DELITTO (quasi) PERFETTO

(on the air: System of a Down – Toxicity)

Signori, internet da sempre ci offre spunti di curiosità, atrocità, ilarità e quant’altro. Oggi vi parlo del delitto quasi perfetto.

La Fredda Cronaca (nera)

Per un delitto innanzitutto ci vuole il luogo: il reality-blog trash di cui sono incautamente giurato, Le Stelle.

Ora ci vuole la vittima: UnaCrisalide, Maria Grazia, chiamatela come volete. Ventiquattrenne o giù di lì, bella ragazza sarda emigrata a Milano, un lavoro come stilista presso Dolce e Gabbana, un figlio di quattro anni, avuto dal cestista slavo Marko Jaric nel suo periodo bolognese (ora gioca in America tra gli dei della Nba), concorrente del reality. Foto sul suo blog, sia di lei che del figlio. Sospetta cazzara, per alcune incongruenze più volte fatte notare qua e là. Piccolo particolare da non tralasciare: guarita da un tumore; si riammala, è bisognosa di trapianti, ma comunque fino al presunto aggravarsi della malattia, sempre in gioco anche in maniera agguerrita e un po’ antipatica. Dopo l’eliminazione dal reality, la tipa continua a scrivere commenti di tanto in tanto, chiude il blog, si affaccia su MSN. Fino a una settimana prima del suo trapasso. Nessuno può più credere che sia una bugiarda. La morte avviene, secondo le scritture, il quattro marzo. Dolori, pianti di chi si è affezionato, l’ha sentita al telefono, anche il sottoscritto ci resta male, sperimenta sulla sua pelle come potrebbe essere se un giorno dovesse distaccarsi da questo mondo e lasciare d’improvviso il blog ai posteri. Mi arrivano messaggi privati e telefonate da altri blogger, io racconto con una punta di angoscia.

D’improvviso, dopo qualche giorno, compare la sorella della vittima: Elider. Apre un blog privato dove, come una sorta di testamento, vengono riportate le ultime parole della defunta per ognuno dei suoi amichetti blogger, me compreso. Ringraziamo la cara Elide per le ultime parole e almeno io, non mi chiedo come mai, una malata terminale di cancro, due giorni prima della morte, abbia la forza di lasciare tutti questi messaggi per degli sconosciuti, alcuni anche di rimprovero per chi aveva osato non crederle, quando aveva destato sospetti di essere quantomeno un po’ fasulla.  La sorella è però evasiva, c’è chi le chiede dove Mari sia sepolta, ma lei non fornisce risposte chiare. In fondo non si può negare a nessuno, nemmeno a una scritta di internet, di andare sulla tomba a portare due fiori.

Infine la terza protagonista: l’amica della vittima, Anturium aka Jenny. Questa tizia ha un blog che in poche settimane tira su parecchi lettori, del resto basta sbattere una foto tettona e sono tutti lì a sbavare. La cosa strana è che pochi si chiedono come mai in alcune foto la ragazza (sarda anche lei), abbia faccia e tette diverse. Poco importa, checcefrega, tutto fa brodo. Il blog è leggibile e in più ci sono le foto. La fanciulla interviene addirittura in diretta radiofonica da Matteo Pedrosi (e chi cazz’è? ah già, il supplente della Lucarelli, mecojoni!), scrive canzoni, si fa fotografare e dice di essersi laureata scrivendo una tesi sul reality. Un altro personaggio perfetto. Fin quando un po’ di gente non fiuta l’inganno. Io no, non c’ero arrivato, ma neanche ero così interessato a farlo, anche se adesso mi chiedo tante cose. Ma finiamo la storia del delitto. Anturium ammette di essere in combutta con UnaCrisalide, che è viva e vegeta e abita nel suo stesso palazzo, a Sassari. Stanotte, il colpo di scena finale: scompaiono tutti i blog legati alla vicenda.

L’assassina: per risolvere il caso, manca solo un dettaglio. Crisalide è stata uccisa da chi? Da Crisalide stessa? Da Elide? O da Anturium? Il giallo è avvincente, gli indizi portano ad una soluzione clamorosa ma non troppo. Esiste una sola persona con tre identità. Non è comprovato, ma è plausibilissimo. Se così non fosse, ci sono due amiche sassaresi che si sono burlate della comunità.

Riflessioni Finali

Io sono un cultore dei fake su internet, in particolare nei blog. Mi piacciono, non l’ho mai nascosto, nè ho mai escluso di averne io stesso. C’è stato quello che si è suicidato, quello che sosteneva Ratzinger prima che diventasse papa con ermellino e altri ancora più geniali. Però a tutto c’è un limite e credo che stavolta si sia varcato, anche perchè temo che non esista neanche la tesi, unico motivo per architettare un tale marchingegno. Voleva forse scriverci un libro? Io so che c’è gente che c’è stata male davvero. Questa gente sta affilando i coltelli per vendicarsi. E chi può biasimarla? Sentirsi presi per i fondelli non fa piacere a nessuno, soprattutto a chi magari c’è passato veramente. Per non parlare poi della sfiga che ci si tira addosso parlando di certe cose. Tutto finto. Le foto delle fanciulle quasimodelle, le storie raccontate, il bambino. Ma di quale bambino erano le foto? Lo ha rapito? E Marko Jaric? e Dolce e Gabbana?  A volte ancora mi sorprendo di come internet riesca a ingannare così bene la gente. Questa qua ci ha fregato, fortuna che non voleva soldi come Wanna Marchi, altrimenti qualcuno glieli avrebbe pure dati.

Cari navigatori esperti e meno esperti, cari blogger in cerca di gnocca, diffidate sempre, se all’improvviso compare una ragazza sarda piuttosto figa, che non è propriamente una cima e che vi ammalia con strane storie, perchè è probabile che lei tornerà. Ulisse con le sirene c’era quasi cascato, non fate lo stesso.

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LA PANTERA ROSA

(on the air: Kula Shaker – Tattva)

Lo so, sto diventando eccessivamente cinematografico con tutte queste recensioni, ma vi giuro che questa è l’ultima per un po’, vi giuro che non vedrò Il Caimano (casualmente uscito in periodo preelettorale), anche perchè è risaputo il mio deciso rifiuto verso Nanni Moretti. E’ che non posso proprio esimermi dal parlare de La Pantera Rosa. Perchè attendevo questo film. E’ come se facessero la cover della tua canzone preferita: brutta o bella, non vedi l’ora di sentirla. Così funziona per me con questo film. Non ho mai nascosto di amare Peter Sellers alla follia. Non esiste attore in grado di raggiungere questo genio inglese che spaziava dal comico al drammatico con eccezionale duttilità. Niente Oscar in carriera, il che certifica che è stato un grande attore, visto chi lo prende. Si sono pentiti di non averglielo dato, Peter li ha fregati sul tempo, morendo nell’ottanta a cinquantacinque anni. Peter Sellers era Clouseau. Era anche tutti gli altri personaggi che interpretava, però Jacques Clouseau era suo, impossibile reinterpretarlo. L’ ho amato fin da piccolo, lo amo ancora adesso ogni volta che metto su un dvd della serie. Blake Edwards, il regista storico, lui sì che ha avuto l’Oscar alla carriera, ci ha provato più di una volta a far rivivere l’ispettore Clouseau. L’ultima nel novantatrè con Roberto Benigni, Il figlio della pantera rosa. Mettere Benigni a confronto con Sellers, è come mettere Jovanotti a confronto con i Queen. Una cosa abbastanza pietosa. Oggi ci riprova un regista televisivo, Shawn Levy. Ci riprova un comico doc come Steve Martin, affiancato da Jean Reno, Kevin Kline e Beyoncè Knowles. Superato lo choc iniziale di vedere Clouseau con i capelli bianchi, un po’ si comincia a capire quello che intendeva il buon Steve, quando diceva che non voleva mettersi sullo stesso piano dell’inarrivabile/inimitabile Sellers. Resta l’accento francese, ma spesso il personaggio è più paragonabile a Leslie Nielsen/ Frank Drebin de Una pallottola spuntata. Comunque si ride parecchio. L’imbranato e irresistibile Clouseau, ha da sempre un nemico: Charles Dreyfus, il suo superiore pazzo e cattivo. All’origine lo interpretava Herbert Lom, attore di culto anche di numerosi horror d’annata, oggi splendido novantenne. Qui c’è Kevin Kline. Il personaggio perde simpatia, tanta. Oltre al fatto che Lom era la spalla ideale per Sellers, e insieme hanno costruito le loro fortune e quelle della saga di Edwards. Insomma, colpa dello sceneggiatore o di Kline? Forse di entrambi, peccato. Jean Reno interpreta l’assistente Ponton (buon Ponpon, come lo chiama lui), novità assoluta del ciclo-Pantera Rosa. I siparietti di arti marziali con l’assistente orientale Kato (interpretato da Burt Kwouk) erano un passaggio fondamentale di tutti i vecchi film. Lui aveva l’ordine di attaccare Clouseau in qualsiasi momento, soprattutto quando rientrava a casa. Risultato: demolizione della casa dell’ispettore pasticcione. Per il ruolo di Kato, era stato proposto Jackie Chan, che secondo me era perfetto. Si è scelto di cambiare, e forse è giusto così. Anche perchè Jean Reno offre davvero un’ottima prestazione, il suo personaggio buca. E’ un duro che fa ridere, insomma come ormai spesso accade, un ruolo che gli riesce bene. Beyoncè non è totalmente capra a recitare e questo basta, perchè per il resto come bellezza va benone, chevvelodicoaffà. In comune con i vecchi film, ci sono soprattutto le espressioni stralunate della gente, quando l’ispettore si esprime a modo molto suo; e questo credo di averlo notato solo io che sono maniaco di questi piccoli particolari. Particina da cameriera per Yvonne Sciò.

Insomma Steve Martin è un Clouseau discreto che non scomoda il mito e non ne vuole prendere i panni, casomai lo vuole omaggiare in maniera garbata. E visto il successo, chissà che non ci sia un seguito. A me, vedovo inconsolabile di Peter Sellers, non dispiacerebbe. E prima di vedere il film non pensavo che lo avrei mai detto, anzi, era pronta una solenne stroncatura.

 

 

CAPODOGLIO SUPERSTAR

(il titolo non si riferisce in alcun modo al post)

(on the air: Royksopp – Go with the flow [Queens of the Stone Age cover] )

Gli innumerevoli strumenti che la moderna tecnologia ci offre, possono essere usati nei modi più disparati. Non sempre a fin di bene. Ad esempio l’energia nucleare, servirebbe a tante cose belle, e invece svariate nazioni ci fanno le bombe. Un altro esempio che mi viene in mente così su quattro zampe della sedia, è senza dubbio il telefono cellulare, inizialmente creato per comunicare più facilmente, eppoi trasformato in status symbol del vojo-ma-non-posso con annesse microcamere, microspie e discoteche. Via, buttiamo lì un ultimo caso di tecnologia riconvertita verso il male: la televisione. Nata come fonte di cultura, adesso, soprattutto dopo aver ingerito la De Filippi e i reality show, abilmente mischiati con Berlusconi e Prodi e shakerati con Bruno Vespa, è fonte di lobotomia collettiva. Il genio crea le diavolerie più moderne, le mette al servizio dell’umanità fino a subirne nefaste conseguenze. Ma veniamo al nocciolo della questione. Esiste un programma Microsoft che fa parte del pacchetto di Office. Pacchetto che comprende l’eccezionale Word, celeberrimo programma di scrittura che fa talmente incazzare, da far tornare nell’individuo, ancestrali voglie di macchina da scrivere con inchiostro che sbaffa o di emulare antichi monaci amanuensi che si fanno il mazzo a scrivere incunaboli per innumerevoli e polverosi lustri. Comprende poi Excel, con le sue tabelle, che quella volta che ci feci le squadre del Fantacalcio, se non c’era papà stavo ancora compilando il nome del portiere della prima squadra partendo da sinistra. C’è anche Frontpage, ma quello non lo usa più nessuno, perchè chi sa fare i siti li fa con programmi migliori, chi non li sa fare apre un blog. E infine c’è Powerpoint. Ormai utilizzatissimo nelle tesi di laurea e in circostanze lavorative o  anche per il racconto di una vacanza, consente di creare facilmente dei file di presentazione del prodotto, utilizzando immagini e qualche riga esplicativa; l’insieme di questa meraviglia, la pagina che ne viene fuori, è la slide. Il problema è che la mente umana, posta davanti a tale giocattolo informatico di così facile fruizione, non si ferma. Unge per così dire, le sue rotelle, e crea. Ecco l’utilizzo dannoso. In principio era la carta di riso, la vecchietta, la catena di Sant’Antonio più famosa del mondo, quella che nessuno aveva mai voglia di leggere, anche per le inenarrabili sfighe finali se non si fosse obbligatoriamente inoltrata l’email a sessantuno persone che fossero rigorosamente nella vostra rubrica, credessero in Budda e avessero avuto almeno una volta la visione soprannaturale dell’Inter che vince lo scudetto. Poi vennero i gattini, i cagnolini, le donne nude, la burla delle grassone annunciate come gnocche, fino ad arrivare al decalogo delle buone maniere, i soliti confronti comico-caratteriali maschio-femmina, il kamasutra, le malefatte dei candidati a premier, le foto dei fatti più strani del mondo, le foche in estinzione per colpa dei giapponesi e i test per impiegati fancazzisti. A tutto c’è un limite. In certi giorni, grazie soprattutto alla Raffa, una cara amica di Milano, il mio indirizzo di posta elettronica si riempie di tali cazzate. Ormai le cestino ancor prima di aprirle (ma non lo dite alla Raffa). Credo che preparerò anch’io una bella presentazione in Powerpoint. Eccovi la gustosa anteprima.

Se la giornata comincia male (foto di quindici dolcissimi cagnolini e gattini ridotti marmellata da un camionista ubriaco del canton Grigioni)

se al lavoro c’è qualcosa che non va (foto di autopsia di un transessuale libico con spiccate tendenze autolesioniste ed una penna Bic conficcata nel cuore)

se il sesso non ti sorride (foto di Lucia Annunziata in un serrato dibattito con una sedia vuota)

se sei rimasto senza soldi (foto suggestiva di una schedina del Totip -ma esiste ancora?-  svolazzante nel deserto di Gobi, così tanto per)

se la sfiga ti ha colpito in tutto e per tutto…. (e qui per rendere l’idea ci vuole un’immagine forte, forse Plinio Fernando, colui che interpretava Mariangela, la figlia di Fantozzi)

scritta finale senza foto:

…E’ PERCHE’  TE L’HO TIRATA IO, ROMPICOGLIONI! TU E I TUOI CAZZO DI FILE pippiesse. Vuoi inoltrare questa mail ad altri amici? Non ci riuscirai: il virus di ultima letale generazione in allegato al file ti dà giusto il tempo di arrivare a  leggere questa simpatica conclusione. Addio stronzo, a te e al tuo inutile computer aziendale.

Non dite che non vi ho avvertito.

IL MIO MIGLIOR NEMICO

(on the air: Hard-Fi – Cash Machine)

Dopo tanti anni non ho ancora capito se e quanto, Carlo Verdone sia esportabile al di fuori dei confini della mia città. Su Verdone potrei fare una digressione infinita, avendo visto praticamente tutti i suoi film. Anche in questo Il mio miglior nemico, c’è tanta Roma. Non solo nei luoghi, che come sempre mi diletto a riconoscere – anzi, il film è stato girato anche a Ginevra, Istanbul, Como e Sabaudia – quanto nei personaggi. Soprattutto quelli di contorno. Ci sono scene per me esilaranti con gli infermieri dell’ospedale che parlano in romanaccio, che all’occhio attento, ricorderanno quelli di Un sacco bello, opera prima dell’attore e regista romano. Il dubbio se sia esportabile, è lecito. Anche perchè tradotto in soldoni, ad esempio a me romano, il milanese Abatantuono non fa impazzire, il napoletano Troisi non lo capivo, il fiorentino Pieraccioni dopo un po’ mi ha stancato. A parte questa digressione campanilistica, c’è il film. E’ un Verdone sempre più maturo, che centra in pieno tutti gli obiettivi. Una trama che scorre, seppur con qualche incongruenza temporale, personaggi azzeccati; si ride, ci si intristisce, si riflette. Molti non erano convinti dagli ultimi L’amore è eterno finchè dura e Ma che colpa abbiamo noi, eppure il Verdone introspettivo a me piace. Mi piace di più rispetto al Verdone di Viaggi di nozze, che rifà il verso a un se stesso di anni prima. Qualcuno (non il regista, che ci ha tenuto a specificare la diversità) ha voluto accostare quest’ultima fatica a In viaggio con papà, commedia generazionale dove il giovane Verdone riceveva il testimone dal papà Alberto Sordi. Io non sono d’accordo. Lo scontro generazionale non è poi così evidente come si vuol far credere. Achille e Orfeo (Verdone e Muccino), sono due uomini disperati, traditi dalla loro insicurezza, scaricati dai familiari, si odiano, ma si ritrovano insieme per forza in un viaggio alla ricerca della figlia di lui nonchè fidanzata dell’altro. Tra Sordi e Verdone, era diverso. Sordi in quel film somigliava un po’ all’Achille di oggi, uomo viscido, senza scrupoli e attaccato al denaro. E’ il personaggio di Muccino, Orfeo, che è molto più sveglio del Verdone di In viaggio con papà. E proprio Silvio Muccino, di cui mi sono tragicamente accorto di aver visto tutti i film, è la vera sorpresa. Attore e sceneggiatore, ha ormai superato la dipendenza dai personaggi un po’ stereotipati, si affranca dai clichè dei film del fratello Gabriele. E ci appare, mi costa dirlo perchè mai lo avrei pensato, come un ottimo attore. Ancora un ragazzino in ruoli da ragazzino, ma l’età e l’aspetto sono quelli, è giusto così. Insomma Il mio miglior nemico è un film da vedere per le battute, per la trama, ma anche per la regia, sempre più accurata e raffinata da parte di Verdone. Quasi di respiro europeo. Il tutto però, sempre condizionato da quel solito, arduo dubbio sulla romanità: sarà esportabile?

ps: un solo infastidito appunto. Nei film prodotti dalla Filmauro di De Laurentiis, c’è pubblicità occulta (Natale a Miami era un megaspot della Tim). Che non è occulta, ma è smaccatamente evidente. Marchette per Vodafone (tante, manca solo che ci scrivano Life is Now), acqua Lete, Volkswagen, Lufthansa e birra Moretti. Sembra di essere tornati negli anni settanta, quando nei film trash, tutti bevevano il Punt e Mes e fumavano le Muratti. Vabbè che pagano, ma così è troppo.

LETTERA APERTA A MACHISSENEFREGA

(on the air: Ok Go – A Million Ways)

Caro blog, sono più di due anni che ti importuno, tra vicende pubbliche, private, di poca importanza o di somma rilevanza. Proprio un paio di notti fa ti pensavo dentro il letto, anche perchè questo cazzo di vento sbatteva sulle serrande e non mi faceva dormire per benino. E pensavo che avrei dovuto postare perchè era una settimana che lasciavo in giro lo stesso post. Credo che in due anni e qualcosa, non fosse mai successo prima. Allora ho detto che l’indomani avrei postato e invece vattelappesca, s’è scaricata la batteria della scheda madre del piccì. Che fosse un segno divino? Per fortuna la cosa si è risolta in breve tempo e sono di nuovo qui. Ti pensavo, caro Machissenefrega, perchè tu sei un blog di medio successo, che si è fatto da solo. Non ti sei pubblicizzato sugli aggregatori, quelli della fuffa, perchè la parola fuffa, ti è sempre stata fondamentalmente sui coglioni, non mi hai quasi mai permesso di commentare dalle cosiddette blogstar, perchè anche quelle, tranne pochi esclusi, ti stanno sui coglioni. Eppure le hai ospitate quasi tutte qui sopra con almeno un commento a testa. Bella soddisfazione, no? Hai persino vinto l’unico BlogRodeo cui hai partecipato, e se proprio vogliamo andare meno sul letterario, hai all’attivo anche un terzo posto su MisterBlog. Avevi provato persino a partecipare a un reality-blog, ma ti sei drasticamente stufato e l’anno dopo ti sei buttato in giuria a fare il cattivo. Tu, io, noi, non lo so. Fatto sta che rispetto a due anni e qualcosa fa, quando ti scrivevo delle avventure sfigate con le donne, parlavo delle mie uscite e delle mie teorie strampalate di vita, è passata parecchia acqua sotto i ponti. Adesso il weblog fa notizia, fa opinione, fa audience. L’hanno aperto tutti, dai personaggi televisivi ai politici, dalle reti tv ai cantanti, persino Splinder si autocelebra con i suoi blogger più famosi. E’ quasi una mania e forse qualcuno non ci si ritrova più. Gente che è nata insieme a te, caro Machissenefrega. Il carissimo Ricky B. o AlessandroMagno, cui ho sempre invidiato alcuni modi di dire, il mio miglior nemico Maladoror, poi unitosi ad Adiastematica e confluito in Blogdiscount, il mio amico Dio che trovò planetario successo grazie all’unico, inimitabile e censuratissimo Er Caccola, ed era bello scegliere il prossimo bersaglio tra una birra e un panino. Potrei andare avanti, ma mi fermo per non fracassarmi/ti/vi. Solo che erano tempi migliori, tu, amico blogo, crescevi a vista d’occhio. C’è chi ha fatto il percorso inverso, guarda Selvaggia che adesso litiga con la Ricciarelli e c’ha un pupino col figlio di Pappalardo. Le è convenuto? Economicamente penso proprio di sì. Guarda quegli altri, l’hanno chiamati per fare l’antologia dei blogger, e dopo, non contenti, hanno scritto altri libri. Sai blog, anch’io volevo scrivere un libro, anzi lo vorrei ancora scrivere, ma è diventato cosa banale scrivere un libro per giunta autobiografico. Forse magari potresti partecipare a qualche concorso letterario, se ti viene voglia, ormai tutti i blogger, pardon i blog, bo non capisco più un cazzo, lo fanno. Vabbè insomma ora sono tutti belli e bravi e lindi e pinti, c’è pure il vlog, il videoblog o come cazzarola si chiama. Va di moda, magari ce lo troviamo sul cellulare tra un po’. Pensa che culo, chessò magari vedermi la faccia di Neri o del Confuso sullo schermo. Meglio leggerli, se proprio. Senza contare le riviste onlain, create da giovani blogger, leoni della comunicazione armati di parola tagliente, pungente o stuzzicante. Insomma caro blog, ti ho aperto anche il fratellino più piccolo insieme alla Noe, ho aperto il sito di immagini associato a te, perchè…perchè era un cazzeggio in più, diciamolo. Ma adesso? Hai un futuro? Proprio adesso mi sono impigrito? O ti sei impigrito tu? Insomma siamo o non siamo, tu un blog di medio successo con ascolti in calo, ma pur sempre altini e io un giornalista disoccupato alla lenta ricerca di nuovo corroborante lavoro (e danaro)? Adesso che tutti i weblog si danno un tono, noi restiamo indietro. Adesso che anche i bambini potrebbero dire: da grande voglio fare come il blogger Ataru. Ma che cazzo fa il blogger Ataru? Ma questo è un altro paio di maniche. Uhm. Io però sul telefonino non ci voglio finire e se proprio vogliamo dirla tutta, neanche in un’antologia quattro pagine dopo un racconto pornosoft di Proserpina. Oddio poi per soldi si fa tutto.

Fottuto vento smetti di soffiare, almeno la prossima volta dormo.

UN ALTRO PEZZETTO DI ISPIRAZIONE CHE SE NE VA

(on the air: Sid Vicious – My Way)

Implacabile, il tempo passa per tutti. No, non è un altro post nostalgico, ve lo prometto. Solo che ci sono alcuni posti che segnano il passo della tua esistenza, che ti fa piacere rivedere spesso, ogni tanto, raramente. Avverbi da sondaggio questi. In principio era il Nautilus con le cene di quattro fuoriusciti dal liceo classico; molto più in là, duecento locali e una decina d’anni dopo, c’era il Fig’s e le serate estive tra un bicchiere di vino e un bicchiere di vino e un bicchiere, ma guarda un po’, di vino. Qualche volta magari un cocktail. Cosa hanno in comune questi due luoghi? Non esistono più. E’ strano, strano come l’anno scorso, quando la casa che fu di mia nonna, dove ero cresciuto tre volte a settimana, era passata in mano ad altri. Strano quando la mia macchina attuale, tra poco, passerà di proprietario, probabilmente nelle mani di uno sconosciuto. Quando sei uno che si lega indissolubilmente ai luoghi e agli oggetti, oltre che alle persone, certo, è senza dubbio tutto più complicato. Un dedalo di sensazioni, ricordi, odori, sapori, persino carta, legno, plastica, aria. Sai che forse dovresti cambiare, non prenderti a cuore tutto questo. In fondo non te ne viene niente, se non un po’ di magone a pensare che qualcosa è lì per anni, poi sparisce. Del resto non è immortale un essere umano, può esserlo un locale? A volte sì, ma mica sempre. Non puoi mica aspettarti che il cellulare (che brutto esempio) cui sei affezionato sopravviva per sempre, non puoi pensare che una pinza per capelli, non tua, ci mancherebbe, non possa rompersi con un crac. Non puoi neanche pensare che dedichi uno storico post inutile del sabato ad un locale, che una sera fai lì un servizio fotografico e lo piazzi su Flickr, e poi così d’improvviso, un giovedì, leggi un foglio fotocopiato che ne annuncia la fine, tra una settimana esatta. Non vale, non è giusto, la birra, la musica, le persone, tutto ti passa davanti. Anche i post di questo blog, non solo quello citato. Ce ne sono tanti altri ambientati dentro quello scantinato, così underground, così accattivante per qualcuno e orrendo per altri. Se un posto non ti lascia indifferente, ha colpito nel segno, come una persona. Bene o male che sia. Niente più mostre di artisti strani, niente più acquisti di improbabili pupazzi morti (è tutto linkato, all’ultimo piano dei link sulla destra), niente tv muta con film di culto, horror o di fantascienza, niente serate in mezzo alla settimana tra i Cure e i Ramones, tra i Depeche Mode e i Social Distortion e i Bauhaus e…potrei continuare. Trovatemelo un altro posto che mette certa musica stando (s)comodamente seduti a bere la Bulldog doppiomalto. Io non sono mai stato dark, punk, al massimo odio tutta la politica attuale, potrei considerarmi un pizzico anarchico. Ma ho l’aspetto di uno che con quel posto, un cyberpub, non c’entra niente, almeno superficialmente. Eppure subisco il fascino di ciò che è diverso da me; devi comunque essere predisposto a recepire. E non è che mi riesca con tutto. Esempio: prendi un locale di musica latinoamericana, gli darei fuoco. Insomma a un passo da casa mia, la cultura underground, lontana anni luce da Costantino e dal GrandeFratello, da Povia e dalle boy band, dalle suonerie personalizzate a pagamento e da questa cazzo di non-cultura che innalza a dio qualche inutile comico di sinistra che apre un blog per raggranellare consensi o qualche buffone politicante di destra che si mette una maglietta per dimostrare libertà di pensiero ad alcuni fanatici ritardati. Amaro. Ma reale. Giovedì prossimo, Skorie Industriali chiude. E io vi avevo avvertito, mi affeziono ai luoghi. I ricordi, divertenti o meno, li tengo per me, il melodramma assolutamente esagerato, lo spiattello qui. Un altro pezzetto di ispirazione che se ne va.

Trackback: per chi lo avesse perso, il post linkato sopra, spiega davvero tutto.

CAMMELLATARU

(ovvero: ogni tanto ci vuole un post terraterra per fare odiens)

(on the air: The Hormonauts – My Sharona)

Visto che in questi giorni non si parla d’altro (ah vabbè, c’è anche Sanremo, ma a noi che ce frega?  zero, appunto), vorrei segnalarvi il vero precursore del fenomeno televisivo degli ultimi tempi. Parlo naturalmente di Orlando Portento, il marito della Cavagna, sì insomma, quello di tricche ballacche; ormai promosso a tormentone ufficiale di qualsiasi trasmissione tv, uscita tra amici, dichiarazione d’amore, insulto automobilistico, ricetta culinaria, scritta nei cessi e operazione in borsa. Mi sono accorto che Orlando ha copiato e storpiato qualcun altro – un noto blogger, pensate – grazie ai soliti indomiti ricercatori di minchiate in giro per la rete. Se vi sono ricercatori di minchiate, è pacifico che vi siano anche dispensatori di tali minchiate. E’ un teorema, anzi di più: è un modus vivendi. Eccovi il pezzo incriminato:

"Il blog. Il blog ad agosto è sostanzialmente un rifugio antiatomico. Puoi star tranquillo che tanto ti leggono in due gatti e mezzo, esclusi gli internauti poco scaltri, che vengono qui a cercare tricche e baracche".

Chi è il geniale autore? Me medesimo naturalmente! Il post è dello scorso agosto. Io nel mio gergo, fin da quando ero un virgulto, ho sempre detto baracche, non ballacche. Certo non pensavo che un giorno sarebbero venuti davvero a cercare tricche e baracche nel senso letterale, ma Shiny Stat è lì sotto a testimoniare che questa pittoresca chiave di ricerca è in costante ed implacabile ascesa. Io credo sia una grossa soddisfazione, che mi impone di scrivere tale post. Ataru come sempre precorre le mode e i tempi. C’è da andarne più che mai fieri. 

Per voi ignoranti: il Triccheballacche è uno strumento napoletano costituito da tre martelletti di cui uno fermo e due mobili che battono contro il primo. Altri strumenti noti, sono il putipù e la tammuorra. Mi sono or ora ricordato che una volta, questo affare di dubbio gusto, ce lo avevo appeso in camera, regalo di una collega amalfitana di mio padre, ora passata a miglior vita. E purtroppo temo che anche il mio triccheballacche bianco e verde, sia passato a miglior vita. Peccato aver scoperto solo ora il suo nome (lo ammetto, ero ignorante anch’io), peccato non averlo qui per fotografarlo e metterlo su Flickr.

E ricordatevi che adesso c’è anche la ricerca interna di Splinder, sia per il singolo blog, sia per Splinder nella sua interezza. Credo sia la prima innovazione utile che ci regalano, dopo tante cammellate. Sono tremendamente trendy. Allittera eh?