IN BRUGES

(on the air: The Cinematics – A Strange Education)

Apdeit offtopic (30 maggio): il blog se ne va in ferie. Ataru si rimette in moto e come ogni anno va a trascorrere qualche giorno sui colli pisani per ritemprarsi lo spirito. Ci si sente a ritorno. E buona camicia a tutti.

Ho poco tempo per dirvi che In Bruges è senza dubbio il miglior film che abbia visto al cinema quest’anno. Ingredienti per un noir sospeso tra tensione e ironia con attori ampiamente in stato di grazia: Brendan Gleeson nei panni di un killer colto, navigato e bonario, Colin Farrell in quelli di un killer svogliato alla ricerca della catarsi per un omicidio di troppo, Ralph Fiennes, il loro capo, perfettamente calato nel ruolo dello psicopatico, e non è la prima volta, una ragazza belga (la francese Clemence Poesy) non bellissima ma che sembra uscita da un quadro fiammingo, un attore nano tossicodipendente e una città medievale con i suoi canali che scorrono placidi, le sue casette da fiaba, le sue viuzze acciottolate a fare da cornice e da vera protagonista assoluta. Mescolate un po’ di personaggi-killer alla Scorsese, un pizzico di dialoghi surreali alla Tarantino (il nano strafatto di coca parla di una fantomatica futura guerra tra bianchi e neri), qualche inquadratura alla Rodriguez e il geniale humour inglese di Edgar Wright, quello di Hot Fuzz. Guarnite a piacere con birra e cioccolato belga e pochissime, ma decisive pallottole. Il risultato è un film insolito, convincente, teso, una black comedy a trecentosessanta gradi, dove l’azione non è così importante, anzi la trama va via quieta, strappa risate di gusto, ci fa acculturare, ma non ci fa mai dormire. Mentre aspettano gli ordini del capo che li ha mandati lì, Gleeson fa il turista, simpatico, brontolone, quando vuole anche parecchio incazzoso e Farrell è un insicuro bambino che si divide tra la voglia di suicidarsi per l’errore commesso e la voglia di divertirsi in questo cesso di Bruges. Di Fiennes sentiamo solo la voce da squinternato per tutto il primo tempo, per poi godercelo alla fine più sanguinario che mai, seppur con un suo codice d’onore e una certa comicità nella sua sequela infinita di parolacce. Insomma l’opera prima di Martin McDonagh merita parecchio. Al cinema escono polpettoni e sequel a distanza di vent’anni (vero, Indiana Jones?), ma magari nessuno si fila questo gioiellino. Sarà perché poi io a Bruges – a un’ora di treno da Bruxelles- ci sono stato (pure al museo Groninge, la cui visita conta abbastanza nella trama), e nel film c’è tutta l’atmosfera da fiaba triste della città, esattamente come l’ho vissuta io. Non a caso l’Ente Turismo delle Fiandre ha pagato bene. In Bruges non delude nemmeno alla fine. Io ve l’ho detto, poi andate a vedere cose più famose, non sia mai. Però ripeto, io la soffiata ve l’ho data. 

Citazioni per Colin Farrell:

Bruges è come il purgatorio e il purgatorio è come il Tottenham, non vince ma non va neanche troppo male.

Per cosa è famoso il Belgio? Per gli abusi sui bambini e per la cioccolata che serve ad adescarli

In copertina: Hieronymus Bosch – Dettaglio dal Trittico del Giudizio, Groninge Museum, Bruges.

PS che non c’entra una sega: lasciatemi amareggiare perché stasera sarei voluto andare al concerto di questa fantastica donna e invece no, perché alla fine non ce la si fa a fare tutto. Chi ci va poi mi dice com’è stata la Feist.

Annunci

IL POST INUTILE DER CACCOLA

(on the air: Teitur – Catherine the Waitress)

Sono qui soltanto per annunciare un grande ritorno. Quattro anni dopo la squalifica per censura, una censura contro cui mi battei e ci battemmo in tanti bombardando Splinder di email e messaggi privati. Un blog che vantò in seguito miriadi di imitazioni: Sw4n aprì  Incuboblog ispirandosi a lui, ma senza mai raggiungerne minimamente i fasti, quelli di Blogdiscount decisero che era ora di attaccare i blogger famosi molto prima di qualsiasi altro blog che fa satira blogghica adesso, ma vennero comunque dopo di lui. Ne ho citati due ma ce ne sono millemila. È il blog che vanta più imitazioni. È il blog che ha lanciato personaggi unici (Whiteshock su tutti, purtroppo nessuno di voi lo ricorda, peccato), anche se poi sono caduti nel dimenticatoio. È il blog che insulta la gente senza filtro, che istituì il concorso di Miss Cessa e Mister Cesso. Ricordiamo la vittoria di Fulvia Leopardi. È clamorosamente il blog che mi ha fatto conoscere mister Thunderblue (lettore assiduo), che non è cosa da poco. A un certo punto a qualcuno che non aveva il senso dell’umorismo, la cosa non andò più bene e il blog fu chiuso da Splinder. Adesso la gente non ha sense of humour esattamente come allora, ma sta più allo scherzo perché comunque è tutta pubblicità e fa brutto prendersela. Sono quindi curioso di questo nuovo esperimento. C’è chi ha scoperto la sua identità, chi lo ha stramaledetto, chi lo ha amato, chi lo vorrebbe morto, chi lo vorrebbe re del mondo. Signori, è tornato ErCaccola!

METEOTRENDY

(on the air: Sunshine Underground – Dead Scene)

Di solito quando si parla del tempo è perché non ci sono altri argomenti da eviscerare. E per non stare in silenzio, si accenna all’aria che tira, al colore del cielo, all’estate che tarda, all’inverno che latita, alla primavera che fiorisce, all’autunno che imbrunisce. Così si passa il tempo a parlare del tempo. Credo sia per questo che le previsioni meteo riscuotono tanto successo. Mica solo per sapere come devi vestirti domani: servono per evitare imbarazzanti silenzi. Per cui noi tutti osserviamo sette canali, otto siti, il meteo24, le meteorine, solo per imparare tutto a memoria e mettere così nel paniere una ricca serie di informazioni da snocciolare allo scassamaroni di turno che non sa proprio lasciarci assorti nei nostri luminosi pensieri. Gli ascolti del meteo probabilmente sono secondi solo a Maria De Filippi e ai suoi rincoglioniti che ballano e cantano. Io ad esempio guardo il meteo sperando che un fulmine li colpisca collettivamente così da trasformare i suddetti rincoglioniti in squallidi topi da biblioteca e la De Filippi in una donna. Ma a parte questo, in questi giorni, o è il trionfo del non sapere che dire oppure siamo di fronte a un caso eccezionale. Propendo in effetti per la seconda ipotesi. Sono ben trentasei ore che piove a cassonettate, di cosa cazzo dovremmo parlare? Del torrone? Dello scudetto dell’Inter? Dei baci saffici che ormai sono più frequenti di quelli etero e degli scudetti dell’Inter? Insomma, oggi come oggi non solo parlare del tempo non è qualunquista, oggi come oggi, cari i miei nonsoccheddire, è terribilmente trendy. Val bene citare il Corvo che diceva non può piovere per sempre. Dal numero della gente che lo dice, è possibile censire quante -e sono tante- persone hanno visto il film. Il buon Brandon Lee ne sarebbe lieto. Val bene dire piove, governo ladro!, un vero e proprio evergreen del maltempo. I più forbiti possono sfoggiare D’Annunzio: piove sulle tamerici salmastre ed arse. E soprattutto ci si può lanciare in previsioni a medio termine, tipo ho sentito che il giorno di Ferragosto potrebbe piovere tra le 16,30 e le 17,52. La gente che vi ascolta, ormai stordita dal rumore dell’acqua sgocciolante, non batterà ciglio. Anzi vi risponderà che l’anno scorso quel giorno precisamente a quell’ora era spaparanzata sulla spiaggia a mangiare un cremino sciolto e che non rifarlo quest’anno, sarebbe oltremodo delittuoso. Come vedete, parlare del tempo, mi permette addirittura di postare sul lavoro. Parlare del tempo quando è di moda, è una svolta. Raccomandatelo ai vostri amici simpatici.

GLI AMICI DELLA CASSETTINA

(on the air: Amari – Le Gite Fuori Porta)

Mi aggiro nel web senza una vera meta pensando a soluzioni varie. Per esempio: lo sapete che Flickr fa pubblicare fino a duecento foto gratuitamente dopodichè oltre le duecento quelle vecchie ve le mette da parte finchè non pagate un abbonamento annuale? Non a caso io ho aperto già uno e due Flickr e conseguenti due account Yahoo, perché solo se sei Yahoo si può. Il dilemma è questo: mi sono rimaste ventisei foto da mettere sul mio secondo Flickr. Io a Barcellona ne ho fatte circa trecento. Forse potrei rientrare a fatica nelle ventisei, ma poi? Voi direte che ci sono varie soluzioni, ma io ve le boccio tutte. Tipo, paga. No, è escluso, perché cazzo dovrei? Open source è la parola d’ordine per il blog, le foto, i programmi e tutto il resto più o meno legale. I pagamenti li lascio a chi ha voglia di fare sul serio (sì, vabbè). Allora un altro sito? Già, si potrebbe anche fare, credo ce ne siano altri che mi lascerebbero mettere tutte le foto che voglio, ma poi mi perdo i commenti degli amichetti di Flickr e ciò è male. Resta un terzo account, per ora la cosa più praticabile. Se avete altre soluzioni fate un passo avanti. Il web 2.0 ogni tanto fa anche cose utili. Ad esempio se leggessi più libri mi iscriverei ad Anobii. Già però che ascolto musica, voglio segnalare una cosabbella a chi non la conosce (so che quasi tutti i miei lettori sono sempre romanticamente ancorati al vecchio web, come del resto il sottoscritto). Muxtape riprende il vecchio concetto della cassettina da ascoltare in macchina o alle feste. Il gioco è semplice e vale la candela: caricate i vostri dodici mp3 del momento e ve li sentite quando volete. Io, per dire, ci ho messo un po’ di on the air, così chi vuole se li pappa mentre legge qui. In più nutritevi  di chicche altrui, si trova un sacco di roba sconosciuta e gustosa. Poi lo linkerò anche nel templeit, ma datemi quei tre o quattro mesi necessari a superare pigrizia, stress lavorativo, morte apparente post-Barcellona e via con le più ignobili scuse dell’universo. Comunque: http://ataru.muxtape.com/. Il uebduepuntozero e il social netuorc and cagate’s si riscattano ai miei occhi, dopo che per mesi, come sapete, mi sono interrogato invano sull’utilità anche minima di Twitter, mentre senza troppa convinzione mi trascinavo a iscrivermi su Facebook. Bene, già che ci sto mi occupo anche di cinema, che era una vita che non vedevo un film sul grande schermo. Ho appena visto IronMan e ne sono uscito lautamente soddisfatto. Monumentale, istrionico e fanfarone Robert Downey Jr., irriconoscibile, pelato, barbone e cattivissimo Jeff Bridges, eterea e seducente Gwyneth Paltrow. Io però continuo a chiedermi perché i film li fanno durare sempre di più. Ormai sono vecchio e mi cala la palpebra verso mezzanotte e mezzo: facciamoli finire a quell’ora, no? Dopo Cannes mi attende l’abbuffata con Toni Servillo,  il miglior attore italiano sopra di parecchie spanne rispetto a chiunque altro (Il Divo e Gomorra non vorrei perderli). Poi volevo dire qualche altra cosa, ma per l’appunto mi cala la palpebra.

BARCELLONA, I TASSISTI E I COLORI

(on the air: Infadels – Make Mistakes)

Questa storia comincia su un aereo che mi riporta a Roma. Anzi finisce, ma ho deciso di farla cominciare da qui. Dall’impazienza di fumare una sigaretta appena fuori dalle enormi porte a vetro dell’aeroporto di Fiumicino tra uno schizzo di pioggia e l’aria fresca e umida delle dieci di sera. Ma facciamo un salto indietro. I tassisti di Barcellona sono perlopiù onesti, ordinati e hanno ognuno un loro stile, adatto a tutte le situazioni. Così, se devi andare dall’aeroporto Prats fino all’albergo futuristico sull’Avinguda Diagonal accanto a quello strano e ambiguo coso che risponde al nome di torre Agbar, il tassista non ti fa sentire nostalgia dell’Italia. Non se ne sentiva il bisogno, ma la sua compilation inanella Tozzi, Pausini, Battisti, Cocciante e altri italiani, rigorosamente in spagnolo. L’impatto barcellonese è frenetico perché devo anche incontrare mio cugino, che lui il suo soggiorno qui lo sta concludendo. Metro, Plaza Catalunya è immensa, calda e piena di turisti alle tre del pomeriggio. Un immenso fiume di gente che dopo due chilometri di rambla, sfocia in mare. Ah sì, la Rambla. Un posto pieno di grandiosi artisti di strada dai travestimenti più improbabili, indigeni rilassati, viaggiatori di ogni razza ed età, ristoratori senza scrupoli e borseggiatori mimetizzati. Capita che incontri Cristoforo Colombo che non guarda proprio verso l’America, direi più verso l’Africa, ma che importa, era convinto di aver scoperto l’India. C’è gente che prende il sole appesa a un ponte di legno che collega un centro commerciale in mezzo al mare al resto del mondo. La prima sensazione che ti dà Barcellona è quella di non essere chissà dove. Non dico che ti senti a casa, ma nemmeno all’estero. Sarà che in fondo siamo tutti latini. Ben presto ci verranno a noia i cambi da una metro all’altra. Chilometri di scale e corridoi con le gambe segate. Di sera si mangia più tardi, alle nove è giorno, Passeig de Gracia è uno stradone elegante che tra un palazzo e l’altro nasconde edifici di rara bellezza; puoi imbatterti, per citare le più celebrate, nella Casa Batllò di Gaudì con il suo tetto-drago o nella Pedrera-Casa Milà con le sue inconfondibili guglie bianche. Il delirio modernista è sempre presente nella capitale catalana. Colori, forme appuntite e arrotondate, armonia. Forse è per questo che Barcellona è tremendamente fotogenica.

Per arrivare al Parc Güell con l’autobus numero 24, è un viaggio della speranza. Ma poi ne vale la pena, tra finte grotte, terrazze panoramiche, casette da favola e il drac, il lucertolone più colorato del creato. E in una piazzola nel bosco, sembra di stare a Cuba col gruppo di turno che suona (bene) Oye como va. Qui la latino-americana la tollero di buon grado, c’è un posto adatto per tutto. E Gaudì sia. Il tassista che ci porta alla Sagrada Familia mentre siamo spersi in un quartiere residenziale tentando di orientarci invano, ascolta musica commerciale, pezzi storici, i Police. Cose rilassanti, dopo la paura di rimanere sotto il sole e perdere ritmo e gambe in un colpo solo. Due uomini nudi, reduci dal sit-in della PETA ci passano accanto e non è un bel vedere. La Sagrada è un’imponente incompiuta. Bella, bellissima, eppure mi emoziona poco. Sarà che mi sento troppo piccolo rispetto a quelle punte che volevano arrivare direttamente a punzecchiare Iddio. Eh, Gaudì. Casa Batllò vista da dentro è un capolavoro di eccentricità colorata senza eguali. Soprattutto se visitata dopo mezzo litro di vischiosa sangrìa accompagnata solo da una tortilla de patatas o una crema catalana. La sera infatti è crollo. Cena alle undici al pub di un centro commerciale di fronte all’albergo. Poca qualità, molta scortesia. Mica come la sera prima, al ristorante galiziano tra tapas e paella.

La successiva alba è vagamente riposante: le rovine romane dell’antica Barcino, i vicoli medievali del Barri Gotìc, sembra quasi di stare a Roma. Il chiostro pieno di oche starnazzanti della Cattedrale gotica è un signor chiostro, pure con le palme. La rilassante Plaza Sant Jaume ci rifocilla con i bocadillos di Bocatta. Ma poi è il momento di andare al Camp Nou,  un vero tempio del calcio. L’autobus ti lascia a pochi metri dallo stadio, ma l’ingresso per la visita è lontano. Bellissimo, d’accordo, però collegarlo meglio sarebbe stato un atto di pietà nei confronti  dei nostri arti. Ronaldinho in 3-D, Messi cartonato, merchandising di tutte le fogge, lo stadio è ancora più grande e spettacolare di come te lo immagini, arrivare a un passo dall’erba è emozionante come sedersi in tribuna d’onore e avere un colpo d’occhio straordinario o guardare da vicino la Coppa dei Campioni strappata alla Sampdoria sedici anni fa. Mas que un club. Altro giro, altro taxi, c’è la funicolare per Montjüic che ci aspetta. Il tassista ascolta musica leggera spagnola. Su a Montjüic non c’è molto a parte il panorama, però ci piace e peraltro dopo la funicolare ci vai con la teleferica. Ritorno, doccia e via per lo spettacolo di fontane. Che qui non hanno molta acqua, ma le colorate fontane musicali sono un simbolo e ne sputano ettolitri in mezzo a Plaza de Espanya. Le note sono a tema acquatico, da La Sirenetta al Titanic, oh c’è persino Porta a Porta, ehm, Via col Vento. Anche se poi Freddie Mercury e Montserrat Caballè interpretano questa città in maniera sontuosa e sbaragliano tutte le altre colonne sonore. Il tassista più pittoresco che ci capiti lo becchiamo alle undici di sera: a bordo ha il navigatore, la radio che spara musica tradizionale spagnola della peggior specie e sul sedile destro, sua moglie che gli legge le strade. Cena sul mare a base di fideuà (la paella con la pasta al posto del riso) e vino bianco nel pieno del sabato tra ragazzine ubriache, che ti chiedi perché a vent’anni invece di fare il coglione in Sardegna non eri qui a fare incetta, e rimorchioni in tiro che passano da un locale all’altro. Noi si fanno quasi le due. Taxi, musica disco, letto.

Ok, ok mi sbrigo che non ce la fate più. Fast Forward: andate a vedere il Palau della Musica Catalana nel placido quartiere di Urquinaona. Ne vale la pena, ma prenotate con un giorno di anticipo la visita guidata. Noi l’ascoltiamo in catalano e si capisce. Splendido e punto. Poi saliamo fino agli ottocento metri del monte Tibidabo, tra una chiesa gotica e un luna park un po’ sinistro, una funicolare che si arrampica e un panorama mozzafiato. A Sant Gervasi ci sono le ville extralusso e due vecchine mi indicano la strada giusta per prendere l’autobus in direzione Casa Milà/Pedrera. Folle capolavoro, mi scappa ancora questa parola davanti al genio di Antoni Gaudì. Sul tetto ci stiamo quasi un’ora, sarà per quello che ci siamo vagamente abbronzati? L’aperitivo si fa nel malfamato e alternativo quartiere del Raval. Ad accompagnarci è un tassista col codino che ascolta roba virtuosa tipo Jimi Hendrix e John Petrucci con l’I-pod attaccato all’autoradio. Croquetas de jamòn da mangiare, Cava da bere, Barcellona-Valencia in diretta, si sta bene al Raval. Compro anche una maglietta al mercatino da una simpatica ragazza che fa la grafica. Di nuovo movida e cena sul lungomare di Barceloneta con tanto di ulteriore aperitivo di gazpacho alla fragola. Anche qui i colori la fanno da padrone. I locali sono uno più trendy dell’altro. Ci godiamo anche un lieve accoltellamento in diretta con annesso arrivo della polizia a mò di telefilm. Il ritorno in taxi ce lo facciamo ascoltando la diretta radiofonica di Osasuna-Real Madrid, che assegnerà la scudetto al Real e confezionerà un’altra cocente delusione per il popolo blaugrana.

Sì, finisco. Santa Maria del Mar è un’altra cattedrale gotica di tutto rispetto. La Boqueria è il mercato più bello che esista, credetemi. Il trionfo, ma guarda un po’, dei colori. Ti godi il tutto con in mano un ottimo frullato di frutta al naturale, te lo fanno assaggiare per strada e poi inevitabilmente lo compri perché è buono. Non lo prenderei mai altrove, ma c’è un luogo per tutto, appunto. Il tassista che ci porta all’aeroporto, now playing Bob Sinclair e altra roba disco, ci fa pagare un botto rispetto alla media bassa degli altri. È l’ultimo. Ci attende lo sfigato gate 17 dell’aeroporto,  una hostess che prima dell’atterraggio sbotta a ridere al microfono e non si riprende più, ma per fortuna stavolta i passeggeri non fanno l’applauso cafone all’atterraggio. All’andata sì. Italiani, bleah. Da quell’ultimo taxi all’atterraggio passano circa quattro ore. Nelle quali concludo che anche in Spagna si sta molto meglio che da noi, che c’è anche molto più ordine e pulizia, che la gente è meno cafona, che si mangia bene e imparerò a cucinare le mie tapas preferite, che tornerò a Barcellona, che insieme alla Noe si viaggia sempre sul velluto e non è cosa da poco. Da quell’ultimo taxi all’atterraggio penso a quella sigaretta da fumare accanto alle porte a vetro. La fumo. Hasta pronto.

In copertina: foto di me medesimo – I comignoli di Casa Milà, seppia.