PARIS EXTRAORDINAIRE

(on the air: Coldplay – Christmas Lights)
 

Giorno Uno

Sono a Parigi. Sono passati 18 anni e mi ritrovo di nuovo su un pullman che mi porta a destinazione. È il giorno del mio trentaseiesimo compleanno, i miei secondi diciott'anni e la torre Eiffel che si staglia sulla sinistra, fuori dal finestrino, quasi come se qualcuno a un certo punto decidesse di dirti che sì, è vero, sei proprio a Parigi. Hai forse qualche dubbio? Allora guarda quella mastodontica ferraglia là in fondo.
Il pullman ci scarica all'Arc De Triomphe, simbolo maestoso della ricca Avenue de Champs-Èlysèes.
Il nostro hotel tre stelle ai Campi Elisi, è quanto di più parigino e delizioso ci possa essere, e la receptionist prova addirittura a parlare italiano. Una costante di questo viaggio sarà l'estrema gentilezza dei francesi. Quando si dice andare oltre i luoghi comuni.
Un Mc Donald's veloce, e si parte alla volta della Île de la Cité. Le destinazioni prescelte sono due: la Sainte-Chapelle e la cattedrale di Notre-Dame.
Io non ci sto pensando, ma oggi è il mio compleanno. E la Sainte-Chapelle chiude presto. Allora niente volte gotiche, almeno non quelle, sennò perdiamo Notre-Dame.
Ecco la cattedrale imponente dove puoi inspirare storia di tutte le epoche. Dove puoi lasciare un'offerta praticamente ovunque: ci sono più prezzi luminosi che altari votivi. Dove Napoleone, me lo immagino con quella sua manina dentro la giacca, veniva incoronato imperatore megalomane. Dove ogni cosa ti sembra piccola, come a San Pietro o a Westminster. Dove i gargoyles vegliano su di te.
La Île Saint-Louis, l'isolotto accanto a quello più celebrato, è incantevole e merita una passeggiata al freddo, tra botteghe e lucine natalizie.
I ponti sulla Senna sembrano quelli del Lungotevere, ma sono un po' più brutti, mi perdoni Parigi. La stessa ficcante sensazione mi si era instillata diciotto anni fa.
Mi perdoni invece Roma, se l'Isola Tiberina è sonoramente più brutta di queste due isole fluviali parigine.
Mi ricordo che è il mio compleanno quando in serie mi piovono in testa una serie di sorprese di cui non parlerò, per custodirle gelosamente lontano da occhi indiscreti.
Solo una cosa: il ristorantino al Marais è buono, ottimo direi.
E la cucina francese adesso mi fa meno paura.
Piove, fa freddo, taxi, sorprese, persino una candelina, occhi che brillano, sonno.

Giorno Due

Il vento mi fa un regalo tardivo ma graditissimo: durante la notte porta via tutte le nuvole. La giornata è di quelle che lèvati.
Sole, cielo limpido, sette-otto gradi, una spruzzata di neve sui tetti.
Parigi è una modella perfetta per gli scatti dei fotografi. Ha fatto le bizze, si è fatta aspettare ed è arrivata all'appuntamento più sexy che mai.
Sexy come le ballerine che animavano e tutt'ora animano il Moulin Rouge, che visto di giorno è meno tempio del peccato e più scala antincendio.
C'è Pigalle, uno sguardo alla mappa, sfioro la strada che tutt'ora ospita lo scalcinato albergo della mia gita scolastica e proseguo su per Montmartre.
Rue Lepic si arrampica sul colle tra bistrot e negozietti, fiori e dolci, ostriche e champagne. C'era anche il Cafè dove lavorava Amèlie Poulain proprio in questa via, ma me ne sono accorto adesso che cercavo curiosità.
Più si sale, più tutto diventa turistico.
Però vi dirò, ci siamo lasciati contagiare dal quartiere degli artisti, che è quello che solletica l'immaginario di tutti. Un turista, quando viene a Roma, vuole farsi ammaliare da Trastevere e Monti. Lo stesso succede qui con Montmartre. Ci rassegnamo senza troppo dispiacere all'idea di essere banali, e arriviamo su su fino a Place du Tertre, ritrovo degli artisti, sempre pronti a farti un ritratto, proprio come a Piazza Navona, ma con la neve intorno e il panorama in fondo.
C'è una piazzetta dedicata a Jean Marais, l'attore.
Mi faccio la foto, quasi commosso.
Al Sacre-Coeur c'è un panorama mozzafiato, esclusa la torre Eiffel che è coperta dagli alberi del colle. La basilica è bianchissima e fa meravigliosamente contrasto col cielo azzurro. Dentro non è niente di speciale, ma fa niente, conta l'atmosfera. Un signore suona Frank Sinatra con l'arpa, un ragazzo canta bene i Queen e gli Oasis, tutti e due incassano applausi e monete. Tutto un po' oleografico, ma ci sta.
Nel riscendere a valle, guardando i vigneti, ci imbattiamo in un ristorantino rosa e meno turistico: omelette, chèvre au provençal, una turista toscana che sola soletta si gode il formaggio di capra fino in fondo. Usciamo, il cielo è diventato bianco, abbiamo i biglietti per il serale al Louvre, ma c'è tempo per andare a salutare i morti del Père-Lachaise.
Che è immenso. E che tutti ci vanno per Jim Morrison, ma in realtà Jim Morrison è tipo Alvaro Vitali, rispetto alla gente che riposa in quel cimitero. Peccato che o compri la mappa fuori, o impari il cartellone dei morti vip a memoria, o, come abbiamo fatto noi, segui una scolaresca e riesci a vedere la tomba di Balzac.
Fiocca leggermente, adesso.
Il Louvre ci aspetta: c'è tempo per un tè caldo, mentre Rue de Rivoli sta decidendo se bagnarsi d'acqua o imbiancarsi di neve.
Dentro il museo più museo del mondo c'è tutto quello che i francesi sono riusciti a rubare nel corso dei secoli.
Quindi la Nike di Samotracia, la Venere di Milo, le Nozze di Cana del Veronese, Amore e Psiche di Canova e sì, pure la Gioconda, che non è un granchè ma è sempre la star assoluta.
Sindrome di Stendhal ogni tre per due, ma il tempo è tiranno, e per vedere tutto il Louvre non basterebbe una settimana.
Fuori nevica di brutto, la piramide di vetro è affascinante, ma il freddo punge.
Il viso si congela, le sinapsi anche, se è vero come è vero che può capitare di rimanere imbambolati davanti a una delle uscite della metro e non ritrovare più il proprio albergo pur sapendo che sta lì a un passo.
E innervosirsi mentre la neve ti si squaglia in faccia senza alcun rispetto.


Giorno Tre

Comincia a serpeggiare in me la paura di non riuscire a tornare a Roma e di passare ore e ore in aeroporto.
Neve, pioggia, neve, ancora pioggia. E finché piove va tutto bene.
Destinazione Musèe d'Orsay, sulla Rive Gauche.
Qui hanno impacchettato tutti i quadri degli impressionisti e li hanno appesi dentro una stazione ferroviaria antica. Bello in modo assurdo.
Per certi versi anche più del Louvre.
Visita lunga, passeggiata fino a Place de la Concorde, che è uno spazio immenso delimitato dai giardini delle Tuileries, con annessa ruota panoramica.
Verso l'opulenta Place Vendôme, ci fermiamo a mangiare soufflè di tutti i tipi.
Poi a stretto giro di posta Parigi ci offre la piazza stessa, la magnifica Operà, i magazzini Lafayette con le vetrine animate e la gente incastrata pure sui soffitti. Che tutto il mondo è paese. E la lobotomia collettiva natalizia colpisce anche i parigini senza alcuna pietà. Tra l'altro qualcuno dovrebbe spiegarmi come si fa a scegliere un regalo in mezzo alla folla che poga.
In fuga da Lafayette, ci spostiamo verso la Torre Eiffel.
Ed è a quel punto che ci assale il delirio di onnipotenza degli elementi.
La torre, il ferraglione, è immerso nella nebbia. I vucumprà ci tampinano con l'offertissima: sei modellini inutili della Tour a solo un euro. No, non sarò mai uno di quelli che portano a casa una chilata di torrette da distribuire ad amici e parenti.
Mentre penso questo, ecco la bufera di neve.
La più forte che io abbia mai visto abbattersi su una città.
Immaginate dei fiocchi di neve grandi come tessere bancomat, fateli cadere violentemente orizzontali, pensate all'ombrello come accessorio pressochè inutile, diventate dei pupazzi di neve e aspettate che un bambino vi metta una carota all'altezza del naso. 
Immaginate poi che la strumentazione di bordo risenta del freddo e la macchina fotografica simuli una rottura definitiva di buona parte dei tasti.
Paura, orrore, rabbia, freddo becco, fila per salire al primo piano, vucumprà infoiati, bambini giocosi, che uno a un certo punto dice: ma tipo tornare in albergo?
Amen.
La sera stessa, il vento spazza di nuovo le nuvole.
E dopo una zuppa di castagne e un doppio hamburger con il roquefort, si può pensare di digerire andando su e giù per cinque chilometri lungo gli Champs-Èlysèes, guardando la gente, il lusso, i mercatini di Natale, ammirando Parigi così come si è truccata per noi in questa ultima notte.
Il freddo non taglia le gambe ma ci va vicino. Il sonno ci scalda e dissolve i cattivi pensieri sul volo di ritorno.

Giorno Quattro

Là fuori nevica di brutto. L'aereo decolla alle 17,30, gli aeroporti stanno chiudendo. Se guardi qualsiasi telegiornale, è lo sfacelo.
Il volo prima del nostro viene cancellato, ma poi piove e l'acqua, si sa, scioglie il ghiaccio.
A mezzogiorno stiamo scrutando la Torre Eiffel dal Trocadèro.
Stavolta la città si è imbiancata per davvero. Salsicce, vin chaud (vino caldo), il tempo di salutare Paris.
L'aereo ci porterà via da Orly senza un secondo di ritardo ed è una fortuna macroscopica. I due giorni seguenti, nel cielo bianco sopra Parigi non volerà più nemmeno una mosca. Faccio in tempo a comprare i macarons, che solo dopo scoprirò essere i dolcetti più trendy del momento.

Parigi d'inverno ha pochi eguali.
Viaggiare in autunno-inverno non ha eguali.
Non è da tutti festeggiare la seconda maggiore età nel luogo in cui diciotto anni fa, eri vicinissimo a festeggiare la prima.

Parigi vuole che torni di nuovo, me l'ha sussurrato con la erre moscia e il nasino all'insù, mentre si copriva di bianco.
E io, senza nemmeno pensarci un attimo, le ho detto di sì.