FUORI

(on the air: She Wants Revenge – Written in Blood)

Dovessi dar retta all’istinto che ho adesso, taglierei la colonna dei link e ne lascerei al massimo tre o quattro. Avrei in mente anche quei tre o  quattro. Ma non li dico perchè lascio tutto così com’è con buona pace di chi, tragedia delle tragedie, s’era visto già con gli arti virtuali tagliati senza un motivo. Fuori è umido tipo dopo una mareggiata, ma non vedo gli scogli. Fuori scorre tutto e non capisco se è troppo rapido o troppo lento, probabilmente è come ogni buona legge di Murphy che si rispetti: quello che vorresti fosse rapido è lento e viceversa. Fuori è un buon concerto dei Negramaro domenica scorsa e un atteso concerto dei Subsonica venerdì prossimo. Fuori è una brutta notizia che ti lascia col fiato mozzato. Fuori è una vita a metà, schiacciata da macigni di criptonite. Fuori è anche ridere per niente. Fuori è una nuvola di fumo che va via dal finestrino, un fazzoletto di carta che sa di resina, un’altra birra nello stomaco. Fuori è il peso sullo stomaco che non è la birra. Fuori è l’incoscienza che a tratti diventa coscienza, ma poi fanculo o alleluja torna incoscienza e via così a zig zag. Fuori è incazzarsi per cose futili, è suonare un clacson o prendersela con chi comanda. Fuori è constatare che tutto traballa come una sedia zoppa. Fuori è pensare a tutto questo per scrivere qualcosa. Fuori è pensare principalmente a se stessi e a chi ti circonda, e sbattersene altamente di quello che succede intorno e che non è la sfera privata, a meno che in qualche modo non ti tocchi direttamente. Fuori è persino biasimare chi invece fa il contrario e pensare che in fondo è solo ipocrisia da quattro soldi.

Dentro è avere qualche minima certezza da portare fuori. Questo post è esistenziale, che non ho mai capito che cazzo voglia dire, ma di certo fa spessore come un libro in bella mostra che però non apri mai.

In copertina: Allan D’Arcangelo , U.S. Highway 1, Number 3

I DOLORI DEL GIOVINE ATARU

(on the air: Kate Nash – Foundations)

È che certe volte sei lì e pensi: avessi l’ispirazione magari porterei avanti ‘sto blog che si trascina un po’ stanco. Non dovrei manco farmela, certa pubblicità regresso. Ma si sa, la mia schiettezza ha sempre intersecato l’autolesionismo. Io poi volevo dire che i due concetti sono tangenziali, ma avrei dovuto dire che la schiettezza ha tangiuto l’autolesionismo? Vabbè, fatto sta che talvolta mentre perdi tempo a pensare che non sei ispirato, i fatti che ti circondano spingono per farti tornare a scrivere. No, non parlo di Meredith, a parte che vorrei che un giorno Vespa e Mentana passassero da queste parti solo per leggere il giudizio di un loro umile collega: mi fate un po’ (tanto) schifo. Non parlo nemmeno di politica, giammai, lo sapete. Almeno fin quando non aprirete tutti gli occhi su certe cose. Vorrei invece sottolineare un fatto che normalmente mi avrebbe ispirato uno di quei post che venivano un tempo accompagnati da fragorose risate. Invece adesso la cronaca non ve la faccio. Vi basti sapere che lavoro in un palazzo che non ha l’allaccio con l’acqua corrente. Roba che nemmeno un campo profughi. E il bello è che lavoro per un sito governativo con sede in pieno centro di Roma. Non vi racconterò che ogni giorno l’acqua finisce a orari sempre diversi. Non vi racconterò di aver scaricato dodici bottiglie di minerale scadente dentro una specie di cisterna-cassone per tentare invano di tirare lo sciacquone del cesso. Non vi racconterò che non abbiamo più possibilità di usare l’editor (che oltretutto a confronto, quello di Splinder è un bijoux) dalla casa maledetta perché qualcuno da una società informatica leader (!) nel settore ha fatto una cazzata e non riesce più a risolverla, ma diamogli tempo, del resto ci hanno messo due giorni per ammetterla, la cazzata. Non vi racconterò che da quando lavoro lì dentro, causa neon cornea-perforanti sul soffitto, quando calano le tenebre lavoro accendendo un lumicino da morto. Non vi racconterò che ultimamente rischio di cadere in catalessi sul posto di lavoro, no. Peccato perché vi sareste fatti belle risate alle mie spalle come ai tempi d’oro che postavo tutte le notti. Magari un giorno, dopo che mi scade il contratto da precario, vi racconto  come (non) funziona la Pubblica Amministrazione.

IL RITORNO DEL RAFFREDDORE

(on the air: Psapp – Everybody Wants To Be a Cat)

Con questa storia dei due anni e mezzo che non mi prendevo il raffreddore ho rotto i coglioni a tutti. Dai miei affetti ai colleghi, dopo la tonsillite di giugno 2005 più niente, gli anticorpi più forti di Maciste. Poi arriva un giorno che devi  comprare le sigarette, piove poco, non ti porti l’ombrello, primo perché l’hai lasciato in macchina a chilometri da lì e secondo perché tanto devi solo attraversare la strada davanti all’ufficio. Nel frattempo attacca il diluvio. Torni indietro con i capelli bagnati, sali su e non ti asciughi, anche perché non esistono asciugamani. Sticazzi, tanto i miei anticorpi sono forti come Goku Supersaiyan di terzo livello. Il giorno dopo piove ancora. La mattina alle dieci per la prima pausa caffè, con i colleghi ci prendiamo il solito tavolo all’aperto. Fa un freddo cane, sgocciola, ma noi siamo sotto gli ombrelloni, manco fossimo sulla spiaggia di Rimini. Due sigarette a testa dopo il caffè, chiacchiere su musica, cinema, libri e soprattutto corpose minchiate. È sempre la cultura che ti fotte. Passa un bel po’ di tempo, il barista ci guarda come fossimo arrivati direttamente da Giove, o forse dal Polo Nord. Ma tanto io ho gli anticorpi più forti di Ggiiesù.

Passare un weekend di merda a ricordarsi com’è fatto il raffreddore non ha prezzo. Venerdì  con quel senso di schifo tra naso e gola di quando sta lì lì per sfociare il bastardo e dopo cena accomodarsi in coma. Sabato tra  torneo di PES2008, cena sociale e visione de L’appartamento spagnolo il respiro si è fatto più affannoso, gli starnuti più frequenti e gli occhi facevano finta di essere gonfi.  Ed eccomi qua stamattina, che starnutisco davanti al monitor dopo una nottata non eccezionale diciamo così.  Se arriva anche la tosse come temo, ho fatto bingo. Ma io ho gli anticorpi più forti della Fata Turchina!

LINEARI STRANEZZE A NOVEMBRE

(on the air: Stacey Kent – Breakfast on the Morning Tram)

Piove. Questo è un periodo strano per me, ma chi mi segue qui come nella vita reale, sa che succede spesso. Prima passavo in piazza della Balduina, era tutto pronto per il funerale di Gabriele, qualcuno stava già lì. Penso che sarà strano domattina (stamattina per chi legge, ieri mattina per chi leggerà e via così) vedere quest’attenzione mediatica per il mio quartiere che difficilmente va in tv. Quasi come se abitassi in un paese lontano da qualsiasi avvenimento di rilievo. Peccato solo che non sia una bella occasione. Io sarò in ufficio, altrimenti forse una passeggiata fino a lì l’avrei fatta, fino alla chiesa che ho frequentato dalla nascita all’adolescenza. Comunque basta, silenzio.

Periodo strano dicevamo. Forse sono scoglionato dal lavoro e si vede pure. Del resto questo passa il convento. Del resto ho i colleghi migliori del mondo, ma ho anche a che fare con il personaggio più inetto e incompetente che esista. Lampante dimostrazione di come vanno le cose in Italia. Prendi un imbecille senza arte nè parte e lo mandi in orbita con un calcio in culo ben assestato. Sì, va bene, quindi? C’è traffico a Roma, frana una collina e non si cammina più. Accendo un’altra sigaretta e penso che dovrei smettere, diminuire. Che è di fatto un passo avanti. Quando mi passano per la mente taluni (taluni???) pensieri non è mai per caso. Di solito non mi interessa nemmeno pensarle certe cose. Ogni tanto mi viene il dolore al nervo sciatico come ai vecchi, me lo porto e lo trascuro più o meno da agosto, da Berlino. Un souvenir sgradito, accidentaccio. E pensare che l’altro giorno ho bruciato l’ultima sigaretta tedesca, una Marlboro Medium del pacchetto da 24 comprato lì. Quella di scorta in macchina. Colpa di cinque euri rovinati e divorati da un ingordo distributore di nicotina. Cinque euri poi restituiti dal tabaccaio, per fortuna. Ma intanto era notte ed ero senza spicci e tabacco: immoliamo in fumo il ricordo teutonico. E pensare che quella carta da cinque euro me l’aveva data di resto una ragazza che mi aveva precedentemente preparato a mano due coppette espresse di mousse al cioccolato con le poche uova che erano rimaste dentro la bottega. Insomma mi erano piovuti nel portafogli per un’ottima direi squisita causa. Non tutte le ciambelle riescono col buco. Come questo post novembrino intriso di vino rosso e castagne perché altrimenti saprebbe di poco. E novembre e la nebbia agli irti colli…sì…mi sembra che quella canzone di Fiorello facesse più o meno così. Mi dicono fosse la cover di un certo Carducci. E chi lo conosce questo?

INTERVALLO

Oggi faccio retorica, faccio attualità, non capita spesso qui. Eppure m’è venuto spontaneo dopo i fiumi di cazzate che ho sentito, letto, visto.

Io nella mia vita non ho mai picchiato nessuno. Mai sferrato un cazzotto contro qualcuno, nè fortunatamente ne ho mai presi. Non per questo mi ritengo meno uomo, anzi. Ora vorrei capire che cosa spinge la gente a picchiarsi, a litigare, venire alle mani. Un sorpasso da destra? Uno sguardo di fuoco alla pischella? O un’opposta fazione sportiva o magari politica. Mi hanno insegnato che fare pippa quando arriva un esaltato a rompermi i coglioni è tutt’altro che disdicevole. E allora quando ti alzi una domenica mattina col cielo plumbeo e senti che un poliziotto esaltato oppure un totale cretino, questo si vedrà, ha ammazzato un ragazzo che abitava nel tuo quartiere dopo una rissa tra tifosi, ti chiedi perché. Prima di tutto cosa c’è alla base. Cos’è che spinge la gente a fare a botte. No, non è giustificabile. Perché questa cultura violenta? Non giustifico chi urla slogan contro la polizia e chi demolisce qualsiasi cosa per farsi giustizia, semplicemente gridando di essere arrabbiato, non è un modo per ricordare, nè per indignarsi, è soltanto da bestie. E non giustifico chi non ha fermato il calcio temendo rappresaglie, pur sapendo che ci sarebbero state lo stesso. Non c’è giustificazione che tenga. Mi piace il calcio, non mi piace chi va allo stadio a sfogare le frustrazioni della settimana, non mi piacciono gli ultrà che ricattano le società di calcio. Magari quel ragazzo, Gabriele, non era così (update: infatti dormiva. Lui nella rissa neanche c’entrava). Resta il fatto che a me e non solo a me, hanno insegnato a stare lontano dalle risse perché non si sa mai, un coltello, un colpo assestato per bene, un imbecille in divisa, anche lui soprattutto lui senza giustificazioni, che spara e diventa un assassino. Io mi vergogno di convivere con gente che per un’ideologia finisce con l’insultarsi, picchiarsi o peggio. Fascista comunista romanista laziale juventino tifoso poliziotto. Andate a fare in culo voi e la vostra fede. Credere in qualcosa non vale una vita umana e non vale nemmeno uno schiaffo in faccia. Non siamo in guerra almeno per ora, non si lotta per la libertà come nei secoli scorsi. Ora il più ottuso dei lettori pensi pure che difendo quello che ha sparato. Bravo coglione, non hai capito niente. Vorrei solo trovare una spiegazione a tutto questo: magari sono strano io che non metto le mani addosso a nessuno. Datemi una spiegazione alla maleducazione delle risse quotidiane per una cazzata e alla guerriglia urbana mascherata da arrabbiatura, fermo restando che il fatto più grave è che un poliziotto ha ucciso un ragazzo senza un vero motivo. Una volta di più mi fa vomitare chi giustifica tutto questo, mi fa schifo essere italiano.

il Bomber Roberto Pruzzo

L’ARTE DI SAPER RACCONTARE

(on the air: Radiohead – House of Cards)

Nella vita ci sono alcune certezze. Sono a dire il vero molto poche, quindi ci piace aggrapparci alle nostre coperte di Linus. Ad esempio, quando mi accorgo che in tv passa la pubblicità della Cedrata Tassoni o quella del Pennello Cinghiale, sorrido. Allora la fanno ancora! In un certo senso anche la stangona del silicone sigillante Saratoga, seppur cambiata nel corso degli anni,  è una certezza. Nuda era vent’anni fa, nuda è adesso. E tutt’ora non si sa perché. Un’altra certezza che resiste, soprattutto per chi è appassionato di calcio, è giornalista e magari ha fatto anche radio come me, è senza dubbio Tutto il calcio minuto per minuto. L’appuntamento pedatorio per eccellenza, ogni domenica pomeriggio, prima di Sky, prima che il calcio prendesse una piega discutibilmente moderna, diciamo così. Non avevo nemmeno lo stereo in camera, usavo quello dei miei genitori, quello anni settanta argentato con le casse di legno, coi dischi di Battisti accanto. O la radiolina regalata per la prima comunione per sentire le partite e la hit parade. No, non è un altro post nostalgico e rompipalle sugli anni ottanta o un meme, che adesso nei blog va di moda utilizzare questi termini del cazzo, anche se le figurine Panini ce le butto dentro volentieri perché non le avevo ancora citate. È un brainstorming con me stesso, uno sfogo spontaneo dettato da sensazioni riaffiorate. Era l’ultimo calcio romantico, della riapertura delle frontiere e dei due stranieri non-di-più, di quando il Verona vinceva lo scudetto e Zico andava a giocare nell’Udinese, mica nel Milan o nella Juve. E vinceva la Roma di Nils Liedholm che ieri purtroppo se n’è andato. E Roberto Bortoluzzi, un nome che a molti dirà poco, conduceva Tutto il calcio. Con Paolo Carbone. Bortoluzzi se n’è andato ieri (in realtà giovedì scorso, ma si è saputo ieri) insieme al Barone svedese. Carbone, l’ho scoperto oggi su Wiki, è morto a giugno. Sandro Ciotti ed Enrico Ameri già da qualche anno. Ecco, oggi mi sento un po’ più lontano da quegli anni, gli ultimi raccontati da Gianni Brera e solo in parte dal grandissimo Beppe Viola, due di quelli che ti fanno pensare che in fondo, anche se parli di pallone, puoi essere migliore di tanti pennaioli da libreria o da quotidiano. Io sono convinto, probabilmente a torto, che se crescessi con il calcio di adesso, non me ne innamorerei. E non so neanche descrivervi il fascino delle partite alla radio, senza nessun altro mezzo che coprisse l’evento in diretta. Non so descrivervi il salto che io ragazzino facevo quando c’era la sovrapposizione di un radiocronista sull’altro: attenzione, Roma in vantaggio, gol di Pruzzo! Non so descrivervi Nando Martellini che urlava in quella notte di luglio, nè le mie imitazioni di Bruno Pizzul (meno male che lui è vivo) quando giocavo al campionato coi Puffi, i Muppets e i Disney e nemmeno Maradona e Galeazzi magri a Novantesimo Minuto. Ecco, io più che Enzo Biagi, che ci hanno pensato in tanti più bravi di me, più che l’amatissimo Barone Liedholm che tre anni fa mi rilasciò una delle sue ultime interviste pubbliche e me la tengo nel cuore, volevo ricordare lo schivo Bortoluzzi, che mi ha ispirato il post perché il suo nome non lo sentivo più da anni. Perché quasi tutti sentendo che era morto, si saranno chiesti chi fosse. Senza magari pensare che fino a esattamente vent’anni fa, la sua voce suonava familiare a milioni di romantici ammalati nel pallone.

Il sospetto è che il piacere ludico del prestipedatare venga da una giusta rivalutazione delle mani posteriori, da troppo tempo trasformate in piedi. […] poi nacque Eupalla dagli imperscrutabili voleri…non si sapeva nulla di proteine e carboidrati…le manfrine di Marsiglia…la sapienza uruguagia…i colibatteri volanti di Città del Messico…Miracolo: l’Italia è la sola, con il Brasile, ad aver vinto tre volte i Mondiali. Non è retorica gridare viva! è da folli buttarsi vestiti nelle fontane pubbliche ed è ingenuo credere che sia patriota chiunque sventoli un tricolore.

Gianni Brera – La leggenda dei Mondiali – 1990

GLI UNICI NEL GENERE DISUMANO

(on the air: Subsonica – La Glaciazione)

Mutuo il titolo da chi ci ha definito così. Se titolo il mutuo la cosa è meno bella e al massimo può risultare interessante per una banca. Cara banchina mia! Banchina è un termine nautico o stradale, non l’ho ancora capito. Ma se siamo gli unici nel genere disumano, che ne sarà dell’eresìa degli albigesi, della zoppìa dei tecnolesi, della transumanza biblica e del parossismo parodistico. Dei buoi dei paesi tuoi, delle mezze stagioni, della quattro stagioni e della stagion pura. Non si potrà davvero più parlare di serpe e di seno, di effetto e di serra, di pachi e di derma (mentre so che esiste il pacchiderma, un elefante napoletano da non fidarsi troppo), di Rutger e di Hauer perchè ho visto cose che voi disumani non suona tanto bene. Io non so come faremo senza rendere pan per focaccia, e se la focaccia un giorno si offendesse di essere sempre disprezzata? No, amici, sono problemi Gravi, come disse Galileo tirando oggetti dalla torre di Pisa. E chissà cosa pensavano quelli sotto. Non ci sarà forse più il cinema? O le cozze? O ci saranno solo cozze al cinema e finchè sono cartocci di pop-corn l’odore è tollerabile, ma le cozze, dio, le cozze no. Sono pronto a scommettere sulla vittoria del caval donato senza neanche guardargli in bocca, e sono certo che non ci sarà più chi dirà che l’ozìo è il padre dei vizi perchè o sei zio o sei padre e se sei tutti e due è evidente che la mamma dei vizi si è divertita con due fratelli. A esser gli unici nel genere disumano si è intrusi un un mondo di estrusi. E hai voglia a pensare al se e al come, al ma e al fra, a tizio e caio (e sempronio per una volta lasciamolo a casa senza reggere il moccolo), non c’è verso di capire, neanche fosse endecasillabo. A esser gli unici nel genere disumano si affronteranno strani tempi, strani giorni strani, come il giorno del colpo d’occhio (ahi!), l’erosione del fumo, la garanzia dell’ingiustizia, l’eustacchio fatale, i compartimenti stagni e le rane perplesse a guardarli, la lezione delle lenticchie, l’anguilla dai piedi d’argilla, le mensole a salve (e guai a non salutarle), l’ermeneutica olfattiva, le tartine al geranio, gli orecchini da polso, l’alluminio da passeggio. Sarà  proprio quel giorno. Oggi è Uno, ieri era Trentuno e qualcuno che si chiama Trenta mi ha sorpreso Ventinove volte. O anche Ventotto o Quarantacinque o Centosettantatrè, fate voi. Resta il fatto che io (nei panni di Taru, perchè è una dedica quindi A Taru non fa una piega) e la Noe, siamo gli unici nel genere disumano.

il maestro Alessandro Bergonzoni

Un grazie speciale a Trentucciomarlboruccio per averci omaggiato a sorpresa di tale prezioso bergonzoniano feticcio.