COSA SUCCEDE A MANGIARE TROPPO

(on the air: The Sunshine Underground – In Your Arms)
 

In questi giorni ho mangiato troppo, lo ammetto senza mezzi termini. Lo ammetterei anche senza mezzi a Termini, ma in quel caso ci sarebbe uno sciopero dei treni, e chi vive a Roma sa il caos che ne verrebbe fuori. Cioè, uno ammette di aver mangiato tanto, è alla stazione e non ci sono treni. E se non può partire, non può tornare, non gli resta che mangiare, nutrirsi o al limite nutrire il proprio ego. O la propria eco, e in quel caso basterà urlare, tanto la stazione è vuota e buonanotte ai suonatori. Suonatori o no, converrete con me che gridare in una stazione potrebbe provocare dei falsi allarmi. Ma insomma stavo dicendo che ho mangiato troppo, ora non importa se io sia alla stazione o meno. Ma non meno, non c'è mica bisogno di essere maneschi, neanche a tavola. A tavola chi mangia con le mani non è una persona posata e sicuramente non ha il coltello dalla parte del manico. E se non hai il coltello come fai a spalmare il mascarpone, l'unico formaggio che senza scarpa diventa cattivo, diventa un mascalzone.

Un giorno ero ad una cena, anzi non era un giorno, doveva essere una sera perchè altrimenti sarei stato a pranzo, oppure era un pranzo e quindi era giorno, non era sera, non era cena, insomma adesso non me lo ricordo, è passato parecchio tempo, sarà stato il cenozoico. Eh. Allora lo vedi che era una cena? Dunque una sera a cena, ero a tavola con molte persone, ma fu soprattutto un uomo a colpirmi. E mi fece anche male lanciando del pane raffermo e riaffermando del pane lanciato, che infatti subito dopo averlo lanciato disse: sì sono stato io! E io: ma lei è un lanciapane a tradimento! Avverta prima, no?
Quell'uomo mi aveva colpito perchè aveva un aspetto molto mascolino, ma anche un po' giallo, un po' itterico e forse se non avesse avuto un difetto di pronuncia sarebbe stato anche isterico. Quell'uomo era malato. A vederlo così muscoloso e così giallo, non poteva che avere l'epatite virile. Nessuno dei commensali glielo fece notare per paura che si mettesse a lanciare pane. Che era anche un bel pane a ben guardarlo. E lui lo teneva tutto per sè provocando di certo qualche invidia, l'invidia del pane, appunto.
Era una cena lunga, i camerieri portarono a tavola piatti prelibati. Io non ne mangiai, la porcellana mi è sempre rimasta un po' pesante.
Vidi un cameriere servire delle porzioni di rana peccatrice, un tipo di animale non facile da prendere perchè salta da uno stagno a un altro con estrema facilità. Non aiuta il fatto di prenderla da piccola: dice che va a farsi un girino e nessuno la vede più per un bel pezzo.
Servirono poi l'ovino Michelin, un particolare tipo di agnello francese. Ma ricordo nitidamente che non convinse nessuno perchè era gommoso.
Non andò meglio con la capra. Sopra la panca la capra campa, sotto la panca la capra crepa. Ma se c'è una crepa sulla panca, la capra potrebbe indubbiamente sopravvivere, avendo uno spiraglio per respirare. Poi la panca. Bisogna anche capire di che nazionalità fosse questa panca. Se era americana poteva essere pancake, se francese pancarrè, in tutti i casi la capra avrebbe divorato la panca uscendone alla grande.

Non si stava solo a mangiare quella sera, che non era un giorno qualunque, ma era una sera qualunque, altrimenti sarebbe stato un pranzo e non una cena. Si parlava anche.
Ricordo un tale, un tizio, uno che parlava di trascendentale e trascendentizio, un tipo, uno che diceva di essere un tipo, non era brutto, ma insomma era un tipo. Questo signore era molto giovane, ecco sì non giovanissimo, diciamo di mezza età, avrà avuto sessant…settant…forse ottanta anni, ma non li dimostrava, non voleva assolutamente dimostrarli. Qualcuno gli chiese la carta di identità, ma lui la fece sparire con un gioco di prestigio. Era anche prestigiatore, batterista e cinese, lo capimmo perchè mangiava con le bacchette. 
Mi raccontò di essere stato in guerra con se stesso e di essersi bombardato casa, di non aver mai avuto troppa paura dell'aldilà, perchè aldilà di tutto, lui il lavoro lo avrebbe trovato anche di là: mi disse infatti di aver già pronto un curriculum mortis.
Parlammo poi del fatto che non c'è rosa senza spine, ma è sicuramente è un problema trovare tutte queste prese. Concordammo sul fatto che i fiori elettrici non furono poi una così grande invenzione.
Ci davamo del lei, a volte del voi, più difficilmente dell'essi e senza per questo darci dei cani collie. Anche perchè lui aveva sette collie, li allevava a Roma.
Parlammo di ogni essere vivente, morente e morto. Mi diede del tu soltanto quando parlammo dell'assassinio di Kennedy. Kennedyci? Mi disse proprio così, Ken-ne-dyci? Io non dissi niente e lui continuò un monologo senza soluzione di continuità. Qualcuno provò a cercare la soluzione a pagina quaranta, ma era quella della settimana scorsa.
Mi alzai, incontrai una donna, mi propose di andare a letto, un letto a due piazze mi disse. Inizialmente le dissi di sì, ma poi pensai che fosse tutto un inganno. Due piazze, un solo indirizzo, lei era infingarda, voleva imbrogliarmi. Tornai indietro, le chiesi di quali piazze stesse parlando. Lei non capì, c'era troppo Chiasso in sala. Era pieno di svizzeri.
Poi mi sovvenne che era una famosa scrittrice e parlava di un libro letto in due piazze. O forse un libro per due persone. Mi feci assalire dai dubbi. Rifiutai il dessert, i calamari dolci che avevano in sé delle contraddizioni, e me ne andai verso la stazione che era deserta già da prima del dessert, per via dello sciopero.
Lo sciopero, l'attività preferita dal chirurgo di montagna, che scia operando e ha la sala operatoria in seggiovia. Racchetta, bisturi, basta solo non sbagliare.

Era stata una cena coi fiocchi -ossia, lo sarebbe stata se fosse stata una colazione- ma avevo mangiato troppo.
E a casa mi aspettava l'agro della bilancia.

IDEE RANDOM PER UN FILM DI SUCCESSO #10
 

(on the air: Julian Plenti – Girl On The Sporting News )
 

I film che prima o poi vedrete al cinema. Questa rubrica festeggia la decima puntata e dunque più o meno i cinquanta film mai usciti sul grande schermo. Anche se io non dispero che prima o poi ce la facciano, viste le vaccate che vanno in giro. Sotto con i prossimi quattro titoli (di solito sono cinque, ma tanto la volta scorsa erano sei).
 

Tre dì in 3D. Nella magica terra degli Scarafaggiani (meravigliose creature a metà tra insetti e uccelli), si vive in pace e in 3D. Si vola sulle ali della fantasia in 3D, ci si diverte in 3D, si mangia in 3D. A un certo punto il perfido Pterodattero e il suo esercito di frutta secca alata irrompono nel villaggio e spengono il 3D con un malvagio incantesimo a base di ginseng. Gli Scarafaggiani sono disperati e intrappolati nella nuova condizione a due dimensioni. Il valoroso Blatta di Latta, principe ereditario scarafaggiano, dovrà andare a cercare un paio di occhialetti magici dentro un cinema di Sacramento, ma finirà con lo spaventare gli umani, eccetto i bambini che, ignari e divertiti, si ingozzeranno di marshmallows inzuppati nel burro di arachide. Poi c’è la battaglia mezza in 3D e mezza no eccetera eccetera. Durera tre dì. Sullo schermo, dura più o meno tutto il secondo tempo, due ore circa. Trama banale e scontata, ma è comunque la più originale che si ricordi in un film in 3D.

SushiMan. James Zoth è un abile produttore di tartine al surimi, la polpa di granchio finta. Riesce a truffare la gente con maestrìa soprattutto quando decide di vendere sushi di quart'ordine in Italia. È noto infatti che ormai l'italiano medio abbia un'insana quanto inutilmente modaiola passione per il pesce crudo giapponese. Mentre torna in America con il suo jet privato e fa il bagno nei soldi appena guadagnati, scivola su un pezzo di tonno scadente e casualmente lo ingerisce. Notoriamente allergico al tonno scadente, Zoth viene colto da convulsioni, soffocamento e trasformazioni varie fino ad acquisire i superpoteri. E diventa SushiMan.  Anche il suo aereo si trasforma in una navicella a forma di sushi.  Imparati a usare i superpoteri, creata una tuta di zenzero rinforzato, rivestita in lega di wasabi, James decide che difenderà l’umanità assieme a dei supereroi italiani conosciuti casualmente durante un brunch milanese: l’Uomo Ciauscolo,  la Donna Cinghiale e il Rigatone. I quattro correranno in aiuto della vicina Germania, minacciata da un nuovo olocausto ad opera del perfido Uomo Krauto, impossessatosi di un vero e proprio arsenale trafugato al ricco e ambiguo sceicco nonché organizzatore di incontri di boxe, Al Marmellah. Una volta sconfitto il cattivo teutonico e pure lo sceicco, SushiMan,  acclamato dal mondo intero, andrà a rilassarsi su un isolotto del Pacifico godendosi i proventi illeciti del pesciaccio finora smerciato. Qui incontrerà e sconfiggerà una piovra gigante, uno tsunami e alcuni animatori turistici mascherati da Pippo. È il segnale che qualcosa di terribile sta per accadere.Il film si conclude preannunciando un sequel roboante: l’Uomo Carpaccio di Polpo, nemesi storica di SushiMan e suo vecchio compagno al corso di pirateria radiofonica, è pronto a conquistare la terra partendo dalle acque. Un capolavoro del fumetto approda al cinema.

Tutti i giorni  che ti amerei nella vita. Parma. Lucilla lavora in un call center, ha un drago barbuto come animale domestico e la vita certo non le sorride. Un giorno incontra Marco, quarantenne sposato, con due figli, ma insoddisfatto. Lei lo invita a casa e finiscono a letto dopo aver parlato tutta la sera della loro vita infelice. Il giorno dopo si svegliano nel letto di lei e sono ancora più infelici perché la loro storia non può funzionare. Poi Marco decide: molla tutta questa fottuta vita e si porta via Lucilla. Al mare. In riviera romagnola. A casa del padre separato di lui. Che è infelice e beve come una spugna. E proprio in quei giorni stava meditando il suicidio. E gli era morto il cane. E soffriva di allergia ai pini, lui che viveva in una pineta. Lucilla si chiede se la scelta fatta sia davvero quella giusta. Laura, la moglie di Marco, sa bene che l’unico modo per riprenderselo è non fargli più vedere Mirco e Lara, i figli. Ha inizio una dura disputa a colpi di cellulare, fin quando il padre di Marco si arrabbia e viene colpito da ictus. La famiglia si ritroverà al capezzale del vecchio, tranne Lucilla, che vaga sola e sconsolata sul lungomare di Rimini con il trucco sfatto e le occhiaie fino a terra. Marco ritroverà la felicità con la sua compagna di sempre. Lucilla tornerà al call center con  le pive nel sacco e non crederà mai più nell’amore. E un giorno, davanti a una tazzina di caffè e al drago barbuto, prenderà una decisione fondamentale. Ma banale. Una storia moderna e italiana, evitabilissima.

Scuola di rock in California. (i titolisti italiani sono pessimi, lo so)
Los Angeles. Harry, Perry e Terry sono tre adolescenti con un sogno: diventare il gruppo rock più figo della scuola. Fondamentalmente sfigati, i tre suonano e cantano molto bene. E sfondano: conquistano le cheerleaders della California, prendono il sole della California, fanno gli scherzi della California, partecipano alle feste della California, si mettono le magliette a righe della California. Ma dietro l’angolo c’è un guaio. Harry, il cantante, si monta la testa e molla gli altri due, convinto a fare il solista da Wendy, la sua ultima fiamma, stupida come una zucchina della California.  Perry e Terry non credono più nel loro sogno e smettono di suonare. Harry, sempre convinto da Wendy, si fa i capelli da emo e organizza un party in piscina, una piscina della California, a casa dei suoi. Si sente figo Harry. Fin quando non trova Wendy nuda e avvinghiata al suo arcirivale Larry, universitario, giocatore di football americano, muscoloso, fama di latin lover e non ultimo, membro degli OmegaAlfaEpsilonZetaLambdaTetaOmicronChì, ovvero la confraternita più esclusiva della California. Harry si ubriaca e tenta di rimorchiarsi tutte le ragazze della festa, ma l’incantesimo è finito. Lui e suoi capelli da emo, sono di nuovo degli sfigati. Harry fuma una canna della California e si sente male. Perry e Terry lo trovano in una pozza di vomito e lo salvano dal peggio: i genitori che stanno tornando a casa. Il giorno dopo, i tre sono di nuovo un gruppo rock! Si chiameranno The Merry Harryperryterries e di lì a poco un discografico della California gli farà incidere il primo album. Il successo arriderà ai ragazzi, che chiudono il film facendo da gruppo spalla al concerto di Alvin e i Chipmunks, gli scoiattoli truzzi. Una sana storia americana.

 

SINTESI DEL MIO CAOS CONTEMPORANEO

(on the air:  Bluvertigo – Iodio)

Vorrei scrivere la recensione di Iron Man 2 e dirvi che mi è piaciuto allo stesso livello del primo. Anche perché le cose stanno proprio così.
Ma stanotte ho più voglia di tornare a fare lo pseudoscrittore maledetto, di lamentarmi, di fottermene di tutto quello che non mi riguarda direttamente o indirettamente.
Questo è un periodo così, di quelli che mi prendono di solito col cambio di stagione: la perplessità per un inverno che va via e una primavera che arriva e mi rincoglionisce.
Sono rarefatto come l’aria impura che respiro. Bello, eh? Questa è chimica, signori.
E la chimica mescolata a me stesso fa un’alchimia strana, quasi sulfurea, nera. Poi ve lo spiegherò, perché adesso sono confuso. 

Segue: voglia (soddisfatta) di esprimersi in seconda persona singolare.

Un giorno sussurri parole che sembrano indelebili, il giorno dopo stai lì a pensarci, il giorno dopo ancora sei terreno e immanente.
Svogliato, pigro, ma ansioso di fare, incontrare, stancarti, vedere cosa succede in città.
Rientra tutto in questa scatola piena di doveri e piaceri che ci siamo costruiti senza un vero motivo.
Sorridere davvero, sorridere a comando, tagliare la strada, bere vino, raccontare storie meravigliose, spaventarsi, concretizzare, non decidersi, pensarci troppo, rodersi il fegato, tentare di ricordarsi i sogni perchè se li dimentichi come fai a realizzarli, cucinare, camminare sulle acque laddove non sei Cristo, ma è semplicemente piovuto cinque minuti prima.
Tutto ha un senso come un cubo di Rubik, almeno fin quando non gli stacchi i quadratini e fai come cazzo ti pare.
Oppure se vuoi farla meno sporca, stacchi solo gli adesivi dai suddetti quadratini al fine di invertirli temporaneamente.
Meno radicale, meno fruttifero, ma comunque vagamente efficace.
Perché in quel mentre potresti aver già cambiato lo scorrere degli eventi.

Segue: raziocinio. E stanotte lo aborro. E gli sparo. Bum.

A volte detesto l’umanità tutta. Poi mi rendo conto che non essendo io un dio, un extraterrestre, un robot e nemmeno un formichiere, bè, dovrei detestare anche me stesso. Allora faccio pace con il mondo e ricomincio fino alla prossima traballante versione dei fatti.
 
Seguono: interruzioni, cancellature, sguardi languidi verso oggetti random, spazi bianchi perché qua lo sfondo è bianco ed è l’unica certezza.

Ho deciso di non dimenticarmi più niente, ma ho scoperto che non è facile, tanto che oramai mi segno anche le parole, i concetti da dire. Eppure non è la vecchiaia che avanza. In fondo le cose me le scordavo pure prima. Ma la saggezza dell’invecchiare fa sì che io me le appunti, mentre prima le lasciavo cadere nel doppiofondo di una valigia di cui mai e poi mai avrei ricordato la combinazione. Adesso mi segno prima di tutto quella, casomai il doppiofondo dovesse tornarmi utile.

Segue: cambio di concetto senza collegamento apparente. Eppure c’è.

Non bisogna aver paura delle dicotomìe, delle astrazioni, dei lati oscuri. Tutto serve, compreso l’esercizio di stile. O gettare altra cortina fumogena su di voi, nemmeno fossi James Bond rigorosamente con il ghigno e le sopracciglia scozzesi di Sean Connery.

Segue: noia mista a sarcasmo. Il tutto è tangibile. Leggi sotto.

Prima di cominciare a disamorarmi di quello che digito, schiaccio l’acceleratore e vi semino.
Oggi non mi interessa illuminare qualcuno, preferisco lasciare qui un crittogramma complicato anche per chi lo genera.
E se vi serve Chiarezza magari citofonatele, esclusivamente ore pasti.