ZODIAC

(on the air: Donovan – Hurdy Gurdy Man)

La vera storia di un serial killer, un caso aperto da quasi quarant’anni, ed ecco che David Fincher ritorna in pista. Il regista di Seven e Fight Club, due capolavori degli anni novanta, si era un po’ appannato tra un film riuscito e uno no. Cinque anni fa l’ultimo, Panic Room, non è che sia stato proprio indimenticabile. Fincher ci riprova con questo documentario-thriller. Prima di tutto documentario però. Ricostruzione minuziosa di un’indagine complessa che parte dal 1969 con l’omicidio di una coppietta. Tre i protagonisti: un giornalista alcolizzato e drogato che ricorda Tomas Milian dei tempi belli, i cui spiegazzati panni sono magistralmente vestiti da Robert Downey Jr. (e chissà perchè il ruolo gli è venuto così bene…), un detective a metà tra Dave Starsky e il tenente Colombo, impersonato da un Mark Ruffalo imbruttito e scapigliato a livelli inquietanti, e un cocciuto quanto ossessionato vignettista, cui presta il volto Jake Gyllenhaal, inespressivo anche se vero protagonista del film. I tre non sempre collaboreranno tra di loro e cadranno schiavi delle loro debolezze, lottando, tra mitomani e alibi di cartapesta, contro un furbo nemico invisibile. Sullo sfondo, l’America tormentata di fine sessanta/inizio settanta, viene appena tratteggiata dal regista (embè, non è mica Altman) tra spillette di Nixon e qualche riferimento al pis en lov, al razzismo e all’ispettore Callaghan e il suo caso Scorpio, che pare sia stato ispirato dal signor Zodiac. Tutto a vantaggio di lunghissime congetture su presunti colpevoli e se posso permettermi, a svantaggio dello spettatore che ogni tanto rischia il coma profondo. Anche perchè il film si attesta sui centocinquanta minuti, che tradotto in soldoni fanno due e ore mezzo(!). E il killer dello Zodiaco, detto anche Zodiac, si diverte tra indovinelli, rompicapo, simboli da decifrare ed esibizionismo mediatico, ovviamente meno esasperato di quello dei giorni nostri (senza andare tanto lontano, basti pensare alla Franzoni). Chi paragona Zodiac a Seven, o è ubriaco o semplicemente tenta di vendere bene il film nei trailer. Non solo perchè Seven dista anni luce, ma perchè sono due generi diversi. Questa è una storia vera che pare sia anche fedele all’originale, e del thriller ha soltanto alcune basi, qualche brutale omicidio e una scena (peccato che proprio questa duri troppo poco) che si risolve con un nulla di fatto, ma che Fincher rende bene risvegliando lo spettatore dai torpori delle abbondanti scartoffie spulciate da Gyllenhaal, con un po’ di sana tensione. Insomma a tratti, la mano del regista si vede; anche nelle sue tipiche ambientazioni in penombra, stavolta perlopiù incastonate nella provincia californiana. La colonna sonora è zeppa di interpreti che hanno fatto la storia del rock di quegli anni (l’on the air del post ne è un esempio), e dunque merita attenzione. Cosa dire di più? Come sapete, è raro che sconsigli di vedere un film. Non lo farò neanche questa volta. La sola totale bocciatura è sull’eccessiva lungaggine. Ora la palla passa a chi aveva e ha ancora intenzione di vederlo.

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UNA RICETTA PER LA FOLLIA

(on the air: Modest Mouse – Invisible)

Prendi una giornata di lavoro ansiogena, un pizzico neanche tanto pizzico di fretta di finire tutto e andarsene via, per giunta accentuato da chi va più di corsa di te e ti riprende come i bimbi delle medie. Prendi un’ottima compagnia. Prendi la pigrizia e buttala via. Prendi i soldi e scappa. Prendi il costo della benzina alle stelle. Prendi il cazzeggio grosso che si taglia con la motosega. Prendi la voglia di sparire per un po’ dalla schizofrenia. Prendi la schizofrenia che ti ritorna indietro come un boomerang. Prendi la paura di perderti sempre nelle stesse cazzo di strade a Roma Sud. Prendi la tensione sulla frizione, il sudore che incricca il collo, l’aria condizionata che va e viene. Shakera il tutto e pensa: si può decidere estemporaneamente di percorrere duecentocinquanta chilometri tra andata e ritorno solamente per mangiare dei sublimi tonnarelli allo scoglio e dell’ottimo rombo con patate? Si può decidere di farlo nonostante otto ore di lavoro ansiogeno sulle spalle? Prendi anche qualche cd di quelli buoni, prendi il mare quello bello sotto il monte Circeo, illuminato da un po’ di luna, tra un pescatore che pesca sugli scogli e una barca che fa luce in lontananza, un aereo che percorre la solita rotta marittima, che sembra che ti salutino pure i passeggeri. Prendi zanzare e farfalle, ma se vuoi, non prenderle e fanne a meno. Prendi la nebbia, la brezza, la salsedine, la stanchezza che si trasforma in relax. Prendi un posto fuori dal mondo e sentiti fuori dal mondo. E una volta lì, prendi un tavolo che dà sull’orizzonte che è un po’ buio, ma va bene così, non c’è altro che acqua nera. Prendi il menù e ordina. La risposta al quesito "si può decidere estemporaneamente di percorrere duecentocinquanta chilometri tra andata e ritorno solamente per mangiare dei sublimi tonnarelli allo scoglio e dell’ottimo rombo con patate?" è sì.

Perchè tutto sommato, pare si viva una volta sola.

SCHIZOFRENIA

IO E QUELLO Lì

(on the air: Tiesto featuring Christian Burns – In the Dark)

Al secondo banco, accanto a Bostik (quanto ci ha odiato per quel soprannome), non c’era una volta che alzassi la mano. Magari sapevo ciò che si chiedeva, ma non mi interessava dimostrare che lo sapevo. Ero un teenager insicuro, timido, egoista ma non egocentrico. L’unica sfacciataggine, oh quella sì, era che dicevo stronzate per chi mi stava intorno. Mi costò il nove in condotta, ma perlomeno avevo un’aria un po’ più decente, simpatica, meno sfigata, cristosanto.

Non so come e non so perchè, mentre pensavo a cosa scrivere, eppoi pensavo a scrivere di uno sdoppiamento, mi è venuto in mente quel periodo. Lì ero uno solo. Adesso, rifletto. Rifletto sul fatto di sentirmi diverso, di avere due vite. Una la mattina e parte del pomeriggio, l’altra il resto del giorno. Distanti al punto che si interrogano l’una sull’agire dell’altra. Dicotomìe, direte voi, legate al lavoro e al fatto che prima ero disoccupato. Ma prima prima non lo ero. Ed ero più o meno uguale sul posto di lavoro e fuori. Adesso no. Adesso che l’egocentrismo mi ha ormai pervaso le sinapsi, mi ritengo un essere insopportabile. Divertente e insopportabile. Non sto invero intonando un peana a questo personaggio che si muove abilmente tra un mouse e un computer snocciolando una fucina di battute che inevitabilmente spesso scadono, perchè le grandi quantità custodiscono perle, ma anche robaccia di quart’ordine. Adesso è come se alzassi la mano dal primo o dall’ultimo banco, poco importa. Oltre a quell’ossessione da comico di far ridere di continuo chi mi sta intorno (questa però, con toni meno esagerati c’è sempre stata). Una metamorfosi spietata che si estende ogni tanto anche dopo l’orario di uscita. Ma per fortuna non sempre. Perchè se davvero quello lì, si impossessasse di me per il resto della giornata, sarebbero guai seri. Quello lì ieri sera s’è fatto la tangenziale in un’Idioteque. Cronometro alla mano, è preoccupante. Io poco fa invece canticchiavo L’ultimo bicchiere di Nikki. Stereo appalla in entrambi i casi, ma quello lì si dava un fottuto tono diverso. L’altroieri io e quello lì siamo andati al buen ritiro per eccellenza, in cima al colle. Ci siamo messi d’accordo e ci siamo sentiti migliori. Attenzione però. Non è come quando qui sopra parlavo di Io numero Uno e Io numero Due. In quel caso uno solo dei due aveva davvero sale in zucca, l’altro era troppo istintivo. In questo caso ce l’abbiamo tutti e due ‘sto sale, ma siamo diversi, semplicemente. Non credo ci sia uno stevensoniano Mr. Hyde, un palahniukiano Tyler Durden, nemmeno un kaneiano Batman, uno splinderiano Ataru Moroboshi di qualche tempo fa o peggio ancora un kafkiano Gregor Samsa(oddio, quello sarebbe grave). Credo ci sia un personaggio convinto di far bene il suo, sicuro di sè quanto basta per risultare a volte sbruffone, a volte simpatico, a volte ai limiti del secchione, esponenzialmente egocentrico, a volte perfino un poco stronzo. Uno che veste casual studiato, che si abbronza dal finestrino, che si è comprato un semiserio zainetto trendy color verde petrolio, che mangia ormai quasi niente a pranzo. Credo altresì che ci sia una persona che è meno sicura al di fuori di lì. Ma forse più umana, inguaribilmente romantica, con le sue debolezze, che veste casual meno studiato, che dal finestrino prende solo aria in faccia, che a cena si sfonda perchè ha fame arretrata. E che quando si affaccia sul lavoro crolla miseramente tra le macerie delle troppe cose da fare. Io non so se tutto questo sia normale, forse è uno scudo di protezione, ma per me è nuovo e soprattutto non esiste alcuna forzatura in nessuno dei due comportamenti. Noi siamo così. Eppure quello lì in questo momento non sta scrivendo. So solo che ultimamente m’è tornata la sana voglia di fare una o due tantum, bevute come si deve. Ma questo è solo buon segno, anche se per caso lo avesse deciso quello lì. Tra l’altro, m’hanno detto (leggasi impersonalmente – ndA) che quello lì incassa bene i colpi di qualsiasi natura. Basta che poi i dolori non vengano a me.

GIALLO COME UNA STORIA IRRISOLTA, GIALLO COME UN FIORE PERNICIOSO

(on the air: Arcade Fire – Keep the Car Running)

Torno dal teatro Parioli, il feudo del Tricheco, dove ho assistito a Tenco a tempo di tango, di Carlo Lucarelli, con l’ottimo Adolfo Margiotta, qui in versione semiseria e anche in sorprendente veste di cantante. Brava, bravissima Mascia Foschi, voce potente che raffina i pezzi di Luigi Tenco infarcendoli di lingua spagnola, a tempo di tango appunto. Peccato che la trama, che racconta il viaggio pre-suicidio del cantante in terra argentina attraverso testimonianze post mortem, sia un po’ esile, a favore comunque dello spettacolo canoro. Vippaio in platea, Laura Freddi con bellimbusto al seguito e un solingo Pietro Sermonti, che sembra o magari è, un fattone. Finito l’angolo della cultura, si può dire che in questi giorni Roma sia un immenso tappeto di polline e polveri di ogni tipo. Per fortuna non sono allergico, ma poco ci manca, visto che appena apri un finestrino inali soffioni, fiorellini, goccioline di resina e semi, che c’è il rischio che ti cresca un platano o chessò, un’acacia nei polmoni. Meno male che con tutto il catrame che aspiro, la piantina avrebbe una breve vita di stenti. Le strade sono gialle e i potenti mezzi del comune spazzano alzando ancora più polvere col sacro ma vano intento di pulire: no dico, si può essere più coglioni di così? Intanto la macchina è ridotta ad un ammasso di prodotti della natura, laddove non si parla di ortofrutta, latticini e salumi. Accanto ai suddetti fiorellini, non può infatti mancare la produzione escrementizia degli uccelli. I piccioni poi ve li raccomando. Ieri parlavo con un collega giovine, idealista, anarco-sinistroide che ha detto cosa saggia, mentre ci facevamo le matte risate davanti ad un caffè caldo. Ci sono categorie che non si possono tollerare a prescindere: così l’animalista non sopporta i piccioni e il comunista pacifista non sopporta gli zingari. Io comunque non mi lamento che nella mia città ci sia il verde, però mi chiedo: perchè non creiamo degli alberi geneticamente modificati? Niente polveri, niente infiorescenze dannose, niente allergia, magari anche niente piccioni e niente corrosione della vernice della macchina seminuova. E niente primavera, ma questo lo sapevate già. Pensieri slegati di una mente slegata, chiedetelo all’Ataru semiciucco e trasteverino di due sere fa e vedete cosa vi risponde sul tema. Magari  qui non si nota, ma in questi giorni il mio lato cinico-demenziale sta toccando vette impensabili. La lancetta ha raggiunto il livello di emergenza, s’è accesa la spia, ma son contento così. Di certa roba non è mai morto nessuno.

AUTOREFERENZIALI FINO ALLA MORTE

(RIGOROSAMENTE IN WEB-DIRETTA)

(on the air: The View – Same Jeans)

L’ineluttabilità del mondo è racchiusa in questa riga. Mi andava di iniziare con un incipit a sensazione, non è che adesso mi senta migliore. Le catene servono sempre a qualcosa: pensate che con il post musicale è stato demolito il record di visitatori unici in una giornata, in precedenza appartenuto a post leggendari come quello su Sandra Milo nuda e i due del libro fakeblogger  mio e di quel bel pezzo d’uomo che è Trentuccio con la Lipperini che andò in brodo di giuggiole tanto da citarci su Musica! di Repubblica. Siamo alla blogpreistoria. In questo periodo mi sento autoreferenziale, era tanto che non mi ci sentivo. Con la differenza che in altre epoche ne avevo ben donde, ero un attivista del postare tutti i giorni, mentre adesso sono autoreferenziale, ma non mi sento pronto ad occuparmi di nuovo della blogcirconferenza come hobby principe. Sono rimasto indietro, cari amici ascoltatori. Ditemi, spiegatemi: che cazzo è un barcamp? Perchè dovrei presenziare ad un barcamp? C’è qualcosa di masturbatorio in tutto questo? Se io vado al barcamp, bevo o zappo la terra? Parlo di letteratura o di birra calda? O forse l’obsoleto blog-raduno è un termine da nerd e poco radical chic? Non lo so, casomai informatemi. Sono iscritto a Flickr, Frappr, Zoomr (Zippr, Muccr e Floccr non l’hanno ancora inventati?), Blogbabel, ILike, Feedburner, Technorati e probabilmente a qualche altra diavoleria che non ricordo più. Alla fine uso solo Flickr (a proposito, se mi gira, presto avrete onlain le foto della Toscana) e guardo la mia inesorabile discesa nella classifica dei re dell’autoreferenzialità di Blogbabel una volta ogni par di settimane. Ho anche perso un punto di pagerank. Porca zozza, non mi hanno manco mandato un messaggino sul telefono per avvertirmi. Caro amico blogger oltre la seicentesima posizione,  ma che una volta eri trecentesimo, ti avvisiamo che il tuo pagerank è sceso a 4, fattene una ragione e non suicidarti. E vieni al barcamp. No, cazzo! Allora al pubcamp. None! Allora vieni chessò, almeno al ferramentacamp! No. Poi però mi sono casualmente imbattuto nell’ultima novità della blogstar che non si fa mancare niente. Ed è stato a questo punto che, trasalendo e trasecolando, ho deciso che anche basta. Twitter! Poteva forse mancare? Cos’è questo Twitter che ha già conquistato milioni di persone in de uor(l)d, tra cui molti celebri blogger nostrani? Ve lo spiego subito. Ogni volta che entrate in Twitter, potete raccontare in tempo reale (magari parlando in  terza persona, che fa nettamente più duepuntozero), cosa state facendo in quel determinato momento.

Esempio:

ore 2:35: scrive sul blog e parla dell’autoreferenzialità.

ore 2:42: vomita, così per simpatia.

ore 2:55: con lo stomaco ancora in subbuglio si mette a letto perchè è tardino.

ore 3:57: si sveglia per andare a pisciare.

ore 8:00: mangia la crostata di more.

ore 8:34: bestemmia nel traffico. 

Questo è ciò che accade su Twitter. L’utilità è pari a una vite spanata, o se preferite è pari a un vegetale in avanzato stato di decomposizione.  Posso capire il blog che racconta qualsiasi fatto privato o pubblico o dà modo ai gggiovani e ai meno anziani di sfogare la repressione da libro nel cassetto, capisco le foto per mettersi in mostra, gnocche o artistoidi della natura morta che siate, capisco persino le classifiche dei linkamenti e financo propalare al mondo quale musica stiamo ascoltando. Capisco anche il barcamp e qui abuso di me stesso. Ma che cazzo ce ne frega di Twitter? Cioè davvero interessa a qualcuno sapere in tempo reale come passa il tempo un blogger famoso o sconosciuto? Rispondetemi di no, altrimenti vi banno.

ALIENO, SAI COS’È IL ROCK?

Raccolgo la palla incandescente lanciatami dal caro Trentuccio, che sa bene che le uniche catene che può mandarmi sono di tipo musicale, al massimo cinematografico. E prima che l’alieno petomane si vendichi su di me, ecco a voi le 25 canzoni che servono a spiegargli cos’è il rock. Naturalmente secondo me. Infatti se ci fate caso, mancano monumenti tipo Pink Floyd, Beatles, U2, Deep Purple, Who, Led Zeppelin, Nirvana, Pearl Jam etc etc. In realtà sono più addolorato per aver lasciato fuori i Joy Division e i Bush, ecco.

1. Cake – I Will Survive    1996

2. The Cure – Just Like Heaven 1987

3. Pixies – Where Is My Mind?   1988

4.  Queen – Innuendo    1991             

5. Placebo – The Bitter End    2003  

6. Oasis – Sunday Morning Call  2000

7. David Bowie – Heroes   1977

8. Smashing Pumpkins – Tonight Tonight 1995

9. Radiohead – Creep   1993

10. Killing Joke – Love Like Blood 1985

11. The Killers – Mr. Brightside 2004

12. Guns n’ Roses – Sweet Child o’ Mine 1987

13. The Strokes – Reptilia   2003

14. System of a Down – Chop Suey!  2001

15. Dream Theater – Another Day   1992

16. Pulp – Disco 2000  1995

17. Rolling Stones – Sympathy for the Devil   1968

18. Subsonica – Strade   1999

19. Jeff Buckley – Grace   1994

20. Franz Ferdinand – Auf Achse  2004

21. Tool – Schism    2001

22. Archive – Again     2002

23. Blur – The Universal    1996

24. The Doors – Roadhouse Blues  1970

25. Bluvertigo – I Still Love You    1995

A questo punto devo dirvi che l’alieno andrà a visitare Insanesoul, Dark Of  Matinee, Siskatank, Kappak (se magari postasse…), Nalkila, Parolibero, Greenwich,Maxime, Rael, Monica Geller B, Nessuno77 e Johnny Durelli. Se qualcuno fosse già stato colpito dalla catenaccia, non si preoccupi, già che c’è la rifaccia due volte, è un ordine!

HO CERCATO DI CAPIRMI, MA ANCHE NO

(on the air: Arctic Monkeys – Brianstorm)

Lo so, dovrei essere a letto, sono stanco e tra poche ore mi sveglio, ma in questo momento mi preme di scrivere. Scrivere cosa? Mi ero riproposto un dialogo tra oggetti o con oggetti, ma poi sia il telecomando, sia le piante grasse hanno detto di essere in silenzio stampa. È ovvio che senza telecomando e piante grasse, non c’è dialogo surreale. Avete ragione voi a dire che io sia un folle. Avete ragione a sostenere che la mia follia stia nel fatto di non aver neanche chiesto la tagliente collaborazione delle forbici, ma sarebbe sembrata una soluzione di ripiego, financo coercitiva. E allora? Ma è mai possibile che? Che? È mai possibile e basta. Ohibò, qui si cerca una conversazione surreale, ma nessun oggetto sembra darmi ascolto. Lo stereo mi ha risposto che casomai ero io a dover dare ascolto a lui, ma che non avrebbe cantato con la sua voce bensì con quella che capitava. Le carte francesi mi hanno risposto picche. Ho provato allora a rivolgermi agli occhiali da sole, ma mi hanno detto che di notte non è il caso. L’ultimo tentativo ho voluto farlo con il mappamondo, ma si è girato dall’altra parte. Alfine sono giunto alla conclusione che avrei dovuto parlare da solo. Mi sono raccontato fandonie, ciacole, bugie e muraglie di riso freddo alle verdure. Quando ho capito che anche il surreale dovrebbe avere un pur minimo senso, ho deciso di smetterla. C’è in sottofondo da due giorni la voglia di cacciare un urlo liberatorio, ma per adesso resta lì, a un passo dai denti del giudizio.