DISTRUZIONE, RICOSTRUZIONE, OSTRUZIONE

(no, non c’entra l’istruzione)

(on the air: Portishead – Hunter)

Arriva un momento nella vita in cui rifletti e sbotti: cazzo, forse devo pensare a ricostruire tutto, a ricostruire me. La cruda, crudissima realtà, è che quel momento non arriva solo una volta nella vita. Arriva spesso, spessissimo: dall’incartarsi per la prima cotta non corrisposta allo sbattersi invano su un libro farcito di commi. Dall’amarezza di una storia finita male alla dipartita di qualcuno cui volevi molto bene. Da un vinile graffiato che si incanta sotto una puntina a un licenziamento imprevisto. Dalla ricerca di qualcosa da fare per vivere alla ricerca di noi stessi. È tutto un enorme circolo vizioso dal quale si esce a fasi alterne per poi tornare nel loop della pippa mentale precostituita. Inutile chiamarsi fuori, chi lo fa evidentemente è un deficiente. Nel senso che gli manca prima di tutto qualche etto di materia grigiastra.

Farsi schiacciare, soccombere sotto i colpi dell’indomani mattina è vigliacco almeno quanto ignorare la situazione. E mi rendo conto che già sto camminando sui binari che portano di filato ad un succulento ossimoro. Godere del silenzio notturno interrotto solo dalla costante iperventilazione del piccì e da qualche goccia avanzata dal ciclone di due ore prima, in certi casi è salutare, anche se fottutamente mendace.

Mi capita spesso di rileggere il post prima di darlo in pasto alla rete e così sto facendo anche adesso. Ovvietà, caro Ataru, ovvietà elevate alla enne. Un mucchio di banalità che hanno fatto la fortuna di scrittori e registi incidendo un cesareo nel cranio di adolescenti insoddisfatti, trentenni insicuri, -antenni al bivio. Questi presunti intellettuali hanno persino ricamato piccole crepe nella baldanza di gente felice così com’è, chepperò proprio quel giorno ha avuto la sfiga di imbattersi nella pessima arte del pensare.

Un po’ invidio e un po’ disprezzo tutta la gente là fuori che fa casino per non so (e forse non sa) quali ideali. Mi rendo conto che non esisto solo io, ma mi rendo conto anche di essere molto più importante io, per me. E me ne fotto, non mi piace fingere interesse, sonori fischi all’ipocrisia. Il discorso va aldilà (e questo se ci pensate, è un inciso pressochè inutile, ma se non ve lo dicessi non ci fareste caso perché scorre come un pistone oliato di fresco). Insomma. Ricostruirsi e non parlarsi troppo addosso, mettere tutto nello zaino dei buoni propositi, caricarselo sul groppone e sfacchinare invece di farne il solito scoppiettante falò.

Fuori ora come ora è tutto immerso nell’umidità, si vede sfocato. E certezze non se ne vedono manco col cannocchiale. La differenza col  tizio che qualche anno fa scriveva qui le stesse identiche cose, è una maggiore disillusione. Meno sei illuso, meno perdi tempo a parlarti addosso; più agisci, più metti un altro mattoncino. Cheppoi ancora ci si chieda perché ci abbiano mandato sulla terra a fare questa cosa, è decisamente un discorso da più alte sfere, che lascio a chi è arrivato alla dimensione iperspaziale ed è, a questo punto, molto più figo di me.

La furbizia di scrivere un post così -come già accennato sopra- è quella di far ritrovare tutti in almeno una delle situazioni paventate. E buonanotte al secchio.

Se non avete simpatia per tutto questo, c’è però anche un post alternativo più facile da commentare: mi ero dimenticato di consigliare a chi apprezza i generi fratelli Coen e Pixar-Disney, i film Burn After Reading e Wall-E. Costoro non resteranno delusi. E tutto sommato nemmeno io, doveste giudicare migliori queste ultime quattro righe piuttosto che tutto il resto. Che a dirla tutta, cheduepalle contorte.

CORDIALMENTE

(on the air: Pluxus -Transient)

Certe volte mi chiedo perché io sia così indisponente verso buona parte del genere umano. Cioè, mi basta poco.

Entro nel bagno di un ristorante dove peraltro fa un caldo porco, mi lavo le mani e trovo il rubinetto orientato sul tiepido. Perché tu, essere maschile che hai espletato i tuoi bisogni urinari prima di me, hai sentito la necessità, con una temperatura e umidità interna da serra tropicale, di lavarti le mani con l’acqua tiepida? Non sei neanche una donnicciola con le mani fredde, per quella storia che le femmine hanno le estremità congelate anche quando fanno il bagno turco. Sono intollerante verso buona parte del genere umano e non faccio nulla per cambiare. Non voglio fare nulla.

Prendiamo un’imbecille come ce ne sono tanti. Una cogliona che parcheggia la macchina, preferibilmente un SUV, davanti a un passo carrabile, preferibilmente la rampa del tuo garage. Ma anche una normalissima doppia fila. Scusi, dovevo prendere la mia bambina a scuola, solo dieci minuti. In dieci minuti io posso essere arrivato a destinazione, posso fumare due sigarette, posso morire d’infarto, posso dipingere una staccionata o pippare rosmarino fino a diventarne dipendente. Dunque speri di farmi pena? Qual è la molla che scatta nella briciola di Tegolino scaduto che hai al posto del  cervello? Vaffanculo te e la ragazzina, che sicuramente crescerà lobotomizzata quanto te. Inutile che protesti per la riforma Gelmini, sei un’idiota e come tale anche tua figlia lo sarà.

Mi fa incazzare la parola coibentato senza un reale perché. Qualcuno però deve averla inventata. Peste lo colga.

Eppoi perchè gli alberghi ti danno dei portachiavi delle dimensioni di un leone marino femmina incinta e del peso di un palazzo di sei piani? Per difesa personale? I gestori sono forse invidiosi delle tasche dei miei jeans e le vogliono vedere in frantumi? Qualcuno mi spieghi.

Ho problemi di concentrazione mista ad egocentrismo, non vi ascolto più di dieci minuti senza almeno infilare qualcosa che riguardi me stesso nella conversazione. Altrimenti vengo colto da catalessi e annuisco passivamente.

Dal tabacchino non mi va di aspettare quattro allocchi che pagano cinquanta euro (e dico cinquanta non così per dire) di tassa allo stato per cercare di vincere cento milioni al superenalotto. Io voglio le mie Marlboro Medium. Accetto la nonnina che compra il latte, il bimbominkia che compra le cartine per fabbricarsi le sigarette di droga, persino il tipo che acquista marche da bollo scadute per la sua collezione da mostrare agli amici della bocciofila. Ma non chi lunedì ha sognato di essere una frittata di ramarro, mercoledì di essere Toro Seduto contro i frullatori cattivi e venerdì pesce. E dopo ha aperto il libro della smorfia napoletana convinto che sì, quei fottuti soldi saranno presto tra le molle del suo materasso.

E non sopporto chi va nei locali trendy per rimorchiare, chi finge di andare controcorrente e nemmeno chi ci va sul serio e soprattutto lo fa notare. Anche se io stesso qualche volta lo faccio. Ecco, a quel punto il serpente si morde la coda.

E vi dico la verità, mi sto piacevolmente antipatico.

I MIEI PRIMI CINQUE ANNI

(on the air: The Cure -To Wish Impossible Things )

Accadde ieri 18 ottobre:

1016 – Battaglia di Ashingdon: i Danesi sconfiggono i Sassoni.

1081 – Battaglia di Durazzo: i Normanni di Roberto il Guiscardo sconfiggono l’esercito bizantino dell’imperatore Alessio I Comneno.

1685 – Luigi XIV di Francia promulga l’editto di Fontainebleau, revocando l’editto di Nantes che aveva protetto i protestanti francesi.

1810 – Viene fondata la Scuola Normale Superiore di Pisa.

1867 – Gli Stati Uniti prendono possesso dell’Alaska.

1898 – Gli Stati Uniti prendono possesso di Porto Rico.

1908 – Il Belgio annette lo Stato Libero del Congo.

1922 – Viene fondata la BBC.

1944 – Seconda guerra mondiale: L’Unione Sovietica invade la Cecoslovacchia.

1968 – Bob Beamon, con 8.90m, stabilisce il record del mondo di salto in lungo all’Olimpiade di Città del Messico. Diventerà il più duraturo record nella storia dell’atletica leggera, resistendo per ben 23 anni.

1989 – Il leader della Repubblica Democratica Tedesca Erich Honecker si dimette.

1991 – L’Azerbaijan dichiara l’indipendenza dall’Unione Sovietica.

2003 – Nasce Machissenefrega!, il blog di Ataru Moroboshi.

Sperando che Stati Uniti e Unione Sovietica o quel che ne resta, non invadano o prendano possesso anche di questo posto o peggio ancora  venga annesso dal Belgio, vista l’inquietante sequela di fatti storici orientati su questo binario, questo blog andrà avanti magari come il record di Bob Beamon. No, dico, a questo punto volevo dire grazie, come al solito, a tutti quelli che sono passati di qui. Perché cazzarola, cinque anni  vuol dire una vita, cinque anni vuole dire tigna, cinque anni vuol dire anche, se volete, cheduepalle. Questo blog è cresciuto con me, e ieri ha compiuto un altro passo. Posso iscriverlo in primina. Ma esiste ancora la leggendaria primina?

Pippone inutile e sociologico, dunque inutile a prescindere. Il bello, signori miei, è che durante questi anni, il mio blog è passato dall’essere totalmente sconosciuto fino quasi ad arrivare alla soglia dei più famosi, per poi volutamente rieclissarsi. Quello che ho capito in questi cinque anni è che sostanzialmente i blog personali devono restare tali. Alla larga dalle classifiche, dagli incontri per parlarsi addosso, dai pettegolezzi del retrofoyer, dagli isterismi collettivi e dagli scazzi nei commenti (sì, una volta avrei detto flame), dalle gelosie degli imbecilli e dei megalomani (il mondo e anche questo microcosmo pullulano di tali inutili soggetti), e financo dalle pressioni dello scrivere cadenzato, tipo una volta al giorno o ogni due. Non lo prescrive nessuno, non è un lavoro, se ti va, se hai tempo, se hai da dire lo dici. Ho visto generarsi dal nulla, dei mostri che si bullavano per quattro accessi in più. Spesso è gente che scrive obiettivamente con le rotule. Certo, anche se fai impietosamente cagare, ti fai il nome con leccate di culo/spamming/amici che contano/accessi e vai a cialtronare sul blog del noto giornaletto, ti fanno scrivere il libricino dei post e ti incoronano gran visir del social network. Se poi ti va proprio bene, ti offrono sushi di otaria e tramezzino cacio e pere durante una serata mondana tra una chiacchiera e l’altra sul futuro dell’umanità; chiaramente ristretta ai larghi orizzonti delle prime cento posizioni in blogclassifica. Magari sono concetti espressi altre volte, ma giova ribadirlo a chi, novello duepuntozerista, dovesse affacciarsi adesso nel grande impero della fuffa. Insomma cinque anni di cazzeggio qui sopra saranno pure serviti a farsi un minimo di esperienza e a parlare da nonno blogger unopuntozero.

Last but not least (e quanto mi piace dirlo ogni tanto), niente. Volevo dire last but least, ma non avevo altro da chiosare. Un lustro si riassume con quest’ultima boutade. Tanto per ricordarvi i ricchi contenuti che si susseguono da queste parti. Dove per fortuna, ancora nessuno ha la prosopopea di insegnare niente, nè di fare granchè informazione, ma semplicemente di scavare nel contorto cervello del proprietario.

Spazio, ultima frontiera. Eccovi i viaggi dell’astronave Enterprise durante la sua missione quinquennale, diretta all’esplorazione di nuovi mondi, alla ricerca di altre forme di vita e di civiltà, fino ad arrivare laddove nessun uomo è mai giunto prima.

UN’INDAGINE MOLTO NOTTURNA

(on the air: The Cure – A Letter To Elise)

La Notte era indaffarata, frenetica, quando le chiesi di cercare una persona a me molto cara. Una persona che in passato avevo apprezzato, ma che era lentamente andata a farsi fottere tra i meandri del Labirinto della Mente. Un dedalo infinito, una cattiva compagnia fatta di pensieri che lasciano senza respiro chiunque ci entri, lo rendono più debole, vulnerabile, assente. La Notte, che di favori non ne fa tantissimi, o almeno non a tutti, mi disse di aspettare ancora qualche ora. Ma del resto le vecchie amicizie non si dimenticano, così disse. E io mi affidai totalmente a Lei. Se avessi chiesto al Giorno, mi avrebbe risposto picche. Non ci amavamo di certo con lui. Fu così che la Notte, senza pretendere un centesimo, si interessò al mio caso.

Questo tizio sparito l’avevo riincontrato di tanto in tanto, a sprazzi, anche di recente, ma poi si era dissolto come dentro un barile d’acido. Mi odiavo per non essere riuscito a stringergli un avambraccio e bloccarlo, dirgli di piantarla coi pensieri inutili e di cominciare ad agire. Eppure contemporaneamente capivo il suo stato mentale, in certi momenti mi veniva di dargli ragione e fanculo a tutto il resto.

La Notte, che conosceva bene il soggetto e non aveva bisogno dei miei suggerimenti, si mise a cercarlo senza sosta. Lo cercò nel lento bruciarsi di una sigaretta, nel rotolare di una palla da biliardo su un tavolo verde, nella staticità dell’aria umida, nel fondo di un boccale di bionda doppio malto, nelle parole dette e in quelle non dette, nei sospiri della donna che lui amava, tra le lettere di un biglietto infilato nella prima pagina di un libro, nelle note di un vecchio cd, tra un pezzo eighties dei New Order e uno soft dei Counting Crows. Lo cercò sull’asfalto che lui percorreva abitualmente, così accattivante quando è libero dal traffico diurno. La Notte chiese di lui persino ai gatti di strada, che tutto sommato gli volevano bene e non facevano niente per nasconderlo. Esaminò per bene qualche tazzina ancora bagnata di caffè, una consunta tastiera da pc, un curriculum vitae piuttosto stropicciato, qualche foto impolverata, un giornale aperto con la data odierna. Fu allora che la Notte si illuminò anche se solo per un secondo, giusto il tempo di risolvere il caso. E scese sulla città che era immersa in un’appiccicosa nebbiolina -preludio della consueta ottobrata romana- trovando quel figuro a me caro. Comodamente adagiato al posto di guida della sua vettura: era sereno, sorrideva e stava benone. Ormai lontano dalle infestate paludi del Labirinto della Mente. La chiave per uscire l’aveva trovata lui stesso con l’aiuto di tutti i suddetti indizi scaltramente reperiti nel buio. 

Appena il figliol prodigo ebbe a riconoscere la nostra vecchia, oscura amica comune, inchiodò dolcemente e la fece salire in macchina. Solo un sorriso complice, non si dissero niente; entrambi sapevano di dover andare senza fretta nella stessa direzione.

Poco fa la Notte ha bussato con discrezione alla mia porta, è entrata, mi ha sussurrato all’orecchio che è vivo e vegeto e sta bene! Guarda, è lì fuori.

Così staNotte mi ha riportato Me Stesso.

in copertina: Edward Hopper – Automat, 1927

BIRRE AMBULANTI

(on the air: Ladytron – Runaway)

Vivo strani giorni circondato da venditori ambulanti e birre. Avrei forse preferito birre ambulanti senza venditori. Cheppoi se vendi tori non è detto che mi vada di comprare cornuti. È una strana vita fatta di vado a dormire alle cinque e mi sveglio a mezzogiorno. Quando mezzo giorno è già andato e un altro mezzo sta per cominciare. Mi sembro Marzullo, meglio andare oltre. Oltre mezzogiorno c’è indiscutibilmente l’una. Ma se all’una c’è il sole, se ass’ola c’è la luna. Mi sembra un concetto sfuggente, gente. Gente, Oggi c’è Grazia nel Panorama. Giornali, giornali, io sono senza lavoro e nessuno ha ancora inventato i nottali. Potrei pensarci, anzi ci ho pensato proprio adesso. Potrei scrivere del gufare del gufo e del pipistrellare del pipistrello. Ma meglio non scrivere del pipiastrello perché pipiastrellare di notte è alquanto rumoroso e c’è gente che dorme. Silenzio. Si può ascoltare il silenzio? Si può guardare il buio, si può persino assaggiare l’aria, ma pensa un po’. Pensapensapensa, non c’è tempo nemmeno per occuparsi delle cose di tutti i giorni, insomma, del quotidiano; figuriamoci del settimanale. Pausa. In pausa meno, diceva quella vecchia signora non più fertile e un po’ violenta sul posto di lavoro. L’assioma dice: meno pausa, più lavoro. Fu a quel punto che tutti i capi decisero di assumere donne ultrasessantenni. Di lì a poco venne fuori un mondo di anziani e ora mi spiego perché sono disoccupato. Basta ragionare un attimo! Ragioniamo un po’ di più, anche un minuto, perché solo un attimo? Se ragiono un attimo, l’attimo dopo sragiono e potrei sostenere senza ombra di dubbio che il boccaglio è quando hai mangiato troppo aglio e rimane lì proprio tra la lingua e i denti e spiegami poi come respiri sott’acqua. Bisognerebbe piuttosto controllare il tasso alcolico come mammifero etilista, il centro estetico come punto più bello della città, il mistomare di terra per gridare al mondo l’uguaglianza di ogni lumaca. Senza dimenticare il fusto dell’orrido, il grasso che vola, il bastion contrario e l’asola che non c’è. Dire il detto, parcheggiare il parco, leggere la legge, gestire il gesto, montare il monte. E se Re Mida trasformò tutto in oro, a Re Folo bastò poco per passare, Re Tino restò con un pugno di mosche, Re Matore faticò non poco, mentre Re Litto, bè, capirete da voi che tanto bene non se la passava. Passava l’ennesimo ambulante e giù l’ennesima birra. L’ennesima volta che scrivo ennesimo, sarà pure ora di passare oltre. Eooesimo.

IO C’È

(on the air: Caesar Palace – 1ne)

No, ma sto qui eh. Non sono fuggito. Ho solo passato un periodo di incazzatura con il mondo per svariati motivi in scala di grigi dal più futile al più serio in assoluto. Cheppoi per carità, quando più quando meno sono sempre incazzato con il mondo, fa parte del personaggio, perdiana. Ho avuto modo di incantarmi e ridere di gusto davanti al genio irresistibile di Corrado Guzzanti (almeno uno buono in famiglia c’è) in Fascisti su Marte. Ho avuto modo di vedere Il Divo di Paolo Sorrentino. E confermare che è l’unico regista italiano che non sembra italiano. Bando alle lagne di Ozpetek (altro che turco, è più italiano di un regista di fiction), bando a Muccino che pure adesso se la tira perché gira a Ollivud. E soprattutto, cazzo, Sorrentino non mette nei suoi film nè quel pesce lesso di Accorsi, nè Isabella Ferrari, nè la Sandrelli nella parte della moglie/madre fedifraga ma buona, mignotta ma santa, sorridente ma che si sa commuovere. Toni Servillo fa Andreotti e sfodera l’ormai consueta prestazione monstre. Il film lascia per certi versi un giudizio personale allo spettatore. E non è poco, soprattutto a dispetto del paese idiota in cui viviamo dove qualsiasi pretesto è buono per giudicare e sputare addosso all’avversario senza guardarsi prima allo specchio.

 Vorrei dirvi anche che ho trovato lavoro e quindi sto poco qui sopra, ma pare che Roma sia satura di giornalisti rampanti e non. A meno che non cerchi lavoro non retribuito. Nell’isola di non retribuito cercano sempre nuovi giornalisti, penne e pennette di talento e già che quando se magna è sempre un piacere, pure rigatoni all’amatriciana. Vabbè, resto incazzato col mondo almeno altri cinque minuti.