VECCHI E NUOVI PROPOSITI

(on the air: Mega Bass – Blind)

In questi pigri e ancora purtroppo caldi giorni di fine agosto ho svolto numerose attività. Prima di tutto mi si è rotta una molla dell’autoradio e domani mi riapre l’elettrauto. Intanto giro senza. Direte sticazzi, ma io non lo dico. Ma in questi pregni giorni ho visto il film Denti, che rievoca il mito della vagina dentata. Ecco, diciamo che era abbastanza ributtante. E io connivente che mi faccio convincere dal mio amico. Come se non bastasse, il film l’ho visto al cinema del centro commerciale Porta di Roma, il più grande d’Italia. E alla fine ero meno terrorizzato dai ragazzetti evirati del film, che dall’idea che la gente possa passare un’intera giornata dentro quell’enorme cattedrale nel deserto. E non solo quelli con prole al seguito, pure le ggiovini coppiette! Ma la gente non ha proprio un cazzo da fare? Eppure ci sarebbe. Venerdì per esempio sono tornato a Tivoli, a Villa d’Este di notte. Questo è un posto che tutto il mondo ci invidia, gente. È uno spettacolo di fontane cinquecentesche che almeno una volta nella vita va visto. Anche chi pensa che non gliene frega niente. Tivoli, un paesino vicino Roma, ha tre monumenti importanti, tre ville (le altre due, villa Adriana e villa Gregoriana, spettacolari, diversissime tra loro e da villa D’Este). In pratica, musei esclusi, ha più monumenti di Londra e Berlino. Ma non voglio fare lo snob, se preferite la cattedrale nel deserto con ampio parcheggio non mi offendo.

Arriva settembre, la mia attività principale ora sarà quella di rimettermi a cercare lavoro, che gioia. E mi serve un vestito elegante entro molto poco, che ormai l’altro ha fatto il tempo suo. E non solo il vestito, forse anch’io se non mi metto un minimo a dieta. Intanto però dormo, che non fa mai male. Intanto però comincia il campionato di calcio e siamo tutti un po’ meno soli, contentucci, o già un po’ più rotti nelle palle ancor prima che cominci. Per chi ricomincia a lavorare ho approntato un nuovo Flickr (rigorosamente gratuito, pagatelo voi lo spazio su internet, ce n’è così tanto) con un po’ di foto di Londra, sono tre paginette, divertitevi sognando le vacanzuole. Io mi godo questo esilio dorato in attesa di finire l’oro e restare in esilio in mutande. O trovarmi un qualcosa di retribuito prima che accada ciò.

L’IRRICONOSCIBILE RICONOSCIBILISSIMA LONDRA

(on the air: Queen – These Are The Days Of Our Lives)

Londra è un po’ meno di come me l’aspettavo. Meno perché forse si vede troppo in tv, negli album fotografici della gente, nell’immaginario del sottoscritto. Londra è una città immensa, anche se il centro – la City-  mi sembra sia più piccolo di quello di Roma. Ma magari è solo un’impressione. Londra è nei volti di persone di ogni paese del mondo che corrono veloci come le scritte pubblicitarie di Piccadilly Circus. Chi infilato in una giacca e una cravatta, chi sotto un burqa, chi con un paio di sneakers ai piedi e un turbante in testa. La Londra turistica è tutto un brulicare di gente che fa la spola tra i musei gratuiti. Il British Museum e la National Gallery, immense isole del tesoro rubato o comprato altrove (c’hanno persino un moai dell’Isola di Pasqua!), la Tate Modern, una centrale elettrica enorme e piena di opere che sarà colpa nostra ma non ci si capisce niente, la Tate Britain per capire che sì, esistono anche i pittori inglesi e sono pure bravi. Londra è un continuo viavai di persone sopra o sotto la tube, dai palazzi bene di Chelsea fino al malfamato East End, dai paesini inglobati come Camden e Kentish Town fino a Soho, una manciata di strade centrali completamente cinesizzate tra sale da massaggio e ristoranti con anatre appese e altre bestie tipo seppie arancioni che non abbiamo ancora capito che roba sono.

Ma la maggiorparte di voi queste storie le sa, scommetto. Chi c’è stato, e in parte anche chi non c’è stato. Forse è per questo che Londra perde fascino ai miei occhi. Non tutto, certo. Per esempio, se il giorno di Ferragosto c’è il sole e decidi di visitare un vecchio cimitero di quelli da film horror, decentrandoti e finendo alla metro Archway, due passi dai villaggi di Highgate e Hampstead, allora vedi qualcosa di inedito. Marx, Douglas Adams, Litvinenko, George Elliot e altri famosi alloggiano qua all’Highgate Cemetery. Tra la east e la west wing, le due ali antica e moderna dello spettrale camposanto. Una visita guidata fatta da inglesi per gli inglesi. Questo ci vuole. Per sfuggire a quella globalità eccessiva intorno a Buckingham Palace e alle sue regali consuetudini, a Westminster e al Big Ben, al London Bridge, a Trafalgar Square col maxischermo per le Olimpiadi che tra quattro anni saranno proprio lì, alla London Tower e ai gioielli della corona, tanto belli da sembrare finti.

Il quartiere che ci ospita, Earl’s Court ha tutto ma proprio tutto quello che ci serve in pochi metri. Oltre all’albergo, c’è la metro, c’è un forno per dribblare la colazione all’inglese, ci sono le catene tutte, da Starbucks  a McDonald’s, da Burger King al ripugnante KFC, quello delle alette di pollo. C’è un negozio di libri e dischi usati con tanto di tè e caffè, ci sono ristoranti italiani, cinesi, portoghesi, giapponesi, indiani, ci sono pub bellissimi, tranquilli internet point, c’è persino un cassonetto per buttare i coltelli educando le gang cattivone a fare la differenziata, ci sono supermercati e market indiani aperti 24 ore. Uno di questi m’è servito alle tre di notte che ci stavo rimanendo per un dolore allo sterno causato da colpo d’aria. In albergo pensavano già all’infarto e a mandarmi all’ospedale. E in effetti il dolore era forte, ma con un pacco di cookies, un tè caldo e una buona dose di antidolorifici è andato tutto per il meglio. A Earl’s Court poi, c’è pure la villa di Freddie Mercury, e passarci davanti fa venire i brividi per l’emozione.

Londra è il tempo brutto, quello londinese, cazzo. Non è mica un luogo comune. Piove quasi sempre, cinque giorni su sette butta giù quelle goccioline a vento, l’aria è infida e tocca vestirsi con cento strati. E le gocce scendono anche sulle cabine del London Eye, la megaruota panoramica che se cade nel Tamigi lo svuota. Ogni tanto il tempo ci risparmia, tipo a vedere il tesoro di Tutan Khamon a Greenwich all’O2, un posto enorme per mostre e concerti, che a confronto il Palalottomatica è gradevole a vedersi. Ci risparmia anche quando facciamo rotta, due volte, al mercato di Camden Town a comprarci magliette, giacche e scarpe di tendenza. A Camden ci sono più italiani che a Porta Portese. Anzi, capita di sentire una ragazza piemontese che invita a casa sua un ragazzo calabrese. Ci sono i punk, quelli veri, facce da cinquantenni che non mollano mai. A Covent Garden invece senti un artista di strada intonare Friday i’m in love dei Cure, sei lì che ti commuovi e questo che fa? Subito dopo attacca Non l’hai mica capito di Vasco e Piccola stella senza cielo del Liga. La commozione lascia il posto a una risata e a un minimo di amarezza. Assolutamente spoetizzante. Quanta Italia a Londra. Nel regno della pizza e della pasta col ketchup. Tanti ragazzi fanno i camerieri tra pub e ristoranti, è tutto vero, come mi aspettavo. Noi ci mischiamo bene, nessuno ci scambierebbe per italiani, tantomeno a Londra. Anche se poi io sono tentato e apro bocca apposta ad alta voce. Così, tanto per.

La musica di Londra, in superficie, non è così alternativa: Londra ha due anime musicali. Quella innovativa delle band che improvvisano durante i gigs, e quella conservatrice che mi piace meno, quella dei musical sugli Abba, quella che la gente ubriaca nei pub, proprio come noi cantiamo i classiconi di Battisti, canta Total eclipse of the heart di Bonnie Tyler. I teatri del West End ospitano spettacoli dei consueti e britishissimi Monty Python eppoi, ladies and gentleman, in cartello c’è gente del calibro di Kenneth Branagh, Judi Dench e Jude Law. Apperò.

Hyde Park è immenso e bruttino, Holland Park è abbastanza immenso e molto più bello. Gli scoiattoli in giro sono più dei gatti di Roma (che purtroppo stanno ahimè sparendo). I magazzini Harrods sono un’enorme cafonata araba, ma meritano un’occhiata proprio per questo. Magari evitando di andarci il sabato che è un bordello di gente da (per l’appunto) milleeunanotte.

Si mangia male quasi ovunque a Londra. Si salva la carne, anche se dopo un po’ non ce la fai più cogli hamburger e patatine. Decente il fish&chips, dignitosa una zuppetta calda funghi e pollo mangiata nella cripta di St.Martin in the Fields mentre fuori si scaricavano litri d’acqua in modalità soft. Comunque in generale da gente che mangia uovo salsiccia e fagioli a colazione, che la mattina appena esci senti puzza d’aglio e la sera quando torni senti puzza di cipolla, non puoi aspettarti una gran cucina. Gli inglesi non mi stanno antipatici. E anche questo non era scontato, anzi pensavo il contrario. Disponibili e sorridenti, certo non come i berlinesi, ma Berlino resta il top, emmò ve l’ho detto. Perché è meno prevedibile e di scontato c’è solo la porta di Brandeburgo.

Postilla da inquinamento acustico eccessivo: ma perché viaggiare coi bambini piccoli e lamentosi? perché portarli alle mostre? e soprattutto perché non dargli due ceffoni  assestati bene quando strillano come aquile?

Londra è mille volti e poca identità, è stampigliata ovunque proprio come la Union Jack, non ha un suo carattere o ne ha tanti, forse troppi. Il magma è eccessivo anche per me. Londra è un’attrice che impersona tanti personaggi da Oscar, ma non riesce mai del tutto a essere se stessa. Almeno per chi come me c’è stato una settimana. Chi la vive tutti i giorni, forse la vede in modo diverso. Londra ci mette un bel po’ per affascinarti. Questo io e la Noe lo sappiamo, ma il treno dei diciott’anni e un lavoretto è già passato. Forse Londra mi aspetterà qualche altro anno e magari proverà a strizzarmi l’occhio per dimostrarmi che sì, è lei quella giusta.

LONDON CALLING

(on the air: Rialto – London Crawling)

Londra è per me un flirt sempre mancato per poco. Come quella ragazza che ti dicevano che prima o poi devi conoscerla perché tra voi funzionerebbe. Domani l’appuntamento è alle 11 ora locale, ci conosceremo. Ci ameremo, ci staremo cordialmente antipatici, mi deluderà, la deluderò, la amerò più di Berlino o almeno quanto Berlino. Di certo non resterò indifferente. Da lì viene la musica che ascolto, che ascoltavo dieci, venti anni fa. Una settimana di tempo per scavare all’interno della metropoli più grande d’Europa, per rendermi davvero conto di questo enorme pianeta multietnico, di questo piccolo pianeta Terra incastonato nell’isola britannica. È forse un viaggio diverso dai precedenti europei, forse non tanto diverso quanto lo sarebbe stato ad Istanbul, l’alternativa di quest’anno. Io lo vedo come un viaggio impegnativo, Londra la prima volta a trentatrè anni. Non ho mai azzardato l’idea di fare il barista a vent’anni, nè di studiare l’inglese in loco a venticinque e alla fine eccomi qua. E per la Noe è una seconda volta importante, magari poi ve lo spiega lei. Vi chiederete perché se il post si chiama London Calling, non ci siano i Clash nell’on the air. Semplice, è già stato un on the air di non so quanto tempo fa. Anzi, ho cercato su google e ora lo so, ma non ve lo dico perché era un post depresso di quattro anni fa. Ci si racconta quando torno.

 Mixo le due canzoni:

London crawling through the sodium glow
Just like lovers again
Slipping between the sheets of dirty rain.

London calling at the top of the dial
After all this, won’t you give me a smile?

Bye.

IL GIORNO CHE INVENTAI L’ESTATE

(on the air: Honeyroot – Where I Belong)

Esiste un giorno, una volta l’anno, in cui arriva l’estate. No, non è il solstizio d’estate, non è nemmeno il primo giorno di fottuto caldo, è uno stato della mia mente. Un qualcosa che scatta. Un meccanismo piacevole, il traguardo a pochi metri. Diversi anni fa a casa di un mio amico, una determinata puntata del Festivalbar segnava una netta linea di confine. Anni dopo, sempre da quel mio amico, era una classifica di musica commerciale da discoteca, tutta fatta, parlata e mixata da noi, molto prima che scoprissi il lavoro in radio, a far scattare quella molla vacanziera. Su quelle note era estate, vacanza. In quegli anni mi aspettava la Sardegna, ormai una consuetudine. Successivamente, bastava il penultimo giorno di lavoro, l’acquisto tardivo della guida di una città europea, un bacio. Oggi l’ho capito quando ho augurato buone vacanze a un po’ di amici, l’ho sentito in quel momento preciso. Dopo una lunga giornata fatta di playstation, aperitivo casalingo, cibo thai e cocktail su una terrazza sul fiume con allegati vecchi ricordi, viaggi consumati e da consumare. In quell’istante del saluto, bruciando l’ennesima Marlboro Medium, era estate. Una volta in macchina, con la canzoncina sempliciotta dell’on the air, l’aria condizionata per sfuggire alle temperature tropicali, ho pensato a lei che mi mancava e che tanto stasera la vedo, al mare del Circeo che ci attende nel weekend, al grigio di Londra che da martedì 12 respirerò, a Stonehenge che sono sempre più convinto di voler vedere dal vivo. È lontano l’amaro in bocca lasciato dal licenziamento collettivo, è lontano pure settembre. Voglio sentirmi stupido, romantico, straniero in terra straniera, voglio vedere Roma svuotarsi un po’, voglio godermi questi dieci  giorni che mancano e affanculo tutto il resto. Senza lavorare è più facile, lo so. Quindi nella sfiga c’è sempre un po’ di fortuna, della serie botta di ottimismo fulminante. Sfuma l’aria condizionata dal finestrino, torna il caldo abbacinante, una doccia all’una e mezzo di notte è quel che ci vuole per togliersi l’imperlamento almeno per cinque minuti. Ma ormai si è innescato quel meccanismo per cui l’estate, quella vera, ha fatto il suo roboante ingresso nelle intricate sinapsi del sottoscritto. Che lessate dal caldo, hanno intenzione di darsi alla macchia. Salvo straordinari, manca un post alle ferie dal blog. E ciò, ve lo confesso, non mi fa per niente schifo.