IL BLOGGER MODERNO FA OPINIONE

(on the air: Piano Magic  – You Never Loved  This City)
 

Oggi ve la racconto io. Il blogger moderno fa opinione, dicono.
Evisceriamo insieme, con immonda quanto sacrosanta e sarcastica generalizzazione, i motivi di ciò.
Contemporaneamente alla crescente presenza in rete di questo invasivo personaggio, smettiamo una volta per tutte di chiederci il perchè del progressivo e inarrestabile inaridimento dei blog personali/artigianali di livello medio-alto: per capirci e solo per capirci, tipo il mio (ma avrei potuto citare un manipolo di uomini e donne degni di stima ben superiore). 
Escludiamo logicamente da questa fascia medio-alta i diari personali che parlano delle amikette fike, delle rincoglionite con l'anoressia, dei bimbiminkia o quelli scritti in italiano faidaté.

Fatto tutto? Ci siete?
Evisceriamo dunque la pericolosa specie del blogger moderno.

Il blogger moderno può rampognare gli italiani che non la pensano (di solito politicamente) come lui, sapendo di aver ragione, appoggiato da un ricco stuolo di coristi da approvazione incondizionata. Il blogger moderno aggrega sul social network i post illuminati di chi la pensa come lui, pur sostenendo di avere un pensiero non omologato. Dunque Egli assurge necessariamente anche al ruolo di moralizzatore.
Il blogger moderno, attenzione, si indigna, ma non si schifa. Gli viene spesso da vomitare, ma non vomita mai.
Sono portato a credere che abbia aggiunto un utile tasto antiemetico sulla tastiera.

Il blogger moderno ha almeno due remunerative sedie sotto il culo. Quella di casa e quella da comunicatore. Ed è social friend di comunicatori col doppio cognome che scrivono sul giornale che conta. Una quasi hobbistica terza sedia ce l'ha per vergare web-articoletti che parlano di hi-tech solo se griffato dalla Mela, applicato all'Inter, al razzismo e a Marco Travaglio. O dell'ultimo album del gruppo indie-rock scoperto la sera prima alla web radio dei blogger moderni. Anche se poi sotto sotto il blogger moderno aspetta con ansia gli ultimi album di Vasco e Liga. Ma ne parla sottovoce, non lo strilla, non sia mai che venga tacciato di essere un italiano medio.
Il blogger moderno guarda orgoglioso il suo blog con gli occhialetti 3D rubati al cinema la sera prima. E fanculo ai contenuti, perché vivaddio, una tantum la fascinosa tecnologia si può permettere di seppellire i film cino-polacchi recensiti fino ad ora. L'imperativo è sdoganare con classe laddove altrimenti si rischierebbe di vergognarsi.
Lo faccio anch'io coi cinepanettoni di Neri Parenti, cribbio.

Il blogger moderno cerca (e trova) il suo nomecognome tra i link degli altri blogger moderni.
Il blogger moderno acquista on line l'oggettistica più varia spendendo i soldi di mammà, ma non disdegna le puntate all'Ikea, perchè l'Ikea è proletaria, democratica e ci rende tutti uguali. E perchè ogni tanto un nome svedese sul blog moderno ci sta come l'uovo sodo col salame, già che è Pasqua.
Anzi, già che ci sono: waffelsdottirsberg. Che tradotto dovrebbe significare monte della figlia di una cialda a rombi.
Il blogger moderno, sappiatelo, vi snobba. Ma finge di essere il vostro migliore amico.
Eppure, cari lettori,  vi confesso peccando, che non c'è niente di più bello che essere dichiaratamente snob.

Il blogger moderno, che da questo capoverso in poi chiamerò BM, ha i suoi scrittori-feticcio e non ne fa giustamente mistero. Soprattutto perché, quando gli pubblicano il libro che aveva nel cassetto, il BM ha già dimostrato di avere letture di un certo tipo nel proprio background culturale. Se poi il BM ha scritto quattro cazzate, nessuno ci farà più caso. Hai capito che lenza il BM?

Il BM parla al microfono della sagra di paese (duepuntozero però) rivendendo banalità disarmanti, eppure quelli intorno fanno ooohh. Eppoi aggiorna, rigorosamente dal cellulare con la mela, lo status dei ventisei social network cui è iscritto, scrivendo che ha voglia di mangiarsi un bove al cacio e pepe.
Il BM, se proprio decide di raccontarci un suo spaccato di vita, lo fa con malcelata prudenza per paura di dover apparire snob e maleducato nei confronti dei commentat…ehm, dei migliori amici fuori dal coro. È per questo che in linea di massima, preferisce giudicare i fantomatici altri o perlomeno edulcorare le sue storie rendendole il più possibile ordinarie e simili a quelle di ogni sventurato che apre ogni giorno la sua paginetta web. Aggiungendo un pizzico di iperbolicità sempliciotta che secondo molti può leggersi come originalità o, nei casi dei lettori più esaltati, come genialità dell'autore.
Ah, il BM è anche un fotografo provetto e in alcuni casi smanetta con la web cam perché metterci la faccia fa sempre la sua porca figura.

Un po' di BM alberga in tutti noi wannabe narcisisti.
Se però vi siete riconosciuti in tutte le sintomatologie, siete dei preoccupanti MOSTRI.

In conclusione della nostra analisi, applico un sillogismo a me stesso, così, per mania di protagonismo.
Il BM fa opinione, io non faccio opinione. Non sono un BM e ne sono felice. Dal che facilmente si evince che sono felice di non fare opinione.
Ma se poi il non fare opinione facesse opinione?
Ecco, lo sapevo io, era meglio postare una pioggia di vaffanculo.

Annunci

SHUTTER ISLAND

(on the air: LCD Soundsystem – New York I Love You)

In attesa di (ahimè) stroncare Tim Burton e la sua Alice o cercare di farmeli piacere come dei raccomandati ad un colloquio, ho preferito dare la precedenza al vecchio Martin Scorsese.

Non ho visto tutti i film di Scorsese, ma mi ero sbilanciato per il suo ultimo Departed, definendolo un capolavoro. E chi mi conosce sa bene quanto sia avaro di sostantivi estasiati nei confronti di un film.
Questo Shutter Island è un genere più nelle mie corde ed è solo per questo che non lo definisco capolavoro. Ne ho visti di più, di film di thriller, rispetto ai gangster movies.
E quindi ho più pietre di paragone.

Ma non per questo posso dire che non mi sia piaciuto, anzi decisamente tutt'altro.
Shutter Island è il classico filmone sostenuto che ti tiene in scacco per più di due ore. Un film da stare zitti e muti in alcuni momenti, ma in altri è da congetturare vivacemente col vicino di poltrona per vedere se la pensa come te, a costo di disturbare quello davanti.

È un film recitato strabene da signori attori e girato strabene da un signor regista che attrezza maestosamente anche il colpo di scena finale, seppure non sia proprio nuova come trovata (basta così, niente spoiler).
Ed è sostenuto da una colonna sonora ansiogena fatta soprattutto di musica classica d'autore (possiamo dire che ne fa un uso alla Kubrick? diciamolo) e da una fotografia strepitosa, che non a caso è quella di Robert Richardson, già superbo in Inglourious Basterds di Tarantino.

Un solo appunto: a volte si fa troppa confusione tra reale e irreale.

Un po' di accenni alla trama senza rovinarvi nulla e rigorosamente senza spoiler.
1954: l'agente Teddy Daniels soffre di mal di mare su un traghetto. Va sul ponte e incontra quello che sarà il suo compagno nella missione, Chuck Aule. I due approdano su un'isola nel golfo di Boston. Un'isola-penitenziario che nasconde tanti misteri, primo tra tutti, la scomparsa di una reclusa, tale Rachel Solando. I due indagano nei padiglioni del manicomio criminale, ma si rendono conto che c'è molto che non quadra. A partire dal dottor Cawley, ambiguo direttore della struttura e convinto assertore della non violenza nei confronti dei pazienti malati. Anche se poi qualcuno sospetta che nel vecchio faro dell'isola, si pratichino esperimenti sui cervelli umani. Basta così.

Leonardo Di Caprio non deve dimostrare più niente nemmeno a me che una volta lo criticavo. È un attore mostruoso.  Rivive continuamente due scene: la morte della moglie e il campo di concentramento di Dachau, dove Daniels sbarcò come americano liberatore. Non a caso entrambe le scene oniriche principali sono tra le più belle di tutto il film. Un uomo alle prese con i fantasmi del passato che si trova a combattere anche con quelli del presente, e non regge. E in certi passaggi cita se stesso in The Beach di Danny Boyle: solo, senza potersi fidare di nessuno, in mezzo a un'isola ostile e con problemi di lucidità.

Mark Ruffalo, il suo partner nell'indagine, si cala perfettamente nella parte dell'agente anni '50. Come si era trasformato splendidamente nell'agente anni '70 in Zodiac di David Fincher.
Trasmette tranquillità, ammorbidisce l'ansia di un film per l'appunto ansiogeno; con il suo trench beige, il personaggio di Chuck, per buona parte del film è la coscienza dello spettatore. Fa domande a Di Caprio per scoprire cosa lo turba e ne apprezza le geniali intuizioni
.
Finché c'è lui, stiamo tranquilli. O almeno sembra così.

Sir Ben Kingsley, il dottor Cawley, è sempre sul limitare. Buono o cattivo? Criminale o benefattore? È quasi un cattivone della Marvel trapiantato in un thriller e senza aggeggi infernali. O almeno sembra così.
Comunque il suo sguardo è magnetico come sempre: basta un'occhiata per raggelarti il sangue.

Tre attori in stato di grazia, dunque.
Ma anche una serie di comprimari di lusso.
Max Von Sydow, ovvio, nei panni inquietanti dello scienziato con presunto passato nazista è assolutamente credibile.
Michelle Williams, la Jen di Dawson's Creek, è la moglie di Di Caprio nei flashback. Nello stato di grazia generale si salva persino lei.
Emily Mortimer aka Rachel Solando, fa paura tipo i personaggi femminili degli horror asiatici.
Chiudono la carrellata un paio di cattivi sparsi qua e là: Ted Levine, il Buffalo Bill de Il Silenzio degli Innocenti, che qui fa il vicedirettore del penitenziario e che si riconosce dallo sguardo da pazzo, e Jackie Earle Haley, che sta per esordire nei panni ardenti e taglienti di Freddie Kruger nel reboot della saga di Nightmare e che in Shutter Island compare in una scena che ricorda proprio Il Silenzio degli Innocenti, dando per un attimo l'idea di un Hannibal Lecter molto più sfigato.

E comunque Martin Scorsese non sbaglia un film.
Visto che ho già citato un sacco di registi, sembrando il cinefilo incallito che in realtà non sono, chiudo con David Lynch.
Perché Shutter Island è un lungo incubo di più di due ore, e quando si parla di incubo c'è sempre qualcosa che ti ricorda David Lynch.