La Strega Bianca

LA STREGA BIANCA

(on the air: Ben Foster & Studio Orchestra – Owen’s Theme)

“Cominciai a correre. Finché i muscoli non mi bruciarono e le vene non pomparono acido da batteria. Poi continuai a correre”.


Così, sudando di brutto, ho percorso, di notte, 4,2 chilometri affondando i miei fidi Moon Boot nella neve alta. Molto alta. E tutto insieme, ho recuperato un briciolo di onnipotenza.
Mi era scappato del tutto, quel briciolo.
Chiuso in casa da due giorni, un altro lavoro bruciato, stavolta dalla crisi che si sono inventati per fotterci anche la dignità.
E allora giustamente ci si è messa la neve. Tanto l’abbiamo sbeffeggiata, che alla fine è arrivata, più veemente, più intensa che mai. Bianca. Fuori qui è bianco che più bianco non si può.
Il cielo bianco, gli alberi bianchi, le finestre bianche, le strade bianche. Non distinguo più niente.
La mia zona di Roma, dicono, è la più colpita. Ed è vero, io tanta così non la vedevo dai tempi delle Dolomiti.
Col passare delle ore, dall’emozione fanciullesca per la fata bianca, passo all’incazzatura. Basta, smettila, strega! Anche l’incazzatura è fanciullesca, come può non esserlo?  È come se stessi in punizione, chiuso dentro senza possibilità di muovermi. Dietro la lavagna!

Flash forward [C’è  un albero secolare nel giardino qua di fronte. Lo fotografai anche nell’ottantacinque, pieno di neve. Ora ho sentito un boato: uno dei suoi enormi rami s’è schiantato su una macchina in sosta. E nessuno del condominio di fronte che abbia alzato una serranda per controllare. Peggio per voi, stronzi, magari stavate sorridendo alla strega bianca].

Dietro la lavagna, dicevo, faccia al muro, soffocato. Con una voglia incredibile di urlare. Se non esco di casa finisce che do un pugno nel muro, mi spacco la mano, già duramente provata dal freddo e non ci risolvo niente. Al massimo  qualcuno mi guarderà come un alieno, ma non ci troverei granché di nuovo in quegli sguardi. Quindi vaffanculo, io esco di casa. Prendo i Moon Boot parcheggiati in soppalco da undici anni, metto la giacca a vento, i guanti e tutto l’armamentario per affrontare la strega. E cammino, corro.
Auto abbandonate sul ciglio della strada, gente che ride, cani che giocano, bambini che giocano, neve, neve, neve, poltiglia, neve, fumo dalla bocca, fumo di umidità, fumo di sigaretta, tombini scoperchiati  per lavori che non finiranno mai, Mercedes che sfrecciano con le gomme termiche, neve, neve e ancora neve.

E arrivo a destinazione. Sudato. Perché io riesco a sudare anche a zero gradi.
Una casa calda, un buon amico, un bicchiere di vin santo, una fetta di pandoro, chiacchiere.
Guardo la finestra, è ora di ripartire. Ricomincia a scendere forte. Impreco. L’innocenza del bambino, il divertimento, me li sono giocati tanti anni fa. Il candore se l’è tenuto tutto Lei e lo sta risputando con crudeltà sopra di noi.

Il ritorno è in salita, più che fiocchi di neve sono aghi di ghiaccio dai quali non c’è ombrello, non c’è cappuccio che possa ripararti. Ogni folata di vento è una frustata, tanto che pensi agli alpinisti e al lavoro infame che fanno e a cosa cazzo gli passi per la testa e il fiato si fa ritmato, magari un po’ corto, gli occhiali si appannano. Passa incredibilmente un mezzo spazzaneve.
Brutto? No, è uno spettacolo, ci sto dentro in prima persona. Sudo in prima persona, e sull’ultima salitella prima di casa ormai non vedo più niente. Non faccio in tempo nemmeno a succhiare altra nicotina, basta così.

“Cominciai a correre. Finché i muscoli non mi bruciarono e le vene non pomparono acido da batteria. Poi continuai a correre”.

Ho rubato alla strega bianca un briciolo di onnipotenza e ho vinto la battaglia contro il mio lato oscuro. Per oggi posso smettere di urlare.