MODALITA’ PAUSE

( on the air: Ludovico Einaudi – Le Onde )

Luce soffusa, tv appena spenta dopo aver visto per l’ennesima volta quel capolavoro che è 8 mm – Delitto a luci rosse e  aver avuto di nuovo quell’istinto omicida che smuove il vecchio Nicolas Cage a far fuori tutti i porcelloni assassini di internet. Acqua in faccia, mi serve anche se la giornata è finita. Anzi è appena cominciata, e questa settimana, non so perchè, ma la vedo lunga e perfida. Si capisce da un cambio che non scala le marce, dal fatto che stavi per ammazzare quello che ti sfanalava e suonava da dietro e Dio sa quanto ancora vorresti farlo e sa ciò che gli hai vomitato contro. Si capisce dal fatto che non c’è dialogo e se c’è dialogo, o sono cose negative o sono cose provvisorie, in bilico. Si capisce dallo schermo, ormai acceso da ore e ore, dalla sedia consumata, da tanti altri segnali. Questo è stato il benvenuto del lunedì. E allora sapete che vi dico? Che per svincolarmi da ogni obbligo, questo blog  si mette in ferie. Una delle mie proverbiali pause, che possono durare cinque minuti come una settimana. E’ che se non lo scrivo non lo faccio. Scritto, lo faccio. A poi.

In compenso, mentre noi blogger del polo romano attendiamo l’esondazione del Tevere, ricordatevi che questa sera (inizio ore 22,30/23 circa) Visitors va in onda regolarmente su Radionation e uno degli ospiti dovrei, sottolineo il condizionale, essere io. LINK DI VISITORS AGGIORNATO CON IL PARTERRE DEGLI OSPITI.

UPDATE: Scriverlo sul post porta male, stavolta non posso essere presente per motivi contingenti (problemi con la macchina e con il passaggio…al prossimo martedì, anzi no, non lo so!)

QUANTO CE PIASCE CHIACCHIERA’

( on the air: Massive Attack – Risingson )

A volte sul blog come nella vita, tocca temporeggiare. E visto che l’attuale situazione, prevede che io abbia mandato il cervello in ferie, beato lui che sta facendo la circumnavigazione dell’orbe terracqueo e mi manda anche le cartoline, mi sono dato ai lavori manuali e di restauro del template. Così posso tranquillamente illustrarvi che a destra, tra i link, c’è una nuova categoria, che ho dovuto aprire per far fronte ai numerosi inviti ricevuti in questi giorni a scrivere di svariate arti. Spero di mantenere fede a tutti questi impegni, io che sono tendenzialmente inaffidabile. La nuova categoria si chiama banalmente Collaborazioni, anche perchè avendo mandato il cervello a rimpinzarsi di succhi tropicali sotto i palmizi, non potevo lambiccarmi per scrivere cazzate divertenti. Ma non essendo sazio e volendo trasudare di novità, ho deciso di regalarvi un paio di perle. Non so se siate porci, che in genere le perle si danno ai suini, comunque se le desiderate, potete prelevarle. Sulla colonna di sinistra, alla voce Sensibilizzazione compaiono due nuovi e crassi banner che richiamano due miei post abbastanza recenti. E se una è l’affettuosa dedica a Sandra Milo – la donna nuda più ricercata dagli erotomani del web, secondo l’ormai arcinoto risultato mensile del mio Shiny Stat – nonchè un grosso favore a chi cerca di far salire il proprio contatore-visite senza sudarel’altra, di ben più importante lignaggio, è la campagna contro l’i-pod nel mondo blog. Come sapete, e come riportato anche nel post linkato assieme al banner, iosono/noisiamo arcistufi di questi blogger/blogstar con l’i-pod e gli skin di tutti i colori dell’iride, compreso quello col minestrone di verdure e quello con l’aerografia di Topo Gigio tribale, nonchè con le emme di quel blog di Gianluca Neri di cui ora proprio non mi sovviene il titolo e neanche il link. Ecco, chi non si sente blogstar e non vuole diventarlo, inserisca il simpatico banner anti-ipod nel proprio guscio del blog. Ci siamo rotti i coglioni delle blogstar che parlano di i-pod e dei voglioessereblogstar quindi mi compro e fotografo l’i-pod e gli faccio fare pure le posizioni del kamasutra. Ricordatevi, da oggi il vostro oggetto di culto da blogger sfigato e antimodaiolo è quel banner, ormai imperdibile quasi quanto le sagomine del vostro wrestler preferito. Purtroppo tra un po’ andrà di moda anche chi come noi ora, attacca il significato radical-chic di questa scatolina magica, e allora si farà un altro banner. Un po’ come va di moda criticare la destra, ma sta per diventare più trendy criticare la sinistra. Noi blogger sfigati e antimodaioli, ci inventeremo qualcos’altro (ma anche no*). Finchè anche inventarsi i banner diventerà troppo inflazionato (sì, lo so, già lo è) e… emmò basta, non è che posso spiegarvi tutto io. Però permettetemi di ringraziare per l’incoraggiamento, la signorina Gabhippo, che ormai, dopo aver detto la verità su quella salma che è Nicoletta Braschi, miete ovunque citazioni e giusti tributi di grandi onori, nonostante il suo nick. Fin qui il vernissage. Per il resto, piove ed è morto George Best. Un cognome, un destino. Auguri di un buon inutile weekend.

* l’uso e l’abuso della locuzione ma anche no, è notoriamente trendy tra i blogger.

nb: essendo mie creazioni, i banner riportano i link ai due post in proposito. Dunque pubblicità e link in più per Ataru. Ma da ometto magnanimo quale sono, vi permetto di farne l’uso che preferite.

  

qui sotto, i codici per averli nel vostro blog.

 

NO-IPOD

<a href="http://ataru.splinder.com/1126832055#5736666&quot; target="_blank"><img src="http://henryroth.altervista.org/_altervista_ht/blog2005/no_ipod_.jpg"title="non sono una blogstar, non voglio l’i-pod"></a>

SANDROCCHIA RULEZ

<a href="http://ataru.splinder.com/1128993283#5966887&quot; target="_blank"><img src="http://henryroth.altervista.org/_altervista_ht/blog2005/sandrocchiarulez.jpg"title="hai bisogno di accessi sul tuo blog? digita Sandra Milo nuda!"></a>

PASTAMISTA

( on the air: Jetlag – Don’t talk to me )

E’ che le recensioni cinematografiche ultimamente stanno diventando troppo inflazionate, sia qui che altrove. Altrimenti vi parlerei de La Sposa Cadavere, come uno dei migliori film dell’anno. Tim Burton si supera sui soggetti originali. E ogni tanto stenta nei remake. Ma sarà quasi una settimana che l’ho visto. Iersera, ho sostituito la mia partecipazione a RadioNation/Visitors, saltati all’ultimo secondo per problemi tecnici, e rimandati di una settimana, con la visione di un film in dvd. La cosa divertente, se sei con qualcuno che come te ama perdere tempo dentro Blockbuster, è metterci tre ore per scegliere un film. E magari evitare film già visti da almeno una delle persone presenti. Mi sono trattenuto dall’acquistare a chissà quale modica cifra i Kit Kat Pop Choc, ma prima o poi saranno miei. Così, dopo la visita completa e approfondita di ogni meandro del tempio del consumismo di celluloide, la scelta è ricaduta sul semisconosciuto I heart Huckabees – Le strane coincidenze della vita. Uscito in Italia a giugno del 2005 e snobbato ai botteghini. Si pensava a una commediola per farsi quattro risate senza rifletterci su. E invece è un film estremamente cervellotico, un po’ alla Kaufman ( non a caso il regista David O. Russell sceglie anche la colonna sonora di Jon Brion, magistralmente presente in semilasciticancello/Eternal Sunshine ). Con un bel cast d’eccezione: da Dustin Hoffman a Isabelle Huppert, da Jude Law a Naomi Watts, da Mark Wahlberg al protagonista Jason Schwartzman, astro nascente di Hollywood. Se vi dovesse capitare, solo ed esclusivamente se amate i film strambi, un po’ complessi e vagamente filosofici con impronta di commedia brillante, è il film che fa per voi. Se siete tipi melensi e il vostro modello è un film zuccheroso con Julia Roberts o Robert Redford (io odio Robert Redford, con la sua perenne aria da primo della classe), non provate nemmeno a guardare lo scaffale dove è esposto. Fine della parentesi cinematografica. Tira un vento gelido su Roma, credo che altrove stia nevicando. Se mi metto a parlare del tempo, è evidente che non ho più niente da dire. Che razza di post sia mai questo, non lo so. Però mi sanguinavano le gengive mentre mi lavavo i denti e il sangue scendeva copioso, tanto che allo specchio non ho resistito e ho fatto l’imitazione di Dracula. Per oggi può bastare.

E già che ci siamo spammo e vi invito a visitare Curva Ottica, è finalmente uscito il nuovo post, che vi farà venire l’acquolina in bocca.

IL POST SURGELATO

( on the air: Robert Post – Got none )

Dunque se state leggendo questo post, è perchè Splinder tutte le notti continua a fare i capricci. Sono le quattro di notte, non è la vostra fottuta tarda mattinata. Questo post è stato messo a surgelare, perchè fresco non poteva essere consumato. La tecnologia avanza, e adesso chi vorrà, potrà aggiornare il blog dal proprio telefonino, grazie ai lavori in corso di Splinder. Lasciatemi dire che secondo me, l’utilità di questa nuova, avveniristica funzione, è davvero vicina allo zero assoluto. Mi hanno tolto l’ispirazione per colpa del blog sul telefonino. Per colpa di De Sica coi fiori di zucca, per colpa di quell’essere ultracartonato cui arriva il reggiseno bianco in faccia dopo che Megan gli ha detto di godersi la libertà e che riesce ad essere più espressivo con il reggiseno in faccia, che non quando dice che è tutto intorno a te. Per colpa di Aldo Giovanni e Giacomo, e per colpa di quell’obbrobrio di donna che è Valeria Marini. Andreotti naturalmente non ha colpe, lo assolvo. Insomma più avanza la tecnologia, più regredisce l’ispirazione, e questi sono problemi. E’ che io non riesco a non scrivere il post se non nell’editor del blog: mi dà l’idea di immediatezza. Se state leggendo questo post, significa che non mi è restato altro che metterlo in freezer (avrei in alternativa potuto scegliere di metterlo sul davanzale della finestra, tanto col freddo becco che fa, si sarebbe comunque mantenuto). Splinder mi ha fatto passare la voglia di scrivere un post vero. Ma dottor Splinder, lei lo sa che il blogger medio si esprime meglio di notte? Io queste cose gliele avevo già dette a suo tempo, ci hanno fatto persino un libro che si chiama la notte dei blogger. Sì, ok, non era decisamente un gran libro, ma insomma, i blogger scrivono di notte, cazzo. A meno che non si preferisca puntare su coloro che commentano in giornata dagli uffici. Ma se il blogger notturno non ha postato perchè privato della sua musa stellata, cosa commentano? Se stessi? Ci pensi, dottor Splinder. Io intanto preparo il cellophane e la carta d’alluminio e incarto il post. Se a mezzogiorno funziona, scongelo questa porcheria, e dai vostri uffici per pranzo, mangerete minestra riscaldata.

UPGRADE: questa sera il sottoscritto sarà ospite della seconda puntata di Visitors su RadioNation. Un po’ per tornare a respirare l’aria radiofonica, seppur solo internettiana, ché sono in astinenza. Un po’ per divertirmi e conoscere qualche blog-amichetto nuovo. Qui i dettagli della puntata.

UPDATE DELL’UPGRADE: IL TUTTO è RIMANDATO A MARTEDI’ PROSSIMO, PER IMPEGNI DEL SIGNOR INDIGNATO.

A LA PROCHAIN.

LA SOFFERTA PASSIONE PER LE SEI BUCHE

( on the air: El Fudge – One Fudge )

Questo post volevo scriverlo da anni e non mi decidevo mai.

Dedicato a Francesco, Stefano, Salvatore, Micòl, Alberto, Monia.

La passione per il biliardo non l’avevo mai avuta. Anzi, a dir la verità mi risultava indigesto e noioso. Poi, un pomeriggio di tanti anni fa, il papà sborone del mio amico Francesco (quello che adesso è sposato), propose una partita. Noi andavamo ancora a scuola, ma anche quando si faceva sega, non si pensava proprio ad andare a giocare a biliardo. Sapeva di cattivone del libro Cuore, di paese dei balocchi malriuscito, di naftalina vecchia persino per un golosone come Eta Beta. Sarà stata l’età, o semplicemente i gusti diversi. In quel pomeriggio di tanti anni fa, imparai a tenere una stecca in mano, non certo a mettere più di una palla in buca. Anzi forse neanche quella. Credo si trattasse di tredici anni fa, il millenovecentonovantadue, anno in cui gli Snap cantavano Rhythm is a dancer, non sapendo che sarebbe diventato un classico da discoteca e un tale Double You, portava al successo la cover danzereccia di una vecchia canzone di KC and the Sunshine Band: Please don’t go. Giocammo la partita nel villone dell’Olgiata, che chi sta a Roma sa sicuramente di cosa parlo; per gli altri, zona residenziale di lusso anche se un po’ fuori mano. C’era pure il maxi televisore e noi preferivamo una sana partita a Kick Off II. Avere un biliardo in casa è ora uno dei miei sogni neanche tanto reconditi. Poi la lunga pausa. E chi ci pensava più al biliardo? Anzi, quando durante alcune serate post maturità, veniva proposto, io cercavo di boicottare la decisione, onde evitare figure di merda con le ragazze. Casomai meglio il bowling, quando il Brunswick Acquacetosa non era ancora infestato dai truzzi, che ora lì, sono più numerosi degli zombie al centro commerciale de La notte dei morti viventi. Poi oltretutto il bowling lo hanno fatto diventare Cosmic con i birilli illuminati di blu tipo le luci startrek che i suddetti truzzi impiantano sulle loro autovetture e c’hanno anche schiaffato le musiche di Gabry Ponte e i suoi amici della cassettina. Ma non divaghiamo. Alla fine il supplizio mi veniva inevitabilmente somministrato. Gli altri diventavano bravi, specialità Otto e Quindici, io facevo ridere, anzi, mi disperavo e mi innervosivo perchè non sapevo cosa fare. Teatro di tutto questo psicodramma, il Caffè Biliardo di viale Angelico, simpaticamente ribattezzato da tutti il Ciccione, per via dell’aspetto pacioso del gestore. Siamo ormai nel novantacinque e la progressive capitanata da Robert Miles insidia la commerciale di Ice Mc e Alexia. Il mio ex amico Stefano, poi, era l’epicentro delle mie incazzature. Giocava meglio e me lo faceva pure pesare: da spaccargli la stecca in testa. Qui sopra raramente ho parlato di lui, ma non lo farò neanche ora. Intanto per osmosi, cominciavo a migliorare, ma le serate a giocare sul panno verde, proprio non mi andavano giù. Cominciammo ad alternare il Ciccione con la sala Restaldi di piazza Cola di Rienzo, più professionale, tanto che Nuti ci aveva pure girato qualche scena di non so quale dei tre film che ha dedicato al biliardo. Lì infatti, la gente seria giocava coi birillini e senza buche. All’italiana. Ecco, non chiedetemi di giocarci. Gli anni passarono e nel novantanove fu l’avvento del Loran Club,  di cui ho dettagliatamente parlato qui e in parte anche qui, in uno dei post più incomprensibili e da me più amati di questo blog. Scoprimmo, noi abituati alle buche strette, anche le buche larghe e il gioco Palla9, che consiglio a chi è incapace e a chi è sotto stress, perchè le botte di violenza che si danno con la stecca in questo gioco sono taaaanto liberatorie. E pensare che gli americani, che fanno tanto i fighi, giocano a buche larghe. Dilettanti. Al Loran, scommesse di birre, di baci rubati a fanciulle poco pratiche, tornei di doppio, pacchetti di sigarette risucchiati. Poi col mio nuovo avversario, Alberto, cresciuto nelle malfamate bische di Lecce, ci si allenava quasi tutte le sere. Del resto non c’era un cazzo da fare e non si faceva neanche troppo tardi. Fu così che ormai il biliardo mi piaceva. Ero ancora abbastanza pippa, ma molto meno di prima. Due sere di strategie a Otto e Quindici, una sera a sfogarsi di bordate a Palla9. Mi venivano ormai colpi decenti, non solo quelli a culo che ci ridi mezz’ora e l’altro ti odia. Anche se poi, i colpi a culo spesso ti danno ancora più sadica soddisfazione. La mia impugnatura era sempre strana, diversa da quella degli altri. Io amo fare il buffone e chiamarla impugnatura alla Paul Newman perchè ho visto che ne Lo Spaccone, lui la stecca la teneva così, come una sigaretta. Siamo ormai ai giorni nostri. C’è chi, con molta pazienza e nitidi progressi, sta imparando a giocare a Otto e Quindici da me. Lei ci ha fatto anche un post poco tempo fa. Inutile che vi dica chi è. Chi segue questo blog, lo sa. Ormai, quando mi si dice di andare a giocare a stecca, non mi si dice, perchè lo dico prima io. Da quella volta nel villone dell’Olgiata, dalla paura di sbracare il panno, ne è passato di tempo. Mai avrei pensato di riuscire a vincere una sola partita, mai di mettere la palla esattamente dove e come dicevo io. E invece adesso sì.

BAMBOLE RUSSE

( on the air: Blueprint – Tropical Lamborghini )

“…incominciare una storia d’amore è come intraprendere un viaggio: bisogna andare lontano per capire quanto si è vicini…”

Quello che rimane allo spettatore del nuovo film di Cedric Klapisch, è concentrato in questa frase. Peraltro direi veritiera. Ho aspettato, ci ho creduto, ci sono andato. Il sèguito de L’appartamento spagnolo è arrivato nelle sale. Sono finito a vederlo addirittura di domenica pomeriggio a via del Corso, visto che nonostante a Roma abbiamo trecento multisala, se non ti chiami Benigni o Harry Potter, pare che non ti caghino. E non importa se poi Benigni fa un film, che a detta di quasi tutti – io mi rifiuto di vederlo – fa abbastanza schifo. Ma andiamo oltre. Cinque anni dopo quella fantastica permanenza a Barcellona, ritroviamo Xavier, sulla soglia dei trenta, scrittore fallito e sceneggiatore di fiction patinate e kitsch. Con lui, lo stesso cast del primo film. Innanzitutto ci si diverte a vedere chi è un po’ cambiato e chi è rimasto uguale. Audrey Tautou è sempre carina, anche se certe volte mi viene da paragonarla a Sophie Marceau, che dopo le mele che avevano fatto il loro tempo, è caduta un po’ in disgrazia. Spero che ad Amelie non succeda lo stesso. Poi ci si concentra sulle inquadrature, sul montaggio, efficaci nella loro stramberia proprio come nel precedente. Fino ad arrivare ai flashback. Concentrici, uno chiama l’altro, come un discorso pieno di parentesi da aprire senza mai arrivare al nocciolo della questione. E sulle prime il meccanismo funziona. Grazie al talento innato del regista, grazie a Romain Duris (Xavier), che da ingenuotto e sfigato, diventa uno stronzo sciupafemmine, anche se non si sa come, mantiene la sua proverbiale aura di imbranataggine. Le donne, l’amore, il lavoro, le solite ossessioni. Quelle che anche a Barcellona lo torturavano durante l’Erasmus, qui sono molto più marcate perchè stavolta gioca in casa, a Parigi. Una Parigi dipinta bene, non c’è che dire. Klapisch è bravo a farti vivere le città in cui gira, sottolinea a tal punto il fatto di essere in un’ Europa unita, che sembra quasi che invece che da una nazione ci si sposti da un quartiere all’altro. Barcellona, Parigi, Londra, fino a San Pietroburgo e alla sua strada perfetta, che diventa una metafora della modella gnocca che Xavier riuscirà a conquistare e che gli sarà momentaneamente fatale. Ma c’è un ma. L’appartamento spagnolo, aiutato dall’ottima colonna sonora (bissata qui solo con due pezzi belli che provvederò oggi stesso a reperire), funzionava perchè aveva dinamismo, freschezza, uniti al talento di regia e cast. L’impressione che dà Bambole russe è sì quella di voler far crescere Xavier, Wendy, Martine e gli altri (menzione d’onore per Cecile De France, nei panni della lesbica Isabelle, che regala siparietti fantastici), ma di non avere in certi punti la spensieratezza dell’ appartamento e soprattutto di metterci troppo tempo, appunto, ad arrivare al nocciolo. Insomma, parliamoci chiaro, non è un film da far durare due ore. Perchè verso la fine, le due ore si fanno sentire. Ciononostante, se avete apprezzato il primo, questo sequel non vi deluderà, come non ha deluso me, lungaggini a parte. E se è vero che la globalizzazione dell’amore trionfa e che le donne che hai avuto sono come le matrjoske (cerchi, apri, fino all’ultima, la più piccola, quella giusta), è pur vero che ci auguriamo che le voci circolate su un possibile terzo capitolo non siano vere. Due vanno bene.

VIA VENETO, QUELLA DELLA DOLCE VITA

( on the air: Baustelle – La Guerra è Finita )

Beh te vojo riccontà un fatto che m’e successo l’altro giorno.
Mi fia m’ha detto:"papà me accompagni a via veneto a famme mpar de scarpe?" , capirai Se’ , io e mi fia a via veneto……..me se e’ allargato er core! Mentre stava a guarda’ na vetrina, passano du’ giovanotti e je fanno un complimento che nun m’è  piaciuto, me giro io e je dico:" c’hai detto? ah cornuto viè qua se c’hai er coraggio".
Se avvicina quello più grosso tutto spavardo e me da’ n cazzotto, io me lo guardo sputo pe terra…e je dico:" a cornuto in guardia, manco er sangue m’hai fatto usci’" je do un destro sinistro, me casca pe terra come gesù cristo, con cazzotto j’ho rotto du costole e jo’ frantumato le mucose, e je dicevo:" arzate a cornuto arzaaaaateeeeeeeeee ," nun s’arzava Se’……..pieno de sangue pe terra, ettolitri, se gira mi fia e me fa’ :"papà, che e’ successo?!?", " niente bella de papà, due de passaggio, ‘namo a fà le scarpe".

Mario Brega, Borotalco, 1982.

Per dipingere via Veneto, non ho scelto Fellini perchè non lo amo e perchè non era di Roma. Ho scelto un grande caratterista come il mai troppo compianto Mario Brega, spesso apparso in film di Sergio Leone eppoi esilarante spalla di Carlo Verdone. Ebbene ieri, dopo anni di assenza, Via Veneto ha ritrovato Ataru, o viceversa. Questa è una strada di Roma che vuoi o non vuoi, almeno una volta nella vita devi percorrerla. Perchè è fondamentalmente diversa. Da tutto il resto. Il che non vuol dire che a me piaccia da morire, però ha un suo stile. Uno stile diverso dalle altre vie centrali della capitale, per la maggiorparte incastonate tra palazzi post medievali, negozi di lusso o botteghe di artigiani che ancora il tempo non si è portato via. Via Veneto è un simbolo di Roma, eppure non sembra di stare a Roma. A volte non sembra neanche di stare in Italia. Quasi ti  fa strano entrare nei posti e parlare italiano, essere romano. Via Veneto ieri sera era popolata dalla sua strana fauna, come sempre. Due sposini stranieri, capitati qui non si sa come, chiacchierano davanti ai tavoli all’aperto di un ristorante, lui ha una stecca di sigarette in mano, cominciamo bene. Gli invitati, che hanno capito tutto della vita, a tavola bevono italian wine, e cantano cose incomprensibili, anche perchè alticci, anzi diciamo pure ‘mbriachi come cucuzze. E il cameriere si unisce a loro con una faccia, che è un peccato non avergli fatto la foto. Sembrava un invasato. Un signore, anche lui straniero, dall’aria tranquilla, passeggia, guarda me e lei e ci saluta con un ciao talmente simpatico che non fai in tempo a stranirti, lo devi solo risalutare. E’ ubriaco? E’ squinternato? Si è bevuto sia il vino che il cervello? O è semplicemente gentile? Domande da via Veneto. E risate. E gli alberghi extralusso ti guardano austeri. La cupola dell’Excelsior è lassù. Suite imperiale che avrà ospitato notti di fuoco di chissà quante teste coronate, di quante stelle di Hollywood, di quanta gente che i soldi ce l’ha a sfascio. I locali hanno tutti una loro prosecuzione esterna, fatta di vetrate e palchetti dove sedersi magari a lume di candela. Queste specie di…chiamiamoli chioschi di lusso, ma è riduttivo, esistono solo in via Veneto. In Europa è facile trovarne, a Roma no, forse qualcosa di simile l’ho visto in riviera romagnola, con le dovute differenze. C’è anche l’Hard Rock Cafè, c’è il Cafè de Paris, che qualcuno ricorderà anche per una bomba che gli arabi piazzarono giusto una ventina di anni fa. In tempi meno che sospetti. Del resto, lì di fronte ti guarda, imponente di luci e di polizia, l’ambasciata degli Stati Uniti d’America. Un obbiettivo sensibile, direi. Uomini d’affari che staccano alle undici di sera, dopo la convention nell’albergo di lusso, portieri in livrea che chiamano il taxi a signore con i sigarini in bocca. E’ un film, via Veneto. Tanto per non smentirsi, dai vari ristoranti, arrivano voci di cantanti un po’ tristi. Un improbabile duo voce-tastiera, intona una altrettanto improbabile versione di My way in italiano, roba che neanche a Little Italy. Un altro canta Luglio di Riccardo Del Turco, e le teste bianche si muovono al ritmo della canzonetta estiva di quarant’anni fa. Chissà cosa gli ricorderà. A un certo punto ti mancherebbe solo di vedere Fred Buscaglione, e ti rammarichi di essere nato decisamente troppo tardi per poterlo vedere vivo, quel geniaccio. In compenso passa un tizio che sembra Modugno ai tempi del Vecchio Frack. Via Veneto è anche il sottobosco. Gente poco raccomandabile che gira nei dintorni dei night club. E lì dentro chissà che succede. Di solito cose un po’ tristi. Magari qualche uomo d’affari che infila cento euro nelle mutande di una biondina, poi le offre lo champagne e poi magari le mutande gliele toglie. Magari poi sono cinquemila euro. Ma che importa? Visione stereotipata di posti che probabilmente non possono superare lo stereotipo. Se un giorno ci dovessi entrare, cosa di cui dubito, vi farò sapere. Via Veneto è una passeggiata in due. E’ entrare in una libreria e farsi spiegare che Baricco ha scelto quattro copertine diverse per il nuovo libro, ma quindici anni prima era entrare in gelateria, mangiare un cono e pensare che domenica c’erano sul groppone i compiti per lunedì. Quindici anni prima c’era il tuo amico ed eravate spaesati, adesso c’è chi ti sta a sentire mentre le fai un po’ da cicerone. E ti guarda con gli occhi  a punto esclamativo perchè quelle quattro, facciamo otto, cazzate che sai, sono diverse da quelle che di solito si raccontano su questa strada di lusso. Lei che impara questa città e prova ogni giorno, ogni anno ormai, a sentirla più sua. Ho reincontrato via Veneto, la via di cartapesta per eccellenza: non succedeva da tanto. Così ho deciso di celebrare l’incontro, dedicandole un post inutile. Che chiaramente, rispetto a tutti gli altri, non poteva che essere diverso.