AUF WIEDERSEHEN MEINE LIEBE!

(on the air: XTC – Making Plans For Nigel)

Raccontare una settimana a Berlino non è per niente facile. Soprattutto quando decidi che è il caso di percorrerla in lungo e in largo e già la sera non ti ricordi più cosa hai fatto la mattina e devi scavare perché le cose sono tante. Raccontare i chilometri fatti a piedi dalla mattina alla notte è difficile, forse potrebbero raccontarli i miei arti inferiori, ma bestemmierebbero in tutte le lingue. La città mi ha rapito di nuovo, come due anni e mezzo fa, e stavolta ha rapito anche la Noe. C’è da dire che i collegamenti all’albergo non erano il massimo, lo sapevamo, ma pensavamo fossero meglio: tra la metro a un kilometro e per giunta con linea interrotta e una sola linea di autobus diretta, abbiamo faticato il doppio. Addormentati su un lato della Sprea, il fiume che attraversa Berlino, in una zona residenziale che dalla finestra in lontananza si vede l’angelo della vittoria della Siegessaule. A proposito di Siegessaule, vi sconsiglio di salire fin su, è un’inutile ammazzata, non fatevi concupire da Wenders (mai visto un suo film, d’accordo).

Forse ci vuole un po’ di random per parlare (di nuovo) di questa città. E pensare con nostalgia fresca fresca alle squisite e rilassanti colazioni all’Einstein Kaffee con la bionda cameriera che noi chiamavamo Inga, che impastava pane e dolci a un passo dalla Sprea. È un buon modo per cominciare un racconto, ma soprattutto una giornata fatta di spostamenti in autobus, in tram, in metro, fatta di passi che ci portano dal futuro di Potsdamer Platz, così americana nei suoi grattacieli e nelle sue luci al Sony Center, fino al passato recente di quel muro o di quello che ne resta. Una storia recente o meno recente ci porta tra il Check Point Charlie e la chiesa di Kaiser Wilhelm devastata dalle bombe amiche. In un attimo e una volta di più, si capisce quanto un’ideologia portata all’estremo possa devastare il volto di una città, possa uccidere, sconvolgere, dividere i suoi abitanti, sia essa nazismo o comunismo. E il mio già forte odio per le ideologie non può che accrescersi. Berlino è il grigio di Alexander Platz, che piove anche quando a una decina di fermate di metropolitana c’è il sole. È l’imponente Fernsehturm, la torre della tv con il suo ristorante girevole, che se non la vedi, significa che stai andando davvero lontano. Berlino è carica di storia antica, dal Pergamon Museum con i resti della culla della civiltà al Museo Egizio, tra mummie e Nefertiti. Berlino è arte, quella stramba della Bauhaus, dove Gropius, Klee, Kandinski e compagnia bella concepivano ai primi del novecento quello che sarebbe diventato il futuro arredamento low cost dell’Ikea. Berlino è anche natura, allo zoo: la gente fa a botte per guardare l’orsetto Knut, che intanto cresce e che per fotografarlo abbiamo dovuto sudare le proverbiali sette camicie. Berlino è il tranquillo e alternativo quartiere di Prenzlauer Berg, dove a cercare bene si trovano i negozi meno globalizzati e si fanno begli acquisti. Un giorno magari la Noe vi parlerà delle borse di Tausche, o magari vi farò vedere le mie magliette con Bud Spencer (quanto va forte in Germania!) o Roger Moore e Tony Curtis. Peccato non essere andati a Kreuzberg, altro cuore della capitale alternativa. A Berlino la gente mangia a qualsiasi ora. Mi stupivo di Roma, ma lì è anche peggio. Non ci si spiegherebbe altrimenti la visione di alcuni tedeschi o americani, adesso non so, che mangiano cibo orientale all’interno del KaDeWè, l’immenso centro commerciale di Wittenberg Platz, alle cinque del pomeriggio. Avevamo la nausea. Berlino è una capitale consumistica, con tutte le sue catene di fast food, i caffè lunghi di Starbucks, soprattutto non parlatemi di pesce fritto per un bel po’, vista l’abbuffata da Nord See. È odore di cipolla, di curry, di crauti, di wurstel, di carne e patate, di olio rifritto, a qualsiasi ora, ovunque. Sotto la cupola del Reichstag (il Parlamento) come nei sottopassaggi della metro, all’aeroporto o tra i grattacieli. Berlino è lo stupore dentro il museo del cinema, che pensi sia turistico e invece atterri su un altro pianeta fatto di specchi ed effetti speciali e rimarresti ore ad affascinarti con Fritz Lang, F.W.Murnau e soprattutto quella femmina fatale che era Lili Marlene Dietrich. Berlino è nei turisti italiani che si prestano quasi sempre volentieri a due chiacchiere o farti una foto, è negli spagnoli numerosi e fracassoni, negli americani babbioni e in tutto il resto del pianeta che sembra riunito lì. Berlino è nei volti dei suoi cittadini, volti tedeschi, turchi, italiani, asiatici, tutti riuniti sotto l’unica bandiera dei ristoranti, come dire, basta che se magna. E devo dire che anche noi gli abbiamo dato giù, vedi la Kartoffelkeller, tutto a base di patate, o Noodle Kitchen tra un sushi e un tempura proprio accanto alle reliquie della DDR. Berlino è l’austerità del Mitte, il centro, elegante e teutonico, la vitalità diurna di Friedrichstraße e Kurfurstendamm con i loro negozi che sono uguali a quelli del resto del mondo. Berlino è tutta uno scavo: lavori in corso in ogni dove, nuove costruzioni in spazi immensi, si rade al suolo e si ricostruisce, pare sia un’eterna condanna di questa gente.

Berlino è sì austera e teutonica, ma in realtà arruffata e stravagante: non basta che i mezzi pubblici arrivino in orario per convincersi che qui è tutto preciso. Da qui sono partite rivoluzioni politiche, culturali, musicali. Se sotto non c’è un magma caotico sempre attivo non si crea niente dal nulla. Che ho detto? Mah! E allora giù a frivolezze: le ragazze sono belle (non sempre) e bionde (nemmeno), la birra è buona e io mangio volentieri wurstel polpette e patate in quantità. Fortuna che camminiamo per chilometri, così si smaltisce. I berlinesi vanno in bicicletta, e a pensarci bene sono più pericolosi e indisciplinati degli automobilisti, soprattutto per noi che non siamo abituati e finiamo sempre a camminare sulla striscia rossa della pista ciclabile e subire il drin drin del campanellino. Mi mancava questo aspetto estivo: in inverno, l’altra volta, in pochi si avventuravano sulle due ruote. Peraltro qui non esistono scooter e motorini. Mi viene da pensare che se un tedesco arriva a Roma si spaventa con tutti i motocicli che girano in città. Berlino d’estate, soprattutto sulla Sprea, si popola di inattesi compagni di viaggio. Tante vespe di giorno, zanzare di notte, ma soprattutto ragni. Ragni ben pasciuti che fanno paura a un soggetto tendenzialmente aracnofobico come il sottoscritto. Ma credo farebbero paura a chiunque, ve lo giuro sul canguro. Anzi poi vi metto la foto. I berlinesi si sbracano nei parchi, loro mica ce l’hanno il mare. E il clima estivo è capriccioso: caldo, freddo, pioggia, sole, tutto nella stessa giornata. 

Che manca ancora? La cupola d’oro della Sinagoga a Oranienburger, il pesante monumento al soldato sovietico, la porta di Brandeburgo, pronta a ospitare un maxiconcerto di beneficenza con il rapper del momento (Bushido) il Duomo e la sua maledetta scritta zur kuppel (alla cupola) eppoi non si arrivava mai  -altri scalini da evitare come quelli della Siegessaule-, il castello di Charlottenburg, la Literatur Haus e la galleria fotografica di Fasanenstraße, la megafontana dell’Europa Center, il quartierino antico e ricostruito di Nikolai Viertel, la minicrociera sulla Sprea e noi mescolati ai babbioni americani, i grossi orsi colorati (i Buddy Bears) in ogni parte della città e la Noe che si è fatta le foto con tutti ‘sti orsi che abbiamo trovato lungo la strada, il divertente Taxi Quiz, nostro appuntamento televisivo quasi fisso delle otto di sera in albergo, le sigarette ancora tollerate ovunque o quasi, gli affascinanti (per me), orrendi e comunisti tubi colorati che corrono lungo Unter den Linden, l’Holocaust  Mahnmal, tanti cubi di cemento per ricordare tutte quelle vittime, che stavamo lì a un passo e non l’abbiamo trovato. E naturalmente Hackescher Markt, il quartiere un po’ fighetto, un po’ bohemienne che senza dubbio era e resta il mio preferito.

Ho vomitato tutto così come veniva, capitemi. Il post è passibile di aggiornamenti. Quando avrò un pochino più di tempo, posterò le foto su Flickr. Ne abbiamo fatte trecento, ci vuole tempo per scegliere e didascalizzarle o come cazzo si dice. Intanto beccatevi questo post, lungo come una qualsiasi piazza di Berlino: ce ne fosse una che non ci metti mezz’ora ad attraversarla.

Update: ecco qui l’altra Berlino di Noelìn, così simile alla mia e lei non mi aveva neanche letto…

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Signori, vi saluto. Ancora un giorno di lavoro eppoi il ritorno a Berlino, da sabato mattina (facendo tutti gli scongiuri del caso, tra aerei e valigie) sarà cosa fatta. Mi tengo un giorno per accogliere eventuali commenti pur sapendovi vacanzieri, ma manco tanto a giudicare dagli outing del post sotto. Prima di salutarvi, vi consiglio la visione del film Smokin’ Aces, sul filone pulp o giù di lì. Merita, l’ho finito di vedere da poco al cinema. Cinema di sedici agosto. E allora? Se è per questo ho pure lavorato, ecco. Mi sa che ho finito, ci risentiamo poi con tantebbelle novità, qualche foto e forse anche nulla di tutto questo. Perché si sappia che sono inaffidabile. Aufwiedersehen

EHI TU, LASCIA UN COMMENTO AL POST INUTILE DI FERRAGOSTO!

(on the air: Stateless – Bloodstream)

Ehi? Ehi tu, sì, dico a te! Te che stai dall’altra parte dello schermo, te che fai finta di niente, sì te! Che tu abbia un monitor di vetro o di plastica, io sono qui davanti, mi senti? (scegliere l’onomatopea adatta della schicchera contro il monitor: stonk per il vetro, stak per la plastica). Cosa? Hai parlato? O ti nascondi perché ti vergogni di passare ferragosto lontano dal mare? Io una voce l’ho sentita, sarò mica diventato Giovanna D’Arco? Cazzo, donna e sfigata in un colpo solo? Naaa! Insomma cari blogger e non blogger, non vergognatevi di lasciare un commento ad Ataru, che suo malgrado o per scelta personale o malgrado la scelta personale o per malgrado, belgrado e so un cazzo che altro, sì insomma Ataru si trova qui a mezzanotte del quindici d’agosto. Certi anni c’erano i falò in Sardegna, certi altri grandi magnate e via dicendo. Quest’anno c’è il blogghe, il piccì, il ventilatore, l’attesa per l’imminente viaggio. Si sta bene qui. Magari sarei uscito, ma non c’è quasi nessuno, pazienza. Allora cari amici vicini, lontani e medi, vi chiedo un misero commento. Fate sentire che ci siete, delurkatevi dal clichè ferragostano! Non fate i timidoni, Ataru vi attende per offrirvi un gustoso e saporito bicchiere virtuale di bibita virtuale con ghiaccio virtuale. Non per altro, scusate il virtuale, ma sono sulle spese: devo fare shopping a Berlino e andarmi a scialare nei locali trendy fatti da quelli bravi col desaign. Insomma commentate gente, anche solo un puntino sarà gradito. E se non commenta nessuno? Diceva uno stronzo qualsiasi: comunque vada sarà un successo.

AGOSTO VISTO COME FOSSE UN QUALSIASI NOVEMBRE

(on the air: Interpol – Pioneer to the Falls)

Qui tutto tace, tutto langue, tutto va bene, tutto è regolare (e mi sa che m’è venuto in mente un pezzo di Baccini, ndA). L’estate sta finendo e un anno se ne va (toh! i Righeira! ndA), comincia davvero a far fresco, meglio così. L’incredibile epilogo dei pub storici mi ha fatto riflettere. In pochi mesi abbiamo perso il Loran Club e il Roma Caput Mundi. Che chi segue le vicende di questo blog sa quanto contassero nell’economia delle Ataru-serate. Anche se il Loran era da tempo in disarmo. Il Caput però non se lo aspettava nessuno. E incontrare uno dei due gestori al mare, che ti racconta perché succede una cosa così tremenda è uno di quegli eventi che il destino vuole che vadano in un certo modo, è quando pensi che è tutto pilotato dalle forze occulte. Niente più cocktail letali a Trastevere. E niente più partite a biliardo al Loran. Le perdite seguono quella dolorosa e ancora non troppo dimenticata dell’amato cyberpub Skorie Industriali. Mi rendo conto più che mai che il tempo fugge e agosto è il mese più freddo dell’anno (e questi? sono i Perturbazione! ndA). Pensate che io e la Noe ci stiamo spaventando: in due anni e mezzo che stiamo insieme, ha chiuso di tutto. La nostra memoria storica è stata deturpata orrendamente: aveva chiuso il Papeth, locale galeotto di Ponte Milvio, che ci vide uscire la sera che ci mettemmo insieme, ma poi ha riaperto. Ha chiuso un negozio di casalinghi e complementi d’arredo piuttosto strani nei pressi di Piazza Fiume. Ci eravamo ripromessi di comprare delle cose che ogni volta ci si sbavava sopra. Non si potrà più. Ha chiuso un ristorantino che si chiamava Aurora, ci mangiammo una volta, ritrovai addirittura il mai dimenticato sapore dei supplì di mia nonna, i più buoni del mondo. La volta successiva che provammo ad andarci era chiuso per lutto, la volta ancora dopo, il ristorante non si chiamava più Aurora. Certo si potrebbe pensare che portiamo sfiga, ma credo sia solo il tempo che passa e cancella qualche ricordo. Addio ai luoghi che fanno una storia o che cementano le amicizie, via dalle palle quest’estate calda e funesta come ogni cazzo di estate che si rispetti, che vedi il telegiornale e ti chiedi ogni anno perché durante questa stagione vadano tutti ad ammazzarsi in qualsiasi modo conosciuto e non.

Oh intendiamoci, io in realtà sono allegro con brio, ma andante adagio. Non so, questo agosto è uno dei più strani che mi siano capitati, quindi prendiamolo per quello che è, ovvero uno dei più strani. Stasera cadono le stelle e io mi ero anche dimenticato. Se vi capita raccoglietele, mi raccomando, sennò la spiaggia si sporca.

Meno otto a Berlino e non è la temperatura. 

ATAROULETTE RUSSA

(on the air:  Cherry Ghost – People Help The People)

Come in una roulette russa, avevo in canna tre colpi. I primi erano due post: uno sull’ultimo giorno di lavoro prima della prima settimana di ferie (come sapete, la settimana di Ferragosto lavoro eppoi torno in ferie e scappo a Berlino). Volevo parlare del mio viaggio di andata verso l’ufficio, carico di belle speranze, di musica alta e di aria fresca. Ma poi di più ha potuto la stanchezza e la poca voglia di scrivere. Secondo sparo a salve: il post sulla cena svuotafrigo a casa della Noe e sulla facilità che ho di salvare tutto il salvabile alimentare, organizzando una succulenta cena di avanzi, nonchè il mio brillante esordio culinario alle prese con il pesce. Mi immaginavo su una sorta di arca di Noè (da non confondersi con la Noe), che invitavo il cibo a salire. Le salsicce insieme ai piselli, il pesce insieme alle patate, le melanzane per mano ai pomodori. Oppure che entravo dalla porta di casa pronunciando  le mitiche parole "sono il signor Wolf, risolvo problemi" e aiutavo Vincent e Jules a smaltire le cibarie. Anche stavolta, la stanchezza ha vinto, niente da fare. Questo è il terzo e ultimo colpo e va a segno seppur di striscio. Tra qualche ora sarò/saremo nel solito buen ritiro di Punta Rossa al Circeo. Un paio di giorni per dire che per quest’estate il mare l’ho visto, per prendere un po’ di tintarella eppoi riposo fino a fine settimana a godermi da single forzato la città che si svuota. Quest’anno non so nemmeno se chiudo per ferie qui sopra. Forse mafforse giusto la settimana berlinese. Bang.