MA ANCHE NO

( on the air: Khonnor – An ape is loose )

Quando hai sonno, quando ti fa male la schiena, quando un Aulin fornito da un’angelo custode (l’apostrofo è voluto, sia ben chiaro, licenza poetica) ti toglie almeno un po’ di mal di testa, quando sei lì che dovresti spegnere la luce e andare sotto le pezze, non lo fai. Attacchi un mp3 raffinatamente elettronico e fissi il vuoto. E il bianco di uno schermo che va gradualmente riempiendosi di lettere messe lì più o meno a caso. E sei lì che ti chiedi chi te l’ha fatto fare a scrivere e contemporaneamente sai che vuoi scrivere qualcosa da lasciare ad imperitura memoria. Pensi che la lampada alogena non sia rivolta verso di te e si sia offesa per non si sa bene cosa, fattostà che preferisce parlare a distanza con un orologio da muro piuttosto che con te; pensi che sarebbe ora di togliere dalla scrivania qualche libro universitario ormai impolverato dagli anni dell’ingolfamento, pensi che il ventinove, per la prima volta da qualche anno, hai dimenticato un compleanno che nel bene o nel male, ricordavi sempre. E pensi che la colpa è della serenità. Un’ottima colpa direi. Ti ha tolto l’eterno dubbio sms-sì, sms-no. E’ no perchè non ci hai pensato. E sei felice di non averci pensato, finalmente. Catarsi. E intanto stacchi i capelli dalla testa per vedere a che punto di lunghezza sono arrivati, ben sapendo che presto verrà il fatidico momento del taglio. Fissi di nuovo il vuoto, vorresti che Gambadilegno finisse quel cazzo di sigaro una volta per tutte. Vorresti che le ore notturne scorressero ancora più lentamente di quanto non fanno già. Apriresti un libro mai letto, un album di foto di qualsiasi periodo della tua vita, un quaderno con quattro cazzate dentro. O un’agenda che racconta la tua vita, ma che andrebbe aggiornata da una risma di mesi. Faresti tutto questo? Sì, ma poi no. E pensi che sia anche ora di scrivere la parola fine a questo post. Mentre Odiolatrippa (per chi non sa, vedi sotto, ndr.) non si è ancora rivelato.

IL MISTERO DI ODIOLATRIPPA

( on  the air: The Others – Breaking up the pieces )

Dopo aver fumato una sigaretta e aver parlato un paio d’ore al telefono, ecco il sospirato post.

Ognuno nel suo blog ha un troll che si rispetti. Il  troll però, di solito parla male del padrone del blog nei commenti. Il mio non è un troll, è qualcosa di più. Lui non mi critica, lui parla (abbastanza) bene di me. E soprattutto, dice che conosce mio cugino, conosce Fiorereciso, ovvero la ragazza di mio cugino e sa chi sono io nella vita reale. Ma ve lo immaginate un anno, anzi un anno e mezzo, a tentare di capire chi è l’anonimo che si firma Odiolatrippa? A intervalli ciclici e regolari, ricompare sul blog, e mi dice che forse un giorno ci conosceremo (se già non ci conosciamo). Frequenta anche il blog di Shpalmena, e qui sinceramente mi sfugge il collegamento. Ipotesi accreditate per circa dieci secondi a testa: il cugino hacker di mio cugino, qualche amico recondito di mio cugino istesso, il capo dell’altra radio in cui lavoral’Aliena, un pazzo, un blogger travestito da anonimo, amici burloni o l’altro blogger Occhiodipollo. Tutte ipotesi svanite nel nulla, perchè Odiolatrippa è abile, disse una volta di avermi anche visto. Ma ora siamo giunti al redde rationem. Dove non è servito l’indirizzo ip, un semplice collegamento da Inwind, se non sbaglio da Roma, dove non è servito indagare presso chiunque, dove non è servito in passato chiedere a lui, resta una sola soluzione. Il post. Era tanto tempo che volevo dedicarglielo, ora mi sono deciso a farlo. E lui mi ha promesso che mi rivelerà chi è. Voi ci credete? Io mi fido. E ci spero. Dunque caro signor Odiolatrippa, è giunto il momento…giù la maschera! Soprattutto perchè un genio della dissimulazione come lei, io voglio conoscerlo. E voi cari lettori, aiutatemi, non so come, ma aiutatemi.

IL POST INUTILE DI PASQUA

( on the air: Subsonica – Abitudine )

NO. Al pranzo fuori e alla robaccia che ti propinano.

NO. Ai poveri mentecatti che si fanno ore di fila per una tristissima scampagnata.

NO. All’ancora più triste picnic sull’erba, mentre ti dai le gomitate con l’accannato accanto.

NO. Alla Pasqua e alla Pasquetta.

Vabbè. Buona Pasqua.

APPUNTI SPARSI

( on the air: Bloc Party – Banquet )

L’anno scorso fecero fuori il pino, ora è stato il turno dell’acacia. Avevo due alberi, due begli alberi davanti alla finestra della mia stanza. Uno all’anno, li hanno segati, eliminati, ridotti a combustibile per il caminetto. Ci ero affezionato, li avevo visti crescere, erano cresciuti insieme a me. Poi, siccome stavano nel giardinello sfigato di quelli del primo piano e non so quale noia gli dessero, li hanno uccisi. In questo periodo se ne sono andati parecchi pezzi di storia della mia vita (sì, anche quella casa). Strano affezionarsi a un paio di alberi, ma vivendo in una metropoli dove regna il caos, ritrovarsi a due passi dal centro, immersi nel verde, vi assicuro che è bello. Da oggi e da un anno fa, è un po’ meno bello. Ma passiamo oltre. Ho visto Manuale d’amore e ho constatato con mio sommo disappunto, che Silvio Muccino è diventato bravino e non parla più con la zeppola. E in questo film è meglio di Verdone (penalizzato dal singolo episodio del film), di Rubini (svogliato), della Buy (sempre uguale), della Littizzetto (scialba). Mai avrei pensato di ridere tanto alle battute della coppia Muccino-Nongiovane Francesco Mandelli di MTV. E Jasmine Trinca è gnocca. E c’è anche il mio grande amore di sempre, Anita Caprioli. Venerdì chiuderò il capitolo tesserino da pubblicista, toccandolo con mano, mettendolo con cura nel portafogli e pagando l’ultima somma insanguinata. Dopodichè, essendo iscritto all’albo dei giornalisti, tenterò di scroccare più mostre, cinema e concerti possibili. E magari troverò anche un lavoro un po’ più stabile. Quasi da non crederci, una persona che mi è vicina, la più vicina, è riuscita ad imbrigliarmi per più di due mesi. E spero che mi imbrigli ancora per parecchio. E ho mangiato un panino con il cordonbleu e bevuto una pinta di birra e non ho ancora digerito. E non ho ancora scritto una parolaccia dall’inizio del post. E me ne sono accorto adesso. E ho voglia di fumare, ma vado a dormire. Ecco, ho parlato di me. Non succedeva da un po’, mi andava di farlo, non vi ci riabituate.

CHE SORPRESA!

( on the air: The Bravery – Unconditional )

Ad essere sincero e volervi rivelare tutto, avrei voluto scrivere un altro post. Avrei voluto rapportare il post di un anno fa alla mia situazione odierna. Ma poi l’ho letto, e ho deciso che non è cambiato  niente da quel post. E vi dirò di più, Paperetta Ye Ye continua ad essere uno dei miei sogni erotici. Quindi, visto che il mio noto odio per le festività, non aveva investito la scorsa Pasqua per ragioni logistiche (ero a Rimini), ho deciso di introdurre l’argomento pasquale. Che forse, solo se mi andrà, verrà ripreso con altro taglio, nei prossimi giorni. Sì, bè quindi? Dove vuoi andare a parare Ataru? Vi parlerò delle sorprese delle uova di Pasqua. Ma non dei peluches, non dei gioiellini in finto argento e nemmeno dei portachiavi a forma di batacchio. Voglio parlare delle famigerate sorprese montabili. Traumi su traumi hanno provocato in me, queste dannatissime sorpresine. Ovetto Kinder o uovo di Pasqua più grande: scartavi, rompevi a fatica l’uovo, mangiavi un pezzettino di cioccolato (per me ora come ora, rigorosamente nocciola o fondente, non propinatemi roba da diabete tipo kinder o al latte, grazie), evvia. Scatolina classica, gialla o arancione, di forma pressochè ovale, di quelle che se premi bene sul centro, il coperchio parte per la millemiglia. Eri lì che ci speravi, unasorpresasutresaràunodiloro, non importa chi. Una volta c’erano i Puffi, poi le tartallegre, gli ippocani, i fratarcangeli, gli orsifritti e i cazzabubboli e via dicendo. Tanti bei personaggini nuovi di zecca con cui giocare o semplicemente da mettere in bella mostra nella cameretta. Aprivi dunque quella scatolina, e vedevi un involucro di cartacce. No, non può essere, io lo so che non è così, dai, per favore. E invece sì. Quelle sono istruzioni. O al massimo, adesivi. Avevi trovato una delle altre due sorprese che non erano i tuoi personaggi preferiti. O li riguardavano soltanto. Ma non erano loro. Quadrati di plastica con pezzetti da staccare e poi rimontare, una piattaforma verde, qualche adesivo e le istruzioni financo in sanscrito. Che culo. Intanto gli altri bambini giocavano con i giuggioletti e gli andromostri. E tu lì, a guardare quelle fottute istruzioni. Che oltretutto indicavano soltanto alcune cose, ma non spiegavano tutto. Insomma c’era il prospetto per montare i pezzi, per attaccare gli adesivi, ma dirmi che cos’è? Avevi sempre l’impressione che ci volesse un’equipe della NASA  per montarli e un ingegnere nucleare per spiegarne l’uso e il funzionamento. Eppoi venivi a scoprire di aver trovato il carro funebre di Topolino, la slot machine di Tom e Jerry e la giraffa di Bibì e Bibò.  Prendevi la tua fantastica sorpresa montabile, montata (da te) male. Magari la davi a papà, che lui sì che ci capiva e la montava bene. E? Potevi forse mettere il carrettino degli ortaggi di Fred Flintstone sulla tua scrivania o la tua mensolina come se niente fosse? No. E allora posti caldi e accoglienti attendevano la tua sorpresina montabile. Ad esempio la cantina o il secchio della spazzatura. E se avevi due uova da scartare, il danno, che te lo dico a fare, era doppio. Allora se quest’anno mi regalate un uovo (rigorosamente fondente o nocciolato, ribadisco), fatemi il favore, informatevi prima e fatemici trovare Paperetta Ye Ye. Ecco.

LEMONY SNICKET – UNA SERIE DI SFORTUNATI EVENTI

 ( on the air: Stereophonics – Dakota )

 “Mi rincresce dire che questo film che state per vedere è estremamente sgradevole. Se desiderate vedere un film su un piccolissimo elfo, ci sono ancora posti nella sala due; tuttavia se vi piacciono le storie di orfani astuti e ragionevolmente gradevoli, di incendi sospetti, di sanguisughe carnivore, di cibo italiano e organizzazioni segrete, allora restate.”

Così si apre il film. Ispirato ai primi tre dei tredici libri di Lemony Snicket, alter ego del misterioso scrittore Daniel Handler. Di solito quando scrivo una recensione di un film,  possono esserci due motivi. O per massacrarlo o perchè mi è piaciuto tanto. E ultimamente avrei dovuto scrivere bene di Sideways e Le conseguenze dell’amore, due bei filmetti, e forse avrei quasi dovuto stroncare Nascosto nel buio. Ma non l’ho fatto. Rompo dunque il silenzio cinematografico per parlare, bene, di questo lungometraggio di Brad Silberling. ( Casper, City of angels )

Qualcuno penserà, vista la classificazione di fiaba per bambini, a un facile paragone con Harry Potter. In realtà, l’universo di questo film è lontano anni luce da quello del complesso, ma in finale semplice e odioso maghetto della Rowling. Se questa è una fiaba per bambini, ben venga. Niente lieto fine, sfighe a catena, atmosfere in perfetto stile goth-dark, ispirate al modello di Tim Burton. E un Jim Carrey che continua a scegliersi copioni di lusso. Dopo Eternal sunshine of the spotless mind (semilasciticancello), da me ( e non solo) definito come autentico capolavoro, arriva il personaggio del Conte Olaf. Zio cattivissimo, fanfarone, attore fallito, trasformista, si sollazza e ci sollazza con una prestazione a dir poco esagerata. Sceneggiature degne appunto del miglior Tim Burton ( non a caso, c’è lo stesso scenografo di Sleepy Hollow ), musiche magiche e inquietanti, poche ma ottime risate vere, colpi di scena,  tre bambini poco politically correct, disegni (vedi sopra), comprimari di lusso come Jude Law, Meryl Streep e Dustin Hoffman. Intrattenimento puro, ma non banalmente americano, storia serrata senza momenti lenti, mai uno sbadiglio, ansiogena come Alice nel paese delle meraviglie o una favola dei fratelli Grimm. E Dickens come modello. Citazioni tutte da cogliere, come l’omaggio a Lon Chaney, maestro dell’horror di -anta anni fa. Ambientato in un tempo sospeso tra l’epoca vittoriana e i giorni nostri, effetti speciali belli, ma non esagerati, Una serie di sfortunati eventi, tende a rapire lo spettatore. E a far aspettare che esca il seguito. Che sono sicuro, ci sarà, visto il finale aperto e la quantità di libri ancora da raccontare. E Jim Carrey è ormai decisamente attore a 360 gradi. Completo. Se non si fosse capito, tornerei a vedere questo gioiello gotico anche domani. E non sto manco a parlarvi delle simbologie, che tanto, a vederle mi sono sfuggite e l’ho dovute leggere sulle recensioni. Dunque abbasso erripotter e gli inflazionatissimi cartoni animati fatti al computer, che ormai ne esce uno al mese, evviva la fiaba senza lieto fine.

 

 

 

 

PAROLE FASTIDIOSE

( on the air: The Arcade Fire – Rebellion )

Tutto nasce da Erbasalvia. Ma ve lo spiego alla fine. Ora vi chiedo: ci sono delle parole che solo a sentirle vi viene l’orticaria? Per un semplice suono cacofonico oppure per antipatia a pelle o semplicemente così tanto per. Prendiamo il verbo danzare. Soprattutto se pronunciato da qualcuno del sud, con quella maledetta zeta dolce, è a dir poco ributtante. E lo stesso vale per il sostantivo calza. Poi c’è patente, che non so perchè, ma tende ad irritarmi. O ancora purè. O magari tallone o, peggio ancora riassunto. E pietà? Tutto ciò è assolutamente fastidioso, per me, ovvio, e non so spiegarvi il motivo. Vi invito a inserire nei commenti, se ci sono, le vostre parole fastidiose. Ma torniamo al principio. Erbasalvia utilizza spesso la parola moroso per definire il suo boyfriend. Ecco, per me moroso/a è il massimo dell’irritante. E’ peggio di fidanzato/a, e ho detto tutto. E voi, come chiamate il vostro partner? Ero in effetti in dubbio se postare questa robetta o un dialogo tra il Fornetto Selettore e la Grattugia Bella. Ma siccome ero in vena di farmi gli affaracci vostri, ho scelto ciò. Magari la prossima volta mi impegno a scrivere di questi due eroi. Notizie sparse: mi sono ritirato dal reality. Sparse? E’ una sola. Bè, fa niente, significa che è calmapiatta. Tanto meglio.