LA SIGARETTA PERFETTA

( on the air: Subsonica – Nicotina Groove )

Il fumatore accanito, il fumatore moderato e quello occasionale, sanno bene che quel piccolo involucro di tabacco e catrame è superfluo, addirittura evanescente in molti frangenti. Eppure non badano al sottile, accendono il fuoco primordiale e bruciano il piacere in quattro o cinque minuti. Lo sanno, si diceva. Ma sanno anche che alcune sigarette sono più buone di altre. Sanno che un sapore, un momento, un vento, un’atmosfera possono essere guarniti, coronati da quel piacere a volte superfluo. Ed è proprio allora che quel piacere non è più superfluo, ma delizioso, quella sigaretta non è una sigaretta, è La Sigaretta. Non ricordo più da quanto non mi succedeva. Vero, ce n’erano alcune che dopo un caffè prelibato, dopo un gelato con diverse sfumature di cioccolato e un sorso d’acqua della fontanella dietro l’angolo, con una mano sul volante e un braccio fuori al finestrino, con la musica preferita nelle casse o accanto ad una donna, rasentavano il sublime. Ma quella sensazione, il fumatore non la avverte così facilmente. Così, alle porte di un insolito Ferragosto, mi sono trovato su una spiaggia. Alle spalle le Alpi Apuane e le loro aguzze cave di marmo e qualche marmocchio ancora urlante, il sole che non scottava più e che stava per tuffarsi in un mare già rossiccio, nell’orecchio la musica giusta, negli occhi, schermati da lenti scure, il mare. E accanto, una mano, non una qualsiasi, che stringeva forte la mia. E quella brezza, che solo lei sa, l’odore salino che trasporta nel mio naso. Ho acceso una sigaretta. Una normalissima Marlboro Medium, come le altre diciassette che avevo già fumato di quel pacchetto. Quell’odore salino, non so a voi, ma a me, quando fumo, fa impazzire. Solo che stavolta c’era anche tutto il resto. Ci sono bionde che neanche ti accorgi di aspirare per quanto le tiri via in fretta. Questa è durata un’eternità. Questa era la sigaretta perfetta. Quella che ti godi anche il filtro. Quella che anche chi ti sta accanto, si accorge dell’espressione appagata. Quella che non sai quando ti ricapiterà, ma che tanto te la ricordi, e le dedichi tutto questo.

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PARTITI!

( on the air: Maximo Park – Graffiti )

Un po’ dura dopo lo scorso campionato, starsene a guardare da casa. Al momento la mia radio è ferma, niente cronache, niente servizi, niente di niente. Pazienza, cercherò qualche altro posto. Ma non è di questioni personali che voglio parlare. Di solito, come sapete, non amo parlare di calcio. Non amo farlo, nonostante sia appassionato, e nonostante sia il mio lavoro principale. Però, non si può tacere davanti allo scempio. Va bene l’attenuante della prima puntata, va bene l’emozione, va bene Bonolis, ma non va bene un cazzo. Mi sono trattenuto, mi sono detto, Simone, dai, dagli il beneficio dell’inventario, ma no, non ce l’ho fatta. Sono uno di quelli che spesso criticano le novità perchè attaccato alle vecchie tradizioni, ma in questo caso, vi assicuro, non è così. Non è così, perchè a me Novantesimo Minuto, piaceva moderatamente. Ovvero, era funzionale. Se mi serviva di vedere i gol, li vedevo. Non sono neanche uno di quei nostalgici degli inviati-teatrino di Paolo Valenti, non me ne frega poi molto. Ma partiamo dall’inizio della maledetta domenica. Da Guida al Campionato, che riesce ad essere ogni anno più brutto, con i nuovi comici prelevati da Colorado Cafè (io ancora non ho capito perchè adesso, qualsiasi trasmissione di calcio deve avere dei comici), il solito trash Maurizio Mosca e Alberto Brandi, che ormai si adegua al baraccone, che quest’anno più che mai sembra una trasmissione di ultrà milanisti. Quelli che il calcio non l’ho visto. Non hanno più nulla in Rai. Probabilmente potevano risparmiarselo, ma magari rinvio a giudizio. Anche se la Ventura, è da tempo diventata tra i personaggi più odiosi della televisione, adesso ci sarà pure Bettarini in giro, per una gara dei reality (L’isola dei famosi vs La talpa) che sarà una specie di faida tra i due ex coniugi. Una trama degna di un film americano di quart’ordine, con protagonista George Clooney. Peccato che Bettarini abbia decisamente più la faccia da scemo. Ma andiamo oltre. Sky. Premetto che non ho Sky. Però mi capita spesso di seguirla, anche ieri è stato così. E devo dire, che il tutto è molto collaudato. Hanno aggiunto nuovi pulsantini per le statistiche, bei servizi, nonostante alcuni telecronisti esaltati, che quando qualcuno segna, sembrano morsi dalla migale dell’Amazzonia. Il grave difetto, non visibile all’occhio, è Ilaria D’Amico. Io capisco che sia bona, ma chi le ha detto che capisce di calcio? Chi ce l’ha fatta credere? Attenzione, non sono tra quelli che sostengono che le donne debbano fare la calzetta, ma la D’Amico, magari, potrebbe fare qualcos’altro. E non scendo nei particolari, vista la scollatura vertiginosa di ieri. E soprattutto, sentite le domande idiote che rivolge agli ospiti. Ma veniamo a Mediaset.  Prima, su Italia 1, c’è la trasmissione con le interviste. Triste. L’unica nota di felicità, è che Enrico Varriale ha perso il posto. Gioie che non tutti i giorni ti piombano addosso così d’improvviso. Bene, arriviamo a Serie A, il nuovo programma di Paolo Bonolis. Innanzitutto: scenografia che sembra uno stadio squallido e vuoto, pieno soltanto di sciarpe dell’Inter. Poi lui. Inadeguato. Iniziale leccata di culo a Novantesimo, il solito utilizzo di termini complicati, come nello sciò dei pacchi, ma in questo caso, assolutamente come i cavoli a merenda. Tra l’altro non capisco chi dice che sia molto calcisticamente competente. Aridatece  Raimondo Vianello. Un ospite come Damascelli, che neanche Biscardi vuole più. Non capisco come certa gente arrivi ad essere una firma importante. Misteri. Sfondoni qua e là, ma diamogli le attenuanti della prima puntata. Competente, ma ingessata, Monica Vanali. Nel finale la Gialappa’s risolleva un po’, ma mica poi tanto. Io se potessi parlare con quei tre, gli direi di non sputtanarsi oltre e di fare solo radio, basta con i maidire. In radio brillano ancora. In tutto questo, mi sono dimenticato che stiamo parlando di una trasmissione di calcio, soprattutto di immagini. Il problema, caro Piersilvio, è che anche lo spettatore se ne dimentica. Un servizio ogni venti minuti, intervallato da chiacchiere, statistiche inutili (c’era un uomo orribile, che è riuscito a fare i calcoli dei giorni della settimana in cui erano nati i marcatori di ieri) e quintali di pubblicità (peraltro con televendite orrende). Qui qualcuno si è dimenticato, che chi non ha Sky, non vuole sentire le cazzate di Bonolis e compagnia, ma vuole vedere i gol e vuole vederli in rapida successione. Per questo rimpiango Novantesimo. Perchè durava quarantacinque minuti, contro le oltre due ore di questo polpettone servitoci dal Berlusca. Si può migliorare, avete tempo, però sbrigatevi.

VISTO CHE ME NE SONO ACCORTO DOPO, VOLEVO AGGIUNGERE:

 CENTOMILA VOLTE MACHISSENEFREGA!

QUESTO BLOG, PUR CON LE STATISTICHE TAROCCATE DI SPLINDER, SUPERA I CENTOMILA ACCESSI IN POCO MENO DI DUE ANNI. GRAZIE A TUTTI.

LISBONA, IL SOLE E IL VENTO

( on the air: Timo Maas feat. Brian Molko – First Day )

Premetto che il post è lungo; centellinatelo, così domani non posto.

Lisbona, mi hai aspettato e sono arrivato. Così, dopo l’escursione in terra toscana, ampiamente documentata fotograficamente su Flickr, ecco il Portogallo.

Che dall’alto dell’aereo, ti dà l’impressione di essere un parquet con delle macchie verdi rade, sparse qua e là senza simmetria alcuna. Così, dopo un lungo scalo a Madrid e dopo un atterraggio con applausi e un dondolamento sospetto, cagionato da turbolencia, sbarchiamo a Lisboa. Lisboa card, autobus, arrivo. Praca Marques de Pombal è assolata, srotola la cartina, le valigie pesano, ma l’albergo in realtà è vicino. Stanchezza devastante, fino a sera. Ti capita poi di camminare per l’avenida de Liberdade, e individuare la funicolare che sale su, dritto nei tortuosi vicoli di Bairro Alto. Capita che il ristorantino che ti hanno consigliato, sia un po’ troppo turistico, e che il pasticcio di bacalhau (baccalà, i portoghesi se ne nutrono da mane a sera), dopo la zuppa tipica caldo verde, ti rimanga un tantinello sullo stomaco, più della voce roca del padrone del ristorante. Puoi solo scappare in albergo a cercare il letto, mentre ti sembra di morire insieme al tuo stomaco. Ti capita di imbarcarti sul tram numero ventotto, quello tipico, e di passare una mattinata al mercato dei ladri, sotto un sole cocente. Accanto, batte il cuore antico e malandato dell’Alfama, quartiere decadente e fatiscente della città vecchia, detta anche Rossio. Qui trovi anziane signore che ti vendono perfino le palle da tennis usate, puoi fare affari o prendere fregature, come in ogni mercato che si rispetti. Ma il sole è di nuovo lì a picchiarti duro in testa, a riflettersi sugli azulejos, le mattonelle che rivestono i palazzi della città vecchia, in un misto un po’ moresco di colori tenui e vivaci. Capita allora di fermarti in un posto che non ha niente di elegante, ma ti serve probabilmente il miglior salmone arrosto che tu abbia mai mangiato. Rifocillarsi e ripartire, le gambe fanno già un po’ male, arrugginite da mesi di freno-frizione-acceleratore. Salire fino su in cima al Mosteiro de Sao Vicente de Fora, un monastero che domina Lisbona, con le sue guglie bianche, le tombe dei reali e il panorama mozzafiato che precipita direttamente nel Tejo, così vicino all’Atlantico da abbracciarlo. E continui il giro, vedi posti che se fossi a Roma non ci andresti mai, ma sulla guida ti dicono che sono monumenti spettacolari. Quello che ci frega è che viviamo nella città più bella del mondo, e spesso lo diamo per scontato. Ma tant’è. Il ventotto ci porta fino alla cattedrale, romanica e gotica insieme, e io vado pazzo per questi mostriciattoli tipo gargoyles, figuriamoci. E al tramonto, salire al castello. Un altro panorama di questo saliscendi continuo. Il sole sparisce, mentre il vento dell’oceano comincia prima a baciarti, eppoi crudele, a frustarti. Un sandes, cheppoi è una baguette, e una pasteis de nata, deliziosa vaschetta di sfoglia alla crema e fuggire di nuovo a dormire, niente vita notturna, le gambe vanno da sole ormai, ma fanno anche male. Dei ragazzi ben vestiti, su Rua Augusta, il corso, ci offrono tranquillamente del fumo da comprare. Altrettanto tranquillo il nostro rifiuto, nessuna insistenza. Pensavo peggio, da quello che mi avevano detto. Anche i tizi con le rose sono poco insistenti. Mentre in albergo mi mollano il caffè lungo, che a me fa ribrezzo, arriva la giornata della natura, solo dopo un espresso vero però. Il Parque Eduardo VII custodisce l’Estufa Fria, una serra gigante, con piante tropicali e non. Non me la faccio sfuggire, io che adoro le piante grasse. Poi un tuffo nel futuro. Al Parque das Nacoes, mentre il sole torna a picchiare duro, puoi dimenticare i vicoletti del Bairro e dell’Alfama e guardare gli spazi ampi tra una costruzione futuristica e un grattacielo, contrasto stridente con la città vecchia e i suoi azulejos. E bestemmi contro ‘sti portoghesi, che forse il caldo non lo sentono, e piazzano un albero qua, e un altro laggiù. Esattamente come quel parquet che avevamo visto dal finestrino dell’aereo. L’Oceanario de Lisboa, è grande, non so se sia il più grande d’Europa, non mi interessa saperlo. Tra una manta che sembra un boeing, uno squalo che digrigna i denti, una lontra che nuota a dorso e un polpo gigante che sembra uscito da un horror, è un’esperienza da fare. Un entertainment con i controfiocchi, nulla da eccepire. Tornati nel passato, ecco che sbagliamo fermata della metro e ci ritroviamo davanti a Pessoa. Seduto su una sedia di bronzo, che ci guarda dal suo caffè preferito, A Brasileira. Cenare poi, in una tipica Cervejaria (birreria), con le sue sopas (zuppe) di pesce, le espetadas de lulas (spiedini di calamari), e la ginjinha, il liquorino alla ciliegia che ti stura. L’indomani, trovare chiusi perchè è giorno di riposo (errore frutto di stanchezza ed errati calcoli sugli itinerari), la torre di Belem e il Mosteiro dos Jeronimos, ma farsi lo stesso l’ammazzata fin lì, più che mai sotto il sole cocente, che ogni mattina prendeva il testimone da quel vento quasi freddo dell’Atlantico. Guardare la struttura imponente del Ponte 25 Aprile, una sorta di Golden Gate europeo, mentre in lontananza si staglia il Cristo di Cacilhas, che ti sembra di stare in Brasile, e, sotto di te, il fiume diventa oceano Atlantico. E’ qui che hai la classica sensazione della cattedrale nel deserto, è qui che immagini di uccidere uno ad uno i portoghesi, sempre per quella storia di piazzare un albero qua e l’altro all’orizzonte. Benedici a quel punto, la solenne colazione a base di pasteis nella storica Confeitaria Nacional. Un occhio alla caravella gigante e uno alla torre e scappiamo, non prima di aver atteso il tram per quaranta minuti tra caldo e mosche. Per fortuna, ti rifai, salendo sull’elevador de Santa Justa, ascensore di ferro, parente stretto della torre Eiffel, da cui puoi spaventarti guardando gli altissimi resti gotici dell’Igreja do Carmo, chiesa che maestosa è un aggettivo che non rende l’idea, distrutta da un terremoto e mai più rimessa in piedi. Lisbona è così. Mistica soprattutto. Quello scorrere lento delle ore nei suoi luoghi di culto, la rende poco europea, molto lontana da noi. E al misticismo si può stranamente sovrapporre un folklore unico. Gli sciuscià, i lustrascarpe, sono in ogni angolo, sembra l’immediato dopoguerra. I tram sono ancora di legno e puoi trovare due ragazzi che su un tavolo e due sedie sorseggiano una bottiglia di porto davanti a un panorama. E accanto a loro, per dare la pennellata finale al quadro, un uomo scrive fitto su un pezzettino di carta. Loro, i portoghesi, sono disponibili, e questo già basta. Questa è la mia Lisbona, la nostra Lisbona, quella mia e di Noelìn, che tanto il post lo scrive pure lei, con altre sfumature, e che lasciatemelo dire, è un’ottima compagna di viaggio e di gambe doloranti.

Fin qui la poesia, per il ritorno in grande stile di Ataru. Ora veniamo alle dolenti note. Prima di tutto l’Iberia. Su quattro aerei che abbiamo preso, non ci hanno offerto neanche un bicchiere d’acqua, una salviettina rinfrescante, una fottuta caramellina. Se qualcuno mi rivela come si dice mortacci loro in spagnolo, non glielo mando a dire. Poi. Il fatto di sentire parlare più italiano che portoghese, sinceramente non mi faceva piacere. Milanesi insopportabili, romani sbruffoni, napoletani rompipalle. Ce n’era per tutti gli stereotipi, mai così veri, degli italiani in vacanza. Non potevano mancare i calabresi, figuriamoci. Eppoi sempre presuntuosi e supponenti, italiani gente di merda. Pardòn, l’ho detta. Per fortuna che la coppietta incontrata in albergo, era invece carinissima. Ah, in Portogallo si fuma nei locali. Che bello potermi accendere la sigaretta al ristorante, poi pure all’ Hard Rock Cafè, mentre un pacchetto di Marlboro rosse (che le Medium non esistono), ti costa due euro e cinquantacinque. Sembra siano passati anni dalla legge-Sirchia, porca miseria. Detto questo, lasciatemi fare un’ultima considerazione sul cibo. Quando sono tornato a casa, salivavo per un piatto di pasta. E sapete perchè? Perchè gli italiani saranno pure gente di merda, vedi sopra, ma come si mangia qui, non si mangia da nessuna parte. Comunque andateci a Lisbona, ne vale la pena.

Obrigado*.

*grazie.

PS: le foto, le trovate qui. Se non si apre la tag completa, riprovate, le foto sono su due pagine, sennò andate sul mio flickr direttamente, che forse fate prima…

CIA’

( on the air: Oasis – The Importance of Being Idle )

Ecco, basta ufficialmente. Dieci anni di Sardegna, interrotti in realtà da due anni in Calabria. Quest’anno si cambia, mi divido tra la Toscana e Lisbona. Posti nuovi, un po’ di paura dopo anni con la stessa comitiva, ma si cambia. E mi sta benissimo, adoro i posti nuovi, le esperienze inedite e chi mi starà accanto. Non c’è molto da aggiungere, se non che parto domattina. Il sedici sono di nuovo qui, eppoi me ne rivado. Non credo ci sia altro da dire, se ci sarà magari lo aggiungerò stanotte, sempre in questo post. Buone vacanze eh. 

POST DI PUBBLICA UTILITA’

( on the air: Nine Inch Nails – Only )

Roma, sei agosto duemilaequattro. Ataru è  in prepartenza-Sardegna, è indaffaratissimo ad acquistare due schede Wind per sè e la sua compagna dell’epoca. Incontra il suo amico rompipalle, quello cui di solito si nega al telefono anche se da solo. Momento concitato, lo carica in macchina per fare il giretto. Dove vai, cheffai, blablabla. Scende dal cielo un insolito diluvio. Ataru si fradicia, acquista le due schede Wind (e un anno dopo riceverà un bonus di dieci euro gratuiti di ricarica, ma ovviamente al numero della ex compagna, non avvertita della cuccagna, of course ). Tutto liscio, Ataru scarica l’amico rompipalle e si dirige verso la cenetta prepartenza, ultima perla di tranquillità di quella storia. Ma non è su questo che voglio soffermarmi. Bensì, sul fatto che a circa sei mesi, da quell’ameno giorno, bussano a casa e mi recapitano una multa. Multa che risale per l’appunto al sei agosto duemilaequattro. Quel sei  agosto, le macchine non catalizzate, non potevano andare in giro, come da ordinanza del sindaco. A parte la stronzata di non farle girare il sei agosto, ma Veltroni è geniale lo sappiamo bene, quando organizza i concertini coi musulmani, un po’ meno quando si tratta di occuparsi di cose utili. Ma pur ammettendo la giustezza del provvedimento, non è ammissibile la presunzione di colpa.  Mi spiego meglio: io ho una Mini modello vecchio, lo sanno anche i muri. Questa Mini però, nasce con la sua marmittina catalitica, proprio lei, quella che puzza di uovo marcio et similia. Ma il vigile, l’ineffabile vigile, di cui non faccio nome e cognome solo perchè non dispongo del verbale, il coglione di un vigile, chiamiamolo così, desume dalla targa e senza fermarmi, che io quel sei agosto ho deciso di inquinare lui e quegli altri quattro stronzi che sono rimasti a Roma, Veltroni escluso, che sicuramente stava affà er bagno na’ammerda a Fregene. O alle seicelle o a centocelle. Euro centotrentasei e cinquanta di contravvenzione. Ricorso, ovvio. Con tanto di libretto di circolazione che attesta che la mia piccola Mini non è cattiva e non inquina nessuno. E voi siete degli incompetenti che pur di magnare, non contestate le multe. Sembra finita. Mannò! Oggi, questa mattina, il colpo di genio. Il ricorso è stato respinto, e la multa diventa di euro centocinquantanove e cinquanta. Considerato che le motivazioni addotte non contengono elementi atti ad inficiare la validità dell’accertamento, in relazione, anche, alle controdeduzioni confermative dell’Organo accertatore. Caro Organo accertatore: o non hai letto il mio libretto di circolazione, o in alternativa sei una testa di organo genitale. Oppure tutte e due, che mi sembra più accreditato. E controdeduzione, secondo me, lo avete copiato dal vocabolario. Ho provato a telefonare al comando dei vigili urbani, ma ovviamente non risponde nessuno, non sia mai che qualcuno si prenda una responsabilità. Andrò in sede di giudice di pace. E voglio la punizione per lo stronzo che ha dedotto che io ero uno zozzone (ahahah). E voglio che Veltroni se ne vada una volta per tutte. Purtroppo questo è più difficile, perchè lo votate tutti. Il fatto è che non basta dare i soldi a fondo perduto agli stranieri per aprire i negozi etnici (che di questi tempi, caro sindaco, è geniale, se lo lasci dire), non basta organizzà er concerto degli uddue e tutta l’estate romana con i giuochi d’acqua, i focherelli d’artificio, la spiaggia sul fiume, le pantegane in festa, la tolleranza verso gli attentatori simpatici, il pisenlov, la balera in piazza, il cinematografo nel parco, l’autobus cabriolet per stranieri con la testa torrida, la nottebianca e la briscola a premi per ottuagenari. Insomma non basta gettare fumo negli occhi, se poi a livello pubblico non funziona un cazzo come sempre e un piromane continua tranquillamente a incendiare macchine in tutte le zone della città. Un estate fa, colpisce ancora.

UN’ESTATE FA

( on the air: The Departure – All mapped out )

Un’estate fa, stavo per andarmene in Sardegna, come sempre. Un’estate fa, avevo riposto tutto nella storia con lei. Un’estate fa, tu avevi speranze in lui, ma partivi con la tua amica. Un’estate fa, qualcuno c’era ancora qui in questo mondo. Un’estate fa, non avrei pensato tutto quello che è successo quest’anno. Un’estate fa, ero più immaturo. Un’estate fa, prendevo il solito aereo. Un’estate fa, avevo i capelli lunghi come non mai e portavo la fascia. Un’estate fa, scrivevo di più sul blog. Un’estate fa, avevo finito di lavorare da pochi giorni.  Oggi di tutto questo non rimane niente. Di certe cose rido, di altre no, altre ancora mi lasciano indifferente. Il futuro è lontano, io preferisco pensare a corto raggio. Meglio o peggio non lo so, però è così.

ADORABILE PIOGGIA D’AGOSTO

( on the air: Sikitikis – Non avrei mai )

Dunque volevo dirvi che se adesso avete problemi a visualizzare il templeit, è colpa vostra. E non mi rompete più le palle. Devo ancora correggere tutte le immagini dei post, ma almeno il templeit è a posto. Grazie Altervista per l’immondo fracassamento di coglioni perpetrato ai danni dei tuoi utenti  non paganti. E ringrazio anche Daisi, che mi ha svelato l’arcano. Detto questo, passiamo a quello che avevo da dire prima della parentesi copia/incolla. Piove, ora ha smesso, ma ha/è piovuto. Alle quattro di stamattina tuoni e fulmini hanno annunciato le prime gocce. Questa giornata di pioggia mi mette addosso una gioia infinita. Era ora che calasse la temperatura, era ora che questo fottuto solleone lasciasse spazio alle nuvole, cosa cazzo stiamo, in Marocco? Aria fresca dalla finestra, ho spento il ventilatore, mi si è un po’ lavata la macchina, cosa c’è di più bello? Non so quanto durerà, ma l’ondata di maltempo me la godo tutta. E me la sarei ugualmente goduta anche se fossi stato al mare, questo per specificare che non è un post di rosicamento di chi sta ancora in città. E’ che io amo questo clima, soprattutto quando non ci si fa più con la calda estate di Lucignolo e compagnia. Ora c’è il sole, ma fa fresco. Io qualche altro metro di pioggia lo butterei giù.