VENEZIA, ASPETTAMI CHE ARRIVO. IN RITARDO, MA ARRIVO

(on the air: Yeah Yeah Yeahs – Zero)

Vi dico tranquillamente le cose come stanno: partire, andarmene via, mi manca. E mi manca un casino. M’ero abituato troppo bene, ogni quattro mesi, via per nuove avventure in giro per l’Europa. L’ho scritto anche più di una volta, non è certo un outing di primo pelo. Però sempre per dire le cose pane al pane, la situazione economica del momento consente tanti voli pindarici e zero concreti. Quindi ecco che arriva il momento, come già era stato per il Trentino a dicembre, di sfruttare le conoscenze. E andare a vedere casa del mio cognatino, in Veneto. Dunque il tour riparte da Venezia. Ora vi parlo del mio inesistente rapporto con la laguna. Io e Venezia siamo come due persone che non hanno quasi niente in comune. Venezia è bellissima, ma tutti quei turisti, tutti quei piccioni, quell’acqua che sembra stia lì a ristagnare, non ha mai incontrato i miei favori. E magari anch’io faccio schifo a Venezia, ci mancherebbe. Però arriva il momento nella vita, che una tale bellezza, anche se non è il tuo tipo, va perlomeno incontrata per un fugace appuntamento. Per vedere fino a che punto ci si ricrede, perchè i pregiudizi a volte restano tali, ma nel caso di Venezia, cazzo, non possono restare così a vita, vanno abbattuti o confermati, ma comunque toccati con mano ferma. Da mercoledì (ormai domani per chi legge) sono in tourneè. Una giornata e mezza in Toscana, poi la fuga in treno verso Rovigo, quindi Cavarzere. Poi la mia prima volta a Venezia, forse anche Padova. In seguito parleremo della seconda parte della fuga, la settimana successiva, il nuovo ritorno in Toscana con tanto di matrimonio.

Ma intanto fatemi prendere un aperitivo con Venezia, fatemici parlare, fatemela interpretare, fotografare senza pudore, voglio provare a capire tutto di lei. E se non ci riesco, poco male, sicuramente sarà valsa la pena di conoscerla.

il vecchio e il mare

ANTICAJA E PETRELLA C’HA L’ICS FATTOR

(on the air: The Bastard Sons Of Dioniso – L’Amor Carnale)

Io poi ci rimango male, ecco.

Non guardo il Grande Fratello da anni ormai, negandomi per questo persino la Gialappa’s (e diciamolo, due palle anche loro oramai).

Non guardo l’Isola dei Famosi, da tempo diventata una sorta di riunione di freaks e illustri sconosciuti prelevati da altri programmi per sottosviluppati mentali.

Non guardo La Talpa, perché…che cazzo di programma è La Talpa?

Non guardo Uomini e Donne e mi sento fieramente demodè se a mammà dico che voglio fare il cronista e non il tronista.

Non guardo Amici, ho visto Sanremo e m’è toccato per forza sapere chi era Marco Carta, pur cercando qualsiasi modo per evitare di sentirlo, non ultimo l’azzeramento del volume col telecomando. 

Non guardo La Fattoria, ma suppongo che non lo guardi nessuno. Poi se lo vedete sono affari vostri.

Mi sono però fatto convincere dagli affetti e dagli amabili amici cialtroni di Facebook, a vedere X-Factor. O meglio, ho seguito le ultime quattro puntate. Sapevo che rispetto a tutti gli altri era meglio. Meno reality, più talento; eppoi Morgan, la Mara Maionchi e l’anno scorso l’esplosione di Giusy Ferreri. E come ignorare le banalità in lingua swahili della Ventura? Ci ho provato, io. E sì come ci si affeziona al gatto di casa, mi sono rapidamente affezionato ai The Bastard Sons of Dioniso. Immagine fresca, ma non da ragazzini senza cervello. Idee chiare, che nemmeno ce li vedresti in un talent show. Rock ruvido come la polenta made in Valsugana, niente a che fare coi Finley, ci potrei mettere tre mani sul fuoco. Tutto molto bello, li preferisco persino a Noemi, brava ma segata in favore di un inutile ragazzino con l’accento da neonato bresciano, tale Jury.

I Bastardi duettano con gli Elii, barbuti a mo’ di ZZ Top, in Uomini col borsello: è davvero l’apoteosi in vero budello e non in finto bue, sento che li amo. Dunque i tre pischelli trentini arrivano alla finale uno contro uno, a discapito di zavorra-Jury, finalmente freddato dal televoto. Sei lì che ci credi, un po’ come quando la tua squadra inanella una serie di risultati incredibili ed è a un punto dallo scudetto. Ora X-Factor mi piace proprio. Forse vince il rock, il loro inedito rievoca i Queens of the Stone Age, mica pizza e fichi. Esagero sfacciatamente, sopravvaluto volentieri con un pezzo di millefoglie in bocca, un bicchiere di limoncello nella sinistra e una sigaretta nella destra. Lasciandomi più che altro cullare dalla speranza che vinca qualcosa di non sfacciatamente e banalmente italico, qualcosa che per una volta abbia un fottuto respiro internazionale. Che qui da noi, secondo molti il rock è solo Vasco e Liga, dimenticando che Vasco e Liga, aldilà del fatto che cantano in italiano e da vent’anni cantano la stessa canzone, non venderebbero comunque più di due copie al di sopra della Val d’Aosta. E che il rock italiano è altra cosa, ma non ve lo passano ogni giorno su Errediesse. E se siete pigri col bottoncino o la rotellina del tuning, magari manco vi accorgete che esiste, il rock italiano.

Poi arriva lui. L’altro finalista, il lato oscuro della pizza. Una grandissima voce, non c’è dubbio. Infatti quando esegue scolasticamente, ma imperiosamente Somebody to love dei Queen, mentre i Bastardi fanno i Beatles, lo preferisco. Ma certo, a me i Beatles fanno cagare da sempre. I Queen invece li rimpiangerò finchè non raggiungo Freddie Farrokh Bulsara Mercury nella tomba e mi ci faccio due chiacchiere chiedendogli come ha fatto a toccare Iddio con le sole corde vocali.

Lui, l’altro finalista, è Matteo Becucci da Livorno. Voce, dicevamo, indiscutibilmente sopraffina. Ma che mi venga un colpo -di sonno- se vince lui col suo inedito trito e ritrito, appropriatamente definito dalla mia consorte, ideale come sigla per Un Posto al Sole 2, dico se vince lui siamo daccapo. Vecchio (e non per i suoi 38 anni, ci mancherebbe), stantìo, ma così melodicamente italiano. Così rassicurante che potrebbero metterlo sul palco della festa di Forza Italia, inneggiando all’ottimismo. Così vetusto, che mi’ nonno avrebbe certamente messo su Ettore Petrolini per sentire qualcosa di più nuovo sul suo grammofono. A Roma, uno così lo chiamiamo Anticaja e Petrella. Morgan si vergogna di essere il suo mèntore, ma gli tocca.

Mi trattengo dal farmi venire l’enfisema fumando l’ennesima Marlboro, ma l’adrenalina subentra di tanto in tanto al sonno incipiente. Mi sveglio dal torpore delle lungaggini tipiche di RaiUno a causa degli sfondoni di Facchinetti, che oltre a non sapere l’inglese non sa nemmeno l’italiano. E mi scappa una fragrante risata. Del resto gli ha insegnato tutto la Ventura, che è analfabeta.

Ci siamo, si decide chi vince e si pappa un contrattone discografico. Ultime due cover più due pezzetti a cappella, i Bastardi scelgono Contessa e la fanno strabene e li amo sempre più, anche perché insomma signori, Contessa. Becucci fa Mina e la fa benone. A cappella, Crosby-Stills-Nash (Suite Judy Blue Eyes) vs Spandau Ballet (I’ll fly for you). Ai punti meglio i BastardiFigliDiDioniso.

Il televoto mi regala la prevedibile delusione: per 16 miseri voti ha vinto Anticaja e Petrella.

Allora sapete che c’é? C’è che simpaticamente, di musica non ci capìte una sega. Tenetevi Becucci, Sanremo, Pippo Baudo, Ramazzotti, Al Bano, Antonacci, Marco Carta e compagnia cantante, per l’appunto. E tenetevi pure Giò Di Tonno, già che ci siete. Il rock non fa per gli itaGliani con la gì. Che già lo sapevo, ma per un attimo ci ho sperato.

Ho perso lo scudetto, m’è scappato il gatto di casa, ma se i Bastardi continuano per la loro strada, diventeranno qualcuno.

Però intanto X-Factor non lo vedo più, perché poi ci rimango male.

in copertina: il Vecchio e il Mare

PENSIERINI DI PASQUETTA

(on the air: Pete Doherty – Last of the English Roses)

Ho visto Roma semideserta in questi giorni pasquali. E non m’è dispiaciuto non finire intrappolato nel traffico, poter gironzolare e parcheggiare comodamente di sabato in zone che di solito sono off limits, causa sagra del coatto che mena e dell’oca starnazzante del sabato. Ho mangiato, dribblando come sempre l’abbacchio, che non mi piace. Ho visto un film al cinema, Diverso da chi?, ben girato e recitato, ma con una trama piuttosto scontata, nonostante il tema omosessuale trattato una volta tanto -vivaddìo- con leggerezza, ma senza scadere nella macchietta. Ne ho visto un altro, un’ oretta dopo, che mi è piaciuto decisamente. Si chiama The Jacket, è del 2005, e se qualcuno non l’ha visto, glielo consiglio. Ho scoperto che giorni fa mio cugino è stato insultato e minacciato da Enrico Varriale in gelateria e purtroppo, non seguendo il calcio, non sapeva chi aveva davanti (a parte il fatto che era un giornalista sportivo, visto che il Nostro glielo ha boriosamente fatto notare, manco fosse il re dell’universo). Non sapeva che se lo avesse pestato di botte avrebbe fatto la felicità di milioni di italiani. E se lo avesse filmato lo avrebbe sputtanato davanti all’Italia intera. Che peccato.

Non ho più sentito la terra tremare, il che non conforta certo chi è rimasto senza una famiglia o senza una casa, ma almeno la faglia sta cominciando a darsi una calmata, speriamo. Speriamo anche che sul branco di coglioni, stronzi, sciacalli, cazzari, presuntuosi alfieri di stocazzo, vignettisti, cali il silenzio una volta per tutte. E che gli assassini vengano presto puniti in modo esemplare. Anche se spesso mi sembra che vivendo dove viviamo, sia una speranza vana.

Sono a casa per questa Pasquetta. Grazie al cielo non avevo inviti per grigliate, braciolate, giornate al mare. Alla larga da ristoranti zeppi di famigliole assatanate, dal traffico del rientro che passi tre ore tra farti uscire cibo scadente dal naso e ruttare dietro un pallone sul prato, e quattro a contemplare i cartelli con il chilometraggio che manca a casa tua. Poi piove. Quindi sentivo al tiggì che in alternativa si va al centro commerciale. Ma un colpo di pistola in bocca, no?

Qualche altra ora e la carrozza che è Roma in questi giorni, tornerà zucca. Corredata di zucconi.

Sì certo, sottinteso, vi auguro di passare un buon residuo di pasqua, pasquetta e pasquettina.

L’istante esatto

Ogni giorno muoiono milioni di persone, suppongo. C’è chi muore di vecchiaia, chi sotto le bombe di una guerra ingiusta, perché una guerra giusta non esiste mai, ci sono adulti e bambini che muoiono di qualche male bastardo. Ma in nessun caso, noi, se non siamo direttamente coinvolti, sappiamo il momento esatto in cui queste persone se ne vanno. Il che non consola di certo. Però.

Stanotte, alle 3,30, ero seduto sulla mia sedia, davanti al pc, vagliando l’ipotesi di andarmene a dormire, com’era normale che fosse. Poi s’è mosso tutto. Le fondamenta del palazzo tremavano come non ricordavo di aver mai sentito. Quella volta di Assisi si muovevano le cose, i soprammobili. Stavolta no. Sbattevano le serrande, dondolava il pavimento, le mura di casa non potevano più definirsi amiche. Quaranta interminabili secondi, poi il silenzio. Ed è stato in quel momento, mentre Roma si svegliava di soprassalto, che mi ha assalito il terrore. Una sensazione che non avevo mai vissuto. Quella, nitida, che se l’epicentro fosse stato a diversi chilometri di distanza e dunque il terremoto molto più violento di quello che avevo avvertito a casa mia, in quei quaranta secondi tanta gente stava morendo. L’unica speranza era che fosse in mare, quel dannato sommovimento. Ma conoscendo la situazione sismica abruzzese di questi ultimi tempi, era una speranza vana. Internet, televisione, televideo. La frenesia di sapere dove, chi, perché. Fino alle 6 di mattina per capire che purtroppo quell’istante era stato fatale, letale. Pensateci bene. L’istante esatto. A me questa cosa ha fatto tanta paura. Molto più della mia casa che ballava.

Sapere. Sapere che in quaranta secondi, mattoni, travi, cemento, crollavano in testa a centinaia di persone addormentate e inconsapevoli o sveglie e consapevoli. E non c’è peggio o meglio. Non c’è fottuta retorica. C’è solo paura, dolore, morte.