LE AVVENTURE DI ATARU E IL TASSINARO IMMAGINARIO volume 7

(on the air: Yael Naim – Toxic)

Quelli là, quelli, sì, avranno sui trentacinque anni.
Guardi degli ometti stempiati coi solchi in faccia e dici così. Poi ti rendi conto che oggi, sì proprio oggi, compi trentacinque anni e anche se non sei così, hai la loro età.
Hai un blog da sei anni, una ragazza da cinque, e via così fino ad arrivare a un lavoro da zero.
Sei lì che cerchi qualcosa di soddisfacente o anche di meno soddisfacente, quando all’improvviso squilla il cellulare.
Visto che quest’anno non è arrivata nemmeno una telefonata, del resto ci sono gli sms, c’è Faccialibro e sticazzi quanto siamo moderni, insomma ti fa pure strano.
Numero sconosciuto? Mmmm.
Dall’altra parte della cornetta si paventa una voce familiare ma che non sento da un bel po’.
Sor Simò, auguri!!!! So Enzo, Er Frittata!
Ma non ci posso credere! Lei! Ma quant…
Lasci stà, sto quasi dalle parti sue, oggi c’è sciopero della metropolitana, se lavora parecchio! Sta a casa o a lavorà?
Casa, ahimè.
Scenda sor Atà che se famo du chiacchiere e recuperamo il tempo perduto. C’ho 10 minuti prima de pijà ‘na vecchia qua intorno.
Ok, anche se tre anni in 10 minuti…

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Scendo che l’aria è frizzante, questo 16 dicembre me lo hanno regalato freddo e tendenzialmente grigio come piace a me. Mi infilo il cappotto grigio spinato, una sciarpa, brucio una sigaretta aspettando la Fiat 131 Mirafiori.
Che arriva puntuale e non crolla mai a pezzi. Quest’uomo ha una cura maniacale per il suo vecchio taxi, che se ce l’avessero tutti per il loro mezzo di locomozione, fallirebbero  le case automobilistiche all’unisono.
Stavolta indossa un giaccone di montone con qualche bruciatura di sigaretta, sicuramente le sue adorate MS, un maglione rosso a coste larghe, collo alto, una coppola grigia, pantaloni di velluto marroni e scarpe scure da uomo, di quelle per ogni occasione, macchiate di bianco qua e là, come quando qualcuno te le pesta.

Ataru: ma buonasera Enzo! sa quant’è che non ci si vede? l’ultima volta era Natale del 2006!

Frittata: ma infatti sì! troppo! pensava che fossi morto eh? famme dà ‘na grattata a li cojoni, va! che c’ho pure 78 anni, io!

A: ahahahha, ha fatto tutto lei, eh! Mi dispiace di non essermi fatto più vivo, sa quelle cose che capitano e non sai manco il perché?

F: ma che te credi, Sor Atà. Sarò pure rincojonito, ma nun m’offendo mica pe’ ste cose! Lo vedi? So passato e stamo qua a ride. La gente che se incazza e tiene er muso a vita lassala perde, se vede che nun c’ha le palle peffà pace.

A: sa cosa? Lei non doveva fà il tassinaro. Lei doveva diventare qualcuno di importante. Che ne so, un politico, un filosofo, non so…io la stimo, sa?

F: ma per carità, io sto tanto bene a guidà sto gioiellino! ahahahah (ride con l’asma).
Ma sai che prima ho portato du giapponesi a San Pietro? Sai che m’hanno detto? Cioè detto..io nun c’ho capito n’cazzo, però praticamente volevano che je facevo ‘na foto. Insomma dice de preme là, premo, je faccio ‘sta foto. Poi sta signorinella gialla me fa capì che voleva pure ‘na foto con me! Te prego, ma questi so scemi!

A: …e quelli fanno foto a tutti. Se l’è fatta fare?

F: alla fine sì, m’hanno regalato pure sto gatto, ma che ce devo fà? Mo lo butto, quant’è brutto.

A: mamama…quello è un Maneki Neko, il gatto portafortuna giapponese! Non lo butti, è bellissimo! Io adoro quelle bestie!

F: un machenichè? Senti famo ‘na cosa, sor Atà. Io t’ho portato du torroncini fondenti che so che te piaciono, ma perché nun te piji pure sto machittesenceco?

A: se proprio lo deve buttare…me lo prendo volentieri. Sa, c’ho pure bisogno di una certa fortuna. Non che ci creda, però già che questo oggetto kitsch mi piace, lo accetto volentieri.

F: meno male va! senti, io te devo fà tanti auguri pe’ sti…quanti so? Trentadue?

A: sor Frittà, magari! So 35! Si invecchia!

F: io ce n’ho quasi 80. Già che te sto pure a dà der tu, mo te ce manno! Come diceva Albertone, no? (canta) Te c’hanno mai mannato a quel paeseeee…ahahahahah

Nel mentre, gli squilla il cellulare. Suoneria? Una roba discotecara. Ti aspetti Claudio Villa e lui c’ha la house music. Gliel’avrà messa la nipote, penso tra me e me. Facendo un rapido calcolo quella avrà giusto 21 anni, l’età giusta per ballare il sabato sera senza bestemmiare per l’imbecille che ti sgomita accanto.

F: sì signora, me scusi tanto, sto arivando! Sa, c’è traffico. Sì, ho capito, deve annà dar dottore…sìsì…ma guardi sto qua dietro, mo vengo. Nun se preoccupi, arivo signò, j’ho detto che arivo, se fidi!

Attacca il telefono.

F: dupalle questa, c’ha 86 anni e rompe li cojoni come tutte le donne! Me  ne devo annà. Rinnovo gli auguri, sor Simò, non famo passà altri tre anni. Io ce sto sempre, basta chiamà.

A: grazie Frittà, arrivederla!

Puzza di scarico, fumo grigio, rumore di motore attempato, ciaociao. Non ci siamo raccontati niente di questi tre anni, ma sono contento così. Rivedere il vecchio amico immaginario m’ha fatto venire voglia di raccontarlo a tutti. Magari per salvare il mondo, ci vedremo un’altra volta.

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DICERIE DI DICEMBRE

(on the air: Arctic Monkeys – Cornerstone)


Sento un immotivato bisogno di scrivere. Sogno due volte di scrivere, laddove il bisogno è un sogno raddoppiato e non certo qualcosa di più terreno. Terreno fertile, coltivato a zolle, che se poi ci fosse una piantagione di barbabietole da zucchero sarebbe coltivato a zollette. 
Ma non vorrei poi finire per essere troppo dolce. Non vorrei finire col dolce. Un amaro, grazie. Il digestivo a fine pasto è una grande invenzione, di quelle che ti cambiano la vita. Adesso però non esagererei, non possono cambiarti la vita, cioè, se hai mangiato tanto, il digestivo sgonfia sì, ma non fa dimagrire, cioè, la vita rimane la stessa o comunque tende ad allargarsi. Fai un altro buco alla cintura. Povera cintura ormai tossicodipendente, bucarsi le accorcia la vita. A lei sì che cambia la vita, non come il digestivo che quando lo prendi è sì una grande invenzione ma non ti cambia la vita, la vita rimane la stessa e l’ho già detto.
No perché uno rischia di diventare ripetitivo. E se uno diventa ripetitivo, volete per favore spiegarmi quanto tempo si può impiegare per contare fino a dieci? Uno, uno, uno, uno, uno, uno, un..basta! La prossima volta mi accieco io e chi s’è visto s’è visto, disse la mosca cieca in evidente stato confusionale.
Insetti alati  ipovedenti danno il nome a giochi per bambini.
Ma in che razza di società viviamo?
Viviamo ahimè nella società delle pubblicità ingannevoli, del fu stino che più bianco non si potè, perché se fu stino, adesso non lo è più e allora cosa vuoi che i panni ti diventino bianchi?
Nella società dell’inquinamento, del vietato fu mare, perché forse una volta lo era, mare, adesso c’è il divieto di balneazione altrimenti si nuoterebbe nelle cicche. 
Viviamo in tempi oscuri almeno quanto il trapassato remoto del verbo rabbuiare, terza persona plurale. E non nascondo la mia stessa difficoltà solo nel pensare a qualcosa di così complesso. Mica come il complesso di Edipo, che una volta finito di suonare, tutti i componenti dedicavano il pezzo alla mamma. Mai una volta che salutassero il papà, niente, solo la mamma. Tanto che i papà fondarono un proprio gruppo chiamandolo Abbiamo dei figli veramente, ma veramente stronzi.
Fecero un solo disco che andò talmente male e talmente non piacque che chi lo comprò ne fece una disciplina olimpica. Il lancio del disco. Chi al lancio preferì le lancette ne fece un disco orario. Ci fu anche chi sentendolo in posizioni scomode si ammalò di ernia del disco, ma furono casi rari. Come anche quelli che lo usarono come esca e pescarono la cernia col disco.
Esca pure! Disse l’amo al verme. Nessuno disse al verme che l’amava, intendiamoci, parlavamo di pesca. Ma di pesca come hobby o pesca come frutto? Se era il frutto, a questo punto era bacato.
Non so voi ma io mi sento confuso, frastornato, frastagliato, che è una delle parole più belle del mondo.
Ed è logico che se scrive la parola più bella del mondo, uno si ferma. Ma se uno  si ferma, c’è sempre il problema di non riuscire a contare fino a dieci. Non lo farò, non ci contate. Piuttosto…cameriere, il conto! Anzi, no, mi porta per favore un digestivo? Sa, il digestivo è una grande invenzione, ma non cambia la vita.
Mangiare, ingrassare, dimagrire, digerire, i bisogni quelli terreni, ma anche quelli meno terreni che alla fine dici sì, volevo scrivere ma forse rimando.
E se scrivo rimando, sono forse un poeta? (questa ci mette un po’ ad arrivare).
Ai posteri l’ardua scemenza.