NOTTURNO BUS, HOSTEL 2 E CAGNY

(on the air: dEUS – Nothing Really Ends)

Oggi in buona sostanza dovevo lavorare e invece no. A Roma sono li santi patroni, ma noi lavoratori seri non ci fermiamo mai. Però alla fine m’hanno detto di restare a casa. Ed eccomi dopo le Tennent’s Super di ieri sera, che mi sono servite a dimenticare il ripugno di Hostel 2.

Vorrei in fondo parlarvi dei due film che ho visto, ma avendo ancora birra in circolo, mi limiterò a dirvi che Notturno Bus è un bel film, che vale la pena vederlo e che tutti gli attori sono al posto giusto, da Mastandrea alla Mezzogiorno (finalmente non in un ruolo lamentoso), da un magistrale Fantastichini a due cattivissimi e comicissimi Citran e Pannofino (cheppoi è anche il doppiatore di Clooney). Violento, movimentato e ironico al punto giusto. Hostel 2 fa un po’ ribrezzo, meno del primo, ma fa ribrezzo. Però la trama è deboluccia, perché è già stato tutto svelato nel primo. E la buona idea di approfondire più la mentalità dei carnefici viene sfruttata da Eli Roth soltanto in parte. Ci sono chicche per gli amanti del cinema anni settanta: dal cameo di Edwige Fenech nel ruolo di una prof di arte a quello di Ruggero Deodato, storico regista horror, nei panni di un cannibale, fino a Luc Merenda, attore di poliziotteschi, alter ego di Tomas Milian, che interpreta, ma tu guarda, un detective italiano. Anche vedere Karl (l’attore Richard Burgi) di Desperate Housewives con una motosega in mano, fa un effetto strano. Insomma, meglio Notturno bus.

Ma quindi poi? Non saprei, c’è una cornacchia che fa casino qua fuori, perché voi non lo sapete ma a Roma le cornacchie hanno soppiantato e ucciso i piccioni. Considerazioni di un certo livello.

…Oh però mentre scrivevo questo post, sono uscito e tornato. E sapete perché? Ho avuto un piacevole incontro con Cagnaccio e la sua consorte che erano in giro per la capitale, in questa giornata che per certi versi sa di città fantasma del vecchio west. Manca il saloon, ma sono dettagli. Adesso trasloco il link di Cagny dalla seconda alla prima colonna destra, la nutrita schiera degli Oltre lo schermo. Arrivedòrci.

LA CENA DI LAVORO

(on the air: Meck Feat. Dino – Feels Like Home)

Ma tu guarda, quasi un litro di vino bianco ignorante, una gracqua, grappa che sembra acqua, più uno Zacapa,  costoso rhum guatemalteco ingurgitato (in) un bicchierino fatto di cioccolato fondente. Contorno di cena romanaccia, mendicante pseudo-giamaicano che canta una cover caraibica di Sarà perché ti amo e risate alle lacrime. Risultato: sto bene, tutto sommato. È bello avere dei colleghi iscritti agli alcolisti anonimi. Ben vengano le cene di lavoro. Adesso mi rapporto con il  ventilatore,  il sommo appiccicume regna senza soluzione di continuità. Spero di sognare la pioggia, il freddo, l’inverno, il cataclisma e le glaciazioni eterne, al limite financo il rigenero dei dinosauri che mi sono simpatici da quando ero alto meno d’un metro. Un dì mi sveglierò dall’ibernazione e sarà un mondo migliore. Ne riparliamo un altro giorno, eh.

"BUONA VITA" A CHI?

(on the air: Gym Class Heroes – Cupid’s Chokehold)

Scusate se sono sparito, ma del resto col caldo, insomma vi avevo avvisato. Poi in questo fine settimana ho trottato come non mai e ancora non ho finito. È sempre così quando viene qualcuno da fuori, soprattutto un’amica della Noe cui piacciono i posti fighetti. E così con la scusa di non far mancare niente alla fanciulla (ma in realtà anche per far casino tutti insieme) s’è improvvisata una movida romana tra il solito Ponte Milvio e il mare di Punta Rossa al Circeo. Ho fatto il primo bagno di stagione, mi sono ustionato le spalle come un coglione, ho fatto grandi abbuffate di pesce. Ho speso un sacco di soldi, sì. Mi sono drogato di vita, lo ammetto, anche se è una frase che mi fa cagare; avete presenti quelli che salutano dicendo buona vita? Ecco, al rogo. Insomma ho dimenticato persino il rodimento di culo lavorativo, chè quando i vertici sono inetti ti verrebbe da incazzarti come una iena e invece ingoi fumo e veleno in sala tabagisti, così, per ammorbidirti un po’. E non ho finito. Oggi si va alla stazione a riaccompagnare la fanciulla. Domani cena di redazione a Trastevere. Che è preoccupante. Anche perchè giorni fa abbiamo trascorso la pausa pranzo in osteria con tanto di vinello della casa e abbiamo già regalato perle, nonchè subìto grave abbiocco pomeridiano. Permettetemi anche di salutare Ninna che giovedì scorso, in un momento solo apparentemente tranquillo – in realtà stavo già a tremila –  mi è venuta trovare in pausa pranzo. Però niente osteria e vinello. Ora porcoggiuda vado a mettermi un tir di crema doposole.

VOGLIO REINCARNARMI IN UN ESCHIMESE

(on the air: New Order – Hey Now What You Doing)

Ero convinto che la mia soglia di tolleranza nei confronti del caldo fosse leggermente aumentata. Ho scoperto che non è così. Mentre scrivo c’è ‘sto stronzo di Lucignolo che parla del caldo che arriva: ci sarebbero elementi sufficienti per suicidarsi all’istante, ma come se non bastasse, il sottoscritto ne risente anche a livello cutaneo, metteteci le zanzare e la voglia di fare qualsiasi cosa che scende a zero, inversamente proporzionale alla colonnina di mercurio. Fermo qui l’invettiva perchè anche la voglia di scrivere non c’è. E come ogni anno, fanculo al caldo africano, non mi interessa nemmeno andare al mare. Voglio solo reincarnarmi in un eschimese, anzi in un eschianno, e vivere in un cazzo di igloo pescando pesci surgelati.

TU LA REGINA DEL CELEBRITÁ

Titolo preso in prestito da una canzone degli 883

(on the air: Cake – Long Line Of Cars)

Venerdì scorso si è sposata la figlia del commercialista. È strano quando si sposa la prima ragazza che hai avuto, sì indubbiamente. Ma è molto molto più strano quando si sposa una tipa che hai visto solo una volta nella vita, ma che può fregiarsi del titolo di essere stata il tuo primo primo amore. Quello di quando capisci che hai delle pulsioni che prima non avevi, quello che resta rigorosamente platonico, ma pensi per anni con la scritta sul diario, che un giorno o l’altro la rivedrai. Tra un Nick Kamen e una Kim Wilde. E chi l’ha più rivista? Adesso a tredici anni ci si bacia, anzi si fa molto di più, all’epoca io non ne capivo un cazzo di queste cose, tredici anni io, undici lei. Vent’anni dopo, convola a nozze. Con chi non lo so, ma qualcosa comunque verrò a sapere. Sono proprio curioso di capire chi mi ha sostituito, visto che qualcuno una volta insinuava che questa qui dovesse essere una sorta di mia futura moglie, che tra l’altro era pure un buon partito. Eppoi il commercialista divenne ex commercialista di famiglia e buona notte ai suonatori. Mi dicono che lei sia diventata insopportabile, o forse lo era già. Spero si sia anche imbruttita. Del resto si sa che chi è bella da adolescente, da grande c’ha il crollo.

Ma visto che esiste un blog apposito per ricordare questa storia così interessante, vi suggerisco, vi intimo, anzi vi costringo ad andare a leggere quiAtaru e la figlia del commercialista. C’è da divertirsi, immalinconirsi e invecchiare all’istante. Buona lettura.

CIAO BIC ROSSO!

(on the air: Morgan – Tra Cinque Minuti)

Il trentuno dicembre del duemilaessei mi serviva un accendino. Corro in fretta e furia prima che chiuda il tabacchi, che è notorio che mi riduca sempre all’ultimo secondo, e compro sigarette più accendino. Si avvicina il Capodanno, l’accendino lo compro rigorosamente Bic e già che ci sto, rigorosamente rosso. Qualcosa di nuovo, qualcosa di rosso, visto che le mutande rosse non le ho mai portate, neanche quand’ero infante. Una festa di Capodanno con gli amici tra cibi ricercati, pioggerellina e mortorio finale. Sigarette da fumare rigorosamente all’esterno, ma tanto la temperatura non era tanto inferiore alle minime di giugno. Scivolano i mesi e mi ritrovo a febbraio in terra bassa, belga, umida, fredda, piovosa. Io sono atipico: non sono di quelli che lasciano gli accendini a destra e manca e ne usano venti a botta, sono monogamo. E allora il Bic Rosso viene con me, passa al check-in di un viaggio partito in ritardo, tra rinvii, deviazioni e maltempo polare. Fuoco amico. Fuoco che quasi scoppietta come quello di un camino in mezzo all’aria frizzante, oppure in una stanza di un albergo di lusso pagato poco. Eppoi in giro per Roma, quando qualcuno mi chiede da accendere, c’è sempre lui, donne e uomini, vecchi e persino bambini, e mi duole dire che ogni tanto qualcuno me n’è capitato. Ma non sta a un fumatore rompere le palle al bimbo che inizia a fumare. Io lo faccio accendere, cazzi suoi. Col mio Bic Rosso. Una mattina di tre mesi fa, come un fulmine a ciel sereno arriva il lavoro. Arrivano persone nuove, persone che avrei fatto presto a considerare familiari, divertenti, urticanti ma solo raramente, e quasi di casa. Lui è lì con me in sala fumatori, è con alcune di quelle persone quando serve da accendere. Mi chiedo quante sigarette abbia acceso. Ti aspetti che arranchi, che finisca e invece no. Anche in Toscana mi accompagna, al sole di fine aprile,  con gli occhi schermati da occhiali chiaroscuri e la consapevolezza di non essere più libero come un tempo. Di sapere che poi tornerò in quella sala fumatori o davanti a quel computer, con quelle persone. Ansie, nuovi pensieri, tanto fumo e dell’arrosto ne parliamo in un’altra vita. Maggio. Poi giugno. Una sera questa, piuttosto appiccicosa, anche se adesso la temperatura è calata ed è l’ideale per dormire, cheppoi mi sveglio alle otto. Un pub, tanta gente, il sapore della birra che latita in bocca perché il tavolo ancora non c’è.  Fumare è la soluzione migliore, ma ecco che la scintilla non è più fiamma. Sei mesi e mezzo esatti dopo, il Bic Rosso ha optato per la pensione. Sorrido, non son mica triste. Adesso si è ritirato nel cassetto dei ricordi, con altri millemila accendini di cui a malapena e solo in certi casi ricordo il curriculum vitae. Una fiamma che dura così tanto è una bella fiamma. Che ha assistito al cambio radicale della mia vita, alle follie, i punti fermi, le cazzate, il cinismo, i dubbi; che c’era sempre. Che sembrava davvero non dovesse finire mai. Neanche ieri pomeriggio mentre ascoltavo un vecchio pezzo dei Bluvertigo in perenne loop in macchina. Siamo tutti più freddi di quanto crediamo, siamo molto più insensibili di quanto pensiamo. Ci desideriamo, poi ci amiamo, chissà perchè ad un tratto ci dividiamo. I still love you. Adesso invece, in loop c’è il nuovo singolo di Morgan. Il Bic Rosso chiude la sua brillante carriera in mezzo agli onori del popolo, grato a lui che ha vissuto uno dei cambiamenti storici della mia vita e lo ha fatto come se niente fosse. Fossi capace io.

Dedicato al Bic Rosso.

31dicembre2006/14giugno2007

LE FONTANELLE NON SONO DAPPERTUTTO

(on the air: Kaiser Chiefs – The Angry Mob)

Sono partito dall’assunto che le fontanelle a Roma siano ovunque. Mi pare ce ne sia una proprio lì. E cazzo, poi la maggiorparte delle volte si scopre che è frutto della fantasia. Oggi ricorre il dodici giugno, che per i lettori più attenti è il mio giorno sfortunato per eccellenza, anche se l’anno scorso non mi è capitato niente. Incrocio le dita, fatelo anche voi, frattanto sono passato a fare scongiuri al piano inferiore. Ma io vi dico che le fontanelle non sono dappertutto. Stanotte dopo il panino di Castel Sant’Angelo (adesso perchè ho perso qualche chilo e a pranzo mangio Biafra-style, credo erroneamente di potermi permettere ettolitri di long island e quintali di hamburger a notte fonda) alla fine abbiamo trovato il fontanile di età neolitica sulla Camilluccia. Ma prima le fontanelle sembravano scomparse tutte. Semplicemente perché non c’erano mai state se non nella nostra mente. E forse non sarebbe il caso che qualcuno facesse un censimento delle fontanelle di Roma? Non so, checcazzo, mettiamole anche sui navigatori satellitari. Tra-cento metri-svoltare-a-destra e giù a sgargarozzarsi d’acqua gelida. C’è sempre gente che ha tempo da perdere, dunque -per le tubature di Giove!- che qualcuno si offra volontario e censisca questo bene così prezioso. Giuro che poi mi compro il navigatore e il  cd a scopo dissetante. Nella mia città i fiorai restano aperti anche di notte e noi ci si è sempre chiesti il motivo: spacciano droga? dormono in loco così da non riporre i fiori nel chiosco? o semplicemente sanno che circolano dei leggendari romantici notturni che preferiscono una rosa a un pacchetto di preservativi? A saperlo. Basterebbe chiedere a loro, ai fiorai. Però divago perché di solito dove c’è il fioraio c’è la fontanella. E non è vero manco per la ceppa. Cioè almeno non proprio vero. Quando però la trovi, tappare la cannella e bere dal buchino sulla gobba, è un’esperienza mistica. Pensate che adesso, da quando il mio quartiere, storicamente nero, è finito in mano alla sinistra, il sindaco ci ha omaggiato di due panchine micragnose e una succulenta fontanella. Io ho una fontanella quasi sotto casa, lo capite? E poffarbacco, perdirindina e porcatroia, mi dimentico sistematicamente che lì, qui, proprio a pochi metri dal mio culo comodamente posto sul sedile anteriore della Mini, l’acqua scorre copiosa e senza macchia. L’acqua non macchia infatti. Attendo fiducioso il navigatore delle acque urbane. Che detta così,  mi sa di nocchiero in balìa della rete fognaria. Che esso mi guidi anche sotto casa ad abbeverarmi.

Il panino era saporito anzichenò, si nota tanto?