GIORNATE ALLA RINFUSA

(on  the air: The Cinematics – Break)

Ho addirittura fatto lavare la macchina, non c’è più religione. Ma giusto perchè è nuova, quella vecchia non la lavavo da almeno cinque anni, almeno eh. E la nuvoletta di Fantozzi era lì in agguato da almeno cinque anni e stava quasi per colpire. Del resto l’anticiclone numero 1024, detto anche delle Azzorre, ci ha abbandonato. Da piccolo mi colpiva ‘sto numero 1024 sulle cartine del meteo. Sono pronto per il matrimonio della cuginetta, mi sono anche tagliato i capelli da bravo ragazzo scapigliato per finta. Devo dire che in questi giorni c’è serenità. Sabato, ad anni luce dal casino dei villeggianti forzati del uicchend, il mare esclusivo ed un po’ snob di Punta Rossa al Circeo era ancora un po’ freddo, eppure un bagno fugace non me lo sono negato seppur fino alle cosce per non rischiare i gioielli di famiglia. E la sera una meritata frittura di calamari e gamberi per riprendersi dalle fatiche marine insieme ad un cast d’eccezione: tutti quelli che vorresti accanto in una giornata fuori dal mondo. Questa è vita, lo ammetto. Mi sono persino concesso il lusso di andarmene al cinema da solo, mentre gli altri guardavano Il Codice da Vinci, io ero sbracato su tre poltrone a vedere 4-4-2, il gioco più bello del mondo. In tre dentro la sala enorme, gli altri due manco li vedevo. Per giunta il film era pure caruccio. Mi mancava il cinema da solo, una volta in montagna ero andato in discoteca da solo, quello sì da uomo con le palle, o sfigato, come preferite. Magari un giorno ve lo racconterò nel dettaglio. Dopo essermi goduto la mostra di Modigliani, venerdì scorso è toccato ad Antonello da Messina, uno che faceva i quadri talmente realistici da sembrare quelli che muovono gli occhi nei film gialli d’annata. Un cocktail in mezzo alla gente di Trastevere che di lunedì sera ormai conosci tutti, eppure la vita non manca, il pianeta gira solo un po’ più lento e meno male. C’è spazio, ieri-martedì, anche per il remake di una sera galeotta di circa un anno e mezzo fa, che scivolò via tra miriadi di piacevoli chiacchiere e post del blog da mettere in cantiere. Stesso pub stesso tavolo, ma stavolta non c’è bisogno di parole, bastano gli sguardi, i baci. Leggeteci pure fancazzismo in tutto questo, è vero, non v’è dubbio di sorta e neanche sorta di dubbio. Ma è bello usare il blog per raccontare una settimana piena di cose, condividerle con chi legge, sperando che qualche invidioso non mi tiri sfiga, visto che almeno per una volta racconto cose parzialmente invidiabili. Domani il matrimonio di una persona, mia cugina appunto, che ho visto anche battezzare – è la prima volta che accade un fatto simile e mi sento schifosamente anzianotto – e che per un certo periodo è stata la sorella che non ho mai avuto (sia chiaro che comunque sono fieramente e felicemente iscritto al partito dei figli unici). E l’imminente marito lo conosco e non mi è cordialmente simpaticissimo da circa una ventina d’anni, ma mica me lo sposo io, quindi va bene così.

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STORIE DA PRIMA CALURA

(on the air: The Strokes – Heart In a Cage)

Ricominciano ad appiccicarsi i vestiti addosso, sensazione odiosa. Ricomincia il caldo, la gente coi finestrini aperti, due ragazzotti che ascoltano e cantano a squarciagola Quello che le donne non dicono della Mannoia, ma il semaforo bisestile si fa rosso e loro si vergognano che io li guardi con aria estremamente perplessa. Oltretutto ho la radio spenta, nonostante in questi giorni mi stia abbandonando al piacere del random sul mio cd mp3. Tanto ci potrai trombare quiiii, abbozza uno, tanto per farmi capire che loro non sono gay. Di certo non mi imbarazzerò più quando mi capiterà di ascoltare chessò, la sigla di Carletto il principe dei mostri o Luna di Gianni Togni. Che non capita, ma mi è capitato sabato scorso in macchina degli altri, ascoltando la vecchia Palo Compilation del Rix. Quando ancora il Rix non era schiavo di una strana setta spillasoldi capeggiata da un vescovo scomunicato e una santona che si rotola per terra quando qualcuno pecca. Roba da denuncia magari a Striscia o Le Iene. E il Rix ce lo siamo perso per strada così. A volte la realtà supera la fantasia, sarà pure un luogo comune, ma è tremendamente vero. Credo che quest’anno farò uso di aria condizionata in macchina per la prima volta nella mia vita. Ce l’ho, la uso. Anche se sono soggetto a soffocamento e bramo l’aria del finestrino in faccia, quindi alternerò, tanto il nuovo tempio a quattro ruote è stato già ampiamente dissacrato dalle sigarette, ma l’odore di nuovo c’è ancora. Il caldo si diceva. L’altra sera ho presenziato alla manifestazione semiparrocchiale Quando la salsiccia incontra il rock, rock-contest più o meno truccato, in cui l’ottimo gruppo del mio cuginetto (Kubard and the Drinkers, gli faccio pubblicità) è stato ingiustamente brutalizzato dagli organizzatori che gli hanno tagliato l’esibizione riducendola da otto a tre pezzi. Dentro una palestra a Ponte Milvio, mentre di fuori i pischelletti farcivano rosette con salsicce per tutti. Tranne che per noi, visto che non ci conoscevano ed eravamo vecchi e decrepiti. Per fortuna che c’era il Kappa che faceva lo sguardo truce e soprattutto che non voleva che scrivessi sul blog della sua partecipazione all’evento. Mi capirà, ne sono certo. E per fortuna che c’era mia cugina, che ha un poco rassicurante passato di raver cattiva, a rimproverare i bimbi salsicciari. Insomma nobilissima manifestazione, ma dentro la palestra si crepava dal caldo. Che è il filo conduttore del nostro racconto di vita di oggi. Io non sopporto il caldo, credo si sappia, sono tre anni che vi rincoglionisco con la stessa cantilena. E tremo all’idea che un’altra cuginetta, lei con passato meno burrascoso, si sposi il primo giugno. Devo comprare una camicia bianca, che l’altra non mi chiude il collo e c’ha il doppio bottone. E temo la giacca e la cravatta e il vestito in frescolana. Il frescolana è un fottuto ossimoro purtroppo. La lana non è mai fresca, cribbio. Intanto sabato prossimo in quel di Torino si sposa un’altra persona a me cara, la Pisella. E così, dopo aver battezzato e metabolizzato i matrimoni di migliori amici ed ex compagni di scuola, cheppoi collimano, ecco quasi in contemporanea la prima cugina e la prima ex all’altare. Vabbè, aggiorno il Flickr e posto.

SANGUE – la morte non esiste

(on the air: Giardini  di Mirò – Last Act in Baires)

Mentre tutto il mondo è indaffarato a decidere se Il Codice da Vinci sarà un successo o un fiasco, mentre gli anticlericali e gli estremisti cattolici si sfidano in inutili duelli per arrivare a non si sa bene cosa, c’è un film che è uscito in otto sale in tutta Italia: Sangue – La morte non esiste. E’ probabile che molti di voi non sappiano neanche di cosa sto parlando, eppure nell’unica sala di Roma dove viene proiettato, si registra il sold out. Il film è l’opera prima di Libero Picchio De Rienzo, noto ai più come il geniale Bart di Santa Maradona o lo stralunato Dante di A/R Andata e Ritorno, entrambi firmati da Marco Ponti. Di questo film, oltre che regista, De Rienzo è autore, sceneggiatore e addirittura montatore, nonchè attore seppur solo per dieci minuti. Quattro settimane per girarlo, budget estremamente low cost (il costo di una scampagnata al mare, dice Picchio), ambientato a Torino come i due film di Ponti e come Tutti giù per terra, una città che evidentemente si presta bene al disagio generazionale. Una Torino nevrotica, allucinata, in certi punti da horror gotico. Il regista, come qualsiasi scrittore o cantante al primo lavoro, butta dentro tutte le sue idee, costruendo un pasticcio gigante. In cui c’è da prendere, a mio avviso, molto di buono. Iuri e Stella sono due fratelli, lui figlio di uno stupro; lui è innamorato di lei, lei non si capisce se e fino a che punto, di certo non è una sorella normale. Incesto. Soltanto uno dei temi crudi toccati. Lui spaccia droga. Lei la consuma con lui. Canne come sigarette, una dietro l’altra, trip come birre. L’atto primo è Il racconto di Stella. Stella è Emanuela Barilozzi, non bellissima, fragile e schiava delle paure, prima fra tutte quella che il fratello possa commettere sciocchezze quando lei se ne andrà a New York per fare la ballerina. Iuri alleva zanzare e le ciba con il sangue del suo braccio. Il secondo atto si svolge in un rave party. E se nel primo (un mega flashback che indugia in immagini volutamente fuori sincrono rispetto alla voce) le inquadrature sono singhiozzanti a mo’ di videoclip dei Prodigy, nel secondo diventano di uno squallore quasi angosciante. E lasciano spazio alla cupa violenza della polizia che irrompe armata di manganelli nel capannone del rave. Poco prima, tutto da gustare e da ridere il cameo di Libero De Rienzo, che recita in uno spagnolo più o meno maccheronico. Iuri è il talentuoso ed espressivo Elio Germano (Che ne sarà di noi, Romanzo Criminale e prossimamente diretto da Virzì in un film su Napoleone con Auteuil, la Bellucci e Mastandrea) che si cala bene nel personaggio fragile, aiutato dal suo fisico tutt’altro che imponente. L’epilogo comico fa ridere, fa riflettere con moderazione, forse commuove di amarezza, spiazza, ma non vi dico come va a finire. Durante il film si avverte una sensazione sinistra, ansiogena, si ride ma subito dopo torna l’ansia, tra primi piani e visioni appannate che rendono l’idea di un trip allucinogeno anche allo spettatore. La regia è convulsa, ma non per questo deludente, anzi. Il ritmo è serrato poi sincopato, ma non annoia mai. Ottimo attore non protagonista è Luca Lionello, figlio di Oreste, probabilmente il personaggio più divertente del film. E’ un ritratto generazionale estremo nel quale, io, completamente inesperto di rave party e droghe sintetiche, non riesco a riconoscermi neanche un po’ e non riesco a capire quanto ci sia di reale. Però una volta tanto il trentenne depresso viene lasciato in cantina. Disagio portato al limite, quasi alla macchietta. Non vediamoci dietro chissà quali messaggi, neanche nel tragicomico e un po’ retorico sermone finale contro gli uomini, la chiesa e le divise. Non credo che il regista voglia questo. Secondo me non sa nemmeno lui cosa vuole, se non disseminare citazioni di libri e film e ficcare dentro qualsiasi cosa abbia in mente fino ad esasperarci. Grandiosa colonna sonora firmata dagli imperatori del post rock italiano, i Giardini di Mirò.

Filo conduttore di tutta la storia è un fatto di cronaca, un suicidio. Il suicidio, la paura della morte, il vuoto dopo la morte stessa, schermo bianco, la morte non esiste.

In definitiva lo consiglio a chi ha voglia di vedere qualcosa di originale e di diverso, che nel panorama spesso banale dei blockbuster americani e di molti film italiani scontati, può essere merce rara. Per me è un bel film, anche se dalla recensione magari non sempre si capisce. Otto sale in tutta Italia, una miseria. A Roma andate al Mignon, zona Piazza Fiume. Altrimenti si può reperire abbastanza facilmente in giro per la rete. E mai come in questo caso potrebbe essere utile, visto che la distribuzione è vergognosa.

Post Scriptum

" Esco in 8 copie e "Mission impossibile III" esce in 1000. Quello non serve a un cazzo, il mio resterà, e che cazzo."

"Se non cambiano le cose, il primo progetto che ho è di andare via da questo Paese. Distribuire in 8 copie questo film vuol dire imbavagliare una voce diversa dal coro. Abbiamo 1000 copie di Tom Cruise, del "Codice da vinci", di "Il mio peggior nemico". "L’imbalsamatore" (di Matteo Garrone – ndr), "Respiro" (di Emanuele Crialese – ndr) sono usciti distribuiti malissimo e poi hanno vinto all’estero e sono stati ri-distribuiti. Non ho capito perché, visto che abbiamo vinto premi, decidono di fare una scelta così distruttiva: 8 copie vuol dire che non si vuole distribuire. Allora non capisco a che serve la distribuzione. Se il gioco è questo allora vuol dire che il cinema in Italia è morto. Esiste un pubblico enorme che non ci va più al cinema, che vuole vedere film diversi e 8 copie è una cosa ridicola. "

Libero De Rienzo

SERENITA’ A MOMENTI

(on the air: Gionata – Vorrei Essere la Moda)

Ogni volta che riincontro Tyler Durden mi commuovo, come se ritrovassi un vecchio amico. E così ho appena finito di (ri)guardare Fight Club e una volta di più mi sono fermato a riflettere sulla genialità di Chuck Palahniuk. Non che volessi parlare di questo, ma già che non mi aspettavo di tornare a casa dopo una tranquilla serata trasteverina e trovare Tyler, ho sentito il bisogno di dedicargli l’inizio del post. Anche perchè negli ultimi giorni, bene che ti va, accendi la tv e trovi il faccione di Luciano Moggi o i capelli alla vitamina A del dimissionario Biscardi. Se ti va male ti si para davanti un tal demente siciliano di nome Rosario Rannisi che passa di reality in reality. Piano piano la serenità torna. Funziona così, andare a mangiare il pesce fresco in una serata fresca in riva al mare, guardare un film disimpegnato e fresco per forza di cose (L’era glaciale 2) di sabato in un cinema semivuoto e non vedere la gente scassapalle che invade i locali tanto da dimenticarsi che è sabato, passare la domenica in santa pace tra relax, cuscini, cucina e passeggiate. Per giunta incontrare un gatto per strada che si sveglia dal suo pacioso torpore sul cofano di una Lancia anni sessanta, solamente per strusciarsi alla tua gamba. E celebrare il consueto rito dell’uscita del lunedì tra cocktail dissetanti e panini malriusciti, mentre i ragazzini coglioni al fresco di Ponte Milvio, si preparano a buttare via i libri di scuola e rollano canne sul greto del Tevere. Fino ad arrivare a stasera o ieri per chi legge. Trastevere che comincia a popolarsi anche ad inizio settimana. Le turiste straniere con le gonne a pois, l’ennesima porcheria architettonica veltroniana perpetrata ai danni di piazza San Cosimato, Cencio alla Parolaccia che al posto degli stornelli romani canta Renato Zero, Baglioni, Britti o non mi ricordo chi cazzo era, uno screwdriver molto poco alcolico, pizza genovese di accompagnamento, dance anni novanta in macchina e poi Tyler Durden. Oddio poi tutto perfetto non può essere: giro su Canale 5  e la Levi Montalcini e Costanzo fanno a gara di ti trasformate in ci ed esse supersibilanti. Ma sono dettagli. E’ tornato il sereno che se n’era andato senza cause scatenanti.

CONCETTI SOGGETTIVI

(on the air: Sukhwinder Singh, Sapna Awasthi Featuring Panjabi Mc – Chaiyya Chaiyya Bollywood Joint)

Sono sicuro che da qualche parte piove, al momento non qui, nonostante le previsioni paventino secchiate d’acqua da una settimana. Avrei postato volentieri su Ferrara, sul ginocchio che mi ha abbandonato sul più bello nel ciottolato lucido della capitale della salama da sugo, ma il tempo passa, i neuroni prendono proprio l’aereo che viene dirottato da monoorganismi dissidenti e precipita nello stretto di Bering. Un disastro, essi non torneranno più. E portano con sè i ricordi nitidi di qualche settimana fa. E il post non si fa più. Non mi resta che sistemare le foto per benino, la memoria fotografica non sbiadisce. Il tempo passa e te ne accorgi dagli scaffali di Blockbuster. Alcuni film che hai visto al cinema quando hai aperto il blog, o hai iniziato la tua storia, non solo sono usciti in dvd, ma tra poco cambieranno scaffale migrando dalle novità alla sezione adrenalina o magari commedie. Costeranno perfino meno e non daranno diritto a ricevere un risotto Knorr in omaggio. Segno del tempo che scorre inesorabile. Ti rendi conto che è quasi un anno che non racconti più alla gente quello che succede la domenica in campo, che vorresti raccontare quello che è successo a Moggi e gli altri e vorresti dire la tua con un certo sadico gusto, ma adesso come adesso puoi farlo solo qui o tra le mura domestiche di qualche amico. La tua macchina è nuova, il tuo cellulare è nuovo, il governo non è tuo ma è nuovo pure quello, addirittura il presidente della repubblica è cambiato. Tu sei lo stesso ma ti perdi in risvolti passati, crisi presenti, felicità future, tranquille turbolenze, turbolente tranquillità, mentre una palla gialla con il numero uno stampato sopra, rotola in buca centrale a destra. No ma va tutto bene se qualcuno si fosse preoccupato oppure pensasse di esser riuscito nella sua macumba con gli spilli. E’ solo un po’ di confusione temporanea. Non ho ancora capito se questo cazzo di tempo è veloce o lento, più o meno quanto i meteorologi non hanno capito se il tempo è bello o brutto. Allora diciamo che il tempo è soggettivo. Ieri c’erano sia le nuvole che il sole, puoi dire bello o brutto, io ti do ragione o torto, come mi pare. Quest’anno è volato, ma ci sono dei giorni che sono durati il triplo. E allora?  Fai come ti pare. Un effetto del tempo è che da piccolo per esempio, mi chiedevo come producessero i wurstel, mentre adesso li mangio e non ne voglio sapere più niente. Nasce così la teoria dell’inconfutabilità del wurstel; come è inconfutabile che ora spengo la luce. Se qualcuno mi verrà a dire che è accesa, perlomeno potrò dirgli che è oggettivamente spenta e che, sì, è letteralmente evidente che abbia preso un abbaglio (l’avete capìta, no?). Più che abbaglio, ormai questo è un guazzabuglio. Adesso non mi va neanche di fare a cazzotti con le colonne del garage. Che tempi, signora mia, che tempi.

Post aggiornato con un link, notatelo.

VECCHI TEMPI DI UN VECCHIO BLOG

(on the air: Matchbook Romance – Are You Afraid of Monsters?)

Era tanto che non mi capitava di accendere qui tutto l’ambaradam e aver voglia di scrivere quasi alle cinque, come ai bei tempi, quelli che di sicuro gli aficionados ricorderanno. Sentire il bisogno di comunicare anche non dicendo niente, tanto per cambiare. Preso dalla macchina nuova, dal suo odore, da un’accurata selezione di centodiciannove canzoni da ascoltare mentre mangio asfalto. Preso da bei film (Inside Man), bei concerti (Ludovico Einaudi/Paolo Fresu), dal mio labbro spaccato da mesi, che spesso un bacio diventa uno spillo, allargarmi in un sorriso diventa faticoso e se mi ci si attacca una sigaretta sono cazzi. Serate frescocalde che scorrono bene, benino, qualcuna lascia traccia, qualcuna no. Non c’è un vero motivo perché mi trovo qui, vostro onore, fa tanto film americano però. Vedi ora ad esempio, ho perso tempo leggendo altra roba e mi è già passata la voglia di continuare qui. Ho post nascosti nei cassetti accanto a cose che uso poco, tipo mazzi di carte, accendini smessi, scatole di occhiali, la tessera elettorale. Sono lì, in fondo, io adesso guardo dall’altra parte, faccio lo sguardo assente, e se al tatto li trovo, vi giuro che li metto qui. Questo l’ho trovato sulla tastiera, guardavo il vuoto ma le mani andavano da sè. Va da sè che ora pubblico il post con questo nuovo Splinder Sei più bianco e più stretto come uno slogan di un fustone di detersivo andato a male.

ASSO ASSASSINO*

(on the air: Mousse T vs The Dandy Warhols – Horny As a Dandy)

*Visto che ancora non sono ritornato a pieno regime, vi propongo la collaborazione tra Ataru e il suo idolo nonchè mentore Alessandro Bergonzoni. Il racconto è stato iscritto al concorso Sedani e non ha vinto. Ma non mi aspettavo tanto, anche perchè pur amando i giochi di parole, non amo i giochi di carte. Istruzioni per l’uso: l’incipit in corsivo è di Bergonzoni, il resto è indegnamente prodotto dalla mente del sottoscritto.
 
Forse uno dei giochi più grandi che siano mai esistiti. E’ obbligatorio giocare in due ma si può essere anche in dieci. Si danno novanta carte ciascuno poi ci si lamenta perché non si riescono a tenere in mano, cadono… Allora alcuni se ne vanno, otto per la precisione, così si resta in due e si può cominciare a giocare; se se ne vanno in sette si può stare lì anche degli anni. Il primo che fa scopa spazza il piatto ma il piatto piange perché gli è arrivata della saggina negli occhi e questo è regolare; l’altro dice cip e gli uccellini bussano. Chi apre per primo vede, chi chiude gioca al buio, allora l’altro torna a bussare incattivito soprattutto se ha il cavallo di bastoni perché non sa dove metterlo! Mai avrebbe pensato che per una partita a carte ci volesse una stalla! Allora la prima mano finisce in mezzo alla porta di chi ha chiuso per primo, regolare, finché un giocatore, di nascosto, si butta sotto al tavolo e comincia a fare: blef, blef, blef, blef, blef, blef. L’altro si accorge che sta bluffando e si accorge che è rimasto con una carta solo in mano: infatti vince chi resta con la carta in mano. E, secondo me, chi resta con la carta  in mano vuol dire sì che è andato in bagno, ma non ha concluso. Ma c’è un ma.
Se la carta uscita è un jack, bisognerà vedere se è un’uscita video o audio e procurarsi un cavo per ricollegarsi al gioco. Ma se le carte fossero piacentine o napoletane, cambierebbe tutto. Intanto avrebbero un accento romagnolo o campano, ma poi ci sarebbe la matta. Ho visto gente finire in manicomio per la matta e credo fosse il posto giusto. Del resto la matta è un jolly, anche se mi pare che al circo nessuno abbia mai definito “matta” un pagliaccio: ci sarebbe rimasto male, gli si sarebbe squagliato il trucco, e un jolly con il trucco squagliato diventa un semplice fante di buffoni. Se un giocatore accusa, è chiaro che c’è un colpevole, che essendo in due nella stanza o è lui o è l’altro. Di solito è chi ha in mano l’asso e lo ha tenuto in un lasso di tempo ristretto, il tempo di una mano coll’asso in mano. Addirittura un collasso? E’ evidente che questo gioco nuoce gravemente alla salute, c’è scritto sulla scatola delle carte; a chi gioca fumando nuoce doppiamente alla salute.

 

 ps: se qualcuno passa dal Salone del Libro a Torino, troverà questi racconti al Padiglione 1, stand B15. Essendo impossibilitato ad andarci sarei grato se qualcuno trovasse il cartoncino con il mio racconto e anche quello della Noe. Se siete intenzionati a farci tale favore, contattatemi per ulteriori spiegazioni.