Marzo!

MARZO!

(on the air: The Black Keys – Lonely Boy)

Era un giorno come un altro, ma essendo l’altro non poteva essere quello. Avevo deciso di marinare la scuola, ma non avevo abbastanza aceto e spezie per farlo, quindi decisi  di usare il sale. Ma proprio quel giorno, l’altro, il sale era scomparso dappertutto, c’era un’eclissi di sale. Abbandonai l’idea, la lasciai lì, vicino al bagno, tra il bidè e il bidello, convinto che un giorno, un altro giorno che non fosse come un altro, qualcuno l’avrebbe trovata. Non avendo niente da fare, feci  un salto all’ippodromo. E per fortuna saltai, perché altrimenti non avrei evitato l’ostacolo. Poco prima avevo premesso a me stesso che sarei andato all’ippodromo, mi ero insomma fatto un ipprodromo. Una volta lì, decisi di non scommettere sui cavalli. L’ho sempre trovato scomodo. Mettersi lì, sopra al cavallo con una schedina e una penna in mano non mi esaltava. Venni via da quel luogo con una convinzione: dovevo trovare qualcosa da fare. Fu così che andai al bar, ordinai un Lucano, e il cameriere mi spiegò tutto minuziosamente. Era un esperto in Matera. Non ero ancora soddisfatto, mi fermai davanti ad un locale, ma avrei preferito un diretto. Incrociai una coppietta felice di fronte a una centrale nucleare. Si baciavano, si scambiavano effusioni a freddo. Preferii non disturbarli, convinto che prima o poi si sarebbero sposati, e lui, grande appassionato di molluschi, avrebbe stilato una lista di cozze. Vagavo senza meta, come il più scarso dei rugbisti, incontrai un cane parlante che mi disse “bau”. Disse solo “bau” facendo lo spelling bi-a-u. Tanto per farmi capire che lui parlava e non abbaiava. Avrei voluto continuare la conversazione, ma il cane aveva mille impegni, consultava freneticamente l’agenda. Lo invidiavo, quel figlio d’un cane: lui aveva da fare e io no. Pensai di poter vedere un film in tre dì, ma non avevo tutto quel tempo.
Notai una locandina. L’oste era talmente piccolo che non si vedeva. Ordinai il solito anche se non c’ero mai stato. Mi servirono un piatto di riso, lo assaggiai, non mi piacque, era passato di cottura, ma feci buon riso a cattivo gioco e pagai lo scotto.
Me ne andai, ripassai davanti al cinema, davano un film con Giovanna Mezzogiorno e Silvia Mezzanotte, lo spettacolo era alle sei per non scontentare le protagoniste.
Sciolsi le riserve, come avrebbe fatto un allenatore mafioso dopo una brutta partita, e decisi di aspettare lì fuori.
Fumai una sigaretta? Non lo sappiamo, di certo voleva esserlo, ma se poi effettivamente la fu mai, bisognerebbe chiederlo a lei e non a me.
Ingannavo il tempo dicendogli “chi ha tempo non aspetti tempo” , ma lui era lì e non capiva perché non dovevo aspettarlo. Gli dissi che bisognava dare tempo al tempo e lui mi rispose che sulla carta si poteva fare. Bastava portare dei fazzoletti nella redazione di un giornale. Tempo al Tempo.
Lo spettacolo stava proprio per cominciare, gli dissi che avevo fretta e dovevo congedarmi, lui mi prese energicamente per un braccio dicendo “il tempo stringe, eh?”. Era proprio un buontempone.

Iniziò il film, ma era di una noia mortale: la Mezzogiorno dormiva, la Mezzanotte cucinava il pranzo. La pasta, le mezze maniche. Era tutto di un pessimismo incredibile, il bicchiere era sempre mezzo vuoto.
Cercai un mezzo per sottrarmi allo strazio, ma inizialmente, essendo un mezzo, ebbi solo la possibilità di dividermi.
Pensavo e ripensavo, quando il sonno mi venne in aiuto. Mi misi a dormire, sognai che era finito febbraio, mi svegliai di soprassalto e gridai: MARZO!
Ero a Roma, il pubblico dormiente con disappunto mi disse: “nun t’arzà! arimettete a dormì che ancora nun è finito er film”.