IO PENFO POFITIVO FINCHÈ FON VIVO

(on the air: Datarock – Ugly Primadonna)

Quando passi buona parte della tua settimana malato e relegato dentro casa, devi guardare il lato positivo della questione. Insomma non è che uno può pensare solo al fatto che è ridotto una chiavica con la tosse e le ossa a pezzi, al bisogno di buttarsi sul letto in qualsiasi momento, al sentir freddo e un attimo dopo il grondare sudore appiccicaticcio. Non si può pensare soltanto a imbottirsi di medicinali e al fatto che respirare l’aria esterna sia sintetizzato in circa cinque minuti per fumare l’unica sigaretta di questi ultimi giorni. Oltretutto la grigia aria esterna è quella che prelude alla primavera, dunque al nuovo pericolo malattie. Sapete ormai bene quanto possa starmi sul culo la primavera. Ma non esuliamo dall’argomento. Devo trovare delle cose positive nello stare rinchiuso a casa. No, non parlo di seguire Sanremo, anche se ahimè, l’ho fatto (sempre rigorosamente con la Gialappa’s). Non parlo neanche del fatto che ho acceso la tivì e c’è Raffaello Tonon che vuole appiopparmi la poltrona elettronica a trecentonovanta euri. Però dai, ci sono dei lati positivi. Ad esempio seguo tutti i telegiornali e sono informatissimo sulla gara elettorale, che dopo aver sentito i candidati premierz, mi è sembrato che una gara di rutti fosse molto più costruttiva, sincera e soprattutto intellettuale. So tutto purtroppo dei fratellini nel pozzo. So tutto anche della Bertè e del suo plagio, anche se mi chiedo cosa aspettino a internarla, magari in un pozzo. So tutto di Rutelli che vuole rifare il sindaco della mia città (romani, vi prego in ginocchio, non eleggete di nuovo la Palombelli). Poi. Non sapete quanto ho risparmiato in questi giorni. Con la benzina alle stelle avrei dovuto metterne una quarantina di euro (rigorosamente in due botte) e invece niente. Non ho pagato il parcheggio per andare al lavoro e neppure i pranzi di lavoro (buahahha) in rosticceria ellenica, ho risparmiato purtroppo persino sulla birretta, sul superalcolico e la cenetta fuori. Secondo me sto sopra di parecchio, dopo guardo l’estratto conto. Sono andato avanti a giocare a Football Manager, ma non ho letto e me ne cruccio, i libri che mi aspettano da tanto sulla scrivania. Insomma comunque non sempre tutti i mali vengono per nuocere. Ecco, magari domani mi incazzerei col destino cinico e baro se non riuscissi ad andare al concerto dei Cure, e visto che anche la Noe è parecchio acciaccata, il rischio ora come ora c’è. Ci andremo a costo della vita istessa.

The other side of flu, qui.

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 DEV’ESSERE UN INCUBO

(on the air: Baustelle – Baudelaire)

Dev’essere un incubo. Sì, dev’essere un incubo. Ho la tv accesa su Raitre e c’è Mastelloni con Strabioli. Mastelloni sembra Banfi quando si travestiva da donna, un bel bocconcino. Dev’essere un incubo, io, nel letto con trentotto di febbre che non mi levo dalla testa la psichedelia di Baudelaire dei Baustelle. Dev’essere un incubo, cazzo, anzi lo è, quando mi sogno di dover smaltire un bel po’ di monnezza in quel di Napoli. Ma alla fine ci riesco, poi mi sveglio tutto sudato e rotto. Dev’essere un incubo il fatto che mi becco l’influenza per la terza volta in un anno. Non mi succedeva da quando ero giovine. Dev’essere un incubo che mi addormento con Sanremo in sottofondo mentre tossisco di brutto. Dev’essere un incubo soprattutto il fatto che dopo aver ricostruito un ricco revival sanremese in ufficio, dai cinquanta agli ottanta, abbiamo eletto come nostro inno ufficiale, questo ge-nia-le pezzo di Gatto (fu Gigi) Panceri (peraltro autore di Meneguzzi, sì Meneguzzi, nel corrente festival…).  Occhio anche alle mosse. Io vi lascio e torno nel letto del malato. E pensare che solo due giorni fa mi ero impossessato dell’intera Galleria Nazionale d’Arte Moderna, eravamo in due nel deserto in mezzo all’odore di arte e si stava da Dio. Scherzi della vita.

L’ANSIA DELLE BUONE PRASSI

(on the air: Amor Fou – Se un Ragazzino Appicca il Fuoco)

Bene, ho da poco espletato le buone prassi. Sono andato a far lavare la macchina dal benzinaio di fiducia e nel mentre sono andato a tagliarmi i capelli dal barbiere di fiducia, che era un tantinello avvelenato coi politici. Per un attimo ho temuto che da sosia di Tom Jones diventasse Johnny Depp in Sweeney Todd, tanto era incazzato. Va là, sembro un utentucolo da Twitter, poffarbacco. È che è un periodaccio. Sembra che non mi basti mai il tempo, il tempo che riservo a me stesso. È sempre poco, e allora il blog soffre di ansia da prestazione. Magari è il primo blog a soffrirne, magari finirà nella bottega del barbiere, in copertina su un rotocalco del cazzo accanto alla mignotta cretina di turno.

Il blog di Ataru ha l’ansia da prestazione, tutto sull’ultimo scottante caso che tiene l’Italia col fiato sospeso.

Le dichiarazioni dei vips.

Silvio Berlusconi: tanto non conta, con i suoi link non fa neanche il cinquepercento di Splinder delle libertà. Propongo Giuliano Ferrara per il Post Inutile del Sabato, ma solo se rinuncia al bambino che porta in grembo.

Uòlter Veltroni: io corro da solo. Ma ho un’idea. Il blog di Ataru si chiama Machissenefrega? Propongo un rinnovamento radicale per il suo problema: chiamiamolo Maanchechissenefrega.

Olindo Romano e Rosa Bazzi: lo ammazzeremo, quel bastardo! Guarda là, siamo su Studio Aperto! Italia…..Uno!

Roberto Mancini: adesso diranno che non meritiamo lo scudetto, no?

Alessia Fabiani: datemi quel blog! altro che ansia da prestazione…ci penso io!

Mal dei Primitives: yeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeah!

Blogstar per deficienti: uhm…mi ci esce un bel post di gossip da mezza riga, con tanto di commentino ironico. Con sotto i tag giusti mi ci scappa anche qualche posizione in più nella itpareid dei bloghi. E magari la twittata è fatta.

Alieni del pianeta Trustic: xmpll

VALENTINE’S QUALUNQUISM

(on the air: Morrissey – That’s How People Grow Up)

E pensare che diversi anni fa, quando ero uno sprovveduto innamorato dell’amore e correvo da solo (citazione di un qualsiasi tiggì del buio periodo che viviamo), San Valentino mi attraeva. Perché quando sei gggiovane, single e terribilmente sfigato pensi: ah, se avessi la donna non starei a casa a far finta di polemizzare con le femmine con le ciglia battenti o non starei con altre quattro fave a ingozzarmi di birra. Una volta, forse l’ho già raccontato sul blog, ma repetita iuvant eppoi di birra sott’ai ponti ne è passata ben tanta, finii in un ristorante cinese con un po’ di amici single maschi e femmine e persino una coppia che ora è sposata con una bimba, non nel senso che ha sposato una bimba; insomma finii a cantare I like Chopin e Come mai al karaoke, col raviolo al vapore sullo stomaco. Adesso che sono felicemente appaiato da un bel po’, meno sfigato e squallidamente vecchio, mi sento superiore come il saggio ariostesco. Stasera è più o meno una serata come le altre, forse speciale se lo decido io o chi per me. Lo sarebbe anche il venti di ottembre. Certo non foraggerò i ristoratori che tanto foraggio tutte le altre sere quindi sai quanto cazzo gliene frega. Non foraggerò i fiorai che fanno pagare mille euro anche un torso di broccolo avvolto nella carta coi cuori. Tra l’altro io il post su San Valentino, quello bello e che diceva le stesse minchiate in salsa più brillante, l’ho scritto anni fa. Ma non lo rilinko perché oramai mi sa di vecchio e l’ho persino messo sul Greatest Hits che giace abbandonato da mesi e mesi. Alle brutte cercate su febbraio 2004 o su Ataru Greatest Hits a febbraio 2007 (uno strizzacervelli o semplicemente una persona lungimirante, capirebbe che un minimo a certe cose blogghèsi tengo ancora). Ma insomma non volevo parlare di San Valentino, io. Non volevo dire le solite banalità controcorrente, ma tant’è. Tra l’altro mi sono imposto di scrivere in pochi minuti perchè ho di meglio da fare. O forse ho di meglio da non pensare. Questa ve la spiego in un’altra vita. Mi chiedo se nel frattempo abbia talmente il cervello atrofizzato da essere diventato semplicemente un animale da pausa-sigaretta, uno stereotipo ambulante, una delusione per il mio smisurato ego. Il lavoro, questo lavoro, uccide la fantasia dunque? La risposta, come diceva quello là che imitava Lubrano, è: non lo so. Immagino un dialogo al bar con la mia routine:

Ataru: ciao routine, cheffai di bello?

Routine: le solite cose.

Ataru: ma tu sei la MIA routine, acciderbola! Dunque siamo come dentro un vuoto spaziotemporale in cui io faccio le cose che fai tu e viceversa. Sì, dev’essere così.

Routine: se ti piace pensarla in tal guisa per sviare il mondo, fai pure. Resta il fatto che non è col metodo dello struzzo che uscirai da me.

Ataru: e allora?

Routine: e allora…barista…il solito!

Ataru: anche per me…ommerda, gameover!

Insomma ecco. Poi passa, adesso vado a riflettere sul non pensare. Che di suo intrinseca una contraddizione.

ESATTAMENTE

(on the air: Cazals – To Cut A Long Story Short)

Ho esattamente quattro o cinque minuti per scrivere. Esattamente? Vabbè. Insomma sto andando al lavoro in ritardo autorizzato, sono in pigiama, mi sento anche piuttosto riposato, così stasera il mio fisico reggerà ad American Gangster. Ho sentito l’ultimo album dei Baustelle e mi piace, volevo dirlo a uso e consumo dei blogger che li hanno scoperti col penultimo, ma gli fa figo fare i consumati esperti, duepunti che tristezza. Poi poi? Oh mancano due o tre minuti, esattamente. Bè devo anche decidere cosa mettermi. Però ho aggiustato la barba sfatta, rendendola di uno sfatto finto disordinato, esattamente. Mi sa che chiudo, tanto non è che poi volessi dire chissà che cosa. Solo che è una settimana che non posto e mi sono imposto di raccontarvi due cazzate in questo lasso di tempo minuscolo. Vado e non rileggo, che si fa tardi.

UN SABATO ROMANO: VOLUME UNO E DUE

(on the air: Baustelle – Charlie fa Surf)

Ormai ci stiamo prendendo gusto, io e la Noe. Il sabato lo dedichiamo alla scoperta di Roma. Che è la mia città natale, la sua no, ma a volte mi rendo conto che ne sa più di me. Volumeuno. Due settimane fa, durante il nostro perderci per i vicoli del centro, abbiamo scoperto il Ghetto. Che è un posto che scopri di non conoscere affatto. Dove, tra un ristorante kosher e una sinagoga, ti rendi conto che esiste da secoli un piccolo stato ebraico nella città. Tra scorci da brivido sul retro del Teatro di Marcello accanto a quello che rimane del tempio di Apollo Sosiano e del Portico di Ottavia con il Foro Piscario, che manco sapevo che esistessero. Eravamo talmente immersi nella bellezza e in una storia che va da prima di Cristo alla seconda guerra mondiale, che stavamo per perdere l’ultima corsa dell’autobus. E ci sentivamo così diversi da chi usciva a fumare una sigaretta fuori al Le Bain di via delle Botteghe Oscure, dopo aver sorseggiato un cocktail, aspettando che la musica cominciasse a pompare. Gli sfigati erano loro, acchittati da sabatodisco, non noi stanchi e infreddoliti alla fermata.

Volumedue. Questa settimana, altro lungo giro a perderci tra un capo del Tevere e l’altro. Io di Roma so meno di quanto pensi, me ne rendo conto ogni volta che giro un angolo. Riscoprirsi turisti nella propria città non ha prezzo, davvero. Non so che darei per perdere la memoria romana per almeno un weekend e gironzolare per la capitale senza saperne nulla. E così, via per un’altra avventura: costeggiando il carcere di Regina Coeli, arriviamo alla Casa della Memoria e della Storia, per vedere un piccolo pezzetto di Berlino a un passo da Trastevere. C’è una mostra fotografica sulla mia città adottiva e chi se la perde? La mostra non è eccezionale, le foto sono poche. Ma per un attimo in quei panorami sfuggenti, ho respirato di nuovo l’aria di Potsdamer Platz e va bene così. E negli stessi cinquecento metri di viuzza, c’è l’outlet della Cereria Di Giorgio. La cereria esiste da secoli, è forse la più famosa di Roma. Qui una volta c’era la fabbrica, adesso si vendono candele all’ingrosso in un ambiente accogliente e pieno di curiosità. La Noe fa incetta di cera senza spendere un patrimonio come in un qualsiasi negozio etnico di quelli che si spacciano per equi e solidali. Attraversando il ponte antistante alla galera, ci si tuffa nel quartiere alle spalle del purtroppo sputtanato Campo de’ Fiori. Ci addentriamo a via di Monserrato, tra gallerie d’arte, bistrot e Hollywood, il negozio delle chicche cinematografiche che non ci andavo dai tempi del mio amico delle medie. Mille altre favole tra via dei Banchi Vecchi, i suoi antiquari che sanno un po’ di naftalina, un negozio che vende solo tè e teiere e altre storie che si intrecciano tra le case medievali. E via del Governo Vecchio, la strada più cool e più londinese di Roma, tra una boutique fuori dagli schemi e un negozio di roba usata, tra una pizzeria antica e tipicamente romana (da Baffetto) e i locali da aperitivo, in scala dal rustico al fighetto. La statua sfregiata di Pasquino, con appiccicate le pasquinate (per chi non sapesse: foglietti appesi sulla statua da più o meno esperti stornellatori; una satira che nei secoli non ha mai risparmiato nessuno, dai papi ai capi) estremamente attuali sui nostri politici magnoni. Un locale, The Library,  che sembra solo romantico in mezzo a libri polverosi, e invece poi scopro che serve anche da interscambio culturale con gli studenti stranieri che passano da qui. C’è di tutto, persino un sexy shop lussuoso e patinato dentro un locale che sarà a dir poco del 1300. Non ci resterebbe che vedere anche la mostra di Gauguin come da programma. Non la vedremo perché gli ultimi giorni alle mostre sono da evitare anche provando a entrare alle otto di sera. Troppa fila al Vittoriano altresì detto Altare della Patria. E soprattutto è pieno di uccelli. Squadroni di storni sui pini di piazza Venezia. Sembra una cosa da niente per i turisti che guardano incuriositi e fanno foto. Non è così. È un problema serio che non ho ancora capito come, chi amministra la città pensa di risolvere. Se sei in giro, un po’ ovunque a Roma, rischi di essere mitragliato da queste bestie. In pratica sono loro i padroni. Tralasciando le macchine sporche e tralasciando non ultime le malattie che porta il guano di storno. Gli animalisti rompicoglioni dovrebbero prendersi un bel po’ di cagate in testa per rendersi conto che forse è il caso di cominciare a farne secchi un bel po’. Non vedo molte altre soluzioni. Peccato, s’è abbassato il livello culturale del post. Ma del resto, vi invito a fare una corsa mozzafiato su Piazza Venezia, rinunciando a quel briciolo di voglia di fare la fila per Gauguin, col terrore di essere colpiti in ogni dove. La serata si chiude da Tien Tsin, il nostro ritrovo abituale da quelle parti. Uno squisito ristorante cinese a via Capo le Case, dietro piazza di Spagna, dove strano a dirsi, ci sono più romani che turisti. E non te lo aspetteresti. O forse sì, magari sono tutti seduti a mangiare un finto piatto di carbonara o amatriciana. A quel punto, meglio un ottimo raviolo alla griglia, seppure non saprai mai cosa ci mettono dentro. Prossima fermata, forse tra due settimane, il Rione Monti. Alle spalle del Colosseo, il quartiere più verace di Roma. Casomai, se v’è piaciuto questo, vi racconto anche quello. Intanto qui, avete una quintalata di link per farvi una cultura.