TUTTI I PRONOMI DI BARCELLONA

(on the air: Macaco – Moving)

Il verbo essere coniugato e applicato alla mia seconda volta a Barcellona.

Io sono spagnolo. Anzi sono catalano. Ho orgoglio da vendere. Lo metto ovunque il mio orgoglio. Nella mia lingua prima di tutto: così vicina e così lontana dal castigliano. Ci metto l’orgoglio negli stemmi che dominano e colorano le vie, le insegne, i mezzi pubblici, il mare della mia capitale. Lo stesso orgoglio che mi trascina con altri novantamila allo stadio per una semplice amichevole contro gli odiati inglesi. L’orgoglio campione di Spagna e d’Europa, con un allenatore che si chiama Pep Guardiola e un capitano di nome Carles Puyol, catalani purosangue che mi danno il benvingut. Sono catalano fin dentro il piatto che ho sulla tavola. Sono catalano quando mi trucco perbene per fare il mio show di mimo professionista davanti a tutto il mondo pronto a sgranare gli occhi mentre fa lo struscio sulle Ramblas. Sono catalano e canto canzoni di protesta col mio gruppetto folk rock in mezzo alle viuzze del quartiere/paesino di Gracia, piene di festoni colorati, appunto per la Festa Maior de Gracia, che ogni anno si dipana durante la settimana di Ferragosto. Sono catalano e forse non m’importa nemmeno più di tanto se ho il mio skateboard e brucio l’asfalto della piazza antistante al MACBA (Museo d’Arte Contemporanea) nel malfamato quartiere del Ravàl o vado a inciuccarmi in qualche localino trendy del Born. Comunque io sono catalano, voglio la mia indipendenza e me la prendo anche sotto il re.

Tu sei latinoamericano. Non importa di dove: Perù, Cile, Uruguay, Argentina. O al limite sei filippino. Sei venuto qui perché ti integri facilmente, perché il tuo sangue s’è mischiato qualche secolo fa con quello dei conquistadores che hanno invaso la tua terra e ti hanno lasciato in eredità la stessa lingua. Sei ovunque. Sei un artista di strada che suona uno strumento andino, sei una signora con mille bambini da tenere d’occhio sull’autobus, sei uno studente col massimo dei voti, sei un tassista o un uomo d’affari, vendi le lattine di birra Estrella camminando per i vicoli del Barri Gotic, hai un banco di frutta variopinta al mercato della Boqueria, sei semplicemente un ragazzo o una ragazza che ha voglia di divertirsi sulle spiagge, nelle discoteche di una città che ormai è tua, magari già da un paio di generazioni. Qui, sei uno di casa.

Lui è senegalese. Ride poco, fa il lloguer de amaques i parasoles (noleggiatore di lettini e ombrelloni) su una spiaggia, la platja de la Mar Bella, che dovrebbe essere per i nudisti, e invece al massimo c’è un uomo nudo ogni tanto e tante signore e ragazze in topless. Non gliene frega niente. Non guarda in faccia nessuno, ride meno di zero, è un po’ acido ed è introverso. E a me fa pure un po’ strano, abituato a vedere spesso i grandi sorrisi bianchi degli ambulanti casinisti senegalesi di Roma, che di certo non se la passano meglio di lui. Prende i soldi per conto del comune, strascica nella sabbia i lettini beige piuttosto sporchi, apre e chiude gli ombrelloni rispettando ogni mattina le linee rette della spiaggia manco ci fossero dei segni per terra. Intercambia la maglietta ufficiale da noleggiatore con quella senegalese, porta i pantaloni lunghi e le scarpe da ginnastica. E a un certo punto pure lui che sarà abituato all’Africa, suda. Ogni tanto mister simpatia abbozza un sorriso, ma più che altro riordina i soldi; come quando decido di mollargli cinque euro in monetine molto spicce, sghignazzandogli alle spalle.

Lei è cinese. Ha un’età imprecisata dai 25 ai 40 e fa massaggi sulle platjas cittadine, da Nova Icaria a Bogatell, da Mar Bella a Nova Mar Bella. Unge e tocca corpi di ogni tipo. Dalle signore tettone in topless ad americani panzoni e viscidi non solo per l’olio solare. Accetta non tanto di buon grado le avances di un signore spagnolo di mezza età con accanto la sua compagna molto più giovane. Lei, la cinese, si guarda intorno imbarazzata e si rivolge ai vicini di ombrellone…hello massages. Ma alla fine cede all’offerta di un lettino sotto l’ombrellone, a sfilarsi per un po’ i jeans da lavoro e bersi una limonata ghiacciata. L’uomo laido pagherà il disturbo, oltre a farsi massaggiare, a piacioneggiare, a ballare e canticchiare insieme a lei, che fa sorrisi finti dando vita a una scena comica, ma che non ci sarebbe poi molto da ridere. Il tutto mentre Lady Laida si annoia senza mostrare un benchè minimo segno di gelosia. Lei non è mica l’unica massaggiatrice cinese. Ce ne sono tante e alzano più di qualche soldino, anche se l’igiene va a farsi fottere tra un massaggio senza guanti ad una schiena madida di sudore e un panino con la mortadella preparato per sè all’istante con quelle stesse mani. Ma non interessa a lei e nemmeno a coloro che come balene spiaggiate si fanno scrocchiare le ossa sotto il sole.

Noi siamo italiani. Siamo italiani quando ci ritroviamo ad incazzarci per le valigie disperse chi a Fiumicino chi a Malpensa. I miei timori prepartenza erano fondati: la Noe la recupera dopo tre giorni e dopo mille peripezie. La vacanza ci si rovinerà non poco. Siamo italiani quando prima origliamo i discorsi da spiaggia per averne la certezza, eppoi ci chiediamo a vicenda di controllare gli zaini lasciati sotto l’ombrellone mentre ce ne andiamo a fare un bagno. Siamo italiani e cafoni. Sempre i più cafoni. Non che i cafoni stiano solo da noi, eh. Però ci difendiamo bene. Esempio: c’è chi si lamenta perchè non gli servono la colazione in albergo. Motivo? S’è presentato due minuti oltre il  tempo limite. Che mi chiedo: ma se ti svegliassi due minuti prima e montassi in ascensore ancora cogli occhi chiusi, invece di frignare contro il personale anche fin troppo gentile con te? Altrimenti scegli la via di classe: fai il signore e vattene al bar di fronte, che il caffè lo fanno anche meglio. No, paghi altri otto euro, oltre ai quindici di default, smadonnando per un cappuccio e cornetto. Cafone e pure un poco coglione, se permetti. Siamo italiani e lavoriamo qui. C’è chi è sardo e fa il tassista. È partito per la Spagna per starci una settimana e poi s’è fermato dieci anni. Si accorge che siamo romani, ma ci racconta che ai milanesi non dice di essere italiano perché gli stanno sulle balle. Chi fa la commessa, chi serve cibo orientale rivisitato, in un locale chic sulla spiaggia della Barceloneta. Siamo italiane noi donne che svaligiamo negozi e centri commerciali perché qui Desiguàl costa molto meno che da noi. Ma ormai cosa c’è di Desiguàl nel nostro modo di vestire? Niente, siamo tutteuguàl. Siamo padri annoiati da bambini che strillano e non sanno dove si trovano perché sono troppo piccoli per capire il mondo, però si divertono da matti dentro il tunnel degli squali all’Aquarium. Siamo ragazzi venuti qui per rimorchiare, o di passaggio per andarcene a Ibiza o a Formentera e raccontare della ragazza ubriaca beccata in discoteca e conosciuta carnalmente fino all’alba. Eppoi creare un album di foto stronze su Facebook al ritorno, tanto per sentirsi uno stereotipo fino all’elastico del mutandone fuori dai jeans. Siamo italiani e ogni tanto, oltre che di tapas, sangrìa e paella, ci cibiamo anche di cultura restando scioccati dalle incredibili e crude foto di guerra -civile spagnola e seconda mondiale- del grande reporter Robert Capa e della sua compagna Gerda Taro, in mostra al MNAC – Museo dell’Arte Catalana. O restando ammirati davanti ai capolavori esposti al museo dedicato a Pablo Picasso e ammaliati dalle vecchie navi del Museu Maritimo. Siamo italiani, popolo di navigatori e viaggiatori. Ci ritroviamo in tanti fin sulla sperduta montagna di Montserrat a visitare un monastero sovrastato da veri e propri giganti di roccia. Del resto al porto vecchio c’è un italiano vissuto nel quasimilleccinque che scruta il mare in cima a una colonna altissima. Qui, il buon Cristoforo lo chiamano Colòm, forse per quello stesso strano meccanismo per cui da noi Thomas Moore si chiama Tommaso Moro e Descartes è Cartesio.

Voi siete americani. Nel senso di statunitensi. Siete tantissimi, più di quanto mi possa aspettare. Siete bianchi o neri, ma tendenzialmente vi si riconosce perchè vestiti male, tendenti all’obesità e l’inglese lo parlate come se aveste perennemente un chewingum di due metri cubi tra i denti. Appena vedete uno che potrebbe essere del vostro paese, lo salutate con enfasi. A noi è successo. Voglio sperare che abbiate equivocato solo per il nostro essere una coppia interrazziale. Perché per quanto riguarda lo smascellamento, l’obesità (pur non essendo io un peso piuma) e il vestirsi male, non ci siamo poi tanto. Vi cercate, giovani o vecchi che siate. Negli alberghi, per strada, al ristorante, sulle spiagge, vi conoscete e fate gruppetto. Siete figli di una superpotenza mondiale, siete apparentemente emancipati, eppure siete provinciali quanto quelli che abitando in un paese di due anime, se s’incontrano da qualche parte cominciano a parlare dei fatti dell’intero albero genealogico.

Loro sono francesi. Sono coppie in cerca di una vacanza romantica, famiglie con bambini e soprattutto tante, ma tante ragazze e ragazzine col naso all’insù e la erre moscia. La Francia è vicina e si vede. Tanto che forse, se dovessi dare un consiglio ai maschietti che hanno un debole per le francesi, gli direi di andare a Barcellona e non stare a perder tempo con Parigi. Loro sorridono maliziose, a volte parlano a voce alta a costo di sembrare maleducate e tutto sommato forse un po’ lo sono anche. Ogni tanto sono spocchiose – i luoghi comuni non sempre sono da crocifiggere- e quando ci capita di essere più rapidi di loro a sederci sull’autobus, c’è un minimo di soddisfazione, tanto per non smentire la naturale antipatia verso i cugini d’Oltralpe.

Barcellona vista per la seconda volta è tutto questo e molto di più. Va oltre la Sagrada Familia e le altre meraviglie di Gaudì, va oltre l’infida e tentacolare movida notturna incastrata tra il mare e le due torri grattacielo Arts e MAPFRE, va oltre se stessa. E il meltin’ pot, il punto di fusione, è totale. Accompagnato, a questo punto mi sembra quasi ovvio, dalla spietata aria rovente di un agosto in Catalogna.

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Vero che questo blog era in ferie già da un po’. Ma ora si chiude. Dal 12 saremo in quel di Barcellona. Nuovi racconti, nuove foto, nuove mirabolanti avventure. Siccome non lo avevo ancora detto, ma a Natale mi è stato regalato un Flickr Pro e ho finito di sistemarlo da poco, vi lascio con tantebbelle foto delle puntate precedenti. Fate buone vacanze e gozzovigliate pure in mia assenza.