L’ENTE TURISMO DELLA SLOVACCHIA RINGRAZIA VIVAMENTE

(on the air: The Dead 60’s – Riot Radio)

Premessa fondamentale: al cinema bisogna andarci scevri da ogni pregiudizio e giudizio. Se l’idea di vedere un horror splatter di Eli Roth, vi affascina, allora andate. Non rompete i coglioni con paragoni ai registi giapponesi, cui lo stolto Roth dichiara di ispirarsi, nè con il fatto che Quentin Tarantino abbia prodotto questo film. Non è suo. Lo ha prodotto e basta. I gusti del buon Quentin sono strani e variegati, dallo splatter al poliziottesco italiano anni settanta. Quentin ha ingurgitato Maurizio Merli, Lucio Fulci, persino Lino Banfi e Alvaro Vitali. E nel contempo si è nutrito di Bruce Lee e filmacci orientali di serie zeta. Quindi, quello che piace a Tarantino, non è necessariamente come un film di Tarantino. Spogliàti di tali giudizi, scrollatevi di dosso anche chi vi offre i sacchetti per il vomito, gadget del film, mandate in culo i dementi che fanno finta di vomitare già durante la pubblicità e quelli che scoppiano i sacchetti. Ho letto un po’ di recensioni, e questo Hostel, lo stroncano. Meglio Cabin Fever, opera prima di Eli Roth, meglio i giapponesi, meglio mia zia. Io non sono d’accordo (tranne forse su Cabin Fever). Almeno non del tutto. Forse è sbagliata la grancassa pubblicitaria che ti fa aspettare chissà quali raccapriccianti sorpresine o ti fa gridare al capolavoro dello splatter e del gore. Il film si apre con due cazzeggioni americani e uno islandese, che vanno a caccia di donne ad Amsterdam. Americani anche un po’ bacchettoni, che si impressionano perchè una gnocca europea fuma in discoteca. Loro così repressi, restano basìti. L’islandese è un pazzo scatenato. Tutto bene, anche se una certa atmosfera cupa, campeggia sempre sui nostri eroi. Non vi dico molto altro su questa prima parte, se non che i tre, per rimorchiare finiscono in Slovacchia, nella ridente cittadina di Poricany, che già il nome è tutto un programma. Altro ostello, gnocche a sventagliata, allegria, sesso e alcol. Fin qui sembra quasi American Pie. Supera addirittura il clichè degli horror adolescenziali americani. Poi, come sempre succede, arriva il casino. Niente spoiler però. Ci pensano già le recensioni in giro per la rete (per fortuna che le ho lette post film…). Vi basti sapere che il film diventa una sorta di macelleria per certi versi, diciamolo, vomitevole. Eppure a mio avviso la trama tiene. Tiene perchè non è un horror soprannaturale, perchè la storia in sè potrebbe essere vera. Infatti il webmaster che ha collaborato con Roth allo script del film, ha trovato qualcosa di molto simile su un sito snuff thailandese. Insomma schifo compiaciuto, pezzi umani che schizzano ovunque, trapani e ferri vari, pazzi goduriosi solo di ammazzare la gente a proprio gusto. Vorrei spiegarvi il perchè, ma se qualcuno volesse vederlo, non credo sia opportuno. Fatto sta che l’ente slovacco per il turismo, tra babygang violentissime, pazzi assassini dentro una squallida fabbrica di plastica, polizia connivente e brutale, avrà di che ringraziare gli americani. Eppure gli slovacchi, tra location e comparsate, nonchè lingua originale di quasi tutti gli attori, certamente saranno stati contentucci. Verso la fine, altro tema caro al cinema di questi tempi: la vendetta. Ci si ritrova quasi ad applaudire dei morti ammazzati per vendetta. Come succede in Dogville di VonTrier. Insomma un schif-horror che strizza l’occhio alle storie trucide di internet come My Little Eye o 8mm – delitto a luci rosse (quest’ultimo imparagonabile, anche perchè interpretato da un certo Nicolas Cage). E ricorda, per gli effetti speciali (non a caso degli stessi autori), il recente remake del Texas Chainsaw Massacre (vabbè da noi lo chiamiamo Non aprite quella porta). In conclusione, in barba a recensioni e ultime opere di registi orientali (che qui lo dico, mi hanno sinceramente rotto un po’ le palle), questo film non è poi così male. Naturalmente per chi ha stomaco forte. Perchè anche se non servono i sacchetti del vomito, esso resta volutamente e sadicamente ripugnante in alcune scene. Buona (si fa per dire) visione. 

IO PENSAVO CHE IL MONOSCOPIO NON ESISTESSE PIU’

(on the air: Dimitri from Paris – Souvenirs de Paris)

Giorgio Gaber con delle flebo in mano, Roberto Benigni, Ninetto Davoli e Franco Citti alle prese con un pranzo immaginario. Sono gli affamati de Il Minestrone,  film di Sergio Citti, terza e ultima puntata che sto inspiegabilmente seguendo su RaiTre. Anzi è finito adesso con Benigni che chiede a Gaber dove li ha portati e Gaber che risponde che cazzo ne so. Bene così. Rientrato da poco dal compleanno di Mr Lance, gemello di Dio. Dio, relegato a Verona, non era con noi, però ha postato qualche giorno fa, sono notizie. Eravamo in un posticino niente male, in via dei Fienaroli, che a mio avviso è una delle più affascinanti viuzze di Trastevere, poco conosciuta perchè al di fuori del classico giro-passeggiata abituale. Piove. Ho visto dal portone la pioggia che incominciava a cadere di brutto, io consumavo lo zerbino con una sigaretta in bocca. Giorni inquieti. Però ho comprato e visto uno di  quei film che non vedevo da quando ero piccolo: Fantomas minaccia il mondo. Uno dei tre della serie anni sessanta, a metà tra James Bond e la Pantera Rosa. Louis De Funes, Jean Marais, ma che vi annoio a fare? Però si  vi capita, guardateli, i film di Fantomas. Uno strano cattivone con la faccia gommosa, contro un commissario pasticcione imbranato. Se vi gusta l’incipit, non vi resta che fare un salto in Feltrinelli e investire qualche soldino per bene. O in alternativa…ehm…acquisirli  in altra maniera. Il mulo non vi tradirà. Già che c’ero, visto che non ho trovato il giuoco-droga Football Manager 2006, che pare sia stato depredato in tutti i negozi del creato, ho pensato di bene di comprarmi anche Un posto nel mondo, ultima fatica letteraria di Fabio Volo. A chi storcesse il naso per il non altissimo impegno del libro in questione, voglio ricordare che i primi due libri di Volo, hanno spesso ispirato post di questo blog. Dunque coloro che avessero il naso storto, possono accomodarsi all’uscita. Vedrete, coglierò nuova linfa. Insomma, via, una botta di cultura o pseudotale, per alleviare il dolore di non riuscire a comprarmi più niente in un negozio di abbigliamento. Colpa delle mode. Io vesto casual. Ma in giro c’è roba troppo seria o troppo truzza. Una via di mezzo non si può. Felpe con scritte tipo striscioni dell’Olimpico (sì, l’ho detto apposta per fare un augurio di pronta guarigione a Francesco Totti, che per fortuna finirà domani, uscendo da Villa Stuart, di intasare il traffico nei dintorni di casa mia). Le felpe, dicevamo. Maglioni a rombi viola e gialli su sfondo verde: ma perchè imporre tale vomito cromatico? Io i rombi, più sobri, li ho già portati quindici anni fa, adesso pure l’intimo è a rombi, basta guardare la vetrina di Intimissimi. Se io andassi a spogliare una donna e vedessi le mutande a rombi rosa, vi giuro, scapperei, cazzo. Non si può. Magliette attillate. La truzzo-moda dilaga. In America le portano di sei taglie superiori, la nostra large corrisponde ad una loro small. Perchè impedire la libera circolazione del sangue? Perchè imporre il look coatto-palestrato? Insomma sono mesi che non compro niente, tra un po’ andrò in giro con la roba bucata. Stavo per compiere il grande passo di accantonare il vecchio maglione grigio con la zip, pieno di quei pallini che fa la lana quando si consuma, e invece quello nuovo (ultimo acquisto, neanche mio poi, è un regalo della mamma) puzza di muffa. Lavato settecento volte continua a puzzare di muffa. Fanculo mi tengo i pallini, piuttosto che andare in giro come uno scantinato ambulante. Eppoi  parliamoci chiaro, le donne sono avvantaggiate. Trovano di tutto, prezzi bassi, prezzi alti, tutte le mode per tutte le tasche. E i negozi da uomo fanno tutti cagare. Dovrò prima o poi decidermi a indossare sempre la giacca di velluto e atteggiarmi da cantante indie, così da spazzare via le incertezze da abbigliamento. No, ma che altro poi? Forse magari vi interesserebbe di più sapere cosa penso dell’attuale sfacelo politico italiano? Io mi sono fatto un’idea: quest’anno i due schieramenti hanno toccato il fondo (due? ma davvero? dove? cerco di non ridere troppo che mi aumentano le rughe di espressione intorno agli occhi). Continuano a scavare, speriamo che prima o poi trovino l’acqua e ci si affoghino. Posso parlarvi di musica, di quant’è inaspettatamente bello seguire un concerto per pochi intimi in un teatro, io che odio chi si butta sotto al palco per poi rimanere spiattellato da una miriade di invasati. Cheppoi Pacifico mi ha sorpreso in positivo, lo facevo più moscio. Forse è meglio che vi parli del cinematografo. L’ultimo film di Jim Carrey, Dick e Jane – operazione furto, non è un film demenziale, ma è corrosiva satira americana. Uhm, sto diventando noioso e incostante, pure snob, ho persino visto cinque minuti di curling, credo che andrò a postare una foto interessante su Flickr. L’ho pescata di notte qualche tempo fa, in un momento zombie di RaiUno. Io pensavo che il monoscopio non esistesse più.

IDEE RANDOM PER UN FILM DI SUCCESSO #5

(on the air: The Infadels – Jagger 67)

Bene, visto che ho una cena a base di svariate tapas e di ingenti quantità di paella valenciana da smaltire, posso scaricare qui sopra i miei incubi. Il post lo dedico al mio amore di sempre: la Citrosodina. E spero che presto ne inizino un meritatissimo processo di beatificazione. Ma veniamo ai nuovi film che presto o tardi vi affliggeranno nelle sale.

Vetri rotti alla fermata dell’autobus: Ezio, garzone di un vecchio mastro vetraio, trasporta una lastra di vetro. Ma mentre cammina sul marciapiede, viene attratto da un negozio di articoli da fonduta, si distrae, urta il palo del divieto di scarico-cervi e rompe la lastra. Un urlo disumano colpisce il timpano del malcapitato ragazzetto. E’ la signora Ventilati, dolce vecchina che ogni giorno a quell’ora suole attendere il cinquantaquattro barrato, proprio in quel punto. Mille pezzi di vetro schizzano a terra, la signora è nervosa, Ezio vorrebbe fuggire e dimenticare il passato, fuggire via, lontano, per scampare alle ire del truce mastro. Tutto in quella frazione di secondo, tutto finchè l’autobus non arriva in quel preciso istante, si squarcia una ruota, uccide la vecchia e sbatte contro il muro, esplodendo e provocando decine di vittime. Ezio fugge, corre, ansima, ma, attratto da un negozio di spugne del Kazakhistan, si distrae di nuovo e finisce in un tombino lasciato aperto dagli operai. Lì, arriva il tenente Gambardella che lo cattura. Ezio è in galera per una tragica fatalità. Segue il processo e la dura condanna. Un film italiano che fa riflettere sulle casualità della vita.

Pinzimonio: piacevole storia a cartoni animati (tutti uguali li fanno). Un sedano, un ravanello e una bottiglia di aceto balsamico stringono un patto: nessuno di loro dovrà essere mangiato (o bevuto) dagli esseri umani. Quando mamma Nelly decide di fare il pinzimonio, sono guai seri! I bimbi rompipalle sono già tutti lì che aspettano l’insalatina fresca, ma i tre riescono a fuggire dal frigorifero. La mamma se ne accorge con raccapriccio e tenta di aizzargli contro il perfido Arthur, il cincillà di casa. Il sedano Eddie, il ravanello George e l’aceto balsamico Dante, si coalizzano allora con la pianta di ficus del salotto. La pianta sa bene che il cincillà non le si avvicina, perchè appena lo fa, viene colto da allergia fulminante e mortale. I tre restano sotto la pianta, fin quando capiscono che devono salvare Gerry lo stracchino gay, unica alternativa al pinzimonio per la cena. Un mollaccione, quel Gerry. Cosa succederà? Non vi raccontiamo il finale. Bimbi, un solo consiglio: correte a vederlo! In omaggio alla prima un simpatico gadget: un portauovo a la coque.

The Ming: dai produttori di celebratissimi horror orientali, ecco il nuovo capolavoro del brivido: The Ming. Lin-Lin e Lan-Lan sono due compagnucce di scuola che passano il tempo a mandarsi messaggini sul cellulare. Fin quando ad entrambe, non viene recapitato, da un numero sconosciuto, un misterioso MMS con la foto di un vaso Ming. Tra l’altro il vaso è ben brutto.  Le due pensano ad uno scherzo, ma la paura aumenta con il secondo MMS, che stavolta è un filmato: dal vaso Ming fuoriesce uno strano miasmo, sembra gas, ma sembra anche la faccia di un fantasma. Le bimbette si rivolgono al dottor DlinDlon (che significa colui che usa la saliva per incollare i francobolli sulle cartoline), illustre antiquario, che riconosce in quel vaso, l’urna cineraria del diabolico Kim-Tae-Song, che significa Kim lo squartatore di fanciulle che vestono alla marinara. Dunque un falso vaso Ming. Ma soprattutto lo spirito di un manigoldo in circolazione. Egli era morto un paio di anni prima a seguito di un’esplosione di un distributore automatico di palline colorate. Si susseguono morti ammazzati, sia ragazze che ragazzi, il nostro Kim è un sanguinario. Anche una delle fanciulle, LanLan, viene uccisa. Ma LinLin, con l’aiuto della medium Madame YeYe, che significa colei che farcisce i ravioli al vapore con carne di bracco, riesce a rinchiudere nel vaso il sanguinario killer. Naturalmente, nel finale, il vaso si muove. Per gli amanti del brivido e dei sequel inutili.

El comandante Gonzalez: biografico. Narra le vicende di un comandante comunista sudamericano che si batte per la libertà del suo palazzo, oppresso dall’amministratore di condominio Don Albenzio. Egli chiede il ripristino del riscaldamento centralizzato, perchè quello autonomo non è adatto alla sua ideologia. Chiede che i posti-auto siano accessibili in egual misura anche a chi non possiede un’auto, perchè possa eventualmente appoggiarci un paio di scarpe. Chiede inoltre che si tengano tutte le porte di casa sempre aperte, anche di notte, così da fraternizzare e fumare sigari alla marijuana tutti insieme e poi organizzare lunghi cineforum su Che Guevara. La rivolta popolare scoppia improvvisamente. Ma è contro il comandante, uomo solo e piuttosto invadente. Il lungometraggio si chiude con il comandante Gonzalez malconcio, esiliato nella cantina della signora Pizarro. Morirà di cirrosi epatica dopo aver consumato un vino rosso invecchiato male. Una storia per chi crede nelle ideologie fino alla morte.

Miracolo al supermarket: ogni volta, Simon e Natalie, lui nero, lei bianca, fanno la spesa al supermercato. Spesso decidono di cambiare supermarket perchè non trovano mai i vol-au-vent. Sognano di organizzare le cene con gli amici tra creme di funghi e patè di gamberetti, ma devono sempre ripiegare sui crostini, niente prelibate vaschette di pasta sfoglia. Così un giorno, incuriositi da tale scomparsa, passano la notte nel supermarket. Quello che vedranno sarà incredibile. I vol-au-vent decollano letteralmente dalle loro confezioni. E dentro di essi, ci sono dei minuscoli omettini verdi! I due ragazzi provano a socializzare con gli alieni, che attraverso un traduttore simultaneo, confessano di provenire dalla lontana galassia di Xmpll e di essere profondamente indignati con gli umanoidi che continuano a mangiare le loro astronavi. Simon e Natalie, cercano di spiegare le ragioni dei terrestri, cosicchè gli alieni capiscono il bisogno di vol-au-vent da parte dell’umanità. Gli Xmplliani rimpiccioliscono gli sbigottiti ragazzi, li portano sul loro pianeta e mostrano loro la fabbrica dove si producono tali leccornie volanti. Li nominano poi ambasciatori della Terra ed incaricati dell’import-export dei vol-au-vent o asdfgfsaisavbvs Turbo, nel loro dialetto millipoidemullico (particolare idioma di Xmpll). Inizia così una proficua collaborazione tra alieni e terrestri. I due ragazzi vivranno ricchi e felici e i loro amici si satolleranno di ottimi patè nei dischi volanti. Per chi crede che una volta tanto gli alieni non siano tutti incazzosi e pronti ad ammazzarci.

Per chi ancora non avesse letto le precedenti recensioni, c’è qui sotto la categoria apposita. Ho digerito la cena spagnola, bene così.

UNA SERENA, BREVE, STORIA DI QUARTIERE

(on the air: Placebo – A Song To Say Goodbye)

Questa non è una storia triste. Non c’è disagio alle spalle, non c’è un’infanzia difficile, non ci sono genitori separati, periferia che tempra il carattere o degrado ambientale. E’ il mio quartiere. Ne ho parlato sì, ma sempre di sfuggita, forse per una sorta di pudore, di riservatezza, di voler tenere gelosamente per me ciò che è mio o semplicemente perché non volevo che qualcuno mi dicesse che facevo lo sborone. Un bambino come tanti, che corre, sudato e ultracoperto, nel giardino dell’asilo. Mal d’orecchio che lo accompagna, mal d’orecchio da urlare di dolore, maledetto inverno, anzi maledetta primavera (e la Goggi non c’entra un cipparuolo). Accanto all’asilo e alla chiesetta delle suore ci sono i cavalli, ogni tanto quel bambino andava a vederli, con gli altri bambini. La cosa strana di quella campagna, è che in parte c’è ancora, anche i cavalli, sì. Più giù la piazzetta, dove Daniele e i suoi genitori gestivano un bar-latteria, sotto casa loro. Poi hanno deciso di aprire una tabaccheria, Daniele avrà più di quarant’anni, prende le giocate del superenalotto ed è il mio tabaccaio di fiducia. Già, quel bambino che andava con la mamma in latteria, ora compra le sigarette dal suo ex lattaio. Giù per la via di fronte, c’è il vivaio. Amo ogni tanto fare una passeggiata per quei luoghi, quelle serre, quei campi, che danno un’idea di come alcune cose siano rimaste intatte. Dalla parte opposta, il bambino passeggiava con la mamma e guardava sfrecciare i maggiolini della Volkswagen, lui che li adorava. Lì c’è un’università americana. Quante volte ho visto passare frotte di americani ubriachi, vogliosi di infrangere la legge bacchettona a stelle e strisce che vieta l’alcool fino ai ventuno e poi rende tutti alcolisti. Quante volte avremo alzato un’immaginaria paletta con i voti di bellezza, per le nuove infornate di ragazzotte del Michigan. E la piazza grande è sempre popolata. Una piazza sciccosa secondo molti, anche se l’edilizia in alcuni punti mi sembra un po’ deprimente. Il bambino ricorda ancora dei mucchi neri di catrame ai bordi delle strade lì intorno, chissà che lavori stavano facendo. Ricorda quell’unica volta che la neve non si sciolse per due giorni. Il mio quartiere è un quartiere di anziani e di signore con la puzza sotto il naso. Ci sono giovani, è vero, ma molti più anziani. Quelli che il sabato mattina bloccano il traffico con i macchinoni lunghi e non camminano. Il mio quartiere ha tante storie da raccontare, nelle rampe nascoste tra i viali alberati, viuzze strette, spesso fatte solo di scale, che ti accorgi che esistono solo se ci passi a piedi. E gli anni passati sul muretto della scuola di fronte a casa, a guardare le scritte nuove, fumare sigarette, giocare a pallone, raccontarsi quello che non era successo. Cose insolite per me, infatti ho cominciato a farle a vent’anni, mica a dodici. Il forno del minimarket, che da anni emana sempre quell’ottimo odore di pizza calda, il meccanico fancazzista, il barbiere abbronzato che sembra Tom Jones magro, ma prima ancora c’era Tonino, che si prendeva un sacco di soldi, poi è morto giovane. Di lui ricordo ancora quella volta che andò ospite dalla Carrà, aveva la foto con Paolo Villaggio. E il gelato più buono del mondo, il ristorante cinese gestito dal boss che rassicura i clienti sul suo cibo parlando da Costanzo, il mio benzinaio dove peraltro, mi cadevano le palline da tennis ai tempi in cui impugnavo una racchetta in modo umano, su quel dannato campo numero cinque. Le sere d’estate, il mio quartiere è ancora più silenzioso. Lo era anche quando coi miei si tornava dalla casa al mare per innaffiare le piante, e si ripartiva il giorno dopo. Adesso c’è silenzio, tra qualche ora gli uccellini cominceranno a cinguettare, e mi accorgerò che è maledettamente tardi, o presto. Dal terrazzo, dietro l’antenna-torre della Rai, si riconosce la cupola di San Pietro. E fumo, mentre magari piove, mentre coccolo le mie piante grasse, che alcune sono lì da quando avevo dieci anni. Eppoi c’è il punto più alto, lo Zodiaco, dove troneggia l’osservatorio astronomico di Monte Mario. Teatro di scorribande notturne, di pensieri in solitudine, di amori che nascono, persino di blog raduni. Da lassù le macchine sembrano giocattoli, il fiume scorre lento e sembra di poter tirare i fili di Roma per condurre il gioco. Anche se il panorama migliore sta a piazza Socrate, che non per niente sta dietro l’Hilton. Peccato che abbiano aggiunto le recinzioni e non si possa più sconfinare sui tronchi, sul ciglio del burrone con una buona birra in mano. Incastonato tra il parco Mellini, il parco del Pineto, villa Massimo, villa Rossini, villa Miani e villa Tassoni, direi che il verde non manca. Credo che mi ritufferò nella storia di questo posto che sembra recente, ma è molto più antico di quanto si creda, allora avrete anche un ricco reportage fotografico. E magari leggerò anche questo

Il mio quartiere è a due passi dal centro, eppure sembra di respirare un altro mondo. E quel bambino è stato fortunato, se ne è reso conto più tardi, e ora rende merito al suo quartiere. Questa non è una storia triste. Meglio, molto meglio così.

Reperito su un sito in inglese, mi sono fatto due risate:

Abito alla Balduina “I live in Balduina” is not only an indication of where you live, but a sort of status symbol which says that you are very wealthy (or that you pretend to be).

Apperò!

UPGRADE (8 FEBBRAIO ORE 13:52): VOLETE CONOSCERE UN ARTISTA ORIGINALE? ARRANGIATEVI! PER IL RESTO ANDATE SU CURVA OTTICA! (ultimamente si sgobba eh…)