WISHLIST

(on the air: Murray Gold – Doomsday)
 

Vorrei essere qui per raccontare qualcosa di nuovo. Avere concrete novità dal mondo che mi sono costruito. Dirvi che sì, sto bene. E invece no.
Vorrei essere qui perché come in altre circostanze ho toccato il fondo e mi è venuto da scrivere perché questo è il mio vizio. E invece nemmeno.
Vorrei scrivere di bei ricordi, ma i bei ricordi non sono che attimi di serenità desaturata, spesso ritoccata dalla mente che tende a scordare come sono andate esattamente le cose.
Vorrei parlare con i dinosauri, ma non posso. Credo siano tutti al bar, o comunque estinti.
Vorrei occupare questa riga con le parole vorrei occupare questa riga. E ho il sospetto che questo mi sia riuscito.
Vorrei trovare uno che di mestiere fa l'aruspice solo per chiedergli come gli è venuto in mente di leggere le budella e di farne un business.
Vorrei esprimere il mio disappunto, ma lo faccio di continuo, sarebbe solo aggiungere noia alla noia.
Vorrei capire di preciso cosa spinge l'essere umano ad essere com'è, cioè stupido. Ma per farlo dovrei usare dei validi strumenti di tortura. Capite bene che per ovvi motivi non posso farlo. Gli strumenti di tortura costano cari e ora come ora il danaro non fa in tempo a sedimentare nel mio portafogli né tantomeno sul mio conto in banca.
Vorrei arrabbiarmi per qualcosa che valesse veramente la pena. Invece no, mi arrabbio per le cose di tutti i giorni, tipo quello davanti che mi taglia la strada. Ma rispetto a chi s'incazza a comando leggendo notizie false sui giornali, mi sento comunque superiore anni luce. Perché m'incazzo nel quotidiano e non sul quotidiano.
Vorrei fumare la pipa, adesso, alle 4 di mattina, a Rosenthaler Platz, che è un'insignificante piazza di Berlino.
Vorrei raccontare di come ho trascorso le mie ultime settimane, e forse qui qualcosa di interessante verrebbe anche fuori. Ho tenuto in attività il cervello quel tanto che basta per oliare la mia curiosità cronica.
Ho spento e riacceso migliaia di volte.
Poi ho deciso che la soluzione stava proprio lì: se tenevo spenta la parte distruttiva mi spegnevo per tre quarti, ma stavo meglio.
C'era un quarto di me che era. Gli altri tre quarti non erano.
Ed è ancora così che vanno le cose.
Sono. Senza aggettivi vicino.
Essere in assoluto è meglio che non essere.
Per essere qualcosa c'è sempre tempo, tipo che maggio è ancora a metà.

(in copertina: Aaron Jasinski –  Star Catcher)