NON LEGGETE QUESTO POST

(on the air: White Rose Movement – Love Is A Number)

È decisamente un sabato mattina come tanti: c’è il sole, mi sono alzato da poco, ho sonno, non so cosa farò più tardi. Ho un viaggio da organizzare perché sento che è già troppo tempo che sto fermo a Roma e questo comincia a darmi sui nervi. Certo prima di un mese non se ne parla, ma l’importante è che se ne parli  e relativamente presto. Nel frattempo tocca resistere tra il traffico, i quaranta minuti per parcheggiare in alcuni posti, gli impegni mondani che ci sono e quelli che non ci sono che non ti sta mai bene niente. Il sonno arretrato che bussa alla porta, il leggere stronzate colossali sui giornali, sui programmi elettorali dei due infimi buffoni che si contendono la poltroncina, ma anche sui blog (non vi ammorbo con il caso chiusura-Blogbabel, anzi sono molto fiero del fatto che buona parte dei miei lettori non sappia neanche cos’è Blogbabel e spero sia così per sempre). Resistere al lavoro noioso e al possibilissimo mancato aumento di stipendio. Persino alla gente che cammina per strada. Anche se in questi giorni sto facendo incetta di ringraziamenti (!) di gente che attraversa sulle strisce perché ho deciso di farli passare tutti e sempre, come dovrebbe essere e contrariamente al radicato uso comune di tentare di ucciderli. Sono solo un po’ stanco di questa città: è ciclico e quando succede, va preso il primo aereo. Nel mio caso magari prendo il quarto o il quinto. E ricordatevi di spostà le lancette avanti di un’ora stanotte. Oh mi rode pure per quello, che i ritmi vanno a farsi benedire. Mi rendo conto che qualcuno leggendo questo post potrebbe pensare che sono un imbecille, che i problemi sono altri, che due palle e che qua e che là. Ecco, democraticamente rispondo sticazzi.

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PRONTO, CHI PASQUA?

(on  the air: Supergrass – Bad Blood)

Se davvero è passata la pasqua qualcuno dovrà pure averla vista. Di certo qualcuno che si vanti di aver la vista buona. La pioggia cadeva copiosa come le cavallette d’Egitto, le nespole della Siria e le azioni in borsa. O la borsa o la vita, o il portafoglio o i fianchi, sono scelte diverse ma spesso redditizie per rapinatori e donne a dieta. Cheppoi con un tempo così, si poteva scegliere di stare a casa a coltivare i propri interessi. Conosco un tale che è talmente appassionato di Tolkien che invece della sala hobby, a casa ha la sala hobbit. A tavola mangiando un quintale di abbacchio, avrà impersonato il signore degli agnelli. Qualcuno più megalomane e più ghiotto ha risolto e ha risorto il risotto, ma s’è spaventato e s’è dato alla macchia in cerca di una lavatrice. Ma io non ho visto le uova di cioccolato nè l’uovo di Colombo, nè tantomeno le uova di Fabergè che saranno state per conto loro. Del resto si sa, chi fa da sè Fabergè. E nessuno che abbia parlato del mistero Pasquale, l’intrigo di un uomo del sud che probabilmente non si era fatto gli affari suoi. E il coniglio? Saltato. Possibilmente con del prezzemolo, grazie. Ma perché il prezzemolo sta sempre in mezzo? È un assunto, ormai. Ha un contratto a tempo indeterminato con la cucina. Ma dico io! Io. Se davvero la pasqua è passata senza farsi vedere, adesso cosa succederà? Non vedremo più nessuna festa comandata? E come faremo senza il natale, il primomaggio, la battaglia dei pianeti, la tauromachia delle zanzare, la festa del coccio, del cocco e del c/o, il presso postale, che se proprio non lo sapevate e io non lo sapevo, significa care of. Che tristezza senza ferie. Parcheggiamoci nell’insipienza, trifoliamoci nel fango, ascoltiamo cos’ha da dire il mango, fustighiamoci col gatto a nove code e col cane a sette orecchie, cerchiamo il senso occulto dell’etica kantiana, cantiamo il culto sensato del cerchio etico, non ci interessiamo di galline, ma battiamoci perché si sappia chi è che insabbia la seppia. Se ho insinuato in qualcuno di voi le radici del dubbio presto vi cresceranno dentro fruttuosi alberi di incertezze. E non stupitevi se poi comincerete a parlare della correlazione tra pitone e pitale (e io non sbaglierei mira se fossi in voi), tra illuminismo e Indonesia, tra spilla e pertugio, tra la candeggina e l’apparir del nero, tra lo zolfo e il gigante Gargantua, tra il bisonte bisunto e la tenia tenente. Allora se parlate senza cognizione di causa è inutile che diciate che pasqua è passata e nessuno l’ha vista. Piuttosto lasciatemi in pace e non mettetemi in croce.

TANTO È VERO

(on the air: Osanna – Non sei vissuto mai)

Sono in ufficio e sono estremamente occupato. Tanto è vero che posto da qui per la seconda volta in un anno. Tanto è vero che ascolto rock anni settanta dal pc di un collega che ho avvertito del post. Tanto è vero che trovo piacevole la lenta digestione di un ottimo piatto di tonnarelli mari e monti. Tanto è vero fuori piove e non piove. Tanto è vero che a Pasqua e Pasquetta mi sa che non farò un cazzo e tutto sommato manco mi dispiace. Tanto è vero che non mi va di dire tanto è vero.  Tanto è vero che pappappero. Tanto è vero che c’è del lavoro da fare e non lo sto facendo perché tanto in fondo non c’è niente di urgente e chimmecorredietro? Tanto è vero che con due ore di anticipo sull’orario, tra dieci minuti mi metto in vacanza fino a martedì. Buona Pasqua a chi resta, a chi va e a chi non ha deciso. 

UN UOMO E IL SUO SONNO

(on the air: The Rakes – The World Was A Mess But His Hair Was Perfect)

In questo periodo ho sonno. Sono un maledetto stereotipo primaverile. A me essere uno stereotipo non piace, figuriamoci poi primaverile, che io la stagione degli amori  la denuncerei, le farei causa e secondo me avrei pure qualche speranza di vederla condannata. Eppoi dormo quando non dovrei dormire e magari non dormo quando dovrei. Stanotte ho tentato di vedere il gran premio d’Australia di Formula Uno, alle 5,30 una volta ci arrivavo senza problemi, e invece niente. Ho ceduto prima, durante Lola corre, che lo volevo pure vedere, fanculo. Mi sono svegliato un paio di volte, il tempo di capire che vinceva Hamilton. Io non sono nemmeno un appassionato di motori, nè soprattutto di Ferrari, buonanotte. Però stamattina faceva caldo e sognavo alcuni amici che tardavano a un appuntamento. E alla fine m’è toccato svegliarmi verso mezzogiorno, troppo presto accidentammè. L’altra notte ho sognato Raimondo Vianello che fuggiva sui tetti come Lupin e io dovevo seguirlo in quanto suo complice. Invece poi un’altra volta, visto che avevo la finestra aperta per il caldo ed erano le tre o le quattro di mattina, ho cominciato a sentire gli uccellini là fuori. Che invero, rompevano i coglioni.  Essi conversavano piacevolmente e io tentavo di capire di cosa stessero ciarlando.

Primo uccellino: cirp cirp cip cip cirp (possibile traduzione: questo albero è comodo, vero? altro che quei due cosi spennati vicino l’Ikea)

Secondo uccellino: cip ciurp ciorp cip (possibile traduzione: eh ma infatti restiamo qui e intraprendiamo un business con le cornacchie, che ne so, estorciamo cibo ai piccioni)

Primo uccellino: ciiiip! (possibile traduzione: si può fare!)

Secondo uccellino: cicicicip (possibile traduzione: imitavi Gene Wilder in Frankenstein Jr o Walter Veltroni durante un comizio del Piddì?)

È stato a quel punto che, perdendomi la risposta, ho lasciato il testimone al sonno.

TUTTO IL RESTO È SOIA

(on the air: The Hoosiers – Worried About Ray)

La routine mi risucchia di nuovo. Mi alzo la mattina tentando di scavalcare quello che devo fare in ufficio e pensare a cosa farò la sera, quando lo zombie automatizzato lascerà il passo a un personaggio-ombra che sfrutta quelle tre o quattro ore di svago. Che esse consistano in una festa delle medie, tutti in circolo a mangiare patatine, o nel mio sesto concerto dei Subsonica con un’acustica da urlo. Che si sente male pure quello, mortacci del Palalottomatica. Che sia una cena tra amici o un sereno scambio di visioni della vita tra cugini. O semplicemente sia la tranquillità di una passeggiata di quartiere e di qualche graditissima coccola. La tosse, quella tosse che ti fa raccogliere i polmoni nel lavandino, ha calato il suo fottuto sipario, meglio così. Ho il sospetto però, che la stanchezza contro cui ogni mattina mi ritrovo a soccombere, sia noia. E mi fa specie che mi sia arrivata la quasi certezza del rinnovo del contratto fino a metà 2009 e che non abbia accennato nemmeno un un solco lungo il viso come una specie di sorriso. Il che, lo dico per chi ha voglia di far polemica e scassare le palle con discorsi banali da c’èchistapeggio, non significa sputare sul mio lavoro. Ma è legittimo essere annoiati, è legittimo avere qualche aspirazione in più. È sacrosanto pensare di valere un po’ di più e non accontentarsi mai. E forse paradossalmente più invecchio e più non mi accontento. Dicono che dovrebbe essere il contrario, che poi le velleità, le ambizioni, col tempo si affievoliscono.Vattelappesca. No, non mi interessa mica sentirmi dire di cercare un altro lavoro; nel caso, lo so da solo. Solo che magari uno usa il blog per dire cazzate, ma qualche volta il sottoscritto l’ha usato anche come sfogo. No, non sono mica un dead man walking, in fondo lamentarsi pour parler fa parte della sciocca o troppo intelligente indole umana, almeno di chi è sveglio e non ha messo il cervello in naftalina. Avere una coscienza ben riposta da qualche parte porta anche alla sarcastica lamentela. E non solo, ti fai anche domande senza risposte del tipo: perché si sprecano milioni per la campagna elettorale più ridicola della storia? Perché adesso tutti i colleghi imbrattacarta usano la parola pizzini e prima ancora furbetti del quartierino? e mi incazzo per queste idiozie da minorati. Perché una zanzara (che ho ucciso) mi ha già punto? Perché il tambrullostoppio veggigargavollo non esiste? eh cazzo? Perchè?

LE SETTE MERAVIGLIE DI ATARU

(on the air: Elio e le Storie Tese – Parco Sempione)

Dice che visto che ho commentato proprio quel post, adesso mi tocca rivelare sette miei segreti inconfessabili. È una catena e non ho una mazza da scrivere sul blog. Ergo, per questa volta la accetto. Rabbrividite pure.

1) Vergogne musicali: per un certo periodo della mia vita, seppure breve, ho ascoltato a manetta Tiziano Ferro. Accadde ai tempi di X-dono e Imbranato. Mi appello alla vostra clemenza, in fondo ho già scontato la pena ascoltandolo. 

2) Vergogne cinematografiche: in realtà non è vergogna, io ne vado fiero. In 33 anni di vita non ho mai e sottolineo mai visto Guerre Stellari, Grease ed E.T. Non ho mai visto nemmeno Full Metal Jacket e Apocalypse Now. E Arancia Meccanica e Il Gladiatore non ho finito di vederli perchè mi annoiavano.

3) Vergogne culinarie: la notte del Capodanno del  2000 in Sardegna, divorai con gusto un piatto di profiterol (panna, crema e cioccolato) con le lenticchie per compiacere una fanciulla. Sempre sul culinario, non so se vi scandalizza il fatto che davanti a un piatto di carbonara, uno di amatriciana, uno di lasagne e uno di pasta burro e parmigiano, scelgo senza indugi e rimpianti quest’ultimo.

4) Vergogne telematiche: più di una volta in chat mi spacciai per una lesbica. Una volta risultai talmente credibile che dopo un po’ di giorni di chiacchiere convinsi una ragazza omosessuale a fare outing coi genitori. Chissà se la tipa mi sta ancora maledicendo o ringraziando. Mi sembra che il mio nome fosse Carlotta.

5) Vergogne fisiche: ho il terrore del corpo umano. Mi spiego, tutto ciò che è sottopelle e in particolare l’apparato circolatorio mi fa senso (attenzione: vene, arterie, ma NON la vista del sangue che non mi fa nè caldo nè freddo) anche solo a sentirne  parlare. Rischio il vomito/svenimento, anche adesso che l’ho scritto.

6) Vergogne vanitose: un paio di volte mi sono imbiancato i capelli col talco per vedere se brizzolato sarei ancora più affascinante. Inutile dire che il sale e pepe mi dona moltissimo.

7) Vergogne virili: piango ogni volta che vedo il finale del film Mignon è partita. Ho pianto, e avevo già una bella età, per uno dei miei cartoni preferiti: Maison Ikkoku o Cara Dolce Kyoko che dir si voglia. Ammetto di essermi commosso anche davanti a Elliot il drago, Titanic e Nei panni di una bionda.

Ora che mi sono sputtanato per bene (e non ho pubblicato la ridicola lettera che feci recapitare il penultimo anno di liceo, da un mio amico a quella che mi piaceva) scarico la catena a chi la vuole raccogliere. Che non si dica che io costringo qualcuno a fare qualcosa. E fàtela, stronzi!!

Ataru presenta:

LIVE!

FRIDAY I’M IN LOVE

(on the air: The Cure – A Forest) 

Venerdì ventinove febbraio. Una data bisestile che non a caso riserva funesti malori. Io ancora reduce dall’influenza, la Noe col mal di gola. Ma non è che puoi andare a dirlo ai Cure. Allora si va e basta. Sono al mio secondo concerto, del primo vi ho accennato qui. Questi cinquantenni inglesi hanno promesso tre ore di show, vediamo se è vero. Quando arriviamo nell’umidità killer dell’EUR, la gente è fuori ma non ce n’è poi così tanta, forse perché molti erano già dentro prima (un minimo di rammarico per aver perso i 65 Days of Static, gruppo spalla, ce l’ho). Darkettoni tanti, sì, com’è ovvio. Ma mica solo loro. C’è un sacco di gente di tutti i tipi, anche chi gli anni ottanta li ha vissuti già a venti/trent’anni e chi era davvero troppo piccolo per viverli. Io sono atipico, mi piacciono i Cure e non ho simpatia per i grupponi prog-rock anni settanta, nessuno escluso, pur riconoscendo che vedere i Genesis o i Pink Floyd in concerto avrebbe il suo bel perché. Alla Noe che aborrisce tutto il genere rock settanta-ottanta, i Cure un po’ gliel’ho insegnati, tanto che alla fine i biglietti sono un suo regalo, quindi un suo rischio e pericolo. Vabbè, comunque c’è il tutto esaurito al Palalottomatica, tranne un paio di posti davanti a noi, così ci mettiamo le giacche. Ore 20:45 puntuali: fuori il batterista biondo Jason Cooper, il bassista, rosso per l’occasione, Simon Gallup, il redivivo e virtuoso chitarrista-zombie Porl Thompson, rientrato da poco per ricostituire un pezzo di line-up originale e poi, lui, Robert Smith. Di nero vestito e truccato (anche il rossetto, sì), capelli sparati, inquartato a sufficienza da sembrare un buon orsacchione dark che si aggira sul palco. Buio, suoni inconfondibili. Ladies and gentlemen: The Cure! Ho portato una scaletta presa dal sito, l’ha scritta un fan sul forum, peccato che a quanto sembra mancano alcuni pezzi tra i più famosi. Le prime note sono quelle seducenti di Plainsong, seguono Prayers for rain, A strange day e via dicendo. Il pubblico è calmo e tranquillo fino a quando arriva Lovesong, che per me resta una delle più belle canzoni d’amore della storia. La mia scaletta è già stravolta e lo sarà sempre di più, meglio così. Pictures of you, Lullaby, Friday I’m In Love, In between Days, Just Like Heaven, quasi una dietro l’altra, eseguite perfettamente e senza la tastiera, che è assente dal palco. Robertone non si ferma mai, beve un po’ d’acqua, suda, si asciuga con la mano e ricomincia. Ha la stessa voce che quasi trent’anni fa gli valse un posto nella storia del goth-rock. Etichetta che tra l’altro i Cure non gradiscono, se è vero come è vero che hanno dominato le classifiche per anni e non certo per le canzoni goth. Ma che c’importa. Con Disintegration si chiude il concerto normale. Poi ci attende più di un’ora di encores. La cupa A Forest, forse la più bella di tutte, riinfiamma tutto il pubblico, mentre a turno gli assoli di Robert e Porl (uno che Jimmy Page e Robert Plant hanno voluto a suonare con loro…) danno un’idea di quanto siano mostruosi questi vecchi ragazzi inglesi che fanno sembrare tutto semplice come i più consumati animali da concerto. Il delirio di cori sulla versione energica di Play for Today, forse la più concertara di tutte, poi Close to me, Lovecats, Why can’t I be you?, l’immortale Boys don’t cry fino a chiudere con la carica di Killing an Arab. Totale tre ore e cinque, promesse mantenute con tanto di sforo di cinque minuti. Si vede che sono soddisfatti: Porl se la ride e applaude il pubblico, Simon si dimena, Jason carica sulla batteria, Robert abbozza dei balletti che si vede che è goffo, lo sa lui stesso e ridacchia (cosa rara) salutando il pubblico. Pur non avendo un rapporto direttissimo con gli spettatori,  forse più per timidezza, Robert riesce a trasmettere un bel feeling. Poi si sa che l’Italia gli piace: i Cure ricordano Taormina ’97 come uno dei loro più bei concerti di sempre. E questi qua girano tutto il mondo, non fanno mica tour ridicoli di quattro date come altri pagliacci che dopo un’ora mollano il pubblico a bocca asciutta (ad esempio mi dicono male, ahimè, dei Muse). Siamo stremati ma incantati, anche la Noe. La gente quasi li rivorrebbe ancora fuori, come se quelle tre ore e cinque fossero state poche. E questo ci è sembrato il miglior riconoscimento per questi quattro signori  un po’ eccentrici e truccati che non hanno alle spalle storie particolarmente burrascose. Forse giusto  qualche disputa interna o qualche bicchiere di troppo. Però mi piace quando penso che Robert è sposato con una ragazza che conosce da quando avevano 14 anni. E per uno che diceva che a 25 anni si sarebbe ammazzato, non è niente male.

Vi lascio con Robert Smith dopo aver compiuto 25 anni:

“Ho capito che ero riuscito a concludere qualcosa in questa vita e questo mi ha dato nuova carica. Mi sento più allegro. La mia peggiore abitudine è di bere troppa birra”.

PS: Volete leggere il concerto visto da chi quasi non conosceva i Cure? Ma prego!