LA NON CRISI DEL SETTIMO ANNO DI BLOG

(on tha air: Katie Melua – The Flood)

Sette è un numero figo.

Oh, sette come i vizi, i peccati, le virtù, i nani, le ballerine, gli anni di sfiga con lo specchio rotto e tutte quelle minchiate che ogni volta che c’è un settimo anniversario vi schiaffano allegramente di qua e di là. Sette anni e sentirli tutti.

Perché non è un segreto che ogni anno, quando c’è da celebrare questo infausto 18 ottobre, compleanno del mio blog, ammesso che me ne ricordi…no, ci sono troppi incisi nella frase. Ricominciamo. Non è un segreto, dicevo, che ogni anno i post siano sempre meno. Eppure non si molla ancora. Lo dico sempre ed effettivamente è vero.

La crisi del settimo anno non c’è. C’è stata molto prima, quindi adesso si va avanti come quei matrimoni che si trascinano tra bassi e alti. Ci si ignora per 20 giorni, poi si fanno scintille per due giorni e si ripiomba nella routine. Con la differenza che il blog non devo nemmeno portarlo a cena e offrirgli dei sofisticati carpacci di pesce o delle mousse di verdure ignote. Manco una scontata carbonara, nemmeno un abusato tiramisù.

E nonostante questo, il blog mi resta fedele. Se ne ho bisogno, c’è.

L’uso che ne faccio prevalentemente è quello di raccontarvi i miei viaggi alla ricerca di mondi sconosciuti. Laddove si intendono non solo i viaggi fisici ma anche quelli mentali. E il viaggio, la partenza, è ormai il tema che tiene in vita Machissenefrega.

I cambiamenti, quelli grossi, non entrano dentro uno striminzito status di un social network, non si bruciano in due secondi con un refresh della pagina. Se hai voglia di raccontarli, o li vomiti su carta con una penna o se preferisci una matita, così non ti si sporca l’anulare di inchiostro, oppure li digiti qui sopra.

In questo modo  il mio blog è sopravvissuto alla cantina, alla naftalina e alla muffa. In questo modo, ho ridotto il numero delle cazzate da somministrarvi, ma le ho microfiltrate per ottenerle più pure e sincere, senza alcuna forzatura.

In questo modo, non serve far passare due o tre anni per rileggermi e commuovermi, basta un mese.

In questo modo, a questo punto più che mai, il blog lo scrivo prima per me. Pratica in disuso, obsoleta, ricoperta dal polverone di chi con il blog se l’è giocata in modo diverso e magari ha pure vinto. Ma non mi interessa, l’old style ha il suo fascino indiscreto e tanti saluti alle festicciuole e alla cartaccia da libreria. Cheppalle. Oh, quando scrivo ‘sti post celebrativi, finisco per esserne il primo commentatore e per utilizzare sempre il solito commento: cheppalle.

Solo che andava scritto perché mi andava di scriverlo.

Ogni anno lo stesso tema: perché un blog? E ogni volta la stessa risposta, ma solo per i più superficiali. In realtà ogni anno cambia una piccola sfumatura. Se siete bravi e se mi leggete da sempre lo capite, altrimenti fa lo stesso. Auguri.


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DICHIARAZIONE D'INTENTI PER TANTI, MA NON PER TONTI
(nb: titolo mirato ad incuriosire e null'altro)

(on the air:  Interpol – Try It On)

Ormai l'ho detto in giro: torno a scrivere. Sotto scorre l'ultima fatica degli Interpol che a quanto pare ci ha messo poco a entrarmi dentro. E va benissimo così.
Come tutti i periodi che secernono novità c'è entusiasmo misto a magone.
È questo amici miei, il momento di sputare quello che avete dentro. È terapeutico, puttana Eva se è terapeutico. Dovrebbero farlo tutti, anche quelli che mettono due parole in croce col vento a favore; tanto, spesso costoro fanno addirittura i giornalisti.
Quando ti rendi conto che la tua vita, queste giornate, sono come un cubo di Rubik fallato: escono bene cinque facce, ma la sesta non ti viene nemmeno colle istruzioni. Questo è il sommo momento per convincerti che non è che puoi essere mai soddisfatto di tutto quello che fai. Ci vai vicino eppoi ripiombi nel baratro del c'è qualcosa che non va.
Dice che adesso lavoro nel marketing e so cos'è un brief. Mi chiedono di fargli un mock up, io cerco su Google, prima di fare il Fantozzi: dicesi mo' cap, tipica espressione pugliese per indicare che adesso ci entra. Anzi no, è un tipo di caffè che servono da Starbucks!
No cazzo, è una preview. Insomma una cazzo di anteprima. Ma nelle agenzie di comunicazione (e su Friendfeed, il social network dei blogger fighi che scrivono pure i libri e se li comprano tra di loro per salvare il salvabile, allo stesso modo in cui i nobili si accoppiavano tra consanguinei mettendo al mondo figli scemi) non si parla come magni. Piattate di anglicismi impanati, ma per fortuna nessuno che abbia ancora detto forcastare (cfr. ingl. forecast).
Preparo presentazioni che illustrano il work flow, mica pizz'effichi. Lascia stare che poi si chiamerebbe flusso di lavoro.
Litigo col geo block di YouTube: voi non lo sapete ma dietro il funzionamento di YouTube c'è della pantagruelica omertà.
Evvoi poveri comuni mortali non sapete nemmeno cos'è un video viral. O lo sapete, ma non lo fate.
Però ve lo confesso, mi diverto ummonte. In fondo lavoro su Facebook. Peccato avere la solita bomba a orologeria in tasca, ma tutto a suo tempo.

A questo punto dovrei andare a ruota libera, esecrando i giovani colla mutanda fuori dal pantalone, che stasera non potevo nemmeno bere una birra in pace a guardare questi lobotomizzati che credono che sia trendy andare in giro così. Sarò anche vetusto, ma se una donna viene attratta da abomìni del genere, merita la revoca istantanea dei più elementari diritti umani, nonché la retrocessione al ruolo di tavolino per soprammobili di cattivo gusto.
Così poi a portartele durante un trasloco fai pure prima, ci hai i tavolini che camminano. Certo, sono imbecilli, ma nessuno ha mai chiesto a un tavolino di fare un ragionamento di senso compiuto.

Prendo persino l'autobus, prendo. Per metà tragitto, mica tutto, non esageriamo. Ho ripreso confidenza con la massa addirittura. Posso detestarla guardandola negli occhi. Prima spesso mi accontentavo di guardarla da lontano. Detestandola ovviamente. Ma detestare empiricamente non fa che rafforzare convincimenti e posizioni.
Sull'autobus ci sono i vecchi barbogi che ce l'hanno con l'autista, le donne esaurite che strillano al cellulare, i rumeni che sanno di alcol e aglio così, per farti vomitare il tè della colazione, i turisti che ti fanno rosicare perché loro sono in vacanza all'estero e tu invece ti dirigi verso la scrivania con la tua tracolla piena di sigarette e Ray Ban graduati: ma mi vendicherò, oh se mi vendicherò! Un giorno io sarò spensierato nella vostra fottuta metropolitana cercando un insignificante monumento ai caduti, mentre voi andrete a sgobbare in un'acciaieria di Cracovia. Uomini, donne e pure bambini.
Ci sono gli uomini d'affari, con quell'inutile faccia tra lo strafottente e l'insicuro perchè se li guardi troppo ti sfuggono. Accenti del nord, romanacci, terroni, è uguale: hanno tutti quelle giacche, quelle camicie e quelle cravatte. Non un guizzo di fantasia nell'abbigliamento come nella vita.
Belle ragazze con lo sguardo perso nel vuoto. Di quelle che non ti rivolgerebbero la parola nemmeno se rimanessi l'unico essere senziente su questa terra. Concetto banale e arcinoto, ma altrettanto vero.
O un tizio che mentre si barcamena tra i pali per reggersi e le porte automatiche del bus, porta un mazzo di fiori con biglietto e risponde al cellulare alla moglie: amò, sto in ufficio, mo c'è gente c'ho da fà.
Bravo stronzo fedifrago cazzaro.
E i filippini che parlano così: pipipilipininini. Che mi chiedo sempre se abbiano imparato la lingua mandando avanti una cassetta sul mangianastri. E se dunque, la progressiva estinzione delle musicassette porterà anche all'estinzione della lingua filippina. Ed essi scenderanno in silenzio a pisciarvi il cane. Ma forse per la didattica verranno prodotti ancora i mangianastri e a Manila come nel resto del mondo non ci sarà problema a parlare pilipipipipininini.

Tutto questo mi fa stare bene. Poi però c'è ancora quella sesta faccia del cubo di Rubik che non torna nemmeno barando.
Allora lo sbatto per terra, dove c'è un immaginario e pregiato marmo di Carrara, e torna tutto come prima.
Un grande, incommensurabile casino.