PER CUI LA QUALE: CICALE CICALE CICALE

(on the air: Julie’s Haircut – Satan Eats Seitan)

M’è finita la stagione dei concerti (Nouvelle Vague, Subsonica e il concertone indierock che vi ho raccontato). M’è finito il lavoro, aspetto l’ultimo stipendio per dirmi disoccupato, ma intanto mi professo meschinamente in ferie. Non v’è dubbio alcuno che questo limbo, lasso di tempo che mi separa dalla partenza per Barcellona è un limbolasso completamente vacuo. Con questo non voglio dire che chi è ancora chino sulla scrivania, sui libri o su se stesso, stia meglio di me, anzi. Sta peggio. Questo stronzo periodo che ci divide da mète più o meno esotiche, dai sette mari, dalle otto montagne e dalle nove capitali del mondo è definitivamente uno stronzo periodo. Scollinato mezzo luglio, siamo qui ad annaspare sotto la vampa africana senza possibilità di refrigerio che non sia artificiale. Siamo ridotti tutti come quei ciclisti che vedono il traguardo in lontananza, ma il fiato per lo sprint, quello, non lo trovano nemmeno scavando con la ruspa nei polmoni. E Dio, sono sicuro che anche i pensieri piccoli o grandi che siano, vi fanno sudare le proverbiali sette camicie che dovrete dunque lavare e rilavare in attesa dei suddetti sette mari. Qui amici miei, non è nemmeno più una sfida personale con il caldo -quella è persa in partenza- è solo una questione di resistenza mentale e fisica. E non siamo nemmeno stipendiati da un lurido produttore di reality show, nemmeno quello, cazzo.

Personalmente, lo sapete, odio l’estate e il suo effimero modo di ritemprarti. Chè uno torna ai blocchi di partenza più stanco, scoglionato e pensieroso di quando ha preso il primo volo per sfanculandia. Per riposarsi davvero, bisognerebbe dormire quindici giorni filati nella tundra siberiana, altro che salarsi come i baccalà in mezzo a una spiaggia piena di teste. Ma non saremmo soddisfatti comunque.

E allora cosa ci resta? Una colonna sonora inconfondibile: le cicale. Dormi nel tuo letto e queste cazzo di cicale stanno lì a darti la buonanotte. Apri gli occhi evvualà, le cicale sono lì che cantano e sembrano dirti che è arrivata l’ora di svegliarti per consumare un’altra giornata di limbolasso. Esci per comprare il costumino nuovo, la pappa per la sera, una birra tiepida, e loro, gli insetti più idioti del creato, sono lì a fare questo sporco lavoro che qualcuno deve pur farlo. Ma anche no, dico io. La cicala è talmente imbecille che, nonostante non abbia mai amato la formica, nella nota favola ho sempre fatto il tifo per quel pugnace seizampe comunista.

E ormai ho consumato le ultime energie rimaste per scrivere queste due amenità. Credete forse che nel frattempo le cicale abbiano smesso di intonare il loro peana di ‘sta minchia? La risposta è scontata ed è no. Hanno iniziato a cantare il primo luglio e smetteranno non prima dell’inizio di settembre. Nemmeno il fu Festivalbar era così preciso. Me le immagino, queste assurde bestie, salire sul palco dell’Arena di Verona e sbaragliare i dischetti estivi di Ramazzotti, Zucchero e Vasco. Beccarsi il disco d’oro da Cecchetto e crepare due giorni dopo al primo refolo d’aria fresca sotto i ventuno gradi Celsius. Se non risorgessero l’estate successiva, finirebbero persino nella leggenda tipo Michael Jackson o Elvis the Pelvis.

Però nel corso della mia guerra, ho vinto almeno una battaglia. Tradito dal ventilatore assassino, nel pomeriggio ho starnutito talmente forte che le stakanoviste della rottura di coglioni sono state zitte per ricchi dieci minuti. Allora sapete che faccio? Faccio una fulminea puntata in Messico, rapisco qualche maiale malato, me lo porto qui e ci faccio la mortadella. Mi prendo la febbre suina, mi salvo (non crederete davvero alla colossale balla che su soggetti sani sia mortale, vero?) e starnutisco in quantità industriale fin quando non le stermino tutte una ad una per sopravvenuto infarto. Non avendo neanche il tempo di deporre le uova, in un amen le belve saranno scomparse, se non dal globo, almeno dalle zone ammè limitrofe. E si fottano la catena biologica e l’ecosistema, s’è estinto lo smilodonte e noi siamo ancora qui a boccheggiare più che mai. Quindi, delle cicale, proprio non ci cale.

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Ataru presenta:

LIVE!

 VIVA I FRANZ FERDINAND, SHAME&BLAME SU THE KILLERS

(on the air: Franz Ferdinand – No You, Girls)

L’ippodromo delle Capannelle alle 6 di pomeriggio è un inferno di caldo e polverone. Ti penetra nel naso, negli occhi, nel cervello. Dopo vari contrattempi tipo scomparsa delle chiavi di casa della Noe sotto un pacco di merendine, stronzo col suv in doppia fila che mi blocca la macchina, siamo arrivati. Ci fanno parcheggiare in un campaccio talmente lontano che i posti a sedere, mentre percorriamo le campagne della via Appia, potrebbero essere un miraggio. Siamo attrezzati con panini d’ordinanza,tigelle con la mortazza, acqua q.b.o quasi, Coca Cola bollente, Fonzies alla paprika, merendine Pan di Stelle, la birra no, che fa solo sudare di più. Tutto autoprodotto e rigorosamente portato da casa. Sulle tribunette dove di solito si incita il purosangue di turno c’è già il sold out delle grandi occasioni. Inutile dire che il sottopalco se lo possono tenere le groupies rincoglionite. Inoltre 5 ore in piedi in mezzo alla folla urlante non era per me a 20 anni, figuriamoci a quasi 35. Troviamo un posto di fortuna sugli scalini, fin quando un quarantenne inglese di quelli che potrebbero ingurgitare 8 litri di birra in una sera, non libera due dei seicento posti che aveva preso per i suoi compari britannici. E dopo aver ripetuto migliaia di volte "ciuccio occupaci", ha pietà di noi che rapidamente ci accaparriamo i sedili alla faccia delle ragazzine in caccia.

Alle 19,30 salgono sul palco i White Lies, gruppo supporter dell’evento. Sono indie, sembrano soprattutto i vecchi Killers, ma prendono qua e là dai Cure, dai Killing Joke, dai Joy Division, dagli Echo and the Bunnymen, ma anche Interpol, Editors, a un certo punto ci sento pure una spruzzata di U2. Il pubblico gradisce la mescolanza, se c’era bisogno di scaldarsi con 35 gradi piantati nelle ossa, i White Lies contribuscono in maniera onesta con una buona esibizione di un’oretta. Sfonderanno questi fanciulli londinesi, la stoffa c’è. Quasi più dal vivo che su disco. To lose my life spacca dibbrutto.

Noi si fa pausa cena. Una bambina si porta dietro la mamma: ballerà più la mamma di lei, nonostante sia attempata, nonostante non abbia propriamente le fisique du role, nonostante sicuramente non conosca nemmeno mezza canzone. Applausi per la mamma indie.

Ore 20,50. È l’apoteosi. Senza troppi fronzoli, i Franz Ferdinand fanno il loro ingresso nell’arena. Alex Kapranos, un dandy scozzese che oltre ad avere un cognome improbabile e a fare il cantante si diverte a scrivere guide culinarie dei paesi che visita, non puoi non amarlo da subito. Un gourmet con un’energia e una voce che nulla hanno da invidiare a più celebrati frontmen rock. Subito This Fire, a seguire Do You Want To, Katherine Kiss Me e via così alternando vecchie e nuove. Spettacolare l’esecuzione di 40 ft., peraltro una delle mie preferite. La allungano fino a 7 minuti e non stufa mai. Alex e il chitarrista Nick Mc Carthy (vestito praticamente da boy scout), si improvvisano cubisti e, complice il maxischermo sul retro, diventano ombre. Esibizione tarantiniana, l’abbiamo definita. Sembrava una delle scene più evocative di Kill Bill volume 1. Take Me Out scatena anche chi magari è qui solo per vedere i Killers. Il chitarrista fa il bagno di folla oltrechè di follia, sfilano via a tutto godimento The Dark of The Matinee, Michael, la mia adorata Auf Achse, le recenti Ulysses, No You Girls e via dicendo. Chiude Lucid Dreams in stilosissima versione disco, dopo una gustosa esibizione dell’intero quartetto alle percussioni. Il tutto concentrato in un’ora e dieci e favorito dal fatto che le loro canzoni sono abbastanza brevi. Con una simile iniezione di adrenalina e di bravura -penso- per The Killers sarà dura essere migliori. I Franz Ferdinand hanno tutto. Presenza scenica imponente, tecnica sopraffina. Il cerebrale Kapranos col suo vocione parla persino italiano ("fate casino" m’è piaciuto), ha imparato un po’ di parole con una buona pronuncia.

Gli inglesi vicino a noi sembrano totalmente disinteressati al concerto, al quale preferiscono il bar. Birra, ma anche acqua, incredibile. Ci piombano tra capo e collo due ragazzine infoiate fan dei Killers. Scopriremo più tardi che invece di cantare strillano sguaiatamente, conoscono 3 canzoni e urlano "bravi ragazziiii", "beneeee, molto beneee". Bene? Molto bene? Nemmeno la mia immaginaria zia ricca al concerto di Fred Bongusto griderebbe una simile insensata anticaglia.

Il palco smontato e rimontato in fretta e furia, diventa un trionfo di led, lucine glam, palme finte e quant’altro. Via, giù, sono le 11 e qualcosa quando Brandon Flowers -detto Brando Fiori- e soci, fanno il loro ingresso tra la folla in delirio. "Noi siamo The Killers e questa sera siamo vostri", fa Brandon. Parte Human, le pischelle strillano a morte. Sembra il deliquio di quasi trent’anni fa per i Duran Duran. A parte Somebody told me, si va avanti con i pezzi dell’ultimo album Day&Age: un po’ per quello, un po’ per evidente cottura fisica, ci muoviamo poco e sbadigliamo copiosamente. Sono canzonette pop ben incartate (salvo forse The World we Live in e la simpatica I Can’t Stay), per carità, ma niente a che vedere con gli esordi di Hot Fuss e il sèguito di Sam’s Town, diversi tra loro, meno fruibili dal grande pubblico e quindi migliori. Ci risvegliamo sulla sempre godibile cover di Shadowplay dei Joy Division, su Smile Like You Mean It, Bones, Read my Mind, For Reasons Unknown, l’ottima Jenny was a Friend of Mine, la consueta Mr. Brightside. Per un attimo spero facciano anche On Top, ma niente. Si chiude tra frizzi, lazzi, finti fuochi d’artificio con All these Things That I’ve Done e When you were Young. Il pubblico approva, noi siamo perplessi. Perché i Killers, presi dal vortice del successo e delle manie di grandezza di Brandon Flowers si sono un po’ persi per strada. Non per il pubblico "commerciale", non per le radio che adesso li pompano a tutta birra, certo. Ma per noi sì.

A trovare il pelo nell’uovo nell’impeccabile esibizione, si trova ed è di dimensioni licantropiche. Sta nell’aggettivo "impeccabile". Mi spiego. Tutto troppo perfetto. Le canzoni sono pari pari a quelle dei dischi. Tanta bravura, voce da grandissimo, ma nessun guizzo, nessuna finta improvvisazione, secondo me anche qualche base sotto. Uno spettacolo precotto benissimo, ma che non rapisce, non trasporta, spesso annoia. Per intenderci, i Franz Ferdinand erano da brividi, i Killers nada de nada. Uno show confezionato da una major è un grande show, ma a volte, se manca il mordente, perde la schiettezza del concerto rock. Gli scozzesi saliti sul palco due ore prima erano tremendamente rock, quanto un ruvido bicchiere di whiskaccio in mezzo alla bruma. I Killers hanno velleità europee, ma sono ormai affermati yankees e tanto basta per farli scivolare sul greto del calderone delle boy band, senza -grazie al cielo- finirci dentro. Ma basterà un altro album come Day&Age e un’altra dose di lucine del presepio per farceli affondare. E dire che fino a poco tempo fa preferivo loro. Tipo la noiosa fine che hanno fatto i Coldplay. Yawn.

 Poi, 40 minuti fermi nel campaccio desertico a cercare di uscire dal parcheggio paralizzato, contribuiscono alla mia odierna stanchezza. Buonanotte.

LE COLPE DEL VUOTO

(on the air: Lily Allen – Not Fair)

Questo è un post per riempire il vuoto lasciato da qualche giorno a questa parte. È colpa del caldo, è colpa degli impegni mondani, è colpa prima di tutto mia.

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Chiaro, no? Cazzo, è chiaro?

Oh poi che vi volevo dire? Sì, è uscito il nuovo post su Curva Ottica. E che altro? Se pensate che non abbia niente da scrivere, avete indovinato. Ma siccome sono onesto, evito anche che possiate insinuarlo nei commenti. Poi è morto Michael Jackson e ho fatto punto al Fantamorto. Poi torno. Intanto ciao.