Primo capitolo – La lettera

Dunque dunque…due indirizzi su tre sono uguali.
Testo della missiva, per tutti uguale.
A uno dei tre non posso mandare la mail, credo che sceglierò il buon vecchio cartaceo per tutti e non se ne parla più.


“Carissimo,

sei convocato per un incontro molto importante a cui non puoi e non devi mancare.
Ne va della tua salute mentale presente e futura.
Ora: le  coordinate di questo rendez-vous potranno sembrarti assolutamente strane, ma voglio che non ti allarmi, è tutto sotto controllo. Noi ci conosciamo, ma ancora non posso dirti chi sono. Posso dirti solo che puoi fidarti di me, lo hai sempre fatto e lo farai sempre. O almeno credo.


Passo alle informazioni che ti serviranno:


Data:  16 dicembre 2001
Ora: mezzanotte tra il 15 e il 16 (banale? no dai, è solo più cool)
Luogo: terrazza dello Zodiaco. Sai bene dov’è, non puoi perderti.
Vieni rigorosamente da solo con la tua automobile.


Come dici? L’anno? Non preoccuparti, dopo il primo dosso della salita che ti porta lì, capirai tutto.


Ti abbraccio e ti saluto caramente.
Non mancare, mi raccomando, non mancare e non fare domande. Vieni qui e basta.”

Uso la ceralacca per chiudere? Massì, fa più misterioso. Ora esco e vado a spedirle.

Berlin Fünf

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BERLIN FÜNF

(on the air: Peter Gabriel – Heroes)

I, I will be king
And you, you will be queen
Though nothing will drive them away
We can be Heroes, just for one day
We can be us, just for one day

Per raccontare questa quinta volta a Berlino, vorrei cominciare da un suono di violini che sfumano. Sono i violini di un’orchestra.
Cosa c’è di più unito di un’orchestra? Ognuno fa il suo e il risultato è omogeneo, splendido: la pur minima sbavatura non si noterà neppure possedendo il più attento degli orecchi. Questo significa essere uniti. Senza divisioni. Senza muri.
Berlino ci accoglie con la consueta ospitalità: lavori in corso ovunque, nebbia fin nelle ossa. Ci accoglie con quella allegria triste che solo Lei è in grado di regalare ogni volta. Ci fa inalare la sua aria densa, mista di odori speziati, dal curry alla cipolla, dalle foglie secche alla nafta. L’odore di Berlino è inconfondibile. Lo ritroverai simile in mille altre città di tutto il mondo, ma se mai un teletrasporto decidesse di scaraventarti bendato in una strada qualsiasi della Città, sapresti riconoscere quell’odore in meno di un secondo. Il naso non steccherebbe, come non steccano quei violini.
Casa. In pochi minuti ricordi i nomi di tutte le fermate della metropolitana, che a Roma non le sai, raggiungi uno dei tuoi ristoranti di sempre e ti trovi a dire che, in fondo, è come se tornassi in un posto a dieci chilometri da casa, di quelli che ogni tanto ti prende la serata giusta e dici “andiamo a cena lì che è da un po’ che non ci si va”. Con la differenza che non sei ai Parioli o al Pigneto, ma quasi in Polonia.
Casa, dicevo. E ogni volta qualcosa di diverso da vedere. Qualcosa che ti parla di una storia recente, l’ho già detto mille volte qui sopra, ma è necessario ripetere. Immagini che scorrono su uno schermo di un museo appena aperto che racconta una volta di più la vita nella sulfurea DDR. Davanti a quelle immagini, c’è chi non riesce a trattenere una lacrima. E non sono ultraottantenni. Sono quarantenni, cinquantenni, uomini, donne, che da un mattino all’altro hanno trovato un ostacolo insormontabile nelle loro dignitose esistenze di ogni giorno. O persone che sono nate appena ventisei anni fa, con quell’ostacolo davanti. C’è il sole, il cielo è azzurro sopra Berlino. E non è una citazione dai Mondiali di calcio del 2006, è vero. La Città si prepara alla sua festa. Lo fa con indifferenza malcelata. I bambini sorridono davanti ai palloncini messi lì a rappresentare un Muro che non c’è più. È un sabato di novembre, tiepido al punto giusto per appoggiarsi una sciarpa sul collo e lasciarsi trasportare come sempre da lunghe strade che nascondono ognuna il loro scrigno di storia quasi fresca di stampa sui libri. Angoli di cemento grigio, angoli di foglie ingiallite, angoli più verdi che mai. Una targa, un check-point trasformato in un museo (il Tränenpalast o Palazzo delle Lacrime), fotografie, c’è sempre qualcosa che ti ricorda quello che è accaduto. E per fortuna adesso ci passano davanti ragazzi con una birra in mano, nazionalità diverse, sorrisi che scaldano, ragazze bionde che organizzano la serata tra un acquisto e l’altro. L’autunno di Berlino è a forma di autunno. Agrodolce come quell’odore. L’autunno nel bosco del Tiergarten, nel fascino di un giardino d’inverno in una via nascosta dell’ovest, allo Zoo con gli animali che all’imbrunire vanno a riposare ignari della festa che sta per esplodere lungo 18 chilometri di strade.
La Città non si preoccupa di farsi bella. Sa di avere un’anima bella e di portare dentro una sicurezza fragile come gli edifici che spariscono in dieci minuti per far posto a grattacieli brutti o meno brutti che siano.
Non importa, si continua a ricostruire per l’eternità.
I mendicanti, il traffico pesante, si sta moltiplicando tutto quello che prima qui non c’era. Lo spazio medio per abitante è diminuito di sicuro rispetto alla mia prima volta, quasi dieci anni fa.
L’anima bella però, resta intatta.
Il sabato a ballare: può succedermi solo qui. In un club lontano dagli eccessi techno, dove tutto sembra fermo agli anni ’80, dove ragazze si ubriacano e parlano a volume più alto della musica. La serata non si accende, non si accenderà mai. O meglio, si accende col prezzo basso delle consumazioni. Se vuoi balli anche da solo e senza alcun dress code. Chissenefrega. Sei in uno scantinato di Berlino Est, vuoi stare a guardare se la serata ingrana o meno?
La domenica del dì di festa è grigia. La nebbia avvolge la torre della tv fino a farla sparire e a farti perdere l’orientamento. La tua inquietante stella polare ingoiata per metà dall’umidità.
Berlino è la città delle idee geniali: una tipografa decide di recuperare le insegne luminose smontate dal continuo divenire di cui sopra e ci organizza un museo autofinanziato al ponte Jannowitz che è un posto che aiutami a dire brutto. Eppure il Buchstaben Museum, il museo dei font, ti strappa più di un sorriso di ammirazione.
La festa. I palloncini luminosi (Lichtgrenze o confine di luci) sono fermi lungo la porta di Brandeburgo, a Potsdamer Platz come sulla Bernauer. Le facce che hanno un posto nella storia, Michail Gorbaciov e Lech Walesa, sono come monumenti erosi dal tempo. Essere a stretto contatto con loro è quasi incredibile.
C’è il Robert Downey Jr. tedesco a presentare cantanti in voga da queste parti. Poi, centinaia di migliaia di persone ammutoliscono davanti a un soldato che suona il tamburo. Silenzio, passano immagini in bianco e nero, il nazismo, il comunismo, il Muro, soprattutto tanti morti da commemorare. Entra Peter Gabriel e canta Heroes. I violini danno i brividi, o forse è l’umidità nelle ossa, è il vento, è tutto un insieme di sensazioni che scorrono in corpo. Volano ad uno ad uno i palloncini, Barenboim dirige l’Inno alla Gioia di Beethoven, è festa. Droni, fuochi d’artificio, Kalkbrenner in consolle, la gente di qui ha la sua venticinquesima celebrazione. Un bicchiere di vino, una zuppa calda, la stanchezza, il freddo, un giorno ancora e via di nuovo su un aereo che ti porta a casa, anche se a casa c’eri già.
E sai che una calamita ti riporterà da Lei, all’infinito.

Violini che sfumano, l’orchestra ti ha regalato il giorno perfetto. 

We can be Heroes, just for one day