Bohemian Rhapsody

BOHEMIAN RHAPSODY

(on the air: Deproducers – Travelling)

È dell’Inter il colpo del calciomercato: con oltre 50 miliardi di lire, Moratti strappa al Barcellona il fenomeno brasiliano Ronaldo, considerato da alcuni il più forte giocatore del mondo. Inoltre la società ingaggia Luigi Simoni come allenatore e prende Diego Simeone, Taribo West, Benoît Cauet, Álvaro Recoba, Francesco Moriero e Zé Elias. La Juventus rivoluziona l’attacco prendendo Filippo Inzaghi, formando una coppia, assieme a Del Piero, considerata all’inizio troppo leggera ma che darà buoni risultati. Il Milan torna nelle mani di Capello e prende Ibrahim Ba e Patrick Kluivert. Il Bologna ingaggia Roberto Baggio in cerca di rilancio dopo due stagioni in chiaro scuro nel Milan.
La Roma allenata dall’ex laziale Zeman è in crescita e si rinforza con Cafu, Vincent Candela e Zago. La Lazio, affidata al nuovo allenatore Eriksson, rinnova il centrocampo con l’arrivo di Matías Almeyda e Vladimir Jugovic mentre in attacco arriva Roberto Mancini e di nuovo Alen Boksic. Le due squadre romane si ritroveranno così ad avere rispettivamente due ex allenatori di Lazio e Roma sulle loro panchine.

È il 1997.  L’Utopia passa la sponda del Tevere: Zdenek Zeman è stato esonerato a gennaio dalla Lazio di Cragnotti e a giugno sbarca alla Roma di Sensi.

Nel 1997 alla Sapienza ammazzano una studentessa  con una pallottola volante. Chi dice sparata per scherzo, chi per davvero.
Cosa volessero dire non l’ho capito: una pallottola è una pallottola, sempre.
Giurisprudenza, assistenti calabresi giocano con le pistole nei bagni, professori conniventi, esami regalati, esami non superati: i miei.
I pomeriggi di maggio, la paura di passare di nuovo in quel vialetto pieno di fiori. Allora meglio studiare tra amici, a casa, ridendo, sparando cazzate.
E la sera ubriacarsi nella stessa casa, guardare gente che gioca a poker, mangiare pizze,  avvolgersi in una nuvola di fumo, ridere ancora, rubare baci, avviare conversazioni che non finirai mai perché s’è fatto tardi e la mattina dopo bisognerebbe riaprire il libro.
Ventitrè anni si hanno una volta sola, come tutte le altre età.
È il 1997. La prima volta in Calabria  dopo due anni di Sardegna, il mare, la discoteca, l’alcol, la musica dance, Vasco Rossi, vacui amori estivi, quattro rullini da trentasei per rubare momenti, sguardi, facce, ma più che altro stronzate. A ben pensarci non sembro nemmeno io.
Lady Diana si schianta in un tunnel a Parigi: mi ricordo il messaggio dell’ANSA sul cellulare, un Motorola usato, il primo che ho avuto. Ne rimasi molto colpito mentre facevo la valigia.
Il cinismo era ancora in fase embrionale.
Il giorno della partenza dal mare, in fila sulla Salerno-Reggio Calabria con il fido walkman dentro le orecchie, una Peugeot 205 e i compagni di viaggio che ti guardano come fossi un malato di mente.
Seguiranno altre donne impossibili, amici persi, amici ritrovati, nuovi amici, altri esami non superati o forse qualcuno sì, e il 1998.

Partite viste al bar tra tifosi incazzati, ragazze annoiate, fronti madide di sudore, sussulti incredibili, tante birre per mandare giù bocconi dolci amari.
Quattro derby persi in una stagione sola, una partita spettacolare con l’Inter persa (anche quella) 5-4, un quarto posto che non valeva la Coppa dei Campioni, tanti complimenti dalla stampa, un quinto posto, l’amore inspiegabilmente incondizionato di noi tifosi per uno che se n’era appena andato dalla Lazio e aveva un’atavica sete di rivincita. Uno che fumava tre pacchetti di sigarette al giorno, parlava un idioma italo-straniero a mezza bocca ed era stato l’idolo di Licata, di Foggia e di Antonio Albanese quando faceva ridere.
Uno nato in Cecoslovacchia, portato a Palermo nel 1968 dallo zio Cesto che poi aveva vinto lo scudetto alla Juve.
L’Unione Sovietica decide per lui: invade la sua terra e lui resta qua. Ci insegna l’impossibilità di essere normale. La volontà di andare fieramente e stupidamente contro tutti, a costo di sparire dal mondo che conta. Quello dei miliardi, del doping, delle scommesse, degli arbitri un po’ così.

Era il 1997. Un anno come un altro: mandammo in orbita una sonda di nome Path Finder. Arrivò su Marte a inizio luglio e smise di dare segnali a fine settembre. Niente vita sul pianeta rosso, qualche dato importante da conservare, fine di un’utopia.
Ma le utopie sono destinate a ritornare ciclicamente nel corso degli anni. Proprio perché all’apparenza irrealizzabili, ci sarà sempre un uomo che tenterà di nuovo di trasformarle in realtà.
Così un giorno, ci dicevamo, ci diciamo ancora, conquisteremo Marte.

Così un giorno Zeman tornerà alla Roma.
Ce lo raccontavamo sottovoce, oltretutto nemmeno convinti che potesse mai vincere qualcosa.
Nel frattempo Fabio Capello ha vinto uno scudetto col catenaccio e con i terzini più forti del mondo, Cafu e Candela, scelti dal Boemo. Luciano Spalletti ci ha dato un gioco spumeggiante che per poco non ci ha fatto vincere altri due scudetti. Per poco.
Poi gli americani, il maledetto Progetto, l’hombre vertical Luis Enrique.
L’Utopia prese forma in un giorno di maggio del 1997 con gli acquisti di un difensore francese e due brasiliani .
L’Utopia riprende forma quindici anni dopo, in un giorno di maggio del 2012, l’anno della preconizzata fine del mondo.
Zdenek Zeman, il Boemo, è di nuovo il nuovo allenatore della Roma.
Ti ricordi i gol, lo spettacolo, le interviste, il calore  di questa città e provi a buttare in un angolino le partite perse male.
E dentro senti un qualcosa che è come un friccico ner core