ANNO PIU’ ANNO MENO, CHE IMPORTA?

(on the air: My Chemical Romance – Famous Last Words)

La scena: Ataru corre su per la rampa di un garage, si affaccia, la guarda un’ultima volta, inumidisce gli occhi, infila una sigaretta in bocca, la accende e resta a guardare lei, in silenzio. E lei va via. Un nuovo ragazzo si prenderà cura di lei che per nove anni è stata fedele solo a me. Solo il mese scorso era ad un passo dalla rottamazione, oggi è felice in quel di Pomezia, all’altro capo di Roma. E per un attimo, se solo lo avessi saputo prima, ho creduto che sarebbe potuta starmi ancora vicino, chè il signore che l’ha tenuta in custodia in garage negli ultimi otto mesi voleva comprarla per farmela vedere ogni volta che volevo e intanto l’avrebbe rimessa a posto. Qualche equivoco nel capirsi e ormai era troppo tardi. Ma va bene anche così, la mia vecchia Mini continuerà a solcare le strade, sicura o insicura, ma viva e con qualcuno accanto che se solo le vorrà un decimo del bene che le voglio io, la tratterà con i guanti. Ecco trasferito su Greatest Hits il doveroso omaggio che le tributai qualche mese fa: andate a salutarla, c’è anche una sua foto inedita.

Così si chiude questo duemilasei carico di pathos, partenze, ritorni, suggestioni, bei momenti, altri meno belli e un mondiale portato a casa. Era l’anno dei mondiali quelli del duemilaessei. Mezza citazione vendittiana per dire che quest’anno verrà ricordato per quel trionfo. Altro che politica, altro che guerre. Finisce un anno, ne comincia un altro. Saremo quattro amici in un ristorante di lusso stavolta, ad aspettare la mezzanotte. Scelta opinabile, ma almeno mangiamo bene e dopo, insieme ai fuochi d’artificio è annunciata pure una magica sorpresa, chissà che cacchio è. Sarò lontano da chi amo quest’anno. E’ andata così, ma tanto non è che ci interessi Capodanno, io e la Noe siamo già pronti ad inaugurare il nuovo anno con un viaggetto all’estero. Quello che ci è mancato nell’anno dei mondiali, quelli del duemilaessei. Non riesco a parlare normalmente di quest’anno trascorso, temo sia banale. Peraltro dopo il post suggestivo sui viaggi di un anno fa, quello sbrigativo di due anni fa  e quello comico di tre anni fa, ho davvero finito le cartucce. Non credo nemmeno sia tempo di bilanci, quelli in fondo li possiamo fare ogni giorno. Se ti gira di fare il bilancio della tua vita non è che devi aspettare la fine dell’anno solare, nè i primi sei mesi e nemmeno la fine dell’estate. Ognuno faccia i suoi cazzo di bilanci quando vuole. Io il mio stavolta me lo tengo per me. Eppoi il mio sarebbe stato un mero riassunto degli eventi, non certo un bilancio. E se può sembrare che sia insoddisfatto è solo perchè magari vi ho fatto credere fin qui che le cose stessero davvero così. In realtà non m’è venuto da farvi ridere e tutto sommato spero di non avervi neanche depresso. Prendetela come una conversazione davanti ad un buon vino rosso che scende dalla gola fino a scaldarvi il cuore, niente di più. Provate a fissarmi mentre sorrido piuttosto sereno. E adesso siete pronti a brindare? Buon duemilaessette a tutti!

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PLAGIO!

(on the air: Scissor Sisters – Land of a Thousand Words)

Oramai ho deciso: farò causa alla Dreamworks. Perchè di certo i suoi disegnatori e sceneggiatori leggono questo blog e in particolare la rubrica Idee random per un film  di successo. Altrimenti non si spiegherebbe come mai Giù per il tubo, da poco uscito nelle sale cinematografiche, sia sinistramente simile a Gli allegri racconti della fogna, qui descritto più di un anno fa.

Domani magari torno con un post più articolato. Gli argomenti sono due: l’ultimo saluto con lieto fine alla mia vecchia Mini e il Capodanno anno vecchio anno nuovo, tentando di non incorrere nelle consuete banalità. Intanto finitevi i panettoni avanzati.

LE AVVENTURE DI ATARU E IL TASSINARO IMMAGINARIO volume 6

SPECIALE NATALE

si nota il 131 Mirafiori innevato?

(on the air: Elvis Presley – Santa Bring My Baby Back To Me)

Mi aggiro nervoso per la stanza, in pigiama. Improvvisamente vibra il cellulare. Leggo il numero e non lo riconosco perchè sto lentamente trascrivendo i numeri sulla nuova scheda comprata post-furto. Tra me e me mi chiedo chi possa essere alle quattro di mattina, eppure quel numero non mi è del tutto nuovo.

Pronto?

Allora è svejo sor Atà!

Nooo, Enzo Er Frittata!

Cheffà, scenne o salgo io co tutto er taxi?

Il tempo di buttarmi la tuta addosso e sono da lei!

[arraffo di corsa dalla cucina un panettone ed una bottiglia di brut, che tanto di questi tempi qualcosa avanza sempre, e scendo. Aria fredda sui quattro gradi, il vento fa volare un capo della mia sciarpa, quando gli inconfondibili fari della Fiat 131 Mirafiori mi fanno cenno di avvicinarmi qualche metro più in là. Er Frittata è in piedi, appoggiato al tetto della macchina,  giaccone di montone piuttosto rovinato, berretto rosso di lana liscia dal quale spuntano qua e là i capelli bianchissimi, immancabile MS tra le labbra, sorriso incartapecorito e frastagliato da vigoroso ultrasettantenne stampato in faccia].

Ataru: ma li mortacci sua! che ci fa qui a quest’ora? sono le 4,27 del mattino!

Frittata: e secondo lei? Ho staccato adesso, e siccome ho riportato du’ giapponesi in un albergo qua vicino, ho pensato de passà a fa’ gli auguri!

A: lei è un mito, lo sa sì? e pensare che quando ci siamo conosciuti io la trattavo anche un po’ male!

F: e vabbè sor Atà! lo vede? mo stamo qua, è cominciata la viggilia de Natale, salga in macchina, va! Stavorta niente giretto, stamosene un po’ qua sotto!

A: lei mi legge nel pensiero, non mi andava di fare un giro per Roma. Ultimamente tra il furto che ho subìto e quello che ho sentito in giro, questa città la sento meno mia. E’ come se dovessi un po’ recuperare il rapporto con una donna che amo, ma con cui ho litigato a morte. Ci vuole tempo. Poi ‘sti giorni con sto cazzo di traffico di Natale non mi va manco di fare più mezzo metro…

F: mia nipote ha letto sur blogghe, era tanto dispiaciuta dei casini che c’ha avuto, m’ha raccontato! Ma sta città nun è più sicura come un tempo, ha visto? un collega mio ha pure ammazzato uno, robba da chiodi…pe’ quaranta euro! e quell’altro poraccio al semaforo ammazzato pe’ cinquanta centesimi? stamo a un brutto punto ormai…io me ricordo che quanno annavo pe’ via Veneto negli anni sessanta mica c’era sta porcheria de gente che gira adesso! Mo’ so tutti cafoni e se je gira te menano pure.

A: non ne voglio neanche più parlare. Ma lei invece come sta? il diabete? E che ha regalato alla sua nipotina? E’ ancora fidanzata con quello che le sta antipatico?

F: sor Atà, se tira avanti! Er diabbete va e nun va, ma peffortuna in ospedale ce vado solo a fà le analise! Mì nipote l’ha mollato a quello stronzo! Adesso ce n’ha tanti che je vanno dietro, ma lei nun se fila nessuno. Pare ch’abbia messo mpo’ de giudizzio sta regazza! C’ha quasi vent’anni! A me e mi’ moje c’ha chiesto de regalaje er Tripòdde, e daje che me chiede ste cose strane. Poi tanto ce va mi fija a compralle.

A: Tripodde? che è?

F: quer fregnetto ndo se sente ‘a musica…

A: aaah l’I-pod!

F: eh quello! costa ‘n sacco de sordi!

A: eheheheh…a proposito di musica, bello sto pezzo natalizio di Elvis…niente Morandi stavolta?

F: questo è un nastro che se dimenticò un cliente ner taxi vecchio…saranno quasi quarant’anni che lo metto a Natale!

A: mitico! senta io volevo lasciarle ste due stupidaggini, l’ho prese al volo su in cucina, a sapè che ci si vedeva avrei comprato una confezione famiglia di caramelle Rossana! ghghgh

F: lei c’ha sempre voja de scherzà! comunque grazie tante, lei me commuove e io mo’ che je do?

A: niente nun se stia a preoccupà!

F: senta sor Atà…mi moje ha fatto du panini co la frittata, visto che ormai m’ha fatto diventà famoso pure su internet come er Frittata e uno m’è avanzato, perchè nun lo assaggia? me farebbe piacere! [sfodera una bustina da surgelati unticcia, tovaglioli di carta e infine la rosetta con dentro la frittata] Sarà un po’ freddo, ma si nun se lo magna m’offendo!

A: credo di non avere scelta…gnamme! Ma è buono! Ecco perchè lei va avanti a panini con la frittata! Dica brava a sua moglie, non tutti i panini con la frittata sono uguali. Questo è ignorante e sincero al punto giusto. Ottimo direi.

F: so proprio contento, sor Atà! nun sa che bella cosa che m’ha detto! ma lei una buona azione pe’ Natale nun la fa? Io so andato in chiesa a fa’ beneficenza,  ho comprato i biglietti della pesca miracolosa della parocchia!

A: io in beneficenza ho dato un cellulare e un portafoglio, penso possa bastare, no? Ma se non basta, le dico una cosa in segreto. Ieri pomeriggio a casa di un mio amico, mentre vedevo in tv cose incredibili tipo Adriano che segna e rosicavo perchè la Roma sta ancora a meno sette dall’Inter, sua madre mi ha incastrato e oggi  alle sei di pomeriggio pago pegno per la mia strana vigilia di Natale…

F: e mica ho capito!

A: in pratica dovrò travestirmi da Babbo Natale e dare i regali ai cinque nipotini del mio amico, di cui la più grande ha otto anni ed è più sveglia di me e lei messi insieme…

F: AHAHAHAHAHAHAHAH [coff coff] ahahahahahah, me scusi me viè da ride, ma è ‘na cosabbella! Scommetto che non l’ha mai fatto in vita sua!

A: ehm…no…

F: allora vedrà che se divertirà! i regazzini rompono un pochetto, ma alla fine sarà una bella sensazione, se fidi de me che so’ nonno!

A: ormai dopo quella frittata mi fido ciecamente! Senta so’ le cinque, me sa che è mejo che andiamo a dormì. Lei deve arrivà a Porta Portese, c’aspettano i cenoni e io prima mi devo pure travestì!

F: allora sor Atà, sa che deve fà? Me saluta tutti quelli che leggono er blogghe e che je chiedono de me! E je fa gli auguri da parte mia!

A: sor Enzo, lei è tremendo! sarà fatto! tanti auguri a lei e famiglia! e naturalmente a sua nipote!

F: stiabbono co’ mì nipote che lei sta co’ quella ragazza tanto brava, se la tenga stretta!

A: e lei che ne sa che è tanto brava?

F: gliel’ho detto, mì nipote me racconta tutto er blogghe! [ammicca, accende la macchina scarburata, saluta, fa ancora gli auguri e scompare in una nuvola di gasolio].

Sono le cinque e un quarto, l’aria è ancora più fredda ma sembra più leggera, e il caos dei regali di Natale sembra lontano anni luce. E il panino immaginario era squisito. Salgo a casa, bevo un ricco bicchiere d’acqua, abbozzo un sorriso a sinistra, dalla parte della cicatrice, penso che questo post, qui ci starà bene per qualche giorno. E auguro di cuore a tutti voi buon Natale.

NOVANTANOVE!

(on the air: Bloom 06 – In The City)

Non sono sfuggito alla kermesse natalizia, ogni tanto qualche regalo lo faccio anch’io. E soprattutto sto cercando di comprare un cellulare che mi piaccia e possibilmente risparmiare, come feci nei pressi della scorsa Pasqua quando acquistai il telefonino ora passato in mano nemica (ma gli accidenti, tutti quelli che gli ho mandato e che non sono ripetibili perchè altrimenti mi danno l’ergastolo sulla parola, arriveranno a destinazione presto o tardi. Ci sono già riuscito in passato a portare rogna alla gente, è solo questione di tempo). Dicevamo risparmio e beltade, cose che non vanno di solito propriamente a braccetto. Di cosa mi sono reso conto? Fatti già noti. Ma riparliamone pure, tanto non è che c’è un cazzo di meglio da fare alle tre di notte. Intanto l’amara scoperta che soprattutto sotto Natale, quando i gonzi salivano (presente del verbo salivare) davanti alle vetrine e quando i ladri, sia quelli veri che quelli mascherati da negozianti si rimpinguano meglio, non esistono telefoni di medio prezzo. Si passa da quelli a basso costo a quelli di fascia alta. In medio stat virtus? No, in medio stat una ceppa. Si evince facilmente che a nessuno conviene vendere cellulari di fascia media. La gente comprerebbe solo quelli, no? Invece così si ottiene di vendere sia più pezzi  low cost che roba da ricchi. E il consumatore se la prende inderposto. Passiamo poco morbidamente dai settanta ai trecento euro. Attenzione. Sono stato assolutamente inesatto in questa mia ultima affermazione. Perchè? E’ovvio, ho scritto delle cifre tonde. E qui veniamo al nodo al pettine del bandolo della matassa. Non so voi, ma io da qualche anno ormai ho sviluppato una stellare avversione nei confronti dei prezzi che finiscono con il nove. Ma davvero funziona? Davvero la gente è così cretina? Purtroppo temo di sì. Quanto costa il cellulare? Sessantanove euro, duecentonovantanove euro. Manca un euro per arrivare a settanta o a trecento, ma temo che indagini di mercato condotte su cavie umane col cervello di un criceto, abbiano dimostrato che il cricet…ehm l’idiot…ehm…l’italiano medio sia invogliato a comprare da quel cazzo di euro in meno. Ormai funziona tutto così. Vuoi  una felpa? Anche alla Upim costa ventinove euro e novanta centesimi. Tv color LCD all’ipermercato Panorama? Euro centonovantanove e novanta. Stesso ipermercato, il culatello di collina due euro e novantanove all’etto. E potrei andare avanti all’infinito con qualsiasi prodotto, dal fagiolo alla vestaglia, dal frangiflutti al ditale da cucito fino ad arrivare alla cassa da morto aerografata raffigurante a scelta Winnie the Pooh o gli Iron Maiden. Preso da immenso disprezzo per l’Italia, sono andato sul sito francese del Carrefour e ho scoperto che gli odiosi cugini d’oltralpe, il giochino lo applicano un po’ meno. A parte che, curiosità mia personale, ProEvolution Soccer 6 per Playstation2 costa 49 euro e 94 contro i sessantaquattro e novanta che ho pagato io, ho scoperto che ad esempio un profiteroles in scatola (per carità, roba che noi non compreremmo mai) costa un euro. Un cazzo di euro, senza i novanta e i nove. Il vizietto ricompare sull’Xbox 360, che costa duecentonovantanove (comunque molto meno che da noi). Però in generale, mi par di capire che i criceti francesi siano più svegli dei nostri. Ma non voglio tediarvi ulteriormente coi paragoni, era solo un esempio per dimostrare che non tutti sono coglioni come l’italiano che vede il duecento davanti al novantanove e novanta e pensa che non sia davvero trecento e che spenderà un po’ meno. Poi magari l’indagine di mercato proviene dall’estero e tutto il mondo è paese, ma comunque io, da consumatore mi sento offeso da tale usanza abbindolante. E anche un po’ preso per i fondelli. Non so se sia antipatia personale verso il numero nove o io abbia davvero le mie buone ragioni per lamentarmi e pensare che sottosotto ci sia qualcosa di subdolamente truffaldino. Qualcosa che si attiva nel cervello della gente, un tastino che si accende alla vista di quei nove. Fosse stato un cinque non avrei avuto da brontolare, anzi avrei pensato che cinquantacinque euro invece di sessanta convenisse davvero, ma è un nove, spessissimo è un novantanove sia nella casella degli interi che in quella dei decimali, signori miei. Fatemi sapere dell’immensa fortuna che metterete da parte quest’anno raccattando dieci centesimi di qua (se vi va di lusso) e un centesimo di là.

Anzi: già che avete fatto ‘sto grosso risparmio, mandatemi un bonifico con tutti i vostri resti, così mi ci ricompro il cellulare e in più mi aiutate a combattere la mia solenne misantropia. Oh, mi raccomando i novantanove centesimi!

 E RIDIAMOCI SOPRA…

(on the air: Rezophonic – L’Uomo di Plastica)

Se qualcuno dal proprio pulpito di grande insegnamento volesse ancora darmi velatamente del fascista o del razzista o avesse ancora da esprimere qualche pregiudizio da marcetta per la pace leggendo le mie parole con i propri filtri da caccia alle streghe, ricordo che il post di sotto è sempre vivo ed attuale.

Ma bisogna pur procedere e ricominciare a riderci su. Pensate che dopo il furto subìto ho dovuto subire ciò che temevo sarebbe stato anche peggiore dello zingaro che mi ha sottratto cellulare e portafoglio: la burocrazia italiana. La notte stessa ho girato ben sei commissariati tentando di fare la denuncia.

Commissariato numero uno, polizia: chiuso, rivolgersi qualche isolato più avanti.

Commissariato numero due, carabinieri: no a quest’ora non prendiamo denunce.

Commissariato numero tre, carabinieri: un ragazzetto viene scaricato dalla macchina da una fanciulla mentre suono al citofono che mi connette al 112. Lui era quello di turno e mi dice che niente denuncia. Intanto il 112 che dovrebbe rispondere subito, risponde dopo centoventi  secondi pure abbondanti. In centoventi secondi può avvenire un furto, uno stupro, un omicidio.

Commissariato numero quattro, polizia: il maresciallo è uscito in missione, però forse torna, ripassi più tardi o domattina.

Commissariato numero cinque, carabinieri: nooo machettefrega, falla domattina!

Commissariato  numero sei, polizia: sepoffà ma c’è da aspettà almeno ‘na mezzoretta.

Commissariato numero quattro: il maresciallo non è tornato, anzi adesso andiamo via tutti che c’è un problema di ordine pubblico. Non ti preoccupare, la denuncia falla domattina, capita a tutti, a me m’hanno fregato due motorini.

Mattinata seguente: commissariato numero tre. Il caramba partenopeo mi dà del voi: se volete fà la denuncia mi dovete portà un documento o mi dovete dì il numero del documento.

Ma scusi, se mi hanno fregato tutti i documenti come faccio io?

Andate in circoscrizione e fatevi la carta d’identità o almeno fatevi dà il numero.

Senza denuncia io non poss…

Vabbuò ià, ci vediamo quando m’avete portato tutto il necessario.

Circoscrizione: sabato chiusa.

Commissariato numero quattro: una vecchia delira in sala denunce. C’avrà novant’anni ma scassa i coglioni come un ventenne che ascolta Mondomarcio. Alla fine afferma di volersi far arrestare. Sospetto che sia Mondomarcio travestito da vecchia. Entro, parlo con il poliziotto, naturalmente anche lui napoletano. Ci diamo del tu, abbiamo la stessa età, mi chiede come si scrive Burger King, parte fondamentale della denuncia. E’ simpatico per fortuna e se non altro mi scrive tutto per intero. Ma io sono il sedicente AtaruMoroboshi, non esisto perchè privo di documenti. Niente foglio sostitutivo della patente finchè non ho la carta d’identità. Lui stesso ce l’ha con la burocrazia, niente residenza da Napoli a Roma, ci vogliono sei mesi almeno, contro i quattro per un permesso di soggiorno. Tutt’ora vado in giro senza patente e me ne fotto.

Negozio Tim: dieci euro, scheda recuperata.

Banca Taldeitali: entro con la denuncia ma senza documenti, con mia madre che fa da garante e recupero la carta bancomat. Ho il tempo di chiacchierare con l’affascinante direttrice, che avrà massimo cinque anni più di me.

Tenendo conto che per ragioni di lungaggine ho eliminato parecchi particolari dalle trafile, ecco che invece le ultime due cose mi vanno lisce come l’olio. Una volta fatta la carta d’identità (mi arriva oggi), dovrò tornare dal poliziotto coetaneo e simpatico a farmi dare il sostitutivo della patente. Quella vera mi arriverà a casa tra un paio di mesi. Sarà quella schifezza plastificata che inspiegabilmente non vale manco come documento, evvai.  Mi attendono ancora le Poste Italiane per il recupero della PostePay (e qui la vedo difficile) e Blockbuster per rifare la tessera (più facile). Dulcis in fundo dovrò occuparmi dell’Ordine dei Giornalisti per recuperare il tesserino da pubblicista. E lì, vista la straordinaria efficienza del personale, che si distingue con vigore nel campionato italiano di pausacaffè, e vista la sede impervia circondata da feroci varchi ZTL, sarà molto dura.

Poi dicono che non mi devo incazzare. Ormai sono allucinatamente convinto che lo zingaro e la burocrazia abbiano stipulato un mefistofelico patto contro i miei nervi. Eppure ho trascorso un bel compleanno, ricevendo un nuovo monitor LCD e non vi dico come vi vedo meglio. Quello vecchio era un trabiccolo pesantissimo ed era ormai scuro quanto Londra ai tempi di Jack lo squartatore. E dopo trentadue anni, seppur in tono volutamente dimesso per le note cause, ho ricevuto la mia prima festa a sorpresa. Una volta trangugiato un litro d’alcol stavo nettamente meglio. 

LETTERA APERTA AD UN FIGLIO DI PUTTANA

(E GRAZIE DEL REGALO DI COMPLEANNO)

Caro bastardo, che tu sia un bambino, un lurido zingaro, un comune ladruncolo, un pezzente di merda, non mi interessa. Voglio solo che tu sappia in qualche modo quello che penso: tu mi hai rubato il portafoglio ricordo del primo anniversario con la mia ragazza, stracolmo di ricordi, di tessere, bancomat, documenti, tesserino da pubblicista e quaranta miseri euro. Mi hai rubato il cellulare che avevo comprato qualche mese fa dopo aver sudato la ricerca per mesi per trovarlo al prezzo più basso e aver preso il modello un po’ più vecchio per risparmiare. Anche quello pieno di foto, ricordi, messaggi, numeri. Carico di sedici euro, ne hai spesi undici e poi ti ho bloccato la carta. Ti bloccherò anche quel cazzo di telefono in mattinata, cosicchè almeno tu ti debba ingegnare prima di riuscire a usarlo o a venderlo. Non ci guadagnerai un cazzo di niente. Io ci rimetto di trafile, di soldi che avrei voluto utilizzare in altri modi che non per ricomprarmi portafoglio e cellulare. Tu non ci guadagnerai un cazzo, stronzo. E se dovessi trovarti e sapere che sei tu, qualcuno dovrà fermarmi prima che io ti ammazzi. Anche dovessi essere un fottuto bambino zingaro, come è probabile, vista la scaltrezza e la dinamica del furto. In questo cazzo di paese dove il delinquente viene prima del cittadino, dove facciamo uscire dal carcere gli assassini e naturalmente anche i ladri, è forse meglio passare dalla parte dei cattivi. In questo cazzo di paese dove ancora qualche povero illuso crede che andando alle urne cambi qualcosa, io, privo di tutti i documenti, per questa notte, la notte del mio compleanno, dei miei primi trentadue anni, non sono nessuno. Non fatemi gli auguri via sms, non chiamatemi, almeno non prima che io abbia riabilitato la scheda, il che presumibilmente avverrà in tarda mattinata o più facilmente nel pomeriggio. Torniamo a te, verme. L’ultimo sms che mi è arrivato sul cellulare era un’ANSA di due ragazzini di diciassette anni col sogno di giocare nella Juve, morti affogati per recuperare due palloni. C’è qualcosa di più importante di quello che mi hai fatto. Questa giornata me la ricorderò forse a vita anche per loro e un per un vecchio ex pilota che s’è schiantato contro un tir. Spero che tu, nella tua vita di merda, abbia la tua giornata no e che sia atroce, molto più atroce della mia. Questo è quello che ti auguro. E vaffanculo ai soliti caritatevoli benpensanti una volta per tutte.

Intanto mi faccio gli auguri da solo, ne ho bisogno.

CLIMAX* DI UN INCIPIT CHE SI SPEGNE IN UNA SORTA DI PARAPROSDOKIAN*

*NON FATECI CASO, AMO non ricambiato LE FIGURE RETORICHE

(on the air: Ben Lee featuring Liz Phair – Away With The Pixies)

Ci risiamo: la palla gialla marchiata col numero uno rotola in buca e incasso una sconfitta nel mio personalissimo campionato di otto e quindici contro Alberto. Pensare che nella precedente giornata avevo vinto a mani basse. Spengo un’altra sigaretta, rapito dal freddo che sembra polare, ma solo perchè eravamo abituati al caldo ormai da troppo tempo. Giro la chiave nella serratura, mi siedo, accendo il pc, rifletto sul fatto che oggi mi sentivo oppresso da misteriosi diritti e doveri. Sensazione aberrante, svanita dietro quella palla bianca che spingeva piene e cerchiate in buche strette. Voglio chiamarla terapia del biliardo. Bevo un po’ d’acqua, reprimo il desiderio di mettermi a chiacchierare con un oggetto che ho in casa, a scelta tra uno stereo, un paio di scarpe o una slot machine. Annaspo solo parzialmente nel mare del surreale, so che potrei e non voglio e tutto sommato neanche devo. E’ a questo punto che mi rendo conto che questo sarebbe l’incipit perfetto per un qualsiasi racconto, libro o anche post di un blog. Ma nel caso specifico è soltanto l’incipit del mio ritorno a casa.