APOLIDE A FASI ALTERNE

(on the air: Midlake – Roscoe)

Tardo pomeriggio. La stazione è quella di Roma, ma potrebbe essere una qualsiasi, anonima, grigia stazione. Io sono un apolide, ma solo perchè mi va di utilizzare questa parola. Potrei essere chiunque, da solo, con un vecchio zaino rotto in spalla, in mano un borsone jeans che usavano i miei genitori ai tempi della casa al mare, in bocca una sigaretta spiegazzata, camminando sicuro nelle mie scarpe consumate da mille pavimenti. È qui, in mezzo a persone senza volto che smuovono l’aria passandomi accanto, che ho pensato di descrivere determinate sensazioni. Non parlatemi di treni per un po’, che ne ho presi otto e uno l’ho anche perso. Ho la faccia vagamente abbronzata di chi ha camminato accanto al mare, mentre la gente ci stava già dentro. Ho le gambe dure di chi ha percorso una discreta distanza e ho i ricordi rinverditi di due piazze che non mi vedevano da un po’. Piazza dei Miracoli a Pisa, è vuota. È notte, poche luci ad illuminare la torre più storta del mondo. Non ci passavo da qualche anno, di notte neanche l’avevo mai vista. Il passato: prima la scuola poi una vecchia fiamma. Pisa, rieccoci qui un’altra volta. E rieccomi anche a Piazza del Campo, a Siena. Niente ricordi se non foto sbiadite di vent’anni fa almeno. Allora avevo una maglietta celeste con disegnato un salvagente, stavolta ne indossavo una altrettanto celeste ma con sopra un numero e il nome di una capitale caraibica. Ho dentro la libertà di due persone che si sono fermate presso un austero cortile papale per ripararsi dalla pioggia, mettersi a guardarla e decidere di farsene cadere qualche goccia in testa. Cos’altro puoi fare vicino ad un pozzo dei desideri con tanto di monetine sul fondo, mentre Vivaldi suona senza soluzione di continuità? Ho la gola  secca di chi ha sopportato il caldo a fatica, sudando di giorno per poi avere freddo la sera, passando per cento tipi diversi di aria condizionata. Ho ritrovato il fischio nelle orecchie tipico di chi va in discoteca. Mi sono sentito fuori luogo in mezzo ai ragazzini senza scrupoli che ci provavano con tutte. Poi un diggei attempato ha pensato bene di farmi un regalo, inanellando una sfilza di canzoni dance anni novanta. Non le sentivo in pista da una decina d’anni. A questo punto i ragazzini ballavano e ci provavano ancora, ma io non mi sentivo più fuori luogo: fanculo le leggi, mi mancava solo una sigaretta per tornare ai tempi d’oro della commerciale. Tutto effimero quanto il pensiero di viaggiare, di tornare nei posti e riprovare le stesse sensazioni. Impossibile riuscirci anche tornandoci con le stesse persone. Ogni luogo, ogni angolo racconta sempre una storia diversa. Ho la tranquillità di chi ha dormito da solo in una stanzetta d’albergo, tra un giro di telecomando, una doccia rigenerante e un po’ di campagna intorno. Io continuo a cercarmi, a specchiarmi, a non realizzare se cambia lo specchio o cambio io, o magari è il tipo di sguardo, la luce. E allora vai a capire se è colpa tua o dello specchio o di dove stracazzo ti trovi. Ho in tasca altri biglietti usati, qualche soldo avanzato, immagini fermate con un click, nuove note e questo post.

Sto percorrendo quel lurido binario, mi tengo lontano dalla linea gialla, in mezzo a persone senza volto. Io sono soltanto una di quelle persone, sto andando controvento e oggi ho qualcosa da raccontare.

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TOXICITY

(on the air: The Fratellis – Chelsea Dagger)

Sapete che c’è? Che me ne vado qualche giorno a bivaccare in terra toscana, che ormai è diventata il mio buen ritiro. Ferie, torno domenica, lunedì lavoro in maniera gioiosa (ne ho, lo ammetto, tutti i motivi) e martedì ri-ferie, mercoledì vi saprò dire quanto è bravo Stefano Bollani dal vivo. Intanto spargo appunti qua e là: ho visto Scrivimi una canzone con Hugh Grant e l’adorabile Drew Barrymore e pur essendo un filmetto svagante, m’è piaciuto, visto anche il tema a me caro della musica anni ottanta. Non c’entra niente col film, ma ho avuto una recrudescenza di ascolto dei Cure. Ho preparato la valigia ascoltando i Cure, mia madre circolava per casa, io ero al cesso e intanto andavano i Cure. Ammetto poi, che sia un periodo alquanto strano per me. Alterno eccessi di euforia a crolli fulminei, a volte sembro un tossico che sta a tremila. Le motivazioni sono state scavate, forse qualche risposta c’è, di sicuro mi sento bene. Inutile dire che il blog chiude fino a domenica, ma ancora stamattina sarò qui a leggere qualche minchiata. A poi.

ESCO A FARE DUE PASSI

(Tour ragionato del centro di Roma) 

(on the air: Travis – Closer)

In questo fine settimana mi sono goduto Roma. Evitando ovviamente qualsiasi celebrazione per il Natale della città (per la cronaca, lo scorso ventuno aprile), nè volendole dedicare un post. Insomma, che io parli oggi di Roma è del tutto casuale. Però ne parlo volentieri.

Negli ultimi mesi, vuoi per impegni mondani, vuoi per l’ormai arcinoto sconvolgimento dei miei bioritmi vampireschi, non mi ero più dedicato con devozione alla mia città. Al massimo l’ho percorsa di continuo su quattro ruote, mandando accidenti agli automobilisti o al sindaco e alla sua geniale idea di fare i lavori e gli orrori tutti insieme. Fatemi tra l’altro invocare pene severissime per chi fa cagare i cani per strada: ieri mi si è rovinata la serata, che schifo. Tornando alla Capitale, ormai ho dei giri fissi, che se non li faccio almeno una volta al mese sento che mi manca qualcosa (e pensare che fino a due anni fa, il centro non lo bazzicavo più da eoni, nè prendevo più l’autobus). E così dopo un po’ di tempo, ho ritrovato via del Corso con cinque o sei negozi nuovi, la globalizzazione galoppante tra mutandari griffati e ninnolari etnici. Ho ritrovato Piazza di Spagna piena di fiori sulla scalinata, che erano anni che non mi capitava di vederla così. Dietro l’angolo c’era pure Valeria Marini tutta in bianco che con fare da diva entrava in macchina di corsa. Ho ritrovato largo Goldoni e il palazzo delle Fendi (che in quanto a cattivo gusto non hanno eguali) con enormi bolle di sapone finte che sbucavano dalle finestre. Ho ritrovato piazza del Popolo con l’esposizione dei quadri eterogenei dei pittori di via Margutta. E la cena da Burger King a via del Tritone, dove m’hanno rapinato qualche mese fa, anche quella è una consuetudine. Panino a due piani senza cipolle, e anche il bruttissimo ricordo del furto dello zingarello piano piano comincia a sbiadirsi. E dopo cena, decidere che la stanchezza può anche fottersi, chè il caldo s’è dato il cambio col freschetto, e mentre i turisti stranieri mangiano spaghetti viscidi con sughi improbabili, bruschette con intere mozzarelle sopra, micropizze con sopra fagioli e lonze, mentre si sa che quando torneranno a casa racconteranno di aver mangiato bene, mentre vedo tutto questo, continuo a camminare in ottima compagnia. E restare praticamente in due dentro la Galleria Sordi è una bella sensazione. La gente, i turisti con le infradito, tutto lontano anni luce. E da Feltrinelli attacca A kind of magic dei Queen e capisci che è ora di chiudere, sono le dieci di sera. Al Pantheon c’è la stessa gente che sta a Fontana di Trevi, sarà per questo che prima di arrivare nelle due piazze, a volte le confondo. Cheppoi ieri una trentenne milanese ha pure fatto il bagno nuda nella Fontana, son cose. Monte Citorio intanto ha mandato a letto i politici e così spento e vuoto, affabula molto di più dei pagliacci che lo popolano ogni giorno. Affabula come gli angoli nascosti che non rivelo per far sì che restino miei; anzi per stavolta sono buono e vi consiglio la seducente piazza di Pietra.

E dopo venerdì in bus, c’è domenica in macchina. Stesso orario: medio-tardo pomeriggio, quando il sole non è più stronzo. La gente fa la fila per mettere la mano nella Bocca della Verità, ma tanto ormai s’è invecchiata e non morde più nessuno. Al Giardino degli Aranci c’è un buon profumo e nonostante tutti bivacchino sui prati, il posto ha un fascino tutto suo oltrechè un bel panorama. Lì fuori, una signora che sembra uscita da un film di Aldo Fabrizi, vende pannocchie, olive e fusaje (lupini). E forse non tutti sanno che a un tiro di schioppo, a Piazza dei Cavalieri di Malta, c’è il buco della serratura. Dal minuscolo buchino sul portone dei Cavalieri di Malta si vede la cupola di San Pietro incastonata perfettamente tra le siepi, con un effetto di prospettiva unico nel suo genere. Eppoi in macchina giù dall’Aventino fino al Ghetto e via Giulia, approfittando che di domenica la Gestapo non ti fa la multa se oltrepassi un sampietrino in più. Il tour non puoi che concluderlo nel cuore di Villa Borghese, accanto alle alte mura della Galleria d’Arte Moderna tra uno spritz e un salatino al Caffè delle Arti.

Ora la cosa bella è questa. Non essendo nè romano fracassone, nè romano acquisito da mezza generazione, nè amando il folklore di un post dialettale, non avevo assolutamente intenzione di scrivere un finale simile, ma poi la città mi ha preso la mano. Ha preso la mano a me, che sono romano e sornione come uno di quei gatti che fanno la spola tra l’ombra di un rudere e il sole un centimetro più in là.

Dunque: vabbè, già che sei la mia Città, pure si ‘sto post nun voleva da esse ruffiano e nun c’entrava ‘n cazzo co’ la festa tua, io l’auguri te li faccio uguale.

ELOGIO DELLA PAUSA SIGARETTA

(on the air: Joan as a Policewoman – Eternal Flame)

Ultimamente i miei post parlano spesso di lavoro, ma del resto se nove ore della tua giornata si svolgono dentro quell’ufficio, e se si considera che per me è tutto una novità, allora sono giustificato. Ma posso assicurare che non ho alcuna intenzione di trasportare qui sopra le mie giornate lavorative. Piuttosto mi licenzio.

Fatta questa doverosa quanto necessaria premessa, veniamo all’argomento di oggi. Questo post potrebbe essere diseducativo, nuocere gravemente alla salute e stigazzi. In ore e ore di duro lavoro, non è possibile essere sempre al top del top, a meno che non ci si bombi di cocaina o in alternativa non siate completamente deficienti. Non si può essere nemmeno sempre depressi, perchè il lavoro ne risentirebbe e soprattutto voi tentereste il suicidio nel giro di pochi minuti, magari ingerendo un toner scaduto. In questo vorticoso marasma di alti e bassi, io ho scoperto la medicina per risolvere i cali di umore e di tensione. La panacea di tutti i mali, compreso un capo vanesio e rompicoglioni. È la pausa sigaretta. Così, mentre gli altri redattori sono chini sui loro grigi compiti, Ataru si alza e si reca nella saletta fumatori. Roba da privilegiati, osserveranno alcuni schiavi della nicotina meno fortunati di me. La saletta fumatori è un teatro. Ci incontri gli ingegneri che parlano di cose incomprensibili, ma anche di diete o di calcio, donne col tacco alto che fanno chissà quali misteriose telefonate,  stralunati pivelli al secondo giorno di lavoro, o chi semplicemente se ne sta da solo in un angolo a riflettere. O magari nessuno. L’aria è spesso un po’ nebbiosa, mentre il sole batte sui vetri di un palazzo a vetri, questo sì che è un effetto-serra coi controcoglioni; cheppoi adesso c’è l’aria condizionata. Quindi invece di asfissiare, rischi di finire incriccato. Ma io non mi curo di tutto questo. Se c’è qualcosa che non va o che non mi va, la pausa sigaretta è l’ideale per mandare giù tutto. Non c’è caffè, non c’è colazione, non c’è nemmeno cesso che tenga. Dopo la prima boccata, il primo crepitìo della cartina che brucia, il cervello comincia a rilassarsi, dopo il secondo tiro la mente si resetta, e via così fino al posacenere e tutto è più facile. Nuove soluzioni, nuove pianificazioni, nuova linfa vitale sia per il lavoro che per il resto della giornata. Una volta finito di fumare, sono un uomo nuovo, pronto a tutto. Mi siedo sulla sedia ergonomica e ricomincio. Magari dopo un’ora o due sono di nuovo in crisi, ma ho fiducia perchè tanto ci penserà la mia mini-scorta di catrame.

Mi sono reso conto rileggendo, che potreste pensare che la mia dipendenza da nicotina sia a livelli inquietanti. E allora vorrei aggiungere che non è così. C’è molta ironia in questo post, ma è soprattutto il fatto di isolarsi da tutto, seppur con quella Marlboro Medium in bocca, a fare la differenza. Poi basta leggere il titolo: si parla di pausa-sigaretta, non di sigaretta fine a se stessa.

Per caso avete da accendere?

NON MI CREDEVO E INVECE SÌ

(on the air: Just Jack – Starz in Their Eyes)

Fino a un po’ di tempo fa non mi credevo capace. Non mi credevo capace di  cucinare le pennette alla vodka per otto persone riuscendo a dosare tutto perfettamente, tanto da beccarmi una valanga di complimenti, non mi credevo capace di inserirmi così bene sul posto di lavoro in meno di un mese riuscendo anche ad insegnare ai posteri quello che ho imparato, tanto da beccarmi una valanga di complimenti. Non mi credevo nemmeno capace di vincere quattro partite a biliardo tutte di fila dopo una lunga serie negativa. Non mi credevo capace di avere una storia seria con una ragazza, non mi credevo capace di riuscire ad imporre le mie idee su chi ragiona a cazzo e chi a senso unico (cheppoi è la stessa cosa), non mi credevo capace di raggiungere la pace dei sensi dentro la mia macchina isolandomi dal traffico di Roma sotto una pioggia battente, solo alzando la radio al massimo ed ascoltando i Placebo e i System of a Down. Non mi credevo capace soprattutto di riuscire a farlo senza fumare e con il finestrino tappato, ma visto che dovevo scegliere tra l’allagamento della macchina e l’astinenza da sigaretta, ho acceso l’aria condizionata e ho anche evitato di sentire caldo. Non mi credevo nemmeno più capace di svegliarmi la mattina presto, per giunta uscendo ugualmente quasi tutte le sere, nè tantomeno di tornare ad assecondare le palpebre quando decidono oligarchicamente che è ora. Non mi credevo capace di scrivere questo post sul blog e rischiare di passare per uno stronzo presuntuoso. Che magari sarà anche un po’ vero, ma almeno adesso so che posso permettermelo. Non mi credevo capace di essere capace e invece lo sono. No, dovete scusarmi, ma son soddisfazioni. Ora il problema sarà solo essere capace di convincervi che questo testo che miscela poco saggiamente le stronzate ai punti cardine non voleva essere un delirio di onnipotenza, ma solo un aggiornamento, un duepuntozero della mia vita da trentenne (più due).

BIRRA, LUCCHETTI E YUPPIES

(on the air: Sophie Ellis Bextor – Catch You)

Vedevo con gli occhi a cuore il finale di Yuppies e pensavo: cazzo, questo film ha più di vent’anni! Ho visto gli ultimi cinque minuti e mi sono immalinconito, è la prima volta che noto che il film in questione è veramente vecchio. E per questo ancora più fascinoso. Massimo rispetto per le commedie italiane anni ottanta.

Bene, detto questo, ho birra in corpo sufficiente per far finta di essere brillo. Ghigno e ghigno non poco, per il crollo del lampione di Ponte Milvio (cara Repubblica, c’è un evidente refuso nel titolo…SCHIACCHIATO?), tutti i lucchetti degli innammmorati giacciono ora sul fondo merd…ehm melmoso del Tevere. L’unico per cui davvero mi dispiace è quel povero lampione, che stava lì da secoli ed è morto nel modo più idiota. Giusto un paio di settimane fa, si faceva da guida a Elica  e Mari sul ponte. E la gente si faceva fotografare davanti  a quell’obbrobrio aggrovigliato, più simile ad un alveare che ad un pegno d’amore. In realtà i lucchetti sono ormai sparsi ovunque sul ponte, quindi non cambierà niente, ma certo che metterci sopra un lucchettone da cinque kili e ottanta euro non era stato propriamente geniale. C’era anche quello, e anche quello è finito nel fiume. Chissà di chi era. Ecco, io adesso vorrei qui la coppia che ha messo quell’affare pesantissimo sul lampione, quell’affare che adesso le pantegane giganti utilizzano come Skavnafjottur. Sì vabbè, un nome fittizio per indicare una poltrona dell’Ikea. Con su scritto Io e te, tre metri sotto il cesso.

Io commosso per un film anni ottanta, la Tennent’s Super meno in circolo di prima, i lucchetti a fondo. Avrei finito questo post più inutile dell’inutile.

PREPOSIZIONI SEMPLICI APPLICATE ALLA FRITTATA COI WURSTEL

(on the air: Tiromancino – Angoli di Cielo)

A mezzanotte mi alzo dalla bara e riprendo vita. Così è successo stasera. Sarà che sono ancora stordito dalle sette pappine dell’Old Trafford, sarà che sono più stanco del solito, ma praticamente dopo aver dormito quasi un’oretta senza nemmeno accorgermene, adesso sono qui a postare.

Il fatto è che mi sono ripromesso di parlare di una frittata coi wurstel mangiata in pausa pranzo, con le colleghe che mi trattavano tipo lebbroso. Cosa avrà mai questa frittata coi wurstel? Temo che l’arcano sia da ricercarsi nel fatto che io pranzo insieme a tutte donne perennemente a dieta. Dieta. Ne parlano anche da Vespa, per la centounesima volta. Solo sul delitto di Cogne hanno fatto più puntate. Lì viaggiamo sulla media di una ogni due. Preoccupante sarà un prossimo speciale Porta a Porta sulla Dieta di Cogne, lì secondo me saranno cazzi amari, tanto per escludere il saccarosio, che non va a braccetto con il regime dietetico.

Ma questa frittata coi wurstel? Insomma addirittura mi era stato velatamente chiesto di parlarne sul blog, da persone che neanche conoscono il mio indirizzo splinderiano. Sarà forse per trovarmi su Google a tradimento? Ma poi che devo dire? Proviamo ad usare le preposizioni, come alle elementari.

Di. Parlo di una frittata coi wurstel. La frittata coi wurstel era tendenzialmente di colore giallo con tratti rosei. Ed era buona.

A. Parlo a una frittata coi wurstel. Ehi frittata coi wurstel, come te la passi? Bene! Ma bene bene? Eccheppalle, sempre a cercare il pelo nell’uovo tu!

Da. Parlo da una frittata coi wurstel. Qualcuno lassù, sopra al piatto, mi sente? Nessuno? Azz, sono fritto!

In. Parlo in una frittata coi wurstel. Sì ma almeno che venga qualcuno con me, mi sento un coglione a parlare da solo dentro una frittata.

Con. Parlo con una frittata coi wurstel. Non è dissimile dal punto due. Anche se potrei essere un po’ più colloquiale, e parlare chessò, del tempo. Ehi frittata coi wurstel, fa caldo in questi giorni eh? Dipende, se avanzo vado in frigo e volendo fa pure piuttosto freddo. Poi renditi conto che questo paragrafetto fa cagare, ma ormai hai scritto e la frittata è fatta. Stronza e autoreferenziale. Potresti aprire un blog.

Su. Parlo su una frittata coi wurstel. O la frittata è gigantesca, o io sono rimpicciolito. Oppure ho deciso di fare surf. O magari sono sul taxi del tassinaro immaginario, detto Er Frittata. Autoreferenziale, stavolta sono stato io, la frittata non c’entra.

Per. Parlo per una frittata coi wurstel. Care commensali che ve la prendete con lei e la schifate, vi parlo per conto della frittata coi wurstel: mangiate pure le vostre insalatine, tanto non dimagrirete nemmeno di un misero etto. Ella (la frittata) non ha altro da aggiungere.

Tra e Fra. Parlo tra o fra una frittata coi wurstel. Ma..ma…perchè mai dovrei? È un’assurdità!