BERLIN³

 

BERLIN³



(on the air: David Bowie – Heroes)

Berlino stavolta s’è fatta piccola piccola. In un fazzoletto ci ho messo dentro tutto. Dal mio hotel adagiato in una delle sue piazze più belle, sembra tutto più vicino. Anche gli stradoni, le piazze giganti, i chilometri da percorrere sotto il cielo grigio. Siamo tutti sotto quello stesso cielo, il cielo sopra Berlino, appunto. Non avevo mai vissuto un appuntamento con la storia. Tante persone hanno fatto il mio stesso viaggio, nei medesimi giorni. Politici che comandano il mondo, cantanti strafamosi, giornalisti, giovani, vecchi, bambini, siamo tutti qui per festeggiare, per ricordare, per commuoverci. Vent’anni, così lontani, così vicini. Immagini d’epoca che ritraggono persone vestite più o meno come noi. Apparentemente c’è qualcosa che non quadra. Nei libri di storia ci sono i dipinti antichi, le foto in bianco e nero.
Qui c’è il rock che riecheggia intorno alla porta di Brandeburgo, c’è gente più giovane di me, che quella storia l’ha fatta. Non è facile spiegare questa sensazione. È senza dubbio più facile viverla, inebriarsi di storia contemporanea. Percorrere il chilometro e mezzo di muro superstite alla East Side Gallery, guardare copertine di giornali esposte ad Alexander Platz mentre l’inconfondibile torre della tv affoga nella nebbia. O semplicemente accendere la televisione in albergo e farsi raccontare miriadi di storie da tutta questa gente che ha sognato la libertà fino a farla diventare vera, da toccare, stringere forte e non farsela mai più sfuggire.
Ammesso che qualcuno di noi sia davvero libero.
La Città si prepara al Natale, comincia ad attrezzare i suoi mercatini colorati che ti viene voglia di tornarci subito e strafogarti di cioccolata e gluhwein (vin brulè).
La Città fa finta di non essere stata vessata da ideologie folli per sessanta lunghi anni.
Però.
Chiedete a un berlinese di mezza età cosa ne pensa di un nostalgico comunista. Chiedeteglielo. E chiedetegli anche di un nostalgico fascista. Probabilmente vi risponderà con parole non tenere, vi guarderà col disprezzo di chi certe cose le ha viste in prima persona. Di chi ha vissuto una città ridotta ad un cumulo di macerie prima e ad una torta avariata e divisa a metà dopo.
Ich bin ein Berliner. Io sono un Berlinese.
Per capire la trama bisogna risalire la Friedrichstraße. Bisogna partire dai civici più bassi, a Kreuzberg, dove l’edilizia, almeno per una volta, è più brutta a ovest. Dove può capitare che su un incrocio non riescano a passare due macchine perché insolitamente per Berlino, le strade sono strette come le nostre.
Da queste parti c’è lo Jüdisches Museum, il museo ebraico. Una memoria storica mai fine a se stessa, una galleria di epoche che va dagli albori dopo Cristo fino all’Olocausto. Un viaggio nel tempo fatto di oggetti e di volti, di eterei ologrammi e tangibili crudezze che, una volta terminato lascia l’amaro in bocca, ma rende più chiara la mappa delle ideologie e pure quella dei conflitti odierni, primo fra tutti quello israelo-palestinese.
Superato il quartiere di Kreuzberg, la lunga via fà rotta verso il Mitte, il centro. Attraversa i palazzi ottocenteschi ed eleganti della vecchia nobiltà prussiana fino a mischiarsi con edifici futuristici, insegne al neon, negozi di classe, globalizzazione. Stiamo arrivando a est. Lo capisce anche chi non dovrebbe saperlo perché magari è la prima volta che razzola qui. Il motivo è semplice: Berlino est era troppo brutta e non poteva restare così, nuda, cruda e sovietica. E allora maquillage, magia e il marxismo va in soffitta. Passati in rassegna la più grande libreria del mondo (Dussmann), i magazzini Lafayette, gli autosaloni con le Bugatti per miliardari, correndo perpendicolari a Unter den Linden, il viale dei tigli, siete al Check Point Charlie. Roba per turisti, ma qui, la striscia di mattoncini per terra, epitaffio del muro-che-non-c’è-più, vi avvisa. Avete percorso un pezzo di storia del ventesimo secolo. Siete partiti dal 1933, avete visto Hitler imporre le leggi razziali e far ammazzare milioni di innocenti, avete sentito gli aerei americani volare lassù nel 1948 per portare i viveri ai superstiti del bombardamento. E se non vi è bastato, avete ascoltato le urla dei prigionieri politici rinchiusi nelle segrete sovietiche. Siete dunque al capolinea, il 1961 e quel Muro innalzato per bloccare l’emorragia di tedeschi da est a ovest. Il 1989: quello stesso Muro che cade sotto i colpi di un annuncio incerto di Günter Schabowski, uomo di regime della DDR. Avete vissuto sessant’anni tragicamente intensi in una sola strada, spiegandovi i perché e i per come. Ora siete un po’ berlinesi anche voi.Lo dicevo io che questa terza volta nella capitale tedesca sarebbe stata quella della maturità.
Ma Berlino è stata anche prendere la pioggia aspettando lo show alla Porta di Brandeburgo eppoi vederselo più comodamente in albergo, che tanto le prove l’avevamo viste con tutta calma la sera prima. O guardare ad uno ad uno i tasselli del domino che rappresentava il muro, poi caduti il 9 novembre, partendo da Pariser Platz fino alla sempre affascinante e futuristica Potsdamer Platz. Respirare l’autunno nel Tiergarten calpestando fango e foglie secche. Risalire di nuovo fin su alla cupola del Reichstag, il parlamento. Venire a sapere dai titoloni dei giornali che Robert Enke, di professione portiere calcistico di talento, s’è buttato sotto a un treno a trentadue anni. Subire le suggestioni inquietanti dei cubi del monumento all’Olocausto (Holocaust Mahnmal) mentre qualcuno ci gioca a nascondino. Cenare in un ristorante con specialità di Colonia o sorseggiare vino bianco in un locale scicchettoso a Gendarmenmarkt a pochi metri dall’hotel. Abbuffarsi come di consueto, di birra e patate. Annusare fin dall’aeroporto quell’odore di cipolla e olio rifritto e sorridere perché ora sai che sei veramente tornato qui. Sbirciare nei negozi turchi di Kreuzberg e sconfinare fino a Friedrichshain per capire che ogni quartiere alternativo è diverso, ricordando anche la scorsa volta a Prenzlauer Berg. Farsi insegnare da una meticolosissima ragazzina che il Mc Donald’s della Ostbanhof ha un codice sullo scontrino, senza il quale non accedi alla toilette. Noi in cambio abbiamo insegnato al gruppetto di bimbe che i fast food ci sono anche in Italia e che polizei in italiano si dice polizia. Scoprire tristemente che due locali che adoravi, hanno chiuso. O perdersi sapendo di non perdersi ad Hackescher Markt, tra i suoi negozietti fascinosi. Sentir riecheggiare Heroesdi David Bowie davanti alla Porta di Brandeburgo e pensare che se c’è un momento per farti scendere la lacrimuccia, forse sì, è quello giusto. Gironzolare nell’austera Bebel Platz dove nel ’33 finirono al rogo centinaia di libri. Disperarsi per non aver fatto in tempo a tornare a Ku’Damm, in pieno ovest, tanto da pianificare che questo arrivederci non sarà troppo lungo. Conoscere a menadito i nomi delle strade e snocciolarne l’appartenenza a questo o quel quartiere. Ecco.
Così Tu Berlino, la prima volta mi hai rapito e la seconda mi hai conquistato.
Sarò stato presuntuoso prima di partire, ma ero convinto che questa terza volta sarebbe stata quella buona per conquistare te.
Così è stato.
Infatti adesso ti vedo più piccola, infatti adesso ti sento mia.

Le immagini, le trovi qui.
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LA MIA TRILOGIA BERLINESE

(on the air: Bloc Party – Signs)

Io l’avevo detto che sarei tornato un’altra volta sul luogo del delitto. Berlino mi somiglia tanto, è allergica alle ideologie politiche senza essere per questo qualunquista; non ama comunisti e nazisti, anzi tende proprio a non tollerarli, li vuole fuori dalla sua evoluzione e ha i suoi ottimi motivi per farlo. Credo sia per questo che mi sta così simpatica, che l’amo fino a torturarvi le sinapsi.
Berlino fa miracoli, mi fa partecipare a festeggiamenti che sento miei più di qualsiasi manifestazione italiana. E allora vada per la Libertà, quella vera, con la elle maiuscola, vada per riaccarezzare quegli stradoni ruvidi e grigi, ma così pieni di vita a largo respiro. Vada per andare a celebrare quel muro sbriciolatosi vent’anni fa che sembra un secolo e invece no.
Questa terza volta è quella della maturità. In una storia d’"amore" che si rispetti, che sia con una donna, con un amico, con un disco o con una città, c’è prima il colpo di fulmine o se non ci credete, l’invaghimento progressivo. Questo fu quel gennaio 2005 per me. Poi ci si comincia a conoscere meglio, per capire se funziona. Agosto 2007 fu rivelatore. Ora la storia è seria: altrimenti non dedicherei a lei, alla Città, questi giorni così importanti della sua tormentata esistenza e, tutto sommato, anche della mia.
Stavolta si truccherà a festa, Berlino. Lo farà per me, io lo so. L’ho vista col trucco sciolto per la pioggia caduta, accaldata da un sole di cui spesso sente nostalgia, intirizzita dai vènti russi che la sferzano nemmeno troppo da lontano. Non mi cela segreti, al massimo ha tante storie da raccontarmi, tante che non basterebbero due vite, tante che a volte non mi sembra di bestemmiare se dico con lei tradirei persino Roma.
Berlino quando ride te ne accorgi, forse perché ha pianto tanto. Sa scherzare, sa nascondere il suo essere terribilmente seria, proprio come il comico di talento assoluto. O spesso anche come me che di talento ne ho decisamente meno. A volte si dice che gli opposti si attraggono, forse non è questo il caso di me e la Città, o magari sì, ma che importa? 
Importa riabbracciarsi come il più brillante e funzionante dei rapporti a distanza. Importa vivere la storia, che sia essa d’amore o quella già scritta sui libri.

Questo è il trailer del mio terzo capitolo berlinese.
Di quello che davvero sarà, ne riparliamo tra una settimana.
Con una sigaretta in bocca, una birra sul tavolo, David Bowie e la mia logorrea.