Il Satrapo e il Sabbipode

IL SATRAPO E IL SABBIPODE

(on the air: Suuns – Up Past the Nursery)

Questo racconto mi fu commissionato circa tre anni fa. L’ho scritto ieri: con le scadenze sono un campione. Il racconto doveva comprendere: un satrapo, il vermone delle sabbie, un sabbipode (mai visto Star Wars in vita mia), i Barbapapà, un tossicodipendente. Come bonus, decisi di aggiungere la Banda dei Ranocchi.

Pianeta Terra (che banalità ambientare la storia sul pianeta Terra!) anno imprecisato.
Il satrapo del Dondestan, Katafalco III, convocò d’urgenza il consiglio supremo e fece ai suoi fidi collaboratori una richiesta che da molti fu definita bizzarra.
Chiese infatti di portare alla sua corte – già ricca di ori, donne di dubbia moralità e cibi esotici – un sabbipode per il suo personalissimo bestiario. I consiglieri rimasero stupiti dall’insolita richiesta: “che cos’è un sabbipode, Maestà??”.
“Ma come che cos’è??? È un predatore Tusken! Non avete visto Star Wars? Eppoi, cazzarola, al limite cercatelo su Google!”
“Tusken? Star Wars? Google-che??? Ma come parla questo?”
Il bizzoso satrapo si indispettì a tal punto che mandò a morte tutti i suoi consiglieri, pur non avendo considerato che in quell’anno imprecisato, né Google, né Star Wars erano stati ancora inventati. La pena di morte consisteva nel posizionare la testa del malcapitato dentro il tronco dell’albero del caucciù, con un imbuto fissato in bocca. In breve, ingoiando il lattice gommoso, la gente crepava senza spargimenti di sangue.
Indisse così un concorso pubblico: chi avesse trovato un sabbipode, avrebbe ottenuto un posto come impiegato negli uffici comunali. Anche in quel tempo imprecisato, il posto faceva gola a chiunque, anche se i commenti dei cittadini a riguardo erano molto scettici: “figurati, tanto poi vince il solito raccomandato”, “come minimo è un contratto a progetto per due mesi” , “che cazz’è il sabbipode? Se lo sono inventato perché il posto in comune non esiste o è già assegnato”, “la ka$ta!!11!! le scie ghimighe!!11!! SVEGLIAAA!!11”.
Alla corte del satrapo, si presentarono personaggi di ogni sorta: le donne si stracciarono le vesti, i re Magi giocarono senza successo la carta della mirra, Raymond Reddington gli portò una lista di cattivoni cospiratori, l’omino di marzapane offrì se stesso. Niente da fare, il satrapo era furente.
                                                               §
Un giorno, mentre si trasformavano in acqua liofilizzata in mezzo al deserto, i quattro rampolli della famiglia Barbapapà – Barbaforte, Barbazoo, Barbabarba e Barbabravo (ancora indignato perché nella sigla, Roberto Vecchioni lo aveva chiamato Barbablù) – si imbatterono in un bestione strano e alquanto pericoloso. Si aggirava nelle infide sabbie del deserto e quando usciva dalle dune, sbranava qualsiasi cosa gli capitasse a tiro: interi villaggi, balle di fieno, opossum e chi più ne ha più ne metta. Era un grosso verme famelico quasi impossibile da catturare. Barbazoo lo catalogò immediatamente come vermone delle sabbie, ma Barbabravo, tronfio e pervaso dalla sua immensa cultura enciclopedica, ne trasse l’etimologia e lo catalogò a sua volta: “cammina sulla sabbia, è un sabbipode!“
Barbabarba, notoriamente radical chic, rimase perplesso e andò a farsi un giro alle bancarelle equosolidali. Barbaforte andò a consultarsi con un tipo strano che ballava come un tarantolato lì nei paraggi.
“Senti un po’, ma tu lo conosci quel verme?“
“Certo che sì! L’ho pure blastato se è per questo!”
“Ma va? Io sono Barbaforte, piacere!”
“ E io sono Kevin Bacon” e così facendo, se ne andò volteggiando su se stesso.
Barbaforte pensò: se ce l’ha fatta uno che balla come un cretino che di cognome fa pancetta, vuoi che non ce la faccia io? Lo sconfiggo e vado a lavorare allo sportello delle relazioni con il pubblico! Barbapapà e Barbamamma saranno fieri di me e io potrò comprarmi il bilanciere nuovo che ho visto sulla televendita di Mediashopping.
Fu così che Barbaforte si trasformò in gabbia, diede un pugno al vermone e lo portò al satrapo.
Katafalco guardò bene la creatura, ma non gli sembrò un sabbipode.
“Non ci siamo, per tutte le moschee! Questo non è un sabbipode! Guardie! Prendete sia il verme che questo coso rosso buffo e portateli nel bestiario! Non saranno sabbipodi, ma sono sufficientemente scherzi della natura per poter stare in mezzo ai cani pechinesi e al pesce ratto!”
Barbaforte fu punito per la sua tracotanza. E soprattutto per l’idiozia dei fratelli.
                                                         §
Demetan e Ranatan, due rane piuttosto saccenti, di cui la femmina con la erre moscia, si aggiravano nel loro stagno sabbioso. D’improvviso notarono un dinosauro dai denti aguzzi come lame affilate di fresco. Ranatan gridò presa dal panico.
“Orrore orrore, un ramarro marrone!”
E Demetan: “zitta che non sai manco parlare e se ci sente siamo fottuti!”
La bestia era terribile, metteva i brividi soltanto a sentirne il verso. Era eretto come un t-rex, forte come un ciclope e…un momento! Il temibile rettile afferrò una lontra con i suoi artigli e la portò alla bocca famelica. La sorpresa dei due ranocchi saccenti fu grande! Il dinosauro non riuscì nemmeno a scalfire la lontra con i suoi denti. Anzi, i denti quasi si squagliarono.
Fu così che Ranatan guardò Demetan con gli occhi dolci, arrotò per bene la erre e gli disse: “Oooh Demetan e se quello fosse il sabbipode? Catturalo! Abbiamo bisogno di soldi e di un posto fisso, ti ricordo che mio padre, il re dello stagno, ci ha sbattuto fuori di casa perché sei un poveraccio senza una lira! E io come una cogliona che sto ancora dietro a te!”
Demetan, ascoltate tali parole, pensò che le cose si stavano mettendo male: temeva il divorzio e temeva di non poter più finanziare la sua collezione di etichette dei formaggini.
Si ingegnò, creò una trappola di ninfee e il dinosauro vi cadde dentro come un salame. Con somma fatica e aiutati da un viandante sumèro di passaggio, i due ranocchi giunsero a corte.
Il satrapo guardò bene il dinosauro che si divincolava dentro una rete metallica e sentenziò: “mannaggia alla Mesopotamia! Questo è chiaramente un mirtillodonte! Il dinosauro più inutile che il mondo conosca! Ha denti della consistenza di un mirtillo. Probabilmente è l’unico esemplare in vita, ma non potendo mangiare, mi si estingue dopo mezza giornata! Che cazzo ci faccio io con un mirtillodonte? Tzè! Io chiedo un sabbipode e questi due girini mi portano il MIRTILLODONTE! Per giunta non gli piace il gelato, nemmeno a dire che lo faccio campare in un altro modo! Buttate alla monnezza tutto questo schifo! Che me ne faccio io di due rane saccenti e un dinosauro imbecille?”
La bramosìa di Ranatan fu ripagata con una fine ingloriosa.
                                                   §
In un villaggio, nei pressi del palazzo dorato del satrapo, un giovane senza fissa dimora fumava amabilmente l’erba del vicino (era senza fissa dimora, ma aveva un vicino, sì, va bene?). Il vicino era partito alla volta dei lontani Paesi Bassi e non aveva fatto mai più ritorno. Il giovane era totalmente rincitrullito a forza di fumare tale erba. Pronunciava ad alta voce frasi sconnesse tipo Grk’Urr’Akk o Orrh Or’Ur. Insomma, era roba buona, ma lui ormai era talmente tossico che si era bevuto il cervello. Mentre delirava, gli si avvicinò un tipo vestito con abiti color sabbia, una copertura in testa e il volto coperto da una specie di maschera antigas.
Il tossico pensò: “questo sta moooolto peggio di me! Chissà che roba fuma!”
Avrebbe voluto chiederglielo, ma sbiascicò una frase tipo: “grk’kkrs’arr!”
Il tipo ultracoperto si fermò, accennò quello che per alcuni aspetti avremmo potuto definire un mezzo sorriso e rispose: “grkrk orrrr urrr arrr!”
Insomma, tra i due si creò un’assurda intesa. Quello che ancora il tossicodipendente non sapeva, è che aveva incontrato una delle creature più feroci che madre natura avesse mai spedito nell’universo: un sabbipode. Non solo, per uno strano caso del destino, da fatto, parlava esattamente la sua lingua e continuava a fare complimenti al riottoso figuro.
I due si incamminarono sulla strada asfaltata che casualmente portava dritta al palazzo del satrapo Katafalco III.
Il sovrano era uscito a fare una passeggiata per uccidere qualcuno, altrimenti si annoiava.
D’improvviso notò i due che discorrevano amabilmente in un idioma incomprensibile.
“Per tutti i valvassini! Quello lì è un sabbipode!!! Bravo giovanotto, hai vinto il concorso! Il posto da lecca francobolli a progetto è senza dubbio tuo!”
Il tossico, pur immaginando di leccare francobolli allucinogeni, non fece una piega e continuò a parlare con il sabbipode, non curandosi assolutamente del satrapo. Il sabbipode, invece, si stava alterando. Ne nacque una colluttazione di circa un quarto di secondo, in cui il satrapo tentò invano di chiamare le guardie: il sabbipode lo aveva già preso quindici volte a mazzate sulle gengive. Il satrapo morì male, molto male.
Il giovane non capiva una ceppa, ma fu felice di guardare un incontro di wrestling tra un tizio con la maschera antigas e un altro, vestito da coatto dorato.
Il Dondestan fu liberato dalla tirannia malvagia di Katafalco.

E i nostri eroi? Tornati nel giardinetto, il giovane offrì da fumare al sabbipode. Era l’inizio di una bella amicizia.
O almeno così sembrava.
L’effetto dell’erba psicotropa sulla creatura non fu infatti dei migliori: diede in escandescenze, si mise a cantare un intero album di Rob Zombie e sbriciolò di bastonate il suo nuovo amico. Se invece di drogarsi avesse aperto un libro, il ragazzo avrebbe saputo che non bisogna mai fidarsi di un sabbipode, soprattutto se allucinato.

Honeymoon on Mars (Il Giappone secondo me)

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HONEYMOON ON MARS (IL GIAPPONE SECONDO ME)

(on the air: Ovall feat. Yu Sakai – Hold You)

In principio furono i robottoni, poi Lamù, Kyoko, la magica Gigì e tutte le tipe che mi facevano impazzire, fino all’epopea di Toriyama in Dragon Ball, ai film di Miyazaki e al recente delirio della serie Mawaru Penguindrum. Insomma, per quasi 40 anni, un fortuito caso della vita ha voluto che assorbissi, con quelli della mia generazione e anche quelli delle successive, tanta di quella cultura giapponese (ciao sono Ataru Moroboshi, ve ne siete mai accorti?), da farmi dire che se un giorno avessi deciso di intraprendere un viaggio oltreoceano, quel viaggio sarebbe stato in Giappone. Lo dissi anche a proposito di un improbabile quanto lontanissimo viaggio di nozze. Sicché, puntualmente, mi sono sposato lo scorso ottobre. E sono andato in Giappone lo scorso novembre. Insomma, nonostante non avessi previsto proprio tutto, una cosa l’avevo messa in conto: il viaggio, QUEL viaggio, volevo e dovevo farlo.

Raccontare il Giappone è impresa ardua, soprattutto in 10 giorni passati a rimbalzare da una città all’altra. Però. Però qualcosa l’ho capito: i cartoni animati non mentivano. Quei comportamenti che noi definivamo strani, quel modo di mangiare un po’ naif, tutto quello che noi, ingenui fruitori di tv e fumetti, accettavamo di buon grado senza capire, pensando che i disegnatori fossero lì a dipingere dei marziani che nel mondo – proprio perché marziani – non esistono o si nascondono molto bene, insomma, tutta quella tonnellata di roba assurda è reale. Tranne il campo di Captain Tsubasa (Holly e Benji) lungo 10 chilometri, il resto è tutto lì, davanti a te. Tokyo è la terza città più popolosa del mondo con i suoi sedici milioni di abitanti. Vieni da una metropoli? Puoi davvero dirlo? Allora aspetta di trovarti nel fine settimana, sull’incrocio più affollato di Shibuya in un temperato pomeriggio di novembre. Ridimensionerai il tuo concetto di metropoli. Roma, Berlino, Parigi, Londra, niente. Paeselli. Prova ad attraversare la strada, trovati di fronte migliaia di formichine con gli occhi a mandorla e cerca di non perderti. Praticamente un videogioco con difficoltà altissima. Il mio Giappone inizia da qui.

Questo post dovrebbe proseguire con un accurato racconto del viaggio, cosa che per i miei neuroni assonnati è troppo impegnativa. E siccome sarebbe troppo lungo e contrario alle regole del web odierno, che riduce la vita in 140 caratteri con buona pace di chi si sbatte a scrivere per qualcuno che davvero sappia leggere, preferisco sfatare o confermare alcuni luoghi comuni sul Giappone. Per il resto, se vi interessa sapere qualcosa di più, prendete il primo volo o anche il secondo, e andateci. Non rimarrete delusi.

Vero o falso?


I giapponesi si vestono strani: vero.
Non sempre, ma è vero. I ragazzi alla moda di Tokyo si vestono come dei tamarri degli anni ’80. Pantaloni a zompafossi, abbinamenti fantasiosi e megaborsa da donna in spalla. Paillettes, disegnini sgargianti, vale tutto. Man mano che ti spingi nella provincia, invece, sono vestiti molto più normalmente. Le femminucce di Tokyo sono tutte bamboline con le ciglia finte e lo sguardo da fumetto. Dai 13 ai 35 anni indossano minigonne inguinali non curandosi del freddo, probabilmente abituate dalla divisa scolastica, quella da marinaretta che tanto vi faceva salivare quando guardavate i cartoni. Alcune hanno i capelli tinti di viola, di verde, di rosso fuoco. Moltissime portano la mascherina anti-germi. Anche in questo caso, spingendosi più in provincia, le gonne si allungano e le bamboline scompaiono. Un discorso a parte lo merita Kyoto, dove moltissime fanciulle (e qualche ometto) indossano kimono e zoccoletti.
Gli studenti girano in divisa anche nel fine settimana, facendo sembrare tutto un manga. O sono i manga che ricalcano esattamente la vita reale? Forse sì.

In Giappone si mangia sushi ovunque. Falso.
Soprattutto, non capisco chi si sia convinto di questa cazzata. In Giappone si mangia ovunque: i ristoranti sono disseminati in ogni dove e costano poco perché un giapponese in media mangia fuori sei volte a settimana. Ciononostante, l’amante dell’happy hour al sushi bar tarocco romano o milanese, potrebbe restare deluso. Il sushi, quello vero, quello buono, andate a mangiarlo nei chioschetti e ristoranti vicino ai mercati del pesce. Poi però provate il resto della cucina: potrebbe sì deludervi, ma anche sorprendervi. Mangiate per strada zuppe, ravioli sino-giapponesi e fritti presso quelli che noi chiameremmo zozzoni, entrate nei ristoranti ed evitate quelli coi piatti finti fuori. Che a noi, per esperienza personale, è sembrato fossero un tantino turistici. Il problema è che spesso, quelli senza piatti finti, non si capisce nemmeno cosa servano (sai, gli ideogrammi…) e allora sta a voi scegliere se provare il brivido dell’imprevisto. Io ad esempio ho mangiato l’okonomiyaki di Hiroshima, un assurdo impiastro alla griglia, e mi è piaciuto. Alla lunga, il sapore tendente al dolce potrebbe portarvi a provare la pizza in un ristorante italiano e constatare che per una volta la cosa si può fare, perché margherita è buona (cit.) e non si mangia con le bacchette. Se poi incontri una ragazza che nel suo locale fa il miglior caffè di Kyoto, del Giappone e di buona parte dell’Italia, allora puoi sentirti a casa.

I ristoranti hanno tutti le posate. Prevedibilmente falso.
Non le ha quasi nessuno. In quasi 30 anni di onorata carriera nei peggiori ristoranti cinesi della città, ho scelto -oltre a far del male al mio apparato digerente- di non imparare a usare le bacchette. Ma nella vita, amici, serve sempre. Quindi, ricordandomi di Goku e Gigi la Trottola, ho capito che mangiare gli spaghetti in brodo e il riso non è poi così difficile se inclini il piatto e lo accosti al tuo corpo (a parte la totale assenza di tovaglioli di qualsiasi tipo). Il problema viene quando devi mangiare qualcosa di più consistente tipo un pezzo di carne o una tenpura di verdure grosse. In quel caso, mordi un pezzo e lo ritiri giù tipo i bambini piccoli inconsapevoli di fare cosa cafona, o ingolli tutto in una volta sola rischiando la vita. Cheppoi il coltello non esiste. Per loro tagliare potrebbe significare usare la katana e uccidere la gente, ma non affettare il cibo nel proprio piatto. Insomma, fossero italiani, niente fiorentina. Al massimo tagliata o saltimbocca. 

Vai in Giappone e portami un ricordino! Qualcosa che ricordi nostalgicamente la nostra infanzia di drogati dei nippocartoni! Tanto lì si troverà tutto! Niente di più falso.
Gli otaku (leggasi appassionati di fumetti) sono aggiornatissimi. Un manga di due anni fa è già vecchio. Non esistono t-shirt con il vostro eroe di 30 anni fa. Nemmeno per sbaglio. Anzi, non esistono o quasi t-shirt  con personaggi dei fumetti. Casualmente sono tornati di moda Creamy (perché è il 30esimo anniversario), Lupin e Ken il guerriero, ma solo perché erano usciti dei nuovi videogames. Il resto è polveroso antiquariato: ho visto le macchine di Yattaman, i modellini di Carletto principe dei mostri, i robottoni e financo la Godzilla’s Gang, ma tutto rigorosamente vintage, quindi anche costoso. Gli unici che reggono bene all’usura del tempo sono One Piece! e Dragon Ball, più i monumenti nazionali Doraemon e Hello Kitty, che per loro sono quello che per noi potrebbero essere Pippo Baudo e Mike Bongiorno. Cheppoi potresti pensare di trovare ‘sta roba in ogni dove. Invece i negozi stanno solo nei quartieri adibiti a tali amenità. Quindi o vai lì, o non ti accorgi di essere nella terra degli anime e dei manga. Oddio, in realtà te ne accorgi perché ogni oggetto ha una faccina pucciosa.

Gli oggetti hanno la faccia. Vero.
Ricordate la cacchina di Arale? Akira Toriyama era un genio, un pazzo o cosa? Niente di tutto questo. In Nippolandia qualsiasi oggetto, monumento, cosa inanimata, può essere umanizzata. Del resto, tra tutti i cosi che venerano religiosamente ci sono anche coccodrilli, tigri, bestie sataniche e mostri Haniwa. Allora il sushi ha una faccina tenerella accompagnata da una gocciolina di sudore, il treno superveloce ride, le polpette di polpo (takoyaki) ammiccano, i modellini dei templi ti guardano e il monte Fuji ti fa la linguaccia. Trattasi di abuso di merchandising-emoticon con le ciglia.

Il monte Fuji è imponente. Vero.
Ho un ricordo nitido di Hiroshi Shiba, aka Jeeg Robot d’acciaio, che al tramonto guida la moto su una lunga strada. In fondo c’è sempre un enorme vulcano, il monte Fuji per l’appunto. Una musica malinconica accompagna il veloce incedere della moto truzza che quando lui si trasforma finisce sempre in un burrone, ma che nella puntata successiva è  nuova di pacca (aveva forse una concessionaria?). Il vulcano è lì, da solo, senza altri monti attorno. Immaginate la terra quasi piatta che sale vertiginosamente a quattromila e passa metri fino ad arrivare lassù, sulla bocca conica imbiancata dalla neve. Ecco, il Fuji è davvero uno spettacolo, da lontano e da vicino. La musica malinconica stava bene con la sua monumentale e struggente solitudine.

I giapponesi adorano i gatti. Niente di più vero.
Li adorano a tal punto che, oltre a riempire le bancarelle di Maneki Neko, i gatti portafortuna col braccio alzato, si sono inventati i neko cafè. Entri, ti togli le scarpe come in un tempio, ti disinfetti le mani, ché qui quelli puliti sono i gatti, e paghi (ogni mezz’ora) per accarezzare le bestiole mentre sorseggi un caffè, un tè, una camomilla o quello che ti pare. Ovviamente le bevande non sono incluse nel prezzo pagato per vezzeggiare i felini. La popolazione vive in case piccole, è difficile tenere un animale domestico in casa, quindi perché non andare a togliersi un po’ di stress dagli amici mici? Ho visto gente adulta rincoglionirsi totalmente giocando con un sonaglino e un gatto. Stanno per arrivare anche da noi, solo che noi i gatti ce li abbiamo per strada. A meno che i cinesi non li catturino per servirteli come pollo al ristorante.

I templi sono tutti uguali, visto uno visti tutti. Falso.
Noi ne abbiamo visti almeno una decina, la maggior parte a Kyoto (ma anche Tokyo, Hakone, Nara, Itsukushima). I giardini tutt’intorno sono meraviglie assolute fatte di aceri (che in autunno danno il meglio in tre colori: giallo rosso e verde), conifere orientali, cachi e laghetti zen. Non saprei dire quale sia stato il migliore, ma se capitate tra novembre e dicembre, non perdete la visita notturna a Kiyomizudera, il tempio sulla collinetta di Kyoto. Sindrome di Stendhal a brocche.

La vita in Giappone è cara. Falso. O almeno, per un turista che si ferma poco è assolutamente falso.
Non ho comprato il giornale perché se proprio lo volevo me lo portavano in albergo, non ho pagato bollette né tasse (e ci mancherebbe altro), tuttavia mi preme dire che mangiare, visitare monumenti, fermarsi a prendere qualcosa di caldo, fare colazione, non è costoso come si pensa. I prezzi spesso sono più bassi che in Italia (esempio? in 10 giorni il conto più alto per mangiare -bene- è stato l’equivalente di 25 euro a persona). I mezzi pubblici sono un po’ una sciarada per via delle varie compagnie di metropolitane (soprattutto a Tokyo) che spesso non ti permettono di fare un biglietto unico. Spicci di qua, spicci di là, alla fine spendi. Muoversi in giro per il Giappone sui treni proiettile (shinkansen) è talmente comodo e bello che alla fine fare un Japan Rail Pass (la carta che ti permette di viaggiare su quasi tutti i treni) è una spesa benedetta. Tipo Osaka-Kyoto in 15 minuti significa che se non ti piace Osaka (possibilissimo) e sei già stato a Kyoto adorandola (molto probabile), puoi tornarci anche subito. E non è vero che non c’è tanto spazio per le valigie, a meno che non portiate con voi un contrabbasso. Inevitabile il confronto (impietoso) con le nostre Frecce e Italo vari: puntualità suprema, spazio per le gambe, niente passeggeri di fronte, sedili direzionati sempre verso la mèta, religioso silenzio e pulizia assoluta. Al massimo constaterete che la roba da mangiare che tutti portano nei bento (leggasi schiscetta a più scomparti) emana un odore nauseabondo.
I taxi costano a chilometraggio, il che vuol dire che in città (visto il traffico micidiale) ti conviene alla grande rispetto al normale tassametro, mentre se arrivi dall’aeroporto ti spennano.
Tornando al carovita, se andate a fare shopping nei negozi che abbiamo anche in Italia, sinceramente non so dirvi e non è cosa che mi interessa. Comunque meglio andare coi contanti in tasca, non ve li ruba nessuno e non avete problemi per pagare. Cosa che invece potrebbe succedervi con bancomat e carte di credito.

Ah l’elettronica, che meraviglia! Tendenzialmente falso.
I negozi si trovano nell’apposito quartiere (ma quanto sono schematici?) e ti vendono telefoni e televisori un tanto al chilo. Negozi col buttadentro e la luce al neon che sembrano usciti dalla periferia di Shanghai. Insomma dai, non fate gli italiani, non andate tristemente in Giappone per comprarvi un i-Phone.

I giapponesi sono fissati con karaoke e pachinko. Verissimo.
Ricordate quando il vostro beniamino giocava a quel giochino in cui cadevano palline in ogni dove? Quello era il pachinko. Esistono sale giochi pressoché ovunque. I giapponesi di ogni età si rilassano davanti a uno schermo, in pubblico. E spendono anche tanto. Poi vincono sigarette e altri premi e, se vogliono, vanno a cambiarli in yen nelle vicinanze. Perché sarà pure tutto proibito, ma poi in realtà è tutto concesso. Il gioco d’azzardo come la prostituzione. È illegale, ma i locali a luci rosse e i centri massaggi (non certo squallidi come quelli che vediamo da noi) pullulano e quello che succede dentro si sa e non si sa, ma alla fine si sa. Spesso hanno prezzi da capogiro. Per dire, il quartiere dei divertimenti di Osaka, Umeda, ne è pieno. Da bravo gaijin ignorante ho cercato di ricostruire la giornata tipo di un giapponese: lavoro/scuola/corsi/università fino a tardi (ho visto gente uscire alle 22), ricca mangiata fuori (ma in realtà mangiano a qualsiasi ora), ricca ubriacatura tra birra e sake e divertimenti vari a seconda di disponibilità economica, età, sesso. La sala giochi, il centro massaggi, o il famigerato karaoke. Esistono miriadi di sale per il karaoke. E sono aperte accaventiquattro. Così se un coglione ubriaco (certamente ce ne sono anche di sobri) vuole cantare Billy Jean di Michael Jackson alle 4 di mattina, invece di farlo per strada e molestare il vicinato, può chiudersi lì e sfogare i suoi istinti. Insomma, decompressione allo stato puro dopo ore di rigido inquadramento sociale.

In Giappone non riesci a farti capire e non capisci. Falso anche se solo in parte.
Era il nostro grande terrore: gli ideogrammi. La loro cultura composta da poco occidente anche nella lingua e nei segni. A Hiroshima ci è capitato che quasi nessuno sapesse l’inglese, eppure ci siamo fatti capire, si sono fatti capire. Di inglese ne sanno poco, ma non facciamo tanto gli splendidi: chiedere indicazioni a un funzionario della metro e sentirsi rispondere in inglese anche zoppo, è cosa che spesso a Roma te la sogni. Quando poi una signora gentilissima ci parla in italiano, è addirittura clamoroso. Problemi veri di incomunicabilità non ce ne sono mai stati, anche perché loro, i jappu, ci hanno aiutato in ogni modo possibile; basta non uscire mai dai loro rigidi schemi. A noi per fortuna non è servito. Casomai mere difficoltà nel capire i costi da una fermata all’altra della metro. Ma serviva anche capire il sistema, del tutto sconosciuto a noi europei.

Per strada non si può fumare. Vero.
In alcune strade all’improvviso ti ritrovi il divieto di fumo per terra e vai nel panico: se arriva la polizia e mi uccide con un doppio maglio perforante? Cheppoi i giapponesi fumano ovunque tranne che per strada. Nei locali si fuma, all’aeroporto in apposite zone tipo acquario dei fumatori  si fuma, a Osaka (tutta), si fuma. Grandi fumatori e grandi bevitori, i giapponesi sono famosi per campare 100 anni. Probabilmente sarà l’alimentazione priva di grassi.

L’acqua è gratis. Vero.
In qualsiasi luogo pubblico mangereccio, puoi liberamente rifornirti di acqua del rubinetto. In moltissimi casi te la portano loro e se la finisci ti riempiono il bicchiere. Inoltre, per strada è pieno di comodi distributori automatici di bevitorie di ogni sorta. Da noi li avrebbero sfasciati in mezzo secondo. Amarezza. E, a proposito di civiltà, sotto ogni sedia di ogni benedetto locale, c’è un cestino per appoggiare borse e buste. Roba che da noi ti fotterebbero anche il cestino. Amarezza/2.

I giapponesi fanno le code. Vero.
Ho visto code ordinatissime per andare a prendere un tè, per un negozio che inaugurava e per salire su treni, metro e autobus. Peccato che una volta entrati, tutti si trasformino in velocissimi ninja senza alcuna regola di convivenza civile. La minima esitazione, e quando dico minima intendo davvero minima, ti costerà il posto a sedere. Lo abbiamo capito quando, dopo aver perso un autobus a Kyoto, un anziano signore ci ha spiegato con un’ottima gestualità, che alla fine della fila bisogna fare a gomitate.

In Giappone non esistono cassonetti e cestini della spazzatura. Vero.
E non si sa dove buttino la roba. Tu, comunque, torni in hotel con le tasche piene di monnezza. E per terra è tutto pulito. Tranne che a Osaka.

I giapponesi sono lavoratori indefessi. Vero.
Ci sono dei lavori che da noi non esistono. Lavori pressoché inutili, ma buoni per riempire il vuoto della disoccupazione. Esempi? Segnalatori di lavori stradali. In quattro per una buchetta, tutti con la loro palettina luminosa. Buttadentro di negozio di dolciumi vestito da donna che si rende ridicolo ballando e urlando su una sedia; ragazza minorenne che attira i clienti nei maid cafè; omini che quasi accompagnano la partenza di un treno, almeno uno per carrozza; sostitutori di canne di bambù marce che compongono alcuni corrimano nei giardini dei templi; imbonitori sessantenni di negozi di abbigliamento per le strade coperte di Hiroshima. Di certo ci sarà anche chi fabbrica centrini per ricoprire sedili e poggiatesta dei taxi, visto che sono tutti così amabilmente merlettati. E tanti altri che ora non ricordo. Non trovi lavoro? Emigra in Giappone! Peccato che probabilmente ti fermeranno in aeroporto e ti rimanderanno a casa tua.

I giapponesi sono gentilissimi. Vero.
Pensate che il controllore fa l’inchino in ogni vagone del treno e che l’autista dell’autobus saluta i passeggeri a uno a uno mentre scendono. Serve altro?

Come nei cartoni, i giapponesi non nascondono le emozioni. Vero.
Sorridono, fanno inchini, fanno il segno della vittoria in tutte le foto, che poi vuol dire che sei felice di essere lì in quel momento. Ma soprattutto, le massaggiatrici strafighe di Osaka non facevano niente per nascondere che, in minigonna e senza calze per strada, avevano un freddo becco. Lo dimostra il fatto che battessero i denti senza dignità alcuna e facessero smorfie da crocifissione.

In Giappone è pieno di italiani. Falso.
E aggiungerei per fortuna. Ne abbiamo visti sì e no otto in 10 giorni e la cosa non ci è affatto dispiaciuta, anzi.

I wc sono ipertecnologici. Vero.
Le washlet all’occidentale, oltre a fungere da bidet, sono prodigiose a tal punto che se premi il tastino con la nota, riproducono il finto effetto dello scarico per non far sentire rumori strani.

Dopo tutta la sbrodolata, fatemi aggiungere pochi appunti sparsi.
Non cibate i daini del parco di Nara e quelli della (peraltro meravigliosa) isola di Itsukushima-Miyajima, potreste ritrovarvi inseguiti da un branco di famelici ungulati, altro che Bambi.
Le gite organizzate (noi ne abbiamo fatte due per pietà) sono quanto di più spoetizzante esista. Tutto velocissimo, tutto al millimetro e guai a a te se sgarri di mezzo minuto. Certamente abbiamo visto luoghi ove altrimenti non saremmo andati, ma mi chiedo: uno che va in crociera e scende a visitare un posto coi minuti contati, quale divertimento masochistico prova?
Quando mi chiedono se ci tornerei, rispondo che ci tornerei di corsa, anche se l’idea di rifarmi di nuovo 12 ore di viaggio di cui 8 sorvolando l’infinita steppa siberiana, mi dà i brividi.
Per finire, un aggettivo per città: Tokyo immensa, Kyoto affascinante, Hiroshima agghiacciante (il museo della bomba ti lascia due ore in completo silenzio), Osaka coatta.

ありがとうございます