ALIENO, E MO TI RACCONTO GLI ANNI OTTANTA!

È tornato l’alieno petomane. Vi è mancato eh? Credo abbia un rapporto preferenziale con Trentuccio, visto che il mandante è sempre lui. Allora stavolta il temibile ometto verde ha bisogno di saperne di più sulla musica anni ottanta. Venticinque canzoni per farglieli capire, ma già so che ce ne metto qualcuna in più. Tipo cinquanta. E l’ordine della classifica è molto casuale.

1. Gazebo – I Like Chopin

2. The Cure – Just Like Heaven

3. Mike Oldfield – Moonlight Shadow

4. Talk Talk – Such a Shame

5. Alphaville – Big in Japan

6. Propaganda – Duel

7. Frankie Goes to Hollywood – The Power of Love

8. Tom Hooker – Looking for Love

9. Queen – Breakthru

10. New Order – True Faith

11. Simple Minds – Don’t You

12. INXS – Need You Tonight

13. Killing Joke – Love Like Blood

14. Tears for Fears – Everybody Wants to Rule The World

15. Nick Kershaw – The Riddle

16. Limahl – Never Ending Story

17. Duran Duran – Save a Prayer

18. Spandau Ballet – Round and Round

19. George Michael – Careless Whisper

20. Garbo – A Berlino…va bene

21. Joy Division – Love Will Tear us Apart

22. U2 – New Year’s Day

23. Bryan Ferry – Slave to Love

24. Kim Wilde – You Came

25. Nick Kamen – Loving You is Sweeter Than Ever

e ancora

26. The Cure – Love Song, 27. Alberto Camerini – Tanz Bambolina, 28. Madonna – Into the Groove, 29. Cyndi Lauper – Time After Time, 30. Madonna – Live to Tell, 31. Duran Duran – A View to a Kill, 32. Modern Talking – Cheri Cheri Lady, 33. Gazebo – Masterpiece, 34. Nada – Amore Disperato, 35. Frankie Goes To Hollywood – Relax, 36. OMD – Enola Gay, 37. A-Ha – Hunting High and Low, 38. A-Ha – Take On Me, 39. Wham – Last Christmas, 40. Opus – Life is Life, 41. TXT – Girl’s got a Brand New Toy, 42. Nena – 99  Luft Balloons, 43. Eight Wonder – I’m Not Scared, 44. Howard Jones – Things Can Only get Better, 45. Falco – Rock Me Amadeus, 46. Matia Bazar – Ti Sento, 47. Righeira – L’Estate sta Finendo, 48. Prince – Sign o’ The Times, 49. Desireless – Voyage Voyage, 50. Buggles – Video Killed The Radio Star*

* anagraficamente è del ’79, altrimenti sarebbe stata più in alto.

Ne ho omesse una marea, sia perché già così è un pippone, sia per dimenticanza. Festeggiate pure il mio primo post dall’ufficio, chissà quando ricapita. E non è che non avessi proprio un cazzo da fare, nonostante l’apparenza. Trrrooooppo giusto!

Passo la palla a Insanesoul per tradizione e stronzaggine mia, e a chiunque altro voglia dilettarsi tuffandosi nei meravigliosi Eighties!

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DA BERLINO A BERLINO (cambia tutto)

(on the air:The Notwist – One With The Freaks)

Permettemi innanzitutto di salutare Barcelona con la promessa di recarmicivisi al più presto inquantochè è una città bellabbella e so già che Gaudì mi rapirà con le sue forme e i suoi colori. Detto questo, signore e signori, si torna a Berlino. Tra meno di un mese: c’è da pazientare però io non sto già più nella pelle. Per ingannare l’attesa, vi propongo una roba di un autoreferenziale terribile, ma che non rappresenta una novità assoluta su questo blog che come sapete non è che una mera celebrazione del mio ego. Un’intervista doppia a me stesso prima di Berlino 2005 e prima di Berlino 2007. Sono passati due anni e mezzo, ma sembra una vita fa. Non perdiamo tempo.

ataru 2004/05   ataru 2006/07

Età30.             32 e mezzo.

Stato civile:

Single e finora neotrentenne delirante al cazzeggio dopo storia andata male: mi vedo con due fanciulle che mi hanno più o meno fatto intendere di volersi mettere con me. Ma me ne interessa una terza.

Felicemente fidanzato e innamorato da due anni e mezzo. Dopo Berlino mi sono messo con quella terza di cui sopra, che mi piaceva e mi piace davvero tanto.

Professione:

conduttore radiofonico, non pagato, in attesa di diventare giornalista pubblicista.

Web-redattore di un portale governativo, dopo lungo periodo da disoccupato fancazzista. Giornalista pubblicista, ovviamente pagato.

Look:

capello lungo e riccio, continuo a farmeli crescere da quasi un anno. Barba sfatta. Abbigliamento come capita. Almeno all’apparenza.

Capello corto, molto corto. Pizzetto tendente alla barba sfatta. Abbigliamento come capita. Almeno all’apparenza. Ho prima preso oltre dieci chili, poi ne ho ripersi circa otto, ma certo che non basta. Vivo inoltre una fase vintage con occhiali da sole giganti e scarpe anni ottanta. Vivo anche una fase vintage di cervello. Nel senso che sono tornato indietro.

Stabilità mentale:

i trent’anni ti segnano, non ci sto capendo un cazzo.

Dipende dai giorni, ma mi ritengo più stabile di allora.

Mezzo di trasporto:

Mini modello vecchio.

Mini One, modello nuovo.

Cosa pensi dell’attuale governo?

Al peggio non c’è mai fine.

È la dimostrazione lampante che al peggio non c’è mai fine.

Cosa pensi dei blog?

Mi divertono. Mi piace l’autoreferenzialità fine a se stessa.

Non mi divertono più. Anzi mi annoiano. Mi annoia questo continuo parlarsi addosso. Generalizzando il discorso, il web duepuntozero sarà la rovina del blog artigianale e il trionfo dell’autoreferenzialità a scopo di lucro, fama e linkaggio. Sono un no-blogal. Però scrivo perché mi va. Ho meno lettori, scrivo molto meno di prima, ma scrivo e scriverò ancora. Ancora. L’ho scritto.

Che tempo fa? Che altro succede?

Freddo, è il sette gennaio. E c’è stato un Lazio-Roma (3-1) brutto da morire.

Caldo, troppo caldo, è il 27 luglio. E Chivu finalmente è andato all’Inter. Qui a Roma lo chiamavano Swarovski perché ha le ginocchia di cristallo. Se tanto mi dà tanto, non c’è nemmeno bisogno di gufare.

Cosa ti aspetti da Berlino?

Donne, cibo, birra e una città che tutti mi dicono sia bellissima.

Rimangiare la boulette e il currywurst e pure il pretzel coi tocchi di sale, birra, riandare a Potsdamer Platz stavolta senza quel vento gelido che ho comunque amato, vedere quello che mi manca da vedere, fare foto con la digitale, che l’altra volta avevo ancora la buona vecchia Nikon col rullino, andare al KaDeWe senza trovarlo chiuso, vedere il tratto di Muro più lungo, girare per bene la FriedrichStraße, comprare altri vinili al mercatino, tornare al Pergamon Museum per riascoltare l’audioguida con l’accento calabro e farla sentire alla Noe chè gliene ho parlato fino alla nausea, fare da guida per quanto possibile a lei che era un po’ scettica e che non c’è mai stata, sentire A Berlino…va bene di Garbo esattamente nel centro di Alexander Platz, che detto tra noi è una piazza brutta, andare al ristorante che fa tutto a base di patate per conoscere il proprietario e raccontargli che l’idea l’ho avuta di certo prima io, peccato non averci i soldi, riparlare in tedesco, abbandonare sto caldo schifoso che c’è a Roma sperando che lì faccia freddo. E potrei proseguire. Perché, e qui mi autocito, Berlino ti rapisce. E già che ci sto, mi auguro che rivenga fuori un post bello come quello linkato qui sopra, che è uno dei migliori di questo blog.

PS: auguroni al Chirurgo, mio commentatore occasionale, fratello dell’ex blogger Dio, nonchè tra i miei migliori amici. Ieri Beatrice è nata con anticipo bruciante, fregando sul tempo papà e zii. Benvenuta!

CINQUE ANNI FA

(on the air: The Cure – A Forest)

Era pressochè pronto un post autoreferenziale sul mio prossimo viaggio ormai prenotato, dunque una decisione è stata presa e vi terrò ancora un po’ sulle spine per sapere dove sarà (ma anche chissenefrega). Ma c’è tempo ancora, aggiungo purtroppo. Quindi il post può aspettare. Il fatto è che mi sono ripromesso da tempo di celebrare la data del 23 luglio.

Il 23 luglio di cinque anni fa, avevo ventisette anni. E bazzicavo, lo faccio ogni tanto tutt’ora, il forum di Audiogalaxy. Per chi non sapesse cosa è stato Audiogalaxy, bè, è stato il miglior programma peer-to-peer della storia, il più completo e rivoluzionario. Non a caso i discografici americani lo fecero cadere ben presto. Chissà poi perché ci si riuniva tutti sulla pagina/forum di Vasco Rossi. Ci fosse stato un solo fan del cantante di Zocca. Vasco è uno di cui conosci per forza la maggior parte delle canzoni anche se musicalmente non è proprio il massimo, nè il tuo preferito. Forse sarà quello. Oddio, poi si frequentavano anche Ligabue, Jovanotti, persino Tiziano Ferro, laddove era bello prendere per il culo coloro che davvero amavano TZN FRR. Ma Vasco era Vasco. E allora tutti lì, spesso e volentieri. Tutti ragazzotti cazzeggioni che un giorno decisero di incontrarsi a Roma, non per un raduno qualsiasi, bensì per una passione comune: i Cure. Fu così che io feci gli onori di casa per il concerto di Robert Smith e soci. Vennero: un ragazzo di Trento, un adorabile frescone con cui fino a pochi mesi prima mi insultavo, ma che divenne poi un grande amico, un pischelletto un po’ anarchico di Bergamo appassionato studioso di satanismo e politica, un altro ragazzetto un po’ dark di Prato con la sua incantevole ragazza pisana di allora,  una fotografa gnocca di Trento, due ragazzi, cugini, di Modena. Il colmo fu che arrivò addirittura un’amica spagnola, la quale migliorava il suo italiano sul forum (prima le parolacce, maccerto!) e che era venuta per Pino Daniele-Mannoia-De Gregori, e che ci fece volentieri compagnia visto che mi avanzava un biglietto gratis per i Cure. Prima e dopo il concerto ci raggiunsero la Kriss e il maestro Poompah. Ovvero colei che scoprii essere praticamente la mia vicina di casa e con cui spesso tutt’ora vado a passeggiare il cane (suo) per fare due chiacchiere e il dj  più strano che mi sia mai capitato di conoscere (lo linko anche su MySpace perché ormai su Splinder non scrive più). L’acustica del concerto non fu eccezionale, ma l’importante era esserci. Davanti a quei mostri sacri che avevano fatto la storia del dark-new wave anni ottanta, insieme a quelle scritte che per mesi si erano raccontate, divertite, persino insultate su uno sfondo blu e che adesso avevano un volto e una voce, oltre al link. Non è assolutamente possibile descrivere le sensazioni di quella serata e questo racconto scritto male, non renderà per nulla. Era qualcosa che andava oltre qualsiasi blog raduno e cazzate varie, eravamo amici da sempre e non ci conoscevamo. Dopo A forest, Just like heaven, Love song, Friday i’m love, Boys don’t cry e le altre (però Robert ciccione bastardo, perché non hai cantato Close to me e Lullaby?), mi feci due viaggi con la vecchia Mini stracarica di gente e di zaini, dallo stadio Olimpico fino a Trastevere, allo scopo di bere quella birra che ci eravamo ripromessi da tempo. Solo la fotografa ci abbandonò. Ebbe una mezza storia con Simon Gallup dei Cure, si fermò all’Hilton. La Kriss invece se ne andò prima del concerto, ma gli altri c’erano tutti. Tutti in un pub a raccontarci di noi, delle nostre storie, delle cazzate internettiane, degli amori nati lì sopra – e c’ero sempre di mezzo io –  davanti a fiumi di birra finchè il gestore non ci cacciò perché era tardi. Ci diede i bicchieri di plastica per portarci via la nostra birra avanzata e quella dei vicini di tavolo, inglesi, che non ce l’avevano fatta a finirla e ce l’avevano gentilmente ceduta; cose incredibili quella sera! Continuammo a ridere in una piazza Trilussa irriconoscibile, deserta come difficilmente ho rivisto. L’alba arrivava mentre affacciati dal Lungotevere, altezza Isola Tiberina, guardammo di sotto le pantegane che percorrevano i tronchi d’albero arenati nel fiume. Sira gridava in spagnolo: mira las ratas, mira las ratas! Non ne avevo mai viste di così grosse e pasciute, neanche nel Nosferatu di Kinski. Mi hanno di recente ricordato che io facevo da Cicerone sulla storia dell’illuminazione dei ponti di Roma. Lo avevo rimosso, troppa birra in corpo. Quelle stesse persone si sparsero, magari dopo un riposino veloce su una panchina, alle sei di mattina tra macchine e treni che andavano in direzione opposta, ognuno col suo viaggio ognuno diverso, ognuno in fondo perso dentro i cazzi suoi (e così, rendo omaggio pure a Vasco che fu il trait d’union). Quelle stesse persone sapevano che forse, anzi molto probabilmente, non si sarebbero mai più riviste tutte insieme. Ma non c’era nessuna malinconia, era bello così. A distanza di cinque anni, quasi tutti ci siamo ritrovati sulla stessa pagina di Vasco Rossi, grazie al ragazzo di Prato che nel frattempo non aveva più avuto la connessione a internet e aveva lasciato tutti i ricordi intatti, fermi a quella sera di luglio. Ecco, io credo che queste cose capitino una volta nella vita e che sia giusto così. Perché se ti capitano due volte, rischi di dimenticarle o confonderle. Così no.

2002: dallo stadio Olimpico a Trastevere, da Audiogalaxy al mondo reale.

Dedicato a (in ordine di apparizione nel post): Alessandro, Davide, Andrea, Lisa, Silva, Marcello, Matteo, Sira, Cristiana, Claudio. Ma anche agli altri del forum che al concerto non c’erano. Tra questi, chi ho conosciuto dal vivo e chi no: Alessia, Salvo, Stefania, Silvia, Margherita, MarcoPaola e mi fermo qui, ma potrei continuare con almeno altri venti nomi. E dedicato a me, che prima di quella sera, ora posso confessarlo, dei Cure conoscevo a dir tanto una decina di canzoni.

NOTTE DI ASFALTO, NETTURBINI, DONNE E CALURA

( on the air: Delta V – Il Primo Giorno del Mondo)

Esterno, notte. Mezzanotte o giù di qui. Si comincia a respirare dopo il caldo che rende l’asfalto della consistenza di una Big Babol. Ventottogradiventotto alle undici di sera, poi lentamente il sipario della calura cala e cede il palcoscenico al fresco afoso. Accontentarsi è la parola d’ordine. Ho dovuto recuperare i liquidi, niente alcol, l’altroieri la birra mi faceva grondare, solo mezzo litro di  Coca e ghiaccio per far sparire la fronte lucida e la sensazione di essere pronto a scoppiare come un pop corn dentro un grandioso microonde a forma di Roma. Dalla fila per entrare al Momart – mi lasci il nome? Simone – si può solo fuggire senza neanche avvisare, si può scappare sui Monti Parioli, alla Casina delle Muse, perché sarà pure pieno di vecchi, ma perlomeno c’è aria. Bevi la bibita e vai via, siamo stanchi tutti e due, stanchi anche di trovare la via del lavoro lastricata di imbecilli (e mi piace citare in corsivo quella matta di mia madre che ringrazio sempre per avermi dotato del sense of humour che leggete qui sopra e che chi mi conosce sperimenta dal vivo). Ecco la notte, ecco un po’ di fresco. E sulla strada ci sono elementi ricorrenti. Operai che lavorano col martello pneumatico per costruire una corsia preferenziale che io definirei demenziale. Ormai siamo abituati, noi automobilisti romani, allo scempio veltroniano, alle idee malate. Ma non puoi incazzarti proprio ora, perché il termometro scende. Eccomi, ora sono circondato da camion della nettezza urbana. Tanti, ovunque. Macchine spazzatrici alzano polveroni dalla strada, qualcuno nei sottopassaggi disinfetta tutto. Chiudo il finestrino, ma è solo un attimo. La radio ha il volume alto di quando quelli che ti stanno accanto non esistono più. E se esistono, che sentano pure buona musica una volta tanto, offro io. Mi soffermo a guardare chi c’è nelle macchine dei vicini di strada. Mi accorgo che è una di quelle sere in cui girano solo donne: capitano poche serate così durante l’anno e lo dico io che di notte sono in giro sempre perché a casa non so stare, so solo sostare. Donne da sole, donne a coppie. E fumano, fumano quasi tutte. La accendo anch’io per la miseria, sennò mi sento emarginato sia per il sesso maschile, sia per l’assenza di nicotina nell’abitacolo. Netturbini e donne, questa notte va così. Semaforo rosso. Una bionda su quattro ruote sorride a un ragazzo in motorino. Lui in tutta risposta scappa via, lei sembra inseguirlo, poi si pèrdono. Magari ho immaginato l’idillio poco idilliaco, ma mi viene da ridere e allora va bene, poco importa se forse è solo un cortometraggio con la mia regìa.  Ventiquattro gradi e mezzo vanno bene, l’acuto da brividi della cantante dei Delta V ai tempi de Il primo giorno del mondo mi scorta fino al garage di casa. Il geco del pianerottolo quello che sta sul vetro della finestra ogni estate (adesso ogni tanto sono in tre, ha messo su famiglia), mi sta aspettando. E quando c’è lui che mi saluta, posso fidarmi che la giornata è davvero finita. Qualcuno una volta disse che domani è un altro giorno. E io che quel film non l’ho nemmeno mai visto, spero che domani un po’ si vada via col vento. Possibilmente non rovente.

SIMPATICI PENSIERINI DI UNA DOMENICA DI LUGLIO

(on the air: Ex-Otago – Giorni Vacanzieri)

L’altroieri sera guardavo una tipa americana al telefono mentre con la mano ciondolava il portachiavi della sua stanza d’albergo. Nulla di malizioso, ve lo assicuro. Un solo dubbio: perché la maggior parte degli alberghi hanno portachiavi pesanti mezzo quintale?

Oggi si potrebbe decidere la mia estate estera (sì, vabbè due settimane di ferie per giunta non di fila, di cui una all’estero). Sarà una scelta non facile, un ballottaggio tra un po’ di città europee, tra possibili ritorni o esordi assoluti. Sogno il ritorno a Berlino, la Noe sogna il ritorno a Barcellona, c’è Praga, ma una settimana lì forse è troppo, c’è un desiderio mai sopito di rivedere Lisbona, ma resterà tale, c’è anche un possibile mio remake di Parigi, tanto non me la ricordo più. C’è altro? Cazzo ne so, vedremo cosa dicono i low cost senza black list.

Ieri sera, tanto per ricollegarsi al discorso, si pensava che se Dio vuole, si sta già scollinando l’estate, un altro mesetto e vaffanculo, è finita. Rivoglio il cappotto, la giacchetta, tutto. Io so apprezzare il vero caldo, quello che ti ripara dal freddo. Quest’anno la mia scelta ascetica è quella di lavorare la settimana di Ferragosto: niente mare, solo scrivania, piccì e aria condizionata.

Oggi ho dormito per nove ore filate, e altrettanto la notte prima. Spero siano sufficienti, dopo aver digerito a malapena due settimane pesantucce anzichenò. Del resto, dicevo ieri saggiamente, che la vita comincia all’età che hai.

Nei giorni scorsi pensavo al fastidio fisico che mi danno diverse categorie di persone, ma non farò la lista perché sarebbe troppo lunga, c’è il rischio che qualcuno possa anche lontanamente sentirsi toccato, non voglio perdere quei quattro lettori che ho, e anzi, so bene che in qualche categoria finirei per rientrare anch’io stesso. E darmi del fastidio fisico da solo, sì, può essere costruttivo ma non è il periodo adatto. Più vado avanti, più il popolo italiano mi fa schifo.

Oggi voglio comprare un planisfero. Il mappamondo è scomodo e oltretutto quelli di mio padre, che colleziona anche le amebe che si trovano sul fondo delle merendine, sono residuati bellici dell’ottocentoquarantotto, che c’è ancora sopra l’impronta digitale (all’uovo?) di Bismark. Allora io compro il planisfero, ritaglio e brucio tutti i posti dove fa troppo caldo, poi mi bendo, punto il dito e me ne vado ovunque sia. E non cercate di seguirmi.

SENSAZIONI UNICHE

(on the air: Oasis – Songbird)

Ci sono giorni in cui bisogna assecondare le sensazioni. Bevi un long island e la sensazione, a parte quella di essere un alcolizzato, visto che ultimamente sono monoargomento, la sensazione dicevo, è che non esista un long island uguale all’altro. Cioè voglio dire, altri cocktail come li giri li giri sono sempre uguali, prendete il negroni. Gli ingredienti sempre gli stessi, più o meno nelle stesse quantità. Il long island no. Chiunque si diletta a farlo come gli viene, anche nello stesso locale, servito nello stesso minutosecondo allo stesso tavolo. Ed è lì che ti viene il paragone vincente. La sensazione giusta è quella della frizione della macchina. Fateci caso, voi che non vi siete ancora convertiti alle gioie del cambio automatico e/o sequenziale. Le frizioni delle macchine, anche dello stesso modello, hanno tutte uno stacco percettibilmente o impercettibilmente diverso. Dunque io bevo un long island cazzuto o metto la quinta, è la stessa cosa. Però tutto ciò è sempre mutevole, un eterno divenire di alcol e olio del motore. Porca puttana, ne dici di stronzate, Ataru. Ma le tue stronzate mi piacciono. Questo è quello che obbligatoriamente dovete pensare. Stamattina mentre andavo a lavorare col solito consueto margine di ritardo sistematico dovuto allo stato comatoso post sbornia, post Football Manager, post post sul blog, post giornale notturno, post me stesso che prima di una certa [ora] schifo inspiegabilmente e inopinatamente il materasso, insomma post qualsiasi cosa vi venga in mente, bè stamattina il mio umore era più nero di un abitante incazzato del Burkina Faso. E dire che il temporale notturno sembrava aver coccolato i miei pensieri, ma ci vuol poco a farti rigirare i coglioni, quando il trend degli ultimi giorni ha la parabola orientata verso il vortice. Basta perfino il sole malato di questa decade di un luglio strambo e ballerino. A un certo punto, in prossimità del celebre Muro Torto, voi di Roma sapete cos’è,  ho tappato i finestrini, inserito un filo d’aria finta e il fido random dello stereo mi ha regalato musiche rilassanti tipo Giardini di Mirò, Nathan Fake e Thievery Corporation. Lo scazzo diventava felpato, come il passo delle macchine di lato, davanti, dietro, mi sentivo improvvisamente un fottuto protagonista delle pubblicità, quelle con le macchine alla moviola, la gnocca che ammicca e il tizio che ammicca anche lui, ammiccano tutti e l’auto di turno è lì morbidamente allettante. Sono certo che mi avete compreso. Anche no, ma fa niente, ho compreso io, compreso me, insomma abbiamo capito in due, uno, non so. Ecco le sensazioni. Sensazione che la giornata non volge al bello, ma perlomeno cerca di non affondare nel liquame. Nanosecondi prima di accendere la liberatoria prima sigaretta di giornata. O forse l’avevo accesa e spenta già prima. Vabbè ma che importa, sono dettagli che vanno in fumo. La sensazione era esatta, quella della giornata nata male, rialzatasi ma fino a un certo punto, media, mediocre, mediata da me medesimo e dal mio fu mattiniero ex scazzo felpato. Le sensazioni sono in agguato, c’è una maratona di sensazioni, quarantadue chilometri di sensazioni, troppi, finisce per scendere una gocciolina di sudore giù per la schiena, di quelle che non fanno neanche tanto piacere, anzi proprio no. Ho la sensazione che potrei andare avanti a parlare di sensazioni e che se non lo faccio, per un bel po’ me ne pentirò. Ma tant’è. Non ho intenzione di tediare nessuno, io. Ne dici di stronzate, Moroboshi. E stavolta ti ho chiamato per cognome. E se non capite quest’ultima, fate uno scan dei corsivi, cazzo. Mica posso fà tutto io.

VUOTO A RENDERE

(on the air: Roy Paci e Aretuska – Toda Joia Toda Beleza)

Passi un quattroluglio da incubo, sai il perché, se ti arriva una telefonata mentre sei al lavoro e schizzi via di corsa bestemmiando e sperando che davvero non sia successo niente. Cheppoi picchieresti tutti, dai poliziotti all’automobilista imbecille che attenta alla vita di chi ti è cara. Poi scivolando via per il fine settimana, ti chiedi se su questo pianeta ci sei capitato per sbaglio. Questa almeno è la sensazione diffusa. Non è che si possa descrivere molto altro, sarà sonno arretrato, sarà nebbia bassa nel cervello. E sto qui, sguardo monolitico, che mi vien da pensare con sprezzo a quelli che lavano la macchina tutti i giorni, mi viene in mente che potrei raccontare e avrei voglia di farlo, mille aneddoti che mi sono capitati, proprio come il nonno che ti rapiva con le sue storie in tempo di guerra. Non è che sia vecchio, ma ne ho passate tante. Eppure finisco per stare zitto, respirare col naso un po’ tappato e spegnere un’altra sigaretta. Passaggi a vuoto: ci sono sempre stati, sempre ci  saranno. Di solito è un vuoto a rendere, ne esco rinfrancato, sarà così anche stavolta. Vado a lavarmi i denti.