta. Cercare la compagnia per stare meglio da soli. Ci sono concetti che fuggono veloci come febbraio. Sono certo di averli pensati, compresi, afferrati, imprigionati, messi sotto vuoto, e un attimo dopo sono enigmi irrisolvibili.
Pensavo di esserti ormai immune, Mesecorto.
Sei entrato senza bussare e mi sono rimesso a raccontarti le capriole della mia mente. Quelle che nessun altro degli undici ha mai voluto ascoltare.

Capitolo finale – La conclusione

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15 dicembre 1994, ore 23,55. Ho deciso di andare all’appuntamento. Ecco la salita, la mia A112 ha una ripresa veramente formidabile!! Primo dosso, non succede niente. Salgo ancora più su. Parcheggio. Non c’è un’anima, strano! Pure il bar chiuso…mah! Aspettiamo in macchina, mi sa che è veramente uno scherzo. Intanto mi tocca compiere 20 anni qui, in mezzo al nulla.


16 dicembre 2004, mezzanotte e tre minuti. Ho trent’anni da 3 minuti e sono in fottuto ritardo, cazzo! E sto pure abbastanza bevuto, la gente mi ha chiesto se davvero stavo andando all’appuntamento di cui ho parlato sul blog. Io volevo andare a fare un giro al Pincio e mi è toccato rinunciare facendo la figura del cretino. Devo pure stare attento ai dossi: con la mia vecchia Mini c’è sempre il rischio che si sfasci la marmitta. Ma poi adesso voglio proprio vedere che si inventa questo.


È mezzanotte del 16 dicembre 2014, la mia Mini One affronta il primo dosso senza timori reverenziali. Quelli che forse ho un po’ io nel trovarmi in questa assurda situazione. Sono appena tornato da un bel viaggetto in quel di Cracovia, sono ancora stanco, avrei voluto raccontare anche questa città un po’ sottovalutata e invece sono qui e non so cosa mi attende. Toh, lo Zodiaco deserto? Il bar chiuso? E quell’A112 bianca parcheggiata sulla sinistra? Sembra la mia di 20 anni fa. Andiamo un po’ più su. C’è qualcuno. Una ragazza? Mah, scendo dalla macchina e le vado incontro.
Ho appena compiuto 40 anni e vado in giro come un cretino, immaginando davvero di trovarmi nel 2001. Ehi, la ragazza mi viene incontro a sua volta. È alta, slanciata, sui 20 anni, capelli molto lunghi. Carina, molto carina, direi.
Me lo dici sempre che sono carina.
Mi dice così e sorride: mi ha letto nel pensiero o cosa?
Improvvisamente, parte Because the night di Patti Smith. Ma da dove viene la musica? La ragazza mi guarda ancora un po’, sorride di un sorriso bellissimo, va via. Senza che io possa dire nient’altro, io non so chi sia. Al suo posto, compare una figura familiare, almeno dalla silhouette che si staglia nel buio.


Dentro l’A112. Ehi ma con chi parla quello lì? Una ragazza? È andata via! E questa musica? Sembra Because the night di Co.Ro. featuring Taleesa, ma è una voce più rock! Sta a vedere che la canzone esisteva già e io non ne sapevo niente. Ora arriva un altro tizio, ma come mai questi due mi sembrano entrambi familiari? Vabbè, scendo e vado a vedere…coraggio! Mi avvicino ai due che si stanno per incontrare, li saluto.


Mezzanotte e cinque, parcheggio la Mini di corsa, per fortuna ho preso bene i dossi, cazzo! Ma chi è tutta ‘sta gente? Sono in due, anzi no, tre! E una ragazza che si allontana, tra l’altro niente male davvero da quel che vedo dai vetri appannati. Corro che sono in ritardo. Buonasera a tutti, eh!! Sembrano tutti me di età diverse, ma che cazzarola succede? Ecco, quello che ci ha riunito qui è me con i capelli corti! Io ormai li ho lunghi come non li ho mai avuti. Gli altri due sembrano essere me a vent’anni circa e me invecchiato: ha i peli della barba un po’ bianchi e qualche chilo in più, bleah.

Voce fuori campo: da ora in poi, per comodità di chi legge, gli interlocutori si chiameranno 27, 20, 30 e 40. Come le rispettive età.

27: Avete tutti delle facce un po’ da idioti, scusate se ve lo dico!
30: senti chi parla, sei praticamente uguale a me coi capelli corti!
27: silenzio! Vi ho invitato qui e adesso parlo io. Sono Simone e stanotte compio 27 anni per l’ennesima volta. Sono in un loop temporale, una sorta di dimensione parallela che voi tre, dannati segaioli mentali, avete creato. C’è quella ragazza che il quarantenne ha intravisto, l’unica persona che ho incontrato in questa dimensione parallela. Sta con me da non so quanto tempo, qui il concetto di tempo è assolutamente relativo. So tutto di voi perché io sono voi e voi siete me rispettivamente a 20, 30 e 40 anni. Posso anche fornire spoiler della vostra vita, anche quella futura. Di tutti e tre.
20: …io non sto capendo più niente
30 guardando 40: ehi, ma tu hai la fede al dito! Ti sei…cioè…mi sono davvero sposato? Con chi???
40: se tu sei davvero me a 30 anni, hai già incontrato la ragazza che sposerai, non ti dico altro.
30: mmm sono curiosissimo!
20: e io?
30 e 40 in coro: seee! tu devi ancora soffrire come un disperato! Goditi i 20 anni, fesso!
27: basta così! Voi non sapete ancora perché vi ho chiamato qui e perdete tempo a beccarvi come tre ragazzini!
30: ha parlato quello maturo. Se ti conosco come ti conosco, a 27 anni stavi ancora piangendo sulle tue cazzate con R. Ora fai il figo perché inspiegabilmente hai trovato una ragazza che ti si fila in questo…che cazzo è questo? Un mondo parallelo? Ma poi, ma di che stiamo parlando? Ma quanti long island ho bevuto stasera?
27: la colpa è vostra. E vi spiego anche il motivo. Caro 20, tu sognavi l’amore puro, quello perfetto, giusto?
20: sì, e forse l’ho trovato!
30 e 40: ahahahahahah
27: credi di averlo trovato. Lo troverai a 26 anni per la prima, vera, volta. Sarà talmente perfetto e devastante che lo ricorderai di certo, anche se ti farà soffrire tantissimo.
30: ehm…già
40: sì, in effetti…
27: 20, tu hai sognato talmente tanto di innamorarti, hai immaginato come potesse essere sentirsi in questo stato di grazia. In pratica hai immaginato me. E mi hai imprigionato in questo loop temporale.
20: credo di non capire. O forse sì, non lo so.
30: e io perché sarei qui?
27: caro 30, tu non sei da meno. Tu di me hai preso la cattiveria, il risentimento, un po’ di grinta, la convinzione che in amore tutte le cose potessero andare male. Ma contemporaneamente, mi hai dato il merito di essere stato quello quello che ti ha dato la forza di lasciare l’università e cominciare un accidentato percorso lavorativo, quello che ti ha fatto cambiare gusti musicali discutibili, quello che ti ha reso un po’ più stronzo nel senso utile del termine. Secondo te, tutto partiva da me. E mi hai imprigionato anche tu qui.
30: credo di aver capito quello che dici. Povero 20, come fa a capire cose che non sono ancora accadute?
20: eh ma infatti che ci sto a fare qui?
27: te l’ho detto! non farmi ripetere, abbiamo poco tempo.
40: ok, è il mio turno. Anche se comincio a capire.
27: non avevo dubbi. Tu con quegli occhialoni da nerd, il barbone e la fede al dito, anche tu mi hai idealizzato. Il motivo è facile: se sei quello che sei è anche grazie a me. Lo dici più volte tu stesso. Tu sei il massimo concentrato di tutto quello che ho detto fino ad ora. Amore eterno mixato con una sanissima dose di disillusione, un lavoro abbastanza sicuro, la voglia, ancora, di andartene al pub a bere, la battuta pronta, timidezza spruzzata di finta spavalderia, devi tutto a me, lo pensi come lo pensa 30, seppure in modo più maturo e meno cinico rispetto a lui. Anche tu mi hai messo in gabbia col tuo cervello.
30: novabbè, se scrivo questa cosa sul blog, la gente non capirà mai. Tranne forse pochissimi eletti. Ma insomma, mi dite chi sposerò??? E quando?
27: scrivi per te, sempre. Per gli altri hai già capito che non puoi più scrivere. Chi sposerai non te lo diciamo perché non ci va di dirtelo. Ma farai un’ottima scelta, la migliore che tu possa fare, anche se io non l’ho conosciuta direttamente.
40: questo ci capisce una cifra, ma come fa?
27: grazie caro, te l’ho detto che so tutto.
20: insomma cosa possiamo fare per te?
27: lasciatemi andare. Avete la vostra vita, vivetela. Io vivrò la mia in una dimensione parallela, ma senza incastrarmi più in questo loop temporale dell’eterno compleanno.
20, 30, 40 in coro: sepoffà!
27: non è che sepoffà, dovete farlo!
40: quello che non capisco è…oooh ci rinuncio.
27: meglio. Anche perché purtroppo, di questa sera, non ricorderete niente. E nemmeno della lettera. E chi ne ha scritto sul blog, come il caro 30, crederà di aver scritto una delle sue memorabili panzane da 100 commenti a botta. Stronzata più, stronzata meno, non ci farà caso nessuno.
30: quindi tutto qui? Ti pensiamo un po’ di meno, tu vivi la tua vita e noi la nostra. C’era bisogno di convocarci proprio oggi?
27: tranquilli, tornerete ai vostri festeggiamenti come se nulla fosse successo. E, caro 30, i long island valli a bere al Roma Caput Mundi di Trastevere, che non li annacqua e tra poco chiude per sempre.
30: nooooo! Non dirmi altro!! NON-DIRMI-ALTRO.
40: ahahahaah
27: ora montate sulle vostre tre care macchinine e lasciatemi qui a godermi Roma dall’alto della nostra collinetta. Come soprattutto 40 ha notato, ho compagnia e sono anche molto felice di averla. Ve la caverete bene anche senza di me, potete starne certi. Because the night è finita. Addio.
20: sparito! e adesso?
40: andiamo, facciamo come dice lui. Ha detto che dimenticheremo tutto, stavolta ci credo.
30: ‘orca puttana, mi sa che devo crederci anche io.
40: ragazzi, è stato un piacere rivedervi, godetevi i 20 e i 30. Io mi godo i 40.
Me ne vado con un sorriso stampato in faccia. Ho 20, 30, 40, 27 anni. Ne ho anche 21, 15, 18, 33, 6 e tutto il resto. Sono sempre io. Un ultimo sguardo al dosso là in fondo ed evapora tutto.
Buon compleanno.

Quarto capitolo – Recapito lettera numero 3

On the air: Fabi Silvestri Gazzè – L’amore non esiste

Correre. Imperativo all’infinito. Lavoro, casa, treni, aerei, telefono, telefono rotto, feste imminenti, problemi, tutto. Non so se sia vita reale, ma è faticosa. E ora, mentre rifletto su cosa possa succedere da qui a una settimana, da qui ai miei primi quarant’anni, anche una lettera stramba. Qualcuno non ben identificato che millanta di conoscermi da sempre, come le sue tasche – dice – vuole vedermi a mezzanotte del 16 dicembre, allo Zodiaco, tra i lucchetti di Moccia. Cosa ancora più stramba, il sedicidicembreduemilaeuno. Tredici anni fa. Dice che sarà possibile dopo aver superato un solo dosso della salita. Se non altro i lucchetti non ci saranno ancora.
A me piace la fantascienza, ma questo è un po’ troppo. Però voglio andarci: lascio casa, festeggiamenti, moglie (mi scuserà la Noe) e ci vado. Per capire chi, cosa, perché. In fondo cosa può esserci di male? Questa persona che scrive mi ispira fiducia. Non resta che aspettare. E correre.

“Run, you clever boy!” (cit.)