STRYCHNOS NUX-VOMICA

(TITOLO FIGO, MA RANDOM. SPECIAL THANKS TO WIKIPEDIA)

(on the air: Depeche Mode – Wrong)

Giorni fa, mi soffermavo a pensare quale esistenza avrebbe condotto Jim Morrison di questi tempi se fosse stato ancora vivo. Immaginavo un reality alla Ozzy Osbourne con le risate finte in sottofondo, un concerto di vecchie glorie in Alabama o un duetto trasgressivo con Pink. In tutti e tre i casi mi sono reso conto che morire giovani, a volte non è poi così male.

Poi sono passato a chiedermi perché avevo pensato proprio a Jim Morrison. Considerando anche che la mia fase Doors a 18 anni si può riassumere in quattro o cinque canzoni: non sono mai stato il tipo da Re Lucertola, nè da rock anni sessanta-settanta. Si sa, ho sempre fatto il tifo per la new wave anni ottanta. Infatti, ascoltare Beatles, Pink Floyd, Led Zeppelin, Genesis, non mi provoca quel trasporto interiore che spesso si ingenera negli intenditori di musica. Apprezzo tali gruppi senza strapparmi i capelli, ma certamente -nessuno si allarmi- so distinguerli da Raf, Laura Pausini o gli amici di  Maria De Filippi. Anzi, questi ultimi li ignoro, avvolto nel più cupo dei pregiudizi, consapevole di fare cosa saggia ignorando.

E allora, perché pensare a Jim Morrison? Non lo so. Però stavo fumando una sigaretta. E allora m’è venuto in mente quando, quasi maggiorenne, provai goffamente ad aspirare una Chesterfield rossa e in sottofondo c’era Light my fire o Roadhouse Blues o so un cazzo di quale altra canzone fosse. Era la mia iniziazione al catrame, a casa di un tizio più piccolo di me, che di lì a poco non avrei nemmeno più rivisto. Lui sì che era in fissa coi Doors. Tutti intorno al tavolo a passarsi una sigaretta bruciata piano e intanto un vinile strillava forse let it roll, baby roll.

Mentre rifletto su queste amene minchiate, mi rendo conto che non mi piace usare la parola vinile. Io li ho sempre chiamati dischi. 33 giri, 45 giri, al limite LP che se qualcuno fosse per caso ignorante in materia sta per Long Playing, lungo suonando. Usare la parola vinile per parlare di un disco, è come dare del non udente a un sordo o del diversamente dolce a un sott’aceto. Jim Morrison, che probabilmente era uno che ci capiva, non avrebbe mai annunciato l’uscita di un suo vinile, neanche da strafatto. Pardon, da diversamente lucido.

Dunque Jim Morrison ha insolitamente generato un flusso di coscienza? Errore. Non è colpa del vecchio Jim Re Lucertola. Qualsiasi superficiale sciocchezza mi provoca flussi di coscienza a catena. E io, che sto attraversando un periodo di rarefazione, accetto supinamente tale condanna. Ne consegue che il responsabile sono solo e soltanto io. Sono il mio cavallo di Troia, sono il maggiordomo che il colpevole è sempre lui, sono il Kaiser Soze dell’emisfero destro del mio cervello, sono senza alcun dubbio un reo confesso della modalità intuitivo-olistica.

E un giorno, vi giuro, sterminerò le risate finte di sottofondo di cui al primo capoverso.

Let it roll…all night long.

FIGLIUOLO, DA GRANDE, NON FARE IL GIORNALISTA

(o se proprio vuoi farlo espatria, evitando magari la Cina)

(on the air: Röyksopp – Happy Up Here)

Le attitudini sono quelle che sono. Anche quando magari te ne accorgi con un epocale ritardo. Cioè, quello che voglio dire è che dopo il liceo classico, per noi parolai non esisteva una cazzo di facoltà. O meglio, scienze della comunicazione era avvolta dal mistero del suo primo anno di vita. Si narrava di numeri chiusi impossibili, esami astrusi, mostri che ingurgitavano inchiostro simpatico e leggende ben più assortite di una scatola di biscotti danesi al burro. Io avevo la colpa di essere in un periodo di mezzo, come sempre mi succede nella vita, una specie di eterno medioevo. E allora scelsi giurisprudenza, per poi rinnegarla ben due volte, quasi come Simon-Pietro -di cui porto metà nome- negli anni a venire. Ah, la legge. Non c’è cosa più arida. Nemmeno la matematica, che certo riserva sorprese gustose a chi la sa trattare coi guanti. No, la legge è quella. Ogni tanto arriva uno stronzo di giudice o di politico a cambiare le carte in tavola, ma il codice, l’articolo, il comma, sono grigi quanto un insoddisfatto signore di mezza età prima di farsi la tinta rossiccia e risultare più grigio di prima. Senza offesa e con un cartolina di buon divertimento a tutti coloro che hanno portato meritevolmente a termine gli studi  forensi.

Io poi ai temi avevo il cinque fisso, anche se alla maturità misi soavemente nel paniere un tondissimo otto. Forse ormai mi ero convinto di essere una schiappa, mica mi piaceva scrivere. La tardiva folgorazione sulla tortuosa via di Damasco arrivò qualche anno più in là. Tempo dopo, quando raccontavo del mio lavoro in radio, la gente mi diceva che mi invidiava e intanto io non beccavo una lira. Però rimorchiavo, eh. Ancora oggi  quando dico che sono un giornalista (pubblicista, che ormai vale come un etto di stracchino di qualità scadente), la gente si stupisce, manco fossi archeologo, astronauta e velina insieme. Indipercui ci sarebbe davvero da stupirsi, occupandomi di brontosaure spaziali fighe.

Smarrita del tutto la diritta via di Damasco, ho messo insieme un curriculum da parolaio più che dignitoso e di professione sono un giornalista disoccupato che da qualche mese deve reinventarsi e non ci riesce per colpe sue e altrui. ­È un mondaccio, si dice. Vero, verissimo. Laggente guadagnano duemila euro al mese, senza saper mettere due parole in croce. Ma cosa vuoi, -e qui vacillo sull’orlo di un facile ma sacrosanto qualunquismo- c’è il calcio nel culo, c’è il triplo calcio nel culo, c’è papà che ti ha scaldato la sedia, c’è che siamo troppi, c’è che i vecchi non vanno in pensione, c’è crisi dappertutto, c’è che quella facoltà che prima era misteriosa, adesso è come giurisprudenza ai miei tempi. Prima eravamo tutti avvocati, adesso siamo tutti comunicatori. Eppoi sono un comunicatore che non sa sgomitare. Forse una volta era un pregio, ora è un difetto. Lo insegna anche quella stronza esaurita che lanciava i bicchieri al Grande Fratello. Lo ha detto chiaro e tondo dall’alto del suo partecipare a un reality per minorati psichici: chi non sgomita è un fallito. Al prossimo colloquio mi porto due o tre bicchieri e li tiro in faccia al mio interlocutore, stai a vedere che è la volta buona che mi prendono. Oppure tento di reinventarmi, come sto pensando di fare in questi giorni. Prima che mi caccino di casa e prima che vada in bancarotta totale.

In Italia, essere giornalisti trentenni, può regalare tante soddisfazioni, tipo quella di avere molto più tempo per se stessi. Tempo per riflettere sul vero mestiere per portare la pagnotta a casa. So fare tante altre cose, mi dico, ci vogliono nuove professioni. Ebbene con un rapido screening di me medesimo: so insultare divinamente le donne col suv e spesso anche gli uomini. So resistere davanti a un i-Phone in vetrina senza avere la benchè minima pulsione di comprarmi tale inutile feticcio. Faccio i test su Facebook. Posso riuscire nell’impresa di mangiare simultaneamente 10 Pringles impilate. Cucino bene e sto imparando a ramazzare da professionista del pulito. Ho studiato un volume vivente di paraculaggine applicata al fancazzismo avendo davanti il mio ex capo tutti i giorni. Oddio, tutti i giorni. Diciamo quando si ricordava di arrivare, in ritardo, a pontificare quattro cazzate in slang aziendal-inglese. Poi-poi vediamo che altro so fare…sposto gli oggetti con la sola forza delle mie mani, respiro e una volta al giorno dormo.

Sono persino in grado di rispondere perfettamente a dozzine di annunci di lavoro che si trovano su internet.

Ne ho le prove:

Annuncio standard: cerchiamo un project manager che sappia gestire i feedback della working line adiacenti a un adeguato know how sul browser del proprio carisma.

Mia risposta: ma parla come magni, va.

IL GIORNO DI SAN PATRIZIO (ANCHE SE A MALAPENA TE LO RICORDI)

IL GIORNO DI SAN PATRIZIO (ANCHE SE A MALAPENA TE LO RICORDI)

(on the air: Ladytron – Tomorrow)

La sera di San Patrizio è una sera come tante. Non siamo certo in Irlanda. E non è nemmeno la pagliacciata di Halloween. Infatti quando sono uscito ieri sera non ci pensavo nemmeno. Roma, il centro di Roma dico, è quasi deserto: il martedì non è nemmeno in mano ai turisti. Forse c’è qualche vip che si aggira furtivo alla larga dai paparazzi, c’è un paparazzo giapponese che paparazzo non è, ma fotografa senza dubbio la più bella tra le belle: Roma svuotata a piazza del Popolo allo scoccare della mezzanotte. La città si mette in posa per lui, non si stanca, non si distrae appresso a ragazzetti caciaroni o venditori ambulanti di rose, e nemmeno appresso a noi che passiamo e le strizziamo l’occhio rompendo il silenzio solo per raccontarci di piazze enormi berlinesi e padovane. Si vede che è la sera di San Patrizio, perché la campagna virale dei cappelli verdi della Guinness è ormai anche qua un classico da qualche anno. E sorseggiare del morellino di Scansano in un’enoteca storica di via della Croce a ritmo di musica celtica, gaelica o nonsocchè, ti fa pensare per un attimo agli gnomi, la pentola piena d’oro e intanto placido il morellino che scorre. Con tutto che io per l’Irlanda non nutro questo amore sconfinato, anzi. Però giuro che un giorno prendo e ci vado, così forse cambio idea.

C’è un mondo parallelo nelle traverse di via del Corso. Un mondo più tranquillo rispetto all’arteria del consumismo per eccellenza. Se decidete di passare un sabato pomeriggio da quelle parti, per evitare turisti e romani assatanati, basterà spostarsi per vie laterali, che non si chiamino via Condotti, certo. Via della Croce, via della Vite, via Belsiana, via delle Carrozze, via Mario de’ Fiori, via Margutta e tutte le altre ancora più piccole e ammiccanti. Negozi un po’ meno firmati anche se costosi, posti decisamente meno global e niente gomitate dai passanti.

Ma torniamo a ieri sera.

Basta dare uno sguardo fuori dalla finestra dell’enotecantica, per capire che stasera c’è poca gente. Fa freschetto, c’è un po’ di vento che porta via due cartacce, i ristoranti chiudono e contano l’incasso della giornata, buttano gli avanzi e allora ecco che un gabbiano di dimensioni umane, atterra, spilucca cibarie e decolla come su un’esclusiva pista d’aeroporto. Dentro intanto, il vino scalda gli avventori, c’è chi approccia con la straniera di turno, chi ride, chi accenna un ballo irish col cappello verde in testa. È la Roma di un qualsiasi martedì sera, cheppoi a un certo punto ti ricordi che è anche il St.Patrick’s Day. È la Roma che pigra, tira tardi tra un bicchiere di vino italiano e uno di birra irlandese e non si fa mancare niente. Nemmeno il bacio della buonanotte.

MAINSTREAM

(on the air: Franz Ferdinand – Ulysses )

Ho appena finito di condividere una serata calcisticamente sfigata, con esseri subumani che non facevano altro che strillare come nemmeno i più trucidi pterodattili del pre-cambriano. E per giunta senza guardare la partita. La sosta dalle urla, composte per il 70% da insulti vari e il 30% da bestemmie, si faceva solo per tirare i pezzetti di carta agli altri, poi i pezzetti di carta diventavano botte, quindi calci ai tavoli del pub (e dire che stavamo vincendo). E se beccamo fori pure se semo tutti fratelli e se dovemo fà rispettà. Capisco l’incazzatura per qualche azione sbagliata, fallo non dato, capisco che ogni tanto scappa l’urlaccio, la parolaccia e pure la bestemmia, non siamo robot. Ma da qui a farsi venire un infarto strillando a decibel da concerto oceanico per augurare la morte alla moglie dell’arbitro, per giunta dentro un buco di  due metri per due, ce ne passa. Da qui ad alzare le mani sull’amichetto vicino di birra, io ci vedo del dolo. E in sostanza mi sembra un po’ una colossale stronzata; perdonatemi se sono io a non capire. Io che ero lì, non riuscivo a seguire la partita e vi trovavo divertenti come una colonscopìa. Il verdetto unanime è che per me il curvaiolo accanito, casinaro aggratise, tifoso tra virgolette di qualsiasi squadra del mondo, resta un subumano, una patetica scimmia poco evoluta. E non cercate di convincermi con la storia dello sfogo allo stadio o al pub, con la passione sfrenata per la propria squadra, con la vita fatta di trasferte e scazzottate quando va bene. Tutti coloriti pretesti. Tifare non è questo. Subumani senza se e senza ma.

Detto ciò, non mi resta che annunziarvi che tramite un trapianto d’organi, ora ho un piccì più potente. E che quindi mi toccherà fare cose che avevo lasciato in sospeso in attesa di andare un po’ più veloce. C’è stupore in me anche nell’osservare che con questa risoluzione vedo l’editor più lungo. Poi se ultimamente non sei abituato a novità eclatanti nella tua vita, anche guardare le icone sul desktop ed ammirarle più nitide diventa un’emozione da brividi. Prima che qualcuno si preoccupi, avviso quel qualcuno che questo è un brioso paradosso. Non leggetemi sempre letterale, eccheccazzo. Però le novità mi mancano. E chi mi conosce lo sa, come diceva il finto Alberto Tomba. Le novità fanno parte della mia poetica. Non riuscirò mai a capacitarmi di chi conduce un’esistenza felicemente piatta e sempre uguale. Di chi si ciba solo di mainstream musicale, letterario, geografico, televisivo, politico, lavorativo, senza andare almeno un po’ oltre, saziare la propria curiosità, nutrirsi di cose nuove almeno in un fottuto campo da gioco di quelli elencati e non. E pensare invece, che la maggiorparte della gente vive così, con la pappa avariata che gli cucinano nel piatto, non usando nemmeno un etto di cervello in più. Situazione di comodo perchè la mummificazione intellettuale crea molti meno problemi. L’altro giorno ero in giro per il centro di Roma, e come spesso accade, mi impicciavo dei discorsi dei passanti. Ebbene sono rimasto sconvolto perchè erano più acuti rispetto al solito. Un barlume di speranza c’è ancora. I più stolti penseranno a una digressione soltanto presuntuosa da parte del sottoscritto. Nossignori, lo ripeto alla nausea, non ritengo di aver niente in più di nessuno di voi. Anzi, sono pigro e ho bisogno delle mie certezze un po’ mainstream. Ma poi che cazzo vuol dire mainstream? Boooh?

Fine del pippone, ché mi sono annoiato da solo. Epperò quindi veniamo al punto. Se mi rivolete al top e meno simpaticamente antipatico, trovatemi un lavoro che non mi faccia incamerare venti euro al mese come finora mi è stato proposto, regalatemi un viaggio neppure troppo fantasmagorico, accreditate sul mio conto cento milioni di euro in comode rate. Sì, ecco. Datemi qualcosa di cui scrivere e vi solleverò il mondo.

PENSIERI DI UN VIAGGIATORE FRUSTRATO

(on the air: Chiara Civello – If You Ever Think Of Me) 

Finora oggi non ci avevo pensato. Di solito c’è un momento della mia utile o inutile giornata in cui penso di volermene andare da qui e mollare la società italiana nella sua stessa merda da un minimo di quattro giorni a un massimo forse eccessivo, comprendente il resto della vita. Che affondino pure comunisti, fascisti, interisti, romanisti, laziali, vip, raccomandati, migranti, alti prelati, zingari, puttane, vecchi in fila alla posta, ragazzini coglioni, cafoni dichiarati e cafoni ripuliti. Che restino qui a divertirsi nel teatrino. Nè di loro, nè di tutti gli altri, sentirò la mancanza.

Mi basterebbe ritrovare il letto soffice di Bruxelles, l’atmosfera di entusiasmante trasformazione di Berlino, la vita rilassata di Barcellona, il misticismo di Lisbona, gli eleganti caffè di Vienna, persino la caotica vitalità di Londra che non mi ha fatto impazzire. O scovare un bistrot di Parigi che ormai ho dimenticato. Mangiare un cioccolatino magico per strada a Bruges. Mi basterebbe anche respirare aria di montagna, neve in un posto di confine, Alto Adige o Val d’Aosta, non importa, ho bei ricordi di entrambi. Mi basterebbe, dico, assaporare le tapas spagnole in un posto che sia lontano anni luce dalla mia cucina. Scrutare l’oceano sorseggiando un bicchiere di vino portoghese o guardare con lo stupore dell’uomo venuto dal passato, un grattacielo tedesco che il giorno prima ancora non stava al suo posto. Non è necessario esplorare nuove terre, non mi servono New York o le Maldive. Sarebbe sufficiente rintanarmi in un luogo che ho già calpestato, una metropolitana di cui la mia magnifica memoria per i nomi ha già masticato molte fermate parola per parola. Urquinaona come Archway, Spittelau come Bourse, Charles de Gaulle-Etoile come Wittenberg Platz o Rossio. Addirittura mi piacerebbe non riuscire a piegare quelle dannate cartine come mi succede sempre. Che vento o non vento, non sai mai qual è il verso giusto per non trasformarle in una fisarmonica da infilare faticosamente nel fedelissimo zainetto. Mi piacerebbe avere le gambe spezzate di fatica per aver voluto mettere il naso fino al quartiere più sperduto di quella che non è la mia, la vostra città. Vorrei fermarmi solo per stringerti e baciarti dieci minuti di fila in un posto che non abbiamo mai visto, oppure abbiamo visto una volta con la promessa mantenuta di tornarci. Vorrei bagnarmi di una pioggia diversa da quella che mi sporca la macchina, sentire freddo o caldo e dire che l’aria non è la stessa schifosamente umida e puzzolente che c’è a Roma. Vorrei divorare un panino per strada senza pensare che sono in ritardo e mi aspetta il traffico. O bruciare l’ennesima sigaretta pensando non che sia soltanto autodistruttiva, ma che abbia un sontuoso senso fumarla lì in quel preciso istante. Immortalare il più stronzo dei cartelli stradali per riderci la notte prima di dormire riguardando le foto in un letto a due piazze. Mettere la sveglia e sapere che se anche il risveglio non è dolce, no, non farai la vita di tutti i giorni. Perché ti alzerai e vedrai cose straordinarie e architetture mai viste prima. E sforzarmi di parlare una lingua che non è la mia. E aver paura di perdermi, paura che a volte diventa dolce perché dietro l’angolo la curiosità ti costringe comunque a sgranare gli occhi.

Mi manca viaggiare e adesso che non posso per svariati motivi, mi manca ancora di più. E vi confesso che questa carenza di novità per gli occhi e per la mente, mi spegne un bel po’.