STOCCOLMA: POLPETTE, MIRTILLI E DISASTRI
(E LA GIGANTESCA INSEGNA DELLO STOMATOL)

(on the air: Interpol – Summer Well)

Tutto ebbe inizio una domenica estiva con un po' di vento nel parco a mitigare la calura romana. Io voglio vedere questa insegna luminosa del 1909: il dentifricio Stomatol, una marca svedese che non esiste più da tempo. Ma l'insegna c'è ancora, sta a Slussen, un quartiere di Stoccolma.

Tutto ha inizio sul pullman che da Skavsta ci porta a Stoccolma. Il mio portafogli non c'è più, le mie carte di credito, la mia patente, il mio tesserino da giornalista, la mia tessera sanitaria, il mio bancomat, tutto volatilizzato chissà dove. Cominciare così una vacanza presumibilmente rilassante è il massimo del minimo. Solo due giorni più tardi, il tutto verrà rinvenuto da mio padre dentro la sua macchina arrivata nel frattempo in quel di Riccione. Il portafogli aveva preferito la riviera romagnola alla Scandinavia, lasciandoci nei casini più casini che ci siano. Per farvela breve, ci siamo sentiti scaraventati dentro un maledetto reality di quelli che avresti sì i soldi, ma non li hai più, ti capitano sfighe tipo receptionist bastarde, sportelli bancomat ingannevoli e chi più ne ha più ne metta. E non è uno scherzo: rischi di dover scegliere tra dormire sotto i ponti o mangiare coi barboni e girare per una città sconosciuta senza alcuna possibilità di fare nulla.
E quando finalmente lo sportello bancomat inizia a sorriderci erogando corone a più non posso, lì, dalle mie lacrime di gioia, comincia la vacanza, comincia Stoccolma.
Non so dirvi sinceramente cosa pensare di questa città bella di una bellezza nordica e glaciale. Dovrei essere scevro da pregiudizi dovuti a quel reality show da incubo dei primi due giorni.
La capitale svedese è distesa sull'acqua, tra migliaia di isole, ragazze biondissime, cieli spazzati dal vento che vedono passare nuvole a velocità supersonica. E tanto verde. Tanto che la metropoli più piccola del mondo è anche la capitale meno inquinata d'Europa.
È tutto a misura qui.
Non importa se ti trovi in un museo all'aperto (Skansen) tra artigiani che si mettono in mostra e animali che razzolano liberamente  sul sentiero o ti trovi davanti all'imponenza di una nave troppo grande, il Vasa, che fece la fine del Titanic quattrocento anni prima.
Non importa se ammiri un cambio della guardia reale che se lo sognano pure a Buckingham Palace, o ti inoltri nelle campagne di Drottningholm sul lago Malaren per andare a trovare i reali al castello di famiglia. La sensazione rimane sempre la stessa: qui si vive bene.
O almeno si vivrebbe bene, se non fosse che in inverno si ritrovano con due ore di luce, e la percentuale dei suicidi raggiunge picchi da hit parade delle morti maledette. Ma del resto ogni cosa bella ha la sua parte marcia.

Il design svedese lo vedi dentro i locali: anche il più scalcinato sembra trendy.  Ci sanno fare con le luci e con l'arredamento, persino con le copertine verdi di pile per scaldarsi quando stai seduto ai tavoli fuori.
Non fa niente se quando giri per la città, ogni tanto scivoli nella DDR degli anni settanta.

Nella futuristica Sergels Torg, la piazza più berlinese di Stoccolma, sorge la Kulturhuset, la casa della cultura. L'esempio perfetto di ciò che vado cianciando da qualche riga.
Cinque piani pieni di libri, computer, mostre. Tutto gratuito, tutto fruibile su comodi divanetti, poltrone a uovo o semplicemente enormi davanzali di enormi finestre che danno sulla piazza. Ragazzi, qui siamo avanti anni luce.
La cultura se la mangiano per colazione insieme alle aringhe.
Gli abitanti sono poco meno di quelli di Torino, ma poco importa che stiano larghi, è un'altra civiltà. Una civiltà illuminata come lo erano chessò i Sumeri, quando tutto intorno c'era la barbarie.
Forse esagero, ma cose così non le avevo ancora viste nemmeno nella mia amata Berlino.
Cheppoi gli svedesi non sono mica precisini. Guidano spericolati, fumano, si ubriacano, sporcano per terra, ti salutano cinguettando hej hej.
Però sanno tutti l'inglese a menadito, per dire.

Ma torniamo alla città. Mangiare svedese non è poi così facile. I ristoranti risentono tutti di influenze italiane, francesi, americane, spagnole, asiatiche, persino inglesi. La cucina fusion tira un casino. Ma io le polpette me le mangio lo stesso, con tutti i mirtilli accanto. E non sono mica quelle di sughero che vende l'Ikea. Il salmone è fresco e si sente, i gamberetti sono una delizia. Mirtilli, salmone, aringhe, cannella. I sapori sono questi, non si scappa. Il pesce fresco si mangia bene al Saluhall, il mercato di Östermalmstorg. Che è un mercato, ma per l'aspetto, gli odori e un po' anche per i prezzi, sembra più una boutique con le vetrine piene di ogni prelibatezza.

H&M, essendo nato qui, possiede un negozio su tre, soprattutto nella City, la parte moderna che si contrappone alla medievale città vecchia, Gamla Stan.
H&M ha le stesse porcherie che vendono da noi se non peggio.
Insomma, se Upim, che vende cose nettamente migliori, aprisse magazzini in tutto il mondo e si facesse disegnare una linea da Madonna, farebbe tendenza e soldi a palate.

C'è anche il quartiere alternativo, almeno così dicono loro. Lo chiamano SoFo, in omaggio alla Soho newyorchese. In realtà sta per Söder Folkungagatan e apparentemente di alternativo ha ben poco.
Gli abitanti di Stoccolma sono sparsi qua e là, corrono veloci in bicicletta sul lungomare-fiume di Skeppsholmen e bevono vino italiano nella piazza di Stureplan, per sentirsi europei senza l'euro, sul quale hanno da poco sputato sopra.
O sono tra i fortunati 800 abitanti del quartiere-isola di Djurgården, che se il resto della capitale è verde, lì è ancora più verde.
Gli spazi aperti di Riddarholmen, a due passi da Gamla Stan, ti consentono di contemplare tutto in santa pace, senza caos turistico. Vedi il mare, guardi litigare diverse specie uccelli, osservi il tempo che cambia rapidamente, sole e pioggia che si danno freneticamente il cambio. E ammiri da lontano lo Stadshuset, il municipio cittadino adagiato dolcemente sulle acque.

Arriva il momento di tornarsene a casa. Di mattina alle 4, sull'autostrada c'è un frontale tra due tir, un conducente muore, atterra un elicottero sull'altra corsia, ci fanno scendere dal pullman con le valigie e percorrere a piedi un pezzetto della Stoccolma-Helsingborg-Goteborg, in mezzo alle zanzare assassine. Roba da Cobra 11. Poi ci fanno risalire sul pullman, ci smontano il guard rail, torniamo indietro, percorriamo la campagna svedese e arriviamo per il rotto della cuffia a prendere quel maledettissimo volo RyanAir.
E l'ansia torna a tagliarsi a fette come quando eravamo virtualmente poveri.
Ora capite perchè ci ho messo quasi un mese per scrivere questo post.

Fine. Anzi no.
 
Quella sera, prima del suddetto incidente, abbiamo deciso di consumare l'ultimo pasto svedese in un ristorante chic sul molo di Skeppsbron. Il conto è una discreta mazzata, fuori ci sono 13 gradi, 12 in meno rispetto alla prima giornata consumata in Scandinavia. C'è un vento fottuto e bisogna aspettare l'autobus che ci riporta alla base, ubicata a Tegnerlunden, accanto ad un parchetto, in cima a una salita mediamente faticosa.
Volgo lo sguardo verso le luci della città, già fredde come da noi a novembre, solo che qui è fine agosto.
Forse ho dimenticato qualcosa, forse lo lascerò qui, la sensazione è quella. Quando ecco che tutto torna. Un tubetto di dentifricio gigante si spreme su uno spazzolino luminoso e gigante anch'esso. Si accende una scritta sopra i palazzi di Slussen: STOMATOL. Mi stavo dimenticando di quell'insegna, la credevo piccola e nascosta chissà dove, non l'avevo più cercata, e invece ce l'avevo proprio lì incastrata nell'orizzonte.
Stoccolma mi stava salutando e io, maleducato e distratto, stavo per non ricambiare.

Hej hej Stockholm.

 

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