Undici

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UNDICI (anni a fregarsene)

(on the air: Subsonica – Il terzo paradiso)

La strada libera, la musica alta, le gocce di pioggia calda sul vetro. Corri verso casa con un milione di pensieri in testa, di quelli che si bruciano in un secondo come l’erba secca in un infinito pomeriggio ventoso di fine agosto. Ci hai pensato, hai aperto il finestrino, sono volati via leggeri lasciando il posto ad una gocciolina che è andata a sbattere su una lente dei tuoi occhiali senza nemmeno disturbarti un minimo. Hai capito che se non scrivi oggi, non scriverai certo domani. Domani è 18 ottobre e questo blog compie undici anni. L’ho raccontato, celebrato, glorificato, seppellito e resuscitato in dieci modi diversi. Ora basta. Perché basta. Ora, questo compleanno non può che essere un pretesto per tornare. Va bene così, mi piego alla volontà della mente che si è già distratta nel tratto di buio dalla strada alla tastiera. Così, ho cercato di ricreare questo buio che adesso mi avvolge. C’è buio ovunque, il buio che riempie, eppure i tasti scivolano via veloci senza incertezze. O forse qualcuna c’è. La mia ruggine lascia polvere rossa sul nero della tastiera, ma so che può andarsene via e cedere il posto ai polpastrelli. Stasera ho insultato un distributore automatico di fottuti tabacchi, ho tracannato del ghiaccio con un po’ di Coca Cola che è poco maledetta, lo so, avrei potuto raccontarvi un bicchiere di whisky che piomba giù massiccio dall’esofago al fegato, ma non è questo il momento di mentire. Ho trascorso una di quelle serate semplici che avrei normalmente raccontato qui con un sorriso sardonico stampigliato sulle lettere, nero su bianco. Ho respirato l’umidità di un ottobre bollito. Ho fatto progetti a breve scadenza. Ho deciso, infine, di assecondare le gocce di pioggia stupida che cercavano di ispirarmi. E ci sono riuscite a metà, come solo una pioggia stupida può fare. Un diluvio avrebbe avuto un effetto dirompente, ma il diluvio oggi non c’è. Eppoi l’undici è un numero un po’ così, viene dopo il dieci che è forte, e prima del dodici, che, già il fatto di sentirsi chiamare anche dozzina, lo rende importante. L’undici si fa ispirare a metà dalla pioggia stupida. Mi sembra un concetto illuminante nel buio di questa notte.
Vedi? Poi nell’esatto momento in cui scrivi questa stortura, il diluvio è arrivato davvero. E scappi fuori al terrazzo con una sigaretta fedelmente incollata alle labbra. Cinque minuti di diluvio. A cosa vuoi che servano? Cosa vuoi che siano rispetto a undici anni? Niente.

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Gli imperativi da assecondare

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GLI IMPERATIVI DA ASSECONDARE

(on the air: Subsonica – Una Nave in una Foresta)

Saranno i 40 anni che si avvicinano, sarà che quel post ce l’ho in mente da quasi un anno e non ho quindi la pressione di dovermi inventare qualcosa a tutti i costi, sarà che improvvisamente mi è tornata la voglia di scrivere. Cheppoi non se n’è mai andata via, solo che te la dimentichi tra un lavoro in ritardo, una spesa mentre chiude il discount, serie tv da recuperare, sigarette da spegnere, passatempo, piatti da lavare, proiezioni della mente, caffè imbevibili, viaggi da programmare, viaggi finiti, strade impervie, musica nuova da consumare nelle orecchie, alcol che non disinfetta, ma guarisce lo stesso.
E allora, ritrovare il blog fa bene. Gli imperativi si sprecavano; “scrivi!” mi sono detto. Me lo sono anche scritto. Scripta manent. Un post-it attaccato al cervello, ed ecco a voi il ritorno di Ataru Moroboshi. O se preferite, di Simone. Del resto, le maschere sono fatte per essere tolte. Ogni tanto.
Non saprei nemmeno cosa aggiungere.  Forse niente.
Ho scritto e questo mi basta.
Per adesso.

in copertina: Joe Sorren – Elliot’s Attraction to All Things Uncertain