E CHI MI DICE CHE È DAVVERO CAPODANNO?

(on the air: Sia – Breathe Me)

Introduco subito il discorso: Il cosmò sul comò è un film inclassificabile, senza capo nè coda, Aldo Giovanni e Giacomo non fanno ridere. Era decisamente meglio vedere Natale a Rio. Boiata per boiata, almeno lì sai cosa aspettarti.

Ma non era questo il discorso. Quelli che ho passato sono stati giorni quantomeno singolari, tra coppie improbabili che non nascono, scatole di panettoni che attraversano la strada senza guardare, microfono in mano per cantare. A un certo punto mi sono sentito come Marty McFly nel presente alternativo di Ritorno al Futuro 2, in un mondo dove Buford Tannen, detto Biff, prendeva il sopravvento e non c’era nemmeno Doc ad aspettarmi in macchina. Grande Giove! 

Ora siamo tutti qui a darci un limite temporale aspettando il nuovo anno. Siamo singolari noi umani. Abbiamo iniziato a contare il tempo come ancora lo contiamo, dopo che è nato un tizio di dubbia esistenza. In effetti se avessimo contato i giorni o i mesi senza inventare gli anni sarebbe stato più complicato. Però se avessimo misurato il tempo, chessò, in eoni, ben pochi sfigati avrebbero avuto il problema di cosa fare a CapodEone. Magari i penultimi a festeggiare col cotechinosauro sarebbero stati i protozoi dell’Ordoviciano e i prossimi sarebbero stati gli scimpanzè intelligenti e pacifisti, per giunta senza il fu Charlton Heston tra le palle. Efforsedicoforse avremmo avuto una vita migliore. È strano, a volte mi fermo a riflettere su usi e consuetudini che ci inculcano dalla nascita. Cose che magari sai che stanno così e lo sono sempre state. Per anni sono stato convinto che quello che si faceva in casa mia lo facessero tutti, per poi accorgermi che ero strano almeno quanto lo era la mia famiglia. Fu a quel punto che cominciai a sviluppare uno spiccato senso di disprezzo pur punteggiato di curiosità verso l’altrui omologazione. Non che a casa mia si tenessero messe nere o si camminasse al contrario, però neanche troppo improvvisamente mi resi conto che ognuno di noi ha le sue stranezze. Se io facevo dialoghi surreali con mia madre o mio padre si intendeva di qualsiasi antichità e io ne assorbivo l’influenza malvagia, non voleva dire che gli altri bambini facessero le stesse cose. Allo stesso modo, se io imparavo -e ancora mi ricordo- la storia e la geografia con dei processi mnemonici quantomeno assurdi sviluppatisi tramite filastrocche materne e figurine dei calciatori, gli altri invece non ne sanno più niente. Tutto questo deragliamento per dire che noi, intesi come mondo occidentale (ma pure i mondi orientali calcolano gli anni partendo da altri eventi incerti), ci siamo dati questo assunto di contare il tempo in questo modo. Un bel giorno potrei decidere di conteggiare gli anni da quando ho iniziato a fumare o dalla data di fabbricazione di un paio di jeans che mi piacciono. Certo non potrei imporlo a tutti, ma questo è un dettaglio di poco conto. Potrei decidere di far durare gli anni di meno o di più. Forse dovrò screditare quella gentaglia progressista tipo Copernico. La scienza non mi darebbe il suo appoggio, ma in fondo sticazzi non ce lo vogliamo aggiungere? Cosa potrebbero mai farmi? Farmi picchiare da Rita Levi Montalcini?  La distruggo, io. Persino a calcetto. E sono una notevole pippa, eh.

Credo comunque che per comodità e pigrizia andrò avanti ancora un po’ con questo conto precotto. E che mi toccherà banalmente brindare a un nuovo anno sperando che sia migliore di questo, che, come sempre, è stato il più brutto di tutti. Si dice così, no?

Buon 2009 o 4milionieccento o anche solo 22. Che differenza fa.

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BUON NORMALE

(on the air: Calibro 35 – L’Appuntamento)

Come al solito arrivo al Natale stremato dalla poltiglia umana riversatasi negli ultimi giorni sull’asfalto, dentro i negozi, i supermercati e, per Vishnù, sono veramente stremato dalla carenza dell’altrui materia grigia. Non è il Natale che mi deprime, è una deduzione scontata e inesatta. Perché oltretutto non sono per niente depresso. Altresì, l’essere umano in sè e per sè, spesso mi sconcerta.

Il mio Natale sarà ordinario, come quello di tanti di voi. Nell’ordine: cenone coi miei e basta, giocata a carte dagli amici (spero sia la prima di una cortissima serie, che finisca qui insomma), pranzo fuori coi parenti (tutti simpatici, per fortuna non c’è quella robaccia smielata da grande famiglia), serata al cinema. Sono passati gli anni del Natale trasgressivo, ormai da qualche anno mi accontento dell’aurea mediocritas, in fondo è un modo come un altro per non pensare ai soldi, al mondo, alla vita e anche ai nomi, alle cose e alle città. Al massimo fiori frutta e verdura. Mi sono già organizzato per Capodanno, e se l’anno scorso stappavo un’orribile boccettina di spumante nel gelo di Vienna, stavolta saremo tuttinsieme appassionatamente dentro casa. Senza carte da gioco possibilmente anzi sicuramente. Forse certe volte si sente il bisogno che gli eventi siano rassicuranti, quando il resto, gli effetti speciali, la religione, la censura, l’oppio, l’assenzio, la crisi, l’umanità non è che lo siano proprio tanto. Eppure anche nel rassicurante non voglio il banale, il marchio di fabbrica è questo. Mi piace pensare di sedere intorno a un tavolo di cinici ed essere il più cinico di tutti. Per vincere il cinico d’oro 2008. Io credo di potermi accaparrare il premio, ho un entusiasmo da gara pari allo zero. Vabbè, mi sono atteggiato abbastanza. Chi vuole si prenda il buonnatale, da me non avrete altro.

LA SAGGEZZA DA BARBA DELL’ULTIMO GIORNO DEGLI ANNI DI CRISTO

(on the air: Skye – Call Me)

Di solito per il mio compleanno esce un post qua sopra, niente di che, non è che sia uno che ama particolarmente i festeggiamenti e le celebrazioni, soprattutto da qualche anno a questa parte. Oggi però ho deciso che si scrive il giorno prima. Voglio scrivere nel mio ultimo giorno da trentatreenne. Perché da trentaquattro in poi, si entra nella sfera dei trentacinque e ci si avvicina ad altri lidi della vita (mah). Trascorro quest’ultimo giorno degli anni di Cristo a casa, almeno per ora. Senza lavoro, con qualche preoccupazione, coltivando il barbone lungo e i capelli lunghi e incasinati come non mi succedeva da un po’. Non ci sono motivi simbolici per lo stile trasandato, solo che succede. So già che una mattina di queste mi sveglio e taglio il tagliabile. Questi ultimi giorni sono passati sotto la pioggia, tra fiumi in piena, traffico, regali di Natale comprati nei posti giusti lontano dal caos che stressa. Tra cinquanta euro mollati allo sportello bancomat per rincoglionimento, si invecchia, amici miei. E il manico dell’ombrello che s’è svitato e l’ho perso per sempre. Niente drammi, ma far durare un ombrello per più di dieci anni mi teneva in corsa per il guinness dei primati. Questi giorni sono fatti di gente che tra un panettone e un cellulare nuovo ancora guarda verso il Tevere, di serenità a momenti, di incazzature temporanee, di fugaci birre gustate circondato da alberi di Natale e addobbi, nei pub come dappertutto. Di pioggia, al gusto di pioggia, in anni di pioggia. E camminare sotto gli schizzi d’acqua ormai non mi cambia la vita, manco fossi di nuovo in giro per la swingin’ London. Non mi cambia la vita nemmeno questo genetliaco, forse è per questo che alla fine ho deciso di scrivere un giorno prima, anche se un po’ cozza con quello che ho scritto sopra. Ma voglio che sia chiaro che le idee non sono poi così chiare.

Questo è dicembre. Il mese del solstizio d’inverno, il mese della tisana del risveglio coi pasticcini, il mese-ah sì- di Natale e dell’ultimo dell’anno, il mese di quando sono nato. Poi avevo deciso di scrivere un post che facesse un po’ ridere e invece m’è uscito così. Però non c’è depressione, non c’è malinconia, nè tristezza tra gli ingredienti. È bene dirlo prima che qualcuno si svegli con l’idea di compatire o consolare. Accetto consolazioni solo per il manico dell’ombrello, ecco. Passo le mani tra la barba della saggezza, il che, a occhio e croce, significa che mi sono rotto i coglioni di scrivere e mi fermo qui (appena mezza risata preregistrata l’avrò strappata, va)

Questa è nettamente saggezza da barba dell’ultimo giorno degli anni di Cristo.

IL FREDDO CHE SCALDA

(on the air: Sagi Rei – Don’t stop movin’)

Il Trentino, l’Alto Adige, il Sud Tirolo, tutto ricompattato, anche enogastronomicamente, in tre giorni.

La pioggia all’aeroporto di Verona, Lola Ponce sull’aereo, i tir sull’autostrada del Brennero, i cumuli di neve di Trento, la casetta tranquilla accanto al vicino mezzo matto, niente tv (alleluja), il fumo dei chioschi alimentari dei mercatini a piazza Fiera e i locali lussuosi dove gustare un buon vino accanto al mini goulasch da aperitivo. Le suggestioni del MART di Rovereto (peccato per la mostra permanente chiusa per lavori in corso), il fascino di Merano che è proprio un gioiellino di paese tra torrenti, sentieri, abeti e (ma va?) mercatini. La ricca Bolzano che si sente molto più Bozen e lo ostenta nella sua teutonicità. Qui il Natale lo tocchi con mano più per le meticolose artistiche decorazioni che per la folla consumista ai consueti mercatini. E i suoi negozi chic, il goulasch con la polenta, i wurstel con patate e crauti, i brezen (pretzel, bretzel), i parcheggi riservati alle donne e i distributori automatici di copertoni per le bici. La passeggiata che è quasi un’arrampicata al castello di Arco (e le ginocchia cittadine fanno ancora male), tra ulivi e piante esotiche, che se non guardi i picchi bianchi intorno sembra di stare in chissà quale paese caldo. Lo spettacolo naturale del lago di Garda, lungo la passeggiata di Riva del Garda o tra i vicoli incantati di Malcesine, le onde che sembrano marine, il vento che spazza e la necessità di scaldarsi col vin brulè. Mentre le Dolomiti ti guardano e diventano rosse, forse per timidezza, quando sostieni senza ombra di dubbio che siano le più belle del mondo. I mini-canederli, la carne salada cruda e quella cotta coi fasoi (fagioli), squisitezze accanto alla cascata di Varone. Levico invece è incastonata tra i monti, c’è l’enorme parco asburgico, gli immancabili mercatini e la neve dappertutto. Le caldarroste che a Trento hanno un senso, mica come a Roma, che sentire quell’odore pure a ferragosto è spoetizzante oltrechè nauseabondo. Il treno ci riporta a casa dopo oltre cinque ore. E siamo stanchi però storditi dalla magìa di paesaggi che a guardarli incredulo ti riconcili con la natura. Che è spesso matrigna, ma quando ti coccola così, è più mamma che mai.

LÀ SUI MONTI CON ATARU

(on the air: Grandaddy – Summer…It’s Gone)

Io e la montagna abbiamo un rapporto strano. Per anni l’unica neve “seria” che avevo contemplato è stata quella dell’85. Riguardavo le foto col piumino verde e il berretto rosso con una punta di nostalgia. Poi vennero le settimane bianche con la scuola, Madonna di Campiglio e La Thuile, gli sfracellamenti sugli sci, sui pattini, le grappe, il Vov caldo, gli amici, la disco dell’albergo, le ragazzine più piccole che a scuola non le conoscevi, ma lì era tutto diverso e quasi quasi rimorchiavi pure. Poi negli anni ruggenti dopo i venti e prima dei trenta, Selva di Val Gardena e Marilleva che stavo sotto a un treno, ma me la ricorderò per quattro o cinque vite. E l’Abruzzo a un tiro di schioppo, comunque affascinante.

La montagna d’inverno mi intriga più del mare d’estate, perchè mi godo il sole senza soffrire, perché quel raggio di calore intenso vicino alle nuvole fa sparire il gelo intorno e senza versare una sola goccia di sudore. E un abbraccio oltre che bello, è anche funzionale. La nuvoletta perenne di fumo che esce dalla bocca, mi rende simile a un personaggio di una strip comica. Il cervello si attiva, quantomeno per concentrarsi e non scivolare sul ghiaccio. Smettere di battere i denti davanti a un incandescente piatto ipercalorico o davanti a una tazza di cioccolata calda, mi fa sentire meno colpevole, ammesso che di solito mi ci senta. La montagna mi ritempra, mi rilassa, mi rimescola le sinapsi quel tanto che basta a farmi stare bene almeno per una settimana dopo che sono tornato. È un amore mai confessato qui sopra, è giusto che lo strilli al mondo. E così domani si parte per Trento. Sottozero. Tra mercatini di Natale, rubicondi fiumi di vin brulè, vasche di canederli, casette di marzapane e UmpaLumpa che rompono le palle (dell’albero di Natale, si intende). Niente sci, ma se il tempo regge, il giro sarà più ampio: Bolzano, il Garda e non so nemmeno che altro, voglio scoprirlo lì. E come alla vigilia di ogni viaggio già consumato o ancora da consumare, sono già in agguato accanto alla mia presa della corrente per staccare la spina da tutto. Fuggire dalle prime resse cittadine per i regali, dall’albero da fare per forza all’Immacolata, dal lavoro che lo danno spesso solo ai cretini, dalle giornate uguali. Sono solo tre giorni e mezzo, ma tornare in montagna mi farà bene, lo sento. Spunto il quadratino del tag strade, consapevole che ogni volta che lo faccio sto per introdurvi sulla prossima via di fuga o, a ritorno, sto per raccontarvi di un posto molto diverso dal mio.