MAFFONI: CHI ERA COSTUI?

(IL POST NON VI CHIARIRA’ IL DILEMMA)

(on the air: The Fratellis – Whistle For The Choir)

Or ora ci rifletto. Mi si rimprovera di non parlare spesso di attualità. Chi? Nessuno, credo. Forse una proiezione di me stesso che dice tu nel blog parli solo di cazzate tue personali!

Allora cosa dire? Ho scelto due robe di attualità che in questo periodo stanno tanto a cuore all’intero paese (il paese, come amano dire i nostri politici tutti, forse vergognandosi di dire Italia). La crisi di governo? Naaa, troppo banale. La base di Vicenza? ma siamo matti? mi dovessero arrivare qui i manifestanti! No, signori miei, nel nostro paese ci sono cose ben più importanti, e a livello nazionale e a livello locale.

La prima, chi non la sa? E’ cominciato il festival di Sanremo. Ne ho visto un pezzo, rigorosamente con il commento della Gialappa’s, che ormai quei tre fanno ridere solo ed esclusivamente in radio quando commentano i grandi eventi canori e calcistici. La Hunziker ha preso oltre un milione di euro e tutti noi ci siamo tanto scandalizzati. Ma del resto i tetti sono fatti per essere sfondati. Credo che basti dare un’occhiata a qualsiasi onorario di personaggio tv di prima fascia, per capire che un misero milioncino per cinque sere non è poi così scandaloso. In quel poco che ho visto, Norah Jones ha fatto una figura barbina tra playback interrotti e presunti duetti non fatti con Baudo e la Hunziker. Gli Scissor Sisters si sono visti segare un pezzo per mancanza di tempo e pare ci abbiano risparmiato una strofa di I don’t feel like dancing featuring Pippone. Ho sentito Cristicchi e mi sono annoiato, ho sentito Nada e sono rimasto perplesso. Poi Mango s’è incazzato con la Gialappa’s perchè il signor Carlo gli ha parlato di una sua presunta svolta rock. Ecco, svolta rock è già un tormentone. Ma è già (quanti già) seconda serata e vi attendono gli anzianotti Take That. Aspettiamo solo qualche polemica a guastare l’armonia di una roba invendibile all’estero. Forse, non lo so perchè non l’ho visto, ci avrà già pensato l’irresistibile (per chi?) Pierino Chiambretti. E i titoloni sono tutti per loro, altro che Afghanistan, altro che Iraq.

Seconda notizia: questa, locale. A Ponte Milvio, Roma, è guerra interna nel municipio: la sinistra vuole togliere i lucchetti dal ponte. I famigerati lucchetti apposti dagli  innamorati (tradizione scopiazzata da Firenze), sono fonte di scontro tra sinistra e destra. A Ponte Milvio ci sono i fighetti che schiamazzano fino alle cinque, con tanto di incazzo del quartiere, ci sono i viados che battono in mezzo ai banchi del mercato che puzzano di pesce putrido, ma lo scontro è lì, sui lucchetti. Federico Moccia, figlio del compianto regista Pipolo, è diventato improvvisamente uno scrittore di successo con Tre metri sopra il cielo, il seguito Ho voglia di te e adesso l’ultima fatica per gli adolescenti innamorati dell’amore tormentoso Scusa, ma ti chiamo amore. Il primo film tratto dal primo libro è stato un  successo, e adesso esce il secondo, con l’idolo incontrastato delle bimbe, Scamarcio (io però ogni volta che sento ‘sto nome penso che un cognome d’arte non sarebbe stato male, chessò Riccardo Scà). I  protagonisti dei due best seller lucchettano volentieri i loro amori sul Ponte Mollo (vero nome del ponte, facciamo un po’ di cultura, per la miseria). La leggenda peraltro vuole che il primo a mettere lì un lucchetto sia stato lo stesso Moccia per dare più credibilità alla trama. Il resto è storia: tutti dal ferramenta a comprare chiavi e blocchetti e a metterli sul palo ormai più famoso di Roma. La furibonda e fondamentale lite per il decoro urbano è finita persino nei pressi del sindaco Veltroni, uno che quando si tratta di queste cazzat…ehm problemi così profondi non si tira mai indietro. E con il suo occhio languido e lagrimoso ha promesso che gli innamorati possono stare tranquilli, lui appoggia la destra e va contro il partito in nome dell’amore.

Le mie sono analisi superflue e superficiali e pure volutamente controvoglia e si vede. Ma che ci volete fare, queste non sono mica cazzate mie personali, questa è roba seria! Credo che tornerò alle cazzate.

A proposito di cazzate, arriva un bel revival qui: e se la ragazza che invano tentate di rimorchiare in discoteca avesse un blog? e se Ataru fosse dicotomico?

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IL MAESTRO DEL NULLA

(on the air: Klaxons – Golden Skans)

Reduce da un fine settimana di intensi bagordi tra amici (niente donne, Playstation, birra, panini, cocktail, sigarette, cinema) sono qui davanti allo schermo a non sapere cosa dire. Cioè potrei senza dubbio recensire Alpha Dog, raccontandovi persino che Justin Timberlake è passabile come attore, potrei parlarvi del fatto che ormai possiamo, io e i miei amici ghiottoni, mettere a confronto i panini di diversi pub di Roma e farne una dettagliata classifica, e lo stesso potrei fare con i long island ice tea. Potrei parlarvi di quanto è forte Titì Henry o di come batte i calci d’angolo Guti, tutto virtuale, ovvio. Potrei raccontare di aver percorso un paio di stradine di Trastevere che non avevo mai visto prima e che mi piace perdermici, laddove una volta ne avevo il terrore; e potrei invero decantare l’immenso culo che abbiamo avuto a parcheggiare in due secondi netti di sabato sera, mentre i forzati dell’uscita del sabato a tutti i costi si sfinivano sull’asfalto. Potrei dire che adesso piove e le spazzole dei miei tergicristallo fanno rumore, ma no, non sono da cambiare. Potrei esultare per il mio amico A. e per la sua nuova casa, di cui oggi entrerà ufficialmente in possesso, e che si trova a cinque minuti a piedi da casa mia: mai avuto un amico così vicino, neanche S. Da lui a piedi sono più o meno una decina di minuti. Potrei anche raccontare a tutti di lei che mi è mancata in questo weekend comunque dedicato al puro e piacevole cazzeggio. Potrei riflettere ancora, come un’oretta fa sulla rampa del garage con una sigaretta da spegnere sporta dal finestrino e qualche goccia d’acqua che la bagnava. Ma riflettere di solito mi porta a conclusioni pessimistiche, e già che le ho fatte sparire su quella rampa nel giro di cinque minuti, non mi sembra davvero il caso di soffiare sul fuoco dello scazzo standard da trentenne. Potrei continuare a drogarmi di Imdb per tutta la notte, e so che non mi annoierei, e magari aspetterei anche i vincitori degli Oscar, facendo il tifo per Scorsese ed Helen Mirren e anche per quel paio di nomination ricevute dal bellissimo The Prestige. Potrei immaginare i commenti di alcuni di voi a questo consueto post-non-post: non volendo dire niente hai detto tutto, il più gettonato di certo. Potrei addirittura affermare che in questo momento ho pensato una parola a caso e l’ho cercata su Google. La parola è bromul e significa bromo (roba di chimica, adorabili ignorantelli miei) in rumeno. Potrei potrei, ma s’è fatto tardi.

in copertina: Nick Fedaeff – Scary

E TU ANCORA NON CE L’HAI?

(on the air: Giardini di Mirò – Broken By)

Teso come non mai durante l’intervallo della partita Roma-Lione. Come dite? è caduto il governo? non è che dagli inetti mi aspettassi chissà cosa. E allora chissenefrega del governo, non m’importa di una politica che da tempo non mi rappresenta in nessuna sua faccia (da cazzo, perdonate il francesismo). La tensione è tutta lì, sotto la pioggia dell’Olimpico. Non che il calcio sia meglio, ma almeno sa dare ancora qualche emozione. All’improvviso l’incoscienza. Pubblicità. Io stesso ho sempre amato inventare oggetti strani, sapete anche voi che quando mi metto a pensare, soprattutto in notturna, tiro fuori cose malate che alcuni di voi non penserebbero neanche in una vita intera. Non è una colpa, non vi biasimo per questo. Anzi, è un bene non avere la mente troppo contorta. Si pensa in maniera più lineare e non per questo si è meno intelligenti, anzi. Io associo nomi strani ad oggetti: chessò, da piccolo guardavo il segnale di divieto di sosta e lo chiamavo buobuoluoquio.  E quando lo guardo, a tutt’oggi  mi viene in mente quel nome. In tempi più recenti ho inventato trame di film impossibili, oggetti senza senso, situazioni surreali e giochi di parole. Ma poi, d’improvviso, la televisione mi colpisce proprio lì, nel generatore di stronzate che ho nel cranio. Pubblicità dicevamo. La Lidl, con quella vocina invitante e quel pugnetto che sbatte alla fine dello spot, ci ha sempre abituato a clamorose sorprese come il tiragraffi a colonna per gatti, l’elettropompa e lo gnomo decorativo da giardino. Però, da oggi in offerta c’è lo svettatoio a pertica con bastone telemetrico (nel link c’è scritto a segaccio, ma in tv era proprio così come segnalato in rosso). Allora signori, mi arrendo. Sublime. Più ardito di un’arma di Mazinga Zeta, più geniale del maestro Bergonzoni, più diabolico della panca per inversione di Mediashopping, più futuristico della sonda Pathfinder. E costa solo otto euro e novantanove. Io vado a comprarlo. Non sia mai che al posto della mia ricca collezione di cactus e piante grasse, non decida di coltivare una foresta.

Ps: sono arrivate le foto di Bruxelles sul nuovo indirizzo Flickr che ancora non compare su questo blog, ma che avete già avuto modo di sbirciare tempo addietro. Il link del set Belgio è proprio qui, oppure se preferite scorrerle più in grande, qui.

Upgrade: le foto sono tante e non sapevo scegliere, quindi adesso le guardate tutte e visto il culo che mi sono fatto per metterci anche i commentini divertenti, dovete proprio andarle a vedere, e non sbirciare soltanto l’anteprima. Tanto posso controllare in quanti lo hanno fatto! E già che ci siete, qualche commentino sarebbe gradito. Occhio alle mie punizioni…

Se vi va di accompagnare le foto con un post su Bruxelles, visto che il mio lo avete già letto, c’è giusto giusto questo nuovo scritto dalla Noe, che merita parecchio.

IDEE RANDOM PER UN FILM DI SUCCESSO #7

(on the air: Jarvis Cocker – Don’t Let Him Waste Your Time)

Altri cinque film per la consueta rubrica di prima visione.

Caldo Verde: Lourda, un’affascinante donna portoghese sui quaranta, vive isolata e cucina tutti i santi giorni la zuppa di cavolo tipica della sua nazione, il caldo verde appunto. C’è però  un problema: nel villaggio in cui vive, ormai gli abitanti sono ammorbati dall’odor di cavolo, ma nessuno vuole dirglielo. Neanche Jack, il suo tenebroso spasimante americano. Lei continua sempre a pensare alla zuppa e a nient’altro. Jack deve trovare un modo per confessarle il suo amore, ma anche il disagio degli abitanti ormai appestati. L’unico modo per raggiungerla è tapparsi il naso e respirare solo con la bocca. La strada fino al Cottage del Cavolo, irraggiungibile in macchina, è un susseguirsi di fatiche, tra intemperie e animali geneticamente modificati dai cavoli che crescono nei dintorni. Ma perchè questi animali? Lui riuscirà sì a raggiungerla e a dirle ciò che prova, ma scoprirà anche la terribile verità: la zona è totalmente contaminata da radiazioni. Non vi sveliamo il finale. Per chi ama il minestrone cinematografico, in tutti sensi. 

Gli PsicoCuccioli: realizzato al computer con miriadi di effetti speciali, il lungometraggio inizialmente pensato per un pubblico di bambini, è in realtà per adulti. Quattro cuccioli, tre cani e un gatto, hanno poteri paranormali. I loro nomi sono Chopper, Buster, Fister e Fido, che è il gatto. Allevati normalmente, capiscono di avere potere sulla mente umana e dapprima controllano una famiglia, poi una città, quindi decidono che è il momento di governare il mondo, tra una ciotola di latte e una pipì in giardino. Una volta impossessatisi delle menti del presidente americano e del capo di Al Qaeida, li fanno esibire insieme in uno spettacolo di lap dance per soli gay. Ma come spesso accade, non tutto va per il verso giusto: i cuccioli crescono e perdono la facoltà psichica, il mondo va nel caos, fin quando Betty, la loro padroncina non li sveglia dal loro sonno ristoratore: era tutto un sogno? forse sì o forse no. Infatti i cuccioli trovano in giardino la giarrettiera arabeggiante di Bin Laden, si guardano circospetti e costringono una formica al suicidio con la forza della mente. Si ricomincia?  E’ già un cult.

Il Pianeta delle Spugne: in una lontana galassia le spugne tramano loschi piani. Hanno finito l’acqua sul pianeta, l’hanno loro malgrado assorbita tutta. C’è solo una soluzione, la più classica: attaccare la Terra. Alla guida del re Sorbex Quattordicesimo, una flotta di spugne invade i cieli del globo, cominciando da New York (fosse stato un cartone animato, avrebbero cominciato da Tokyo). In breve la Terra si ritroverà prosciugata! Lo scienziato Perry West, la bellona di turno Amandahah Phantom e il forzuto Ursus Gatchman capiscono che c’è solo una cosa da fare: ingannare le spugne. Di fatti si accorgono catturando un soldato semplice del viscido esercito, di un particolare fondamentale. Amandahah in quel preciso momento trangugia avidamente sciroppo d’acero, l’unico liquido rimasto nella base americana. Accidentalmente una goccia cade sulla spugna e la incolla a tal punto da ucciderla. Così in fretta e furia vengono preparati dei missili allo sciroppo d’acero, pur con l’opposizione dei cinesi, che erano pronti al commercio con le spugne. L’attacco ha successo e anche il re Sorbex cade in battaglia. Solo una navicella si salva, con a bordo la spugna pacifista Molla McMellow, che, spaventata, cattura i tre eroi nazionali portandoli sul pianeta delle spugne. Un regolare processo accusa i tre di genocidio e li condanna alla disidratazione e conseguente liofilizzazione. Molla si pente e li fa fuggire. E’ qui che ha inizio una saga. Già annunciato il sequel: L’Altra Faccia del Pianeta delle Spugne.

Clochard Bastard: Francia, anni venti. Un barbone francese che vive  sulle rive della Senna si diverte a fare scherzi al prossimo. La sua amicizia con Thierry, un bambino vittima di un suo scherzo (gli aveva messo la calce nello zucchero filato) lo fa redimere. Ma il bimbo in realtà non lo ha perdonato. I due sembrano diventare ottimi amici, anche se Thierry ha ogni tanto dei comportamenti sospetti. Gli anni passano, il barbone invecchia e intanto Thierry viene chiamato al fronte durante la seconda guerra mondiale. In un fugace incontro tra i due, il ragazzo chiede all’amico di tagliarsi la barba e lasciarsi soltanto i baffi. Il clochard accondiscendente segue il consiglio. Poco dopo, le truppe alleate entrano a Parigi, e il soldato francese Thierry Manamou denuncia la presenza di un vecchio nazista sulle rive della Senna. Il barbone viene fucilato senza pietà. La vendetta è compiuta. Non una lacrima verserà Thierry. Quello zucchero filato gli era rimasto sullo stomaco. Il tema della vendetta incastonato in un grandioso affresco storico. 

Il Pettine Afghano: siamo nell’ottocento, sulla via dell’avorio. Un facoltoso inglese, commerciante di pettini  (Sir James Comb) scopre un pettine speciale durante un viaggio in Afghanistan. Tale pettine è il più bello mai visto, non ha eguali. Lo custodisce una bella fanciulla di nome Raja. L’avido commerciante non si fa scrupolo di sedurre la bella indigena per sottrarle il pettine. Ma non fa i conti con l’amore: egli infatti perde la testa per la ragazza e dimentica il pettine. La relazione prosegue splendidamente per due anni, in un turbinìo di sensi. Un giorno però, mentre lui fuma la pipa in riva al fiume, viene recapitata una missiva di sua moglie, che gli chiede notizie del pettine. Raja legge la lettera, e sconvolta, prima decide di uccidersi, poi di fargliela pagare, infine di fargliela pagare e poi uccidersi. Quando James rientra in casa, trova la ragazza che si pettina. Poi gli mostra la lettera. Lui piange e dice che non gli importa più niente, ma è troppo tardi ormai. Lei lo uccide con il fucile e si butta nel fiume con in mano quel pettine bellissimo che mai più nessuno ritroverà. Dramma a tinte forti per veri appassionati del genere.

LA CULTURA DELLO SFOGGIO

(on the air: Quio – So Dazed)

In questi giorni mi è parso di vedere in giro per i blog che si parlasse di italiano medio. Quello (di destra? mmm sì abbastanza, ma direi più itaGliano) col suv che va un giorno intero al centro commerciale e poi balla latino-americana. Praticamente un animale a parte. Adesso, a parte il fatto che non avrei voluto precorrere i tempi, ma io ne parlai già tre anni fa, ho letto che spesso si critica questo personaggio in un modo altrettanto da italiano medio. Provo sincera tenerezza per chi scrive o parla di costoro in maniera snob dovendo citare per forza nel post almeno due o tre dei suoi autori preferiti, per far vedere che sì, io leggo.

Mentre leggevo le ultime quattro righe di Afflati Bistrattati di Patrick Whozzer, ecco che sento il rombo del suv del vicino che va a ballare salsa e merengue.

E sono stato anche simpatico, perchè di solito in una frase del genere c’è più acidità barra classismo. Ma veniamo all’analisi. E’ vero, il vicino col suv che va a ballare la bachata e poco prima guardava Amici della De Filippi o il Grande Fratello è da prendere per il culo, perchè è alienante che andiamo verso una società massificata che blabla, insomma a me in poche parole fa una tristezza infinita e non posso esimermi dal prenderlo un po’ per i fondelli: è un dovere farlo anche in maniera piuttosto cattiva. Tantopiù che i gggiovani d’oggi sono per la maggiorparte ignoranti come cucuzze (sì però aldilà della società e della tv, non sarà anche colpa di scuole e genitori? ah quanti dubbi…). Però, caro blogger colto (di sinistra? mmm sì abbastanza, ma direi più itaGliano), a noi lettori, che cazzo ce ne frega che stavi leggendo quel libro in quel momento? A parte il fatto che nel novanta per cento dei casi è anche una balla, il tuo è semplice sfoggio culturale non richiesto. Ecco che cadi nella trappola di essere più italiano medio di quello che critichi. Io credo che la cultura vada utilizzata con meticolosa moderazione, vada dosata e non necessariamente sbandierata dove non c’entra una beneamata cippa. Insomma, se io sto leggendo un libro, a meno che non debba scrivere una recensione, o sia in qualche maniera funzionale allo svolgimento del post, non ve lo vengo a raccontare. L’unica eccezione la faccio per gli on the air musicali, spesso sconosciuti ai più e slegati dal post,  ma perchè ormai è un appuntamento fisso. E perchè spero sempre che qualcuno ascolti tutto quello che scrivo sotto il titolo. Utopia, ovvio. Perchè poi tutti ascoltano Vasco, Liga e ErosE. Ma fa niente. Lo so anch’io che è più facile ascoltare la radiolina piuttosto che fare lavoro di ricerca, niente snobismi. Potrei sì deridere il pischello di fronte che ascolta Fabri Fibra, ma se decidessi di farlo dicendo che in quello stesso momento io ascolto Aria di Marcia Esiziale di Krisztof Kotolowski o l’intera opera rock di un chitarrista impegnato o magari meglio ancora un cantautore col pugno alzato, allora sarei un coglione.

Insomma, lo sfoggio culturale è cafone almeno quanto il sabato italiano ben descritto alle Invasioni Barbariche da Matteo Bordone poscia attaccato dalla nazional popolare Alba Parietti. Ora non è che io ce l’abbia col buon Bordone, che fino a due giorni fa non sapevo minimamente chi fosse; anzi il suo servizio è assai divertente. Non ce l’ho neanche con la Bignardi che è simpatica come un calcio nelle palle con gli anfibi ma è indiscutibilmente brava. Ce l’ho col blogger che sfoggia aggratis. Ora vado a finire di leggere le istruzioni del Vicks Sinex.

AVVENTURE E DISAVVENTURE A BRUXELLES

(on the air per motivi di imprevisto tartassamento in loco: Whitney Houston – I Will Always Love You)

Le precedenti volte che ho raccontato i miei viaggi, l’ho fatto in maniera un po’ enfatica. In questo caso sono ad un bivio. Perchè l’elemento tragicomico è più presente in questo viaggio rispetto agli altri, e la tentazione di far ridere è forte. Ma andiamo con ordine, si parte.

Si parte? No.

Ore 7,00, aeroporto di Roma Ciampino: il volo delle 8,55 per Charleroi (46 km a sud di Bruxelles) è stato cancellato. Il motivo? Neve! Nevica in tutta Europa. Io e la Noe non ci facciamo prendere dal panico e andiamo a chiedere informazioni alla RyanAir. Le hostess di terra, scocciate, ci dicono che abbiamo due alternative: o partiamo alle 11,40 per Eindhoven, in Olanda, oppure prendiamo il volo delle 20,30 per Charleroi. La scelta cade su Eindhoven. E per fortuna c’è un tizio, nostro compagno di sventura e da noi detto Medioman che ha il pc portatile e ci informa delle coincidenze dei treni che dovremo prendere a spese nostre per arrivare fino a Bruxelles. Decidiamo con Medioman (ce lo chiede lui) di prendere il taxi insieme da Eindhoven aeroporto a Eindhoven stazione. Ma Medioman scomparirà nei meandri del Boeing 747, e il taxi con noi non lo prenderà. E così mentre scatta la solidarietà tra passeggeri incazzati, il volo parte anche con venti minuti di ritardo, a mezzogiorno. La nostra prima mezza giornata a Bruxelles ce la siamo bruciata. Ci costerà tantissimo in termini di organizzazione futura. Dopo un tentativo di atterraggio non riuscito causa neve, riusciamo a toccare Eindhoven, prendiamo un taxi non ufficiale, un tizio con una Jaguar che ci ladra abbastanza, ci illustra il Philips-Stadium dove gioca il PSV, ci dice che, fanculo, non nevica mai in quelle zone e arriviamo alla stazione. Ci attendono tre treni e due cambi. Inizia l’interrail: prima fermata a Tilburg. Poi passiamo per Breda, quindi arriviamo a Roosendal, da lì, via Anversa, siamo a Bruxelles. In tutto undici ore di peregrinazioni. Praticamente col pullman da Roma facevamo prima.

Ora però cambio stile: la partenza meritava un post  a parte. Adesso siamo alle suggestioni della città.

L’impressione che dà la capitale belga è che non sia poi così europea come vogliono farti credere. E quando dico europea, intendo l’aria che si respira: non facile da spiegare, quindi non mi addentro. Brussels è così. La sera stessa, partiamo dalla base di lusso dello Sheraton (bello, sì, qualcuno del servizio era un po’ antipatico, ma nel complesso è di tutto rispetto, ci mancherebbe) e dopo due fermate di tram sotterraneo siamo alla Bourse. Il tutto chiaramente mentre il vento gelido ci spazza via e ogni tanto qualche goccia di pioggia ci schizza. L’emozione dopo cinque minuti di cammino, di vedere la Grand Place, è forte. E’ davvero qualcosa di mai visto. Tra ristoranti e negozi di cioccolato, questa piazza ha uno stile unico al mondo, tutta gotica, e l’impatto nel vederla vuota e priva di turisti è ancora più sorprendente. La fame si fa sentire e così in una birreria Stella Artois assaggio moules e frites. Cozze e patate fritte. Le cozze sinceramente sono insipide, sono un chilo, ma sono talmente scondite (c’è solo sedano), che non restano neanche sullo stomaco. Le patatine fritte sono normalissime. Ma nei giorni successivi ne mangerò di migliori, anche se purtroppo quelle dei chioschi (le friterie) non sono riuscito ad assaggiarle, dannazione. La birra è buona, anche la Noe gradisce, pur non essendo amante della bevanda. Purtroppo i belgi non sanno mettere i cartelli stradali, e così il giorno dopo non siamo riusciti a vedere il museo delle Belle Arti, abbiamo girato a vuoto e abbiamo pagato a caro prezzo quella mezza giornata persa per il cancellamento del volo, che ci sarebbe servita per orientarci bene sulla cartina. Per giunta gli orari dei musei sono terrificanti: chiudono alle cinque. E i negozi alle sei. Dovevamo andare in Spagna, almeno lì la vita va avanti fino a notte inoltrata! In ogni caso ci hanno fatto girare intorno al museo per un’ora e non ce ne siamo accorti. A Bruxelles c’è cioccolato ovunque. Più in generale in Belgio, se è vero come è vero che le nostre spese goderecce le abbiamo fatte a Bruges. Mai sentita cioccolata più buona. C’è un culto per questo nettare divino. Il miglior cioccolataio è Neuhaus. Classe eleganza e bontà sopraffina. Fatevi un giro sul sito e morite d’invidia per noi che ci siamo portati a casa sei chili di quella roba. A Bruxelles ci sono anche patatine e birra ovunque, e cozze, tante cozze, intese nel senso di mitili. I belgi sono anche ottimi fumettisti: da Tin Tin (in copertina) ai Puffi e tanti altri, anche se non ho visto il draghetto Grisù in giro e sono rimasto male di ciò. Il museo del fumetto (la bande dessinee), abbiamo perso anche quello. La metropolitana è sporca, forse più di quella di Roma, l’impressione che abbiamo avuto è che in generale la città non sia poi così pulita, ma del resto cosa puoi aspettarti da un città che come simbolo ha un puttino che fa pipì? Peraltro orrendo, diciamolo. E la malavita (soprattutto extracomunitaria e nordafricana) sembra ben peggiore che altrove. Girare di sera nelle metropolitane dà un senso di insicurezza che non avevo sentito a Lisbona dove ad esempio gli angolani hanno ben altra dignità. L’Atomium è una sorta di cattedrale nel deserto (nel fango, diciamo), ma starci dentro è una figata, compreso salire su uno degli ascensori più veloci del mondo, compresa la mostra delle Barbie anni sessanta che ci è capitato di vedere lì dentro. Sembra di stare nel laboratorio di un vecchio film cult di fantascienza. E accanto c’è il cadavere tutt’altro che cadavere del vecchio stadio Heysel, quello della tragedia.

Bruges è bellissima. E’ irreale, romantica nel senso letterario, ventosa e piovosa, anche se dopo un pasto caldo, magari a base di zuppe di legumi o pesce del mare del nord, il sole a sorpresa fa capolino per accompagnarci fino a verso sera, quando ripiove. Un borgo medievale diverso rispetto ai nostri. Lì era un altro medioevo. E un museo pieno di storia pittorica fiamminga, davanti ad un canale che compare dal nulla dietro le case rosse con i tetti spioventi. E gironzolare per il burg, il centro, degustando i cioccolatini da passeggio, ci fa sentire un po’ belgi in mezzo a miriadi di turisti.

Altri pensieri sparsi. Piove tanto in Belgio. Non passa una giornata che il tempo non peggiori repentinamente e ripiova. Se ci andate, mangiate le gaufre o waffel e altri dolci tipici e mangiate la carbonnade, spezzatino di carne alla birra. E non bevete l’acqua, costa cara, meglio la birra, anche se dopo un po’ potreste morire di sete. Il posto dove eravamo noi, il Manhattan Center, è pieno di grattacieli e alberghi di lusso, è vicinissimo al centro, eppure è una zonaccia tra locali per adulti e gente poco raccomandabile. Contraddizioni di una grande città, del resto anche a Roma ci sono posti così.

Infine fatemi ringraziare Ben, per averci fatto sentire a nostro agio in una città che era più o meno nostra solo da una giornata. Un’ottima cena, due chiacchiere sul mondo blog, molte di più sulla vita reale. Mentre piove. Piove anche quando lasciamo la stazione per andare a Charleroi, con il piccolo rimpianto che se avessimo avuto quel tempo in più, sarebbe stato perfetto.

Un’altra ics sul mio mappamondo, in attesa del prossimo viaggio.

Edit: sentite la mancanza di un post su San Valentino? Eccovi accontentati con un vecchio, mitico post.

Allora questa sarà la prima e forse l’ultima volta che uso Youtube. Vi regalo una gustosa anteprima del post sul Belgio (la notte è più fruttuosa…).  Questa è la pubblicità di una compagnia di telefonia e in albergo la seguivamo sempre con piacere, misto ad una certa repulsione. Tanto per cominciare a capire chi sono questi belgi. A bientot.