PIOVE CALEIDOSCOPICO

(on the air: Mercury Rev – Runaway Raindrop)

Fuori piove una pioggia caleidoscopica. Ma non è il termine ricercato così per sfoggiare. Piove sul serio una pioggia caleidoscopica. Sul parabrezza della macchina faceva lo stesso effetto strano di quel gioco colorato che mai avrei pensato da bambino si potesse chiamare con un nome così complicato. Sembrano fuochi d’artificio trasparenti o miliardi di stelle di qualche galassia sperduta nonsoddove. Non era una giornata felice questa, va a sapere il perché. Ogni tanto arriva quella mazzata colossale che ti porta giusto in fondo al vortice dell’acqua che scivola nel buco della vasca. E siccome non sei nè una formica, nè un aspirante suicida, riesci ad aggrapparti alla catenella del tappo e a non andare dritto o più probabilmente storto, fino giù nel buio. Decidi che è meglio non capitolare, continuare nell’ostinata attività nichilista che ti contraddistingue oggi come altri giorni. Cheppoi non era nemmeno così nichilista, forse è tutto lì. Nel senso che se sei nulla, fai nulla e pensi nulla non ti prende mica male. Invece forse sei troppo, fai abbastanza, pensi diecimila e ti ritrovi nel gorgo della giornata che non decolla, che anzi, le si stacca il carrello e va di punta contro l’asfalto ruvido. Sensazioni uniche. Per fortuna, purtroppo, non lo so. Risalire a bordo è una complicata bazzecola per chi sbalza d’umore. Due ore, il tabacco, una telefonata, la strada, l’aria di fuori, due occhi assonnati che non sono i miei, la musica, la notte; e bentornato tra i comuni mortali.

Poi piove caleidoscopico e a quel punto non puoi far altro che scrivere.

Annunci

NOI CI SANREMO, ANZI CI SIANMO

(on the air: The Kills – Black Balloon)

Dai, lo scrivo un post su Sanremo?
Sì, dai.
L’ho visto con la Noe abbassando il volume e ascoltando come ogni anno la Gialappa’s Band su RadioDue. Che ormai mi fanno ridere solo in radio pure quei tre.
Mi sono risparmiato Bonolis e le sue inutili acrobazie semantiche, le sue sviolinate e Laurenti che non fa ridere manco per la minchia.
Detto ciò, non ho visto Mina. Non avevo ancora acceso. Ma tanto non era in diretta, ha mandato un filmato come al solito e come Bin Laden. Come ha detto Benigni nella sua battuta più azzeccata, quando è riuscito per un attimo a liberarsi di Berlusconi.
Quanti soldi gli abbiamo dato a Benigni per parlare di Silvio? No perché, che ne so, io non lavoro, magari posso lamentarmi più facilmente rispetto a Benigni. Però per fortuna non ha rotto i coglioni con Dante. Ha riempito gli ultimi 10 minuti della mezz’ora con una paraculata sui gay, anche perchè altrimenti aveva in frigo solo Dante o Silvio.
Ah sul palco c’erano anche Barbie e Ken. Anzi quello lì faceva più Big Jim. Trascurabili, tranne quando lei, Alessia, -avevo spento un attimo la radio- ha letto il gobbo declamando "Paolo, Alessia…" e poi quello che dovevano dire lei e Bonolis. Momenti di alta tivì.
Via, andiamo oltre.

Dice che all’inizio c’era Dolcenera. Ho ringraziato Iddio di essermela persa, magari rimedio un’altra volta, magari anche no. Non c’è niente di peggio di chi crede di saper cantare, e pure bene.

Fausto Leali! no, dai non ci credo, i figli che ti si rivoltano contro li cantava Cutugno quasi 30 anni fa, e probabilmente anche Leali 60 anni fa. Eppure non lo eliminano nemmeno col meteorite che ha fatto fuori i dinosauri.

Tricarico, l’hanno seccato come previsto. E vi dirò, non è che poi abbiano fatto così male. Nelsensochè c’è molto di peggio eh, però lui è tremendamente sopravvalutato. Però incredibilmente stona poco, lo dice pure la Gialappa’s.

Poi c’è Marco Carta, che non seguendo la De Filippi, a malapena so chi cazzo è. Dopo che sento la canzone penso che tutto sommato potevo restare nella mia ignoranza. Ma nemmeno questo hanno eliminato?

Patty Pravo, ahimè, non canterà con Pete Doherty, che peccato. Io stavo aspettando solo quel duetto con incipriata di naso a metà canzone. Canzone? Ah sì, Patty stona parecchio, ahilei.

Un pezzo sull’Italiaccia era quello che ci voleva. Qui non ci facciamo mancare niente, ce ne sono tre. Il primo è di Marco Masini. Banale come una mia lamentela nel traffico quando m’incazzo con quello col suv davanti. Parolacce comprese.

Oh pausa. Bello il palco a forma di 45 giri! Mi piace dimmolto.

Francesco Renga sa cantare, la voce ce l’ha. Però, prima di tutto ieri sera sembrava Christian dei bei tempi, secondariamente, vanno bene gli acuti e tutto quanto, ma che due palle la canzone. Ti ricordi Francesco di quando cantavi coi Timoria?

Ecco il trio Pupo, Paolo Belli, Youssou N’Dour. L’Italiaccia ce l’abbiamo, i froci li fanno più tardi, adesso è il turno dei negri e l’uguaglianza. Banaleeeee! Peraltro il cantante senegalese fa due urletti da tappetaro di Dakar e torna in albergo chiedendosi cosa ci faccia in mezzo a quei due.

Riecco la denuncia sociale e l’Italiaccia. I Gemelli DiVersi. Ma davvero? ahahahah
Però secondo me in coppia col gattino virgola funzioneranno come suoneria. Anzi, perché non duettare direttamente sul palco dell’ariston?

Al Bano è lui nel bene e nel male, più che altro nel male. Resterà, magari arriva quinto, terzo. Eppoi non ho ancora capito se qualcuno gli compra i dischi. Cioè forse in Lettonia vende ancora.

Gli Afterhours fanno un pezzo sull’Italiaccia. Ma no? Però loro sono bravi e il pezzo merita abbastanza anche se non è niente di speciale. Io che non ho simpatia per Manuel Agnelli ed è in effetti difficile averne, devo dire che danno una pista a tutti (c’è comunque da dire che poi non ci vuole granchè). Non a caso li eliminano a manetta. E non li ripescheranno. Secondo me con tutto che Agnelli dice che non gliene pò frega di meno di Sanremo, che è solo un mezzo e blablabla, considerando quanto se la tira, gli roderà non poco st’eliminazione come un Tricarico e una Zanicchi qualsiasi. Faceva più alternativo l’ultimo posto in finale.

Iva Zanicchi in versione sexy è grottesca. Però la canzone maliziosa fa un po’ tonalità Mina-seventies e proprio schifo non fa. Insomma non meritava di andare fuori. Se tocca aggrapparsi a Iva per qualcosa che faccia un po’ il botto stiamo messi male. Vero Benigni?

Nicky Nicolai e Stefano Di Battista. Lui è bravo col sax, lei che è la moglie, canta una cosa simil-Dirotta su Cuba. Testo di Jovanotti. Mi fossi fermato a lui che è bravo col sax sarebbe stato meglio, no?

Povia e il casino che s’è fatto su di lui. Canzone inutile, una storia di uno che era gay perché ci aveva i genitori stronzi e stava con un vecchio eppoi dopo finalmente è felice con una donna. Con tanto di incomprensibile cartello provocatorio (?) alla fine. Dopo Grillini si sdegna con l’orgoglio ghei-praid dei giorni migliori. Cantava Gaber: e poi ci sono i gay che han tutte le ragioni, ma io non riesco a tollerare le loro esibizioni.

Sul palco sale tal Sal Da Vinci e la dannata Gialappa’s non mi fa sentire un solo secondo della canzone, apparte notare l’evidente somiglianza con Pasquale Bruno, O’Animale. Oh intendiamoci, sentirlo sarebbe stato senza dubbio straziante. Però la sceneggiata napoletana è un classico. Un classico come Napoli è la città più bella del mondo e giù applausoni retorici a Benigni che l’ha detto, no?

Mario Lavezzi e Alexia sono una di quelle coppie che già domani non te li ricordi più. Deboluccio il pezzo, nonostante Lavezzi non sia una pippa. Poi ci duetterà Teocoli. Bo.

C’è tempo per Katy Perry che almeno sa stare sul palco. Poi si presta a una squallida pantomima con Bonolis e Laurenti. E le fanno pure mettere il costumino nerazzurro. Moratti la prenda. Bacia le ragazze, non fa gol di mano ed è meno scema di Balotelli.

Tra i 4 nuovi spicca Malika Ayane, che è brava e non da oggi, ma è vestita malissimo e canta un pezzo troppo Negramaro. Non a caso è di Giuliano Lamento Sangiorgi. Poi c’erano la figlia di Zucchero e un’altra che secondo la Gialappa pare fosse caruccia lei più che la canzone, e non le ho sentite perché stavo prendendo la macchina. E infine Perbellini, il figlio segreto e alto di Cocciante. Ma anche cheppalle.

Che fatica, ho finito.

IL SONNO DEL GUSTO

(on the air: Planet Funk – Lemonade)

Ho sonno, un sonno fottuto. Di quei sonni che nemmeno dodici caffè sarebbero in grado di scalfire. Del resto io alla storia della caffeina di sera non ci credo. C’è chi per un tazzina di caffè o una boccetta di CocaCola dice che si rigira nel letto fino alla mattina seguente eppoi magari ha parcamente cenato con una peperonata farcita allo stinco di maiale. Ho talmente sonno che potrei mettermi a letto immediatamente, sognare le noci di macadàmia, capire finalmente cosa sono e dimenticarmene maledettamente quando apro gli occhi l’indomani. Ma siccome ho mangiato tanto e bene (raro avviene), sto aspettando la lenta digestione. E qui ci starebbe lo spot in favore del ristorante di mia cugina, che in pochi posti si mangia così. Allora ammazzo il sonno con un post, consapevole che potrei farlo venire a voi, alacri lavoratori che leggerete di straforo tra un file word e un file excel (orrore orrore), tra una pausa caffè e una telefonata stracciapalle. O a voi studenti modello, tra un libro aperto che nella vita -fidatevi di me- non vi tornerà buono nemmeno come sottotavolo e un quaderno di appunti in realtà pieno di scarabocchi concentrici.

Un altro sbadiglio, accidentammè. E un altro, e un altro ancora. Fossi seduto in circolo con altre novantanove persone le contagerei tutte per quella storia, questa sì molto vera, dello sbadiglio sociale. Se io comincio, voi continuerete dopo di me. Se mi vedesse un pomacantide attraverso il vetro di un acquario marino, comincerebbe pure lui a sbadigliare sguaiatamente senza nemmeno mettere la pinna davanti alla bocca, ché tanto anche volendo non ci arriverebbe.

Sto per digerire il dessert, siamo a buon punto. Reggo altri cinque minuti, accendo la tivì. Su Rete4 c’è un filmaccio con una giovanissima Mara Venier a Napoli. E perdipiù doppiata con un ridicolo accento inglese. Aiuto, un pornosoft potrebbe svegliarmi dal torpore. Cerco la filmografia della Venier su Google e..altro che pornosoft, è O’ Zappatore! Con Mario Merola, ma senza Nino D’Angelo. Per chi non ricordasse il genere "sceneggiata napoletana", leggo da Wikipedia: è la "cine-sceneggiata" che ha ottenuto il maggiore incasso nelle sale, posizionandosi al 60° posto dei film più visti in Italia nella stagione 1980/81. Trama. Un padre di famiglia fa enormi sacrifici per far studiare il figlio come avvocato. Il giovane invece di dedicarsi alla professione fa amicizie sbagliate, ma poi, pentito, torna in famiglia. Mecojoni. Un Gomorra ante-litteram con ambizioni musical-vesuviane. Io lo dicevo che quel Saviano non aveva scritto niente di originale. Spengo sull’immagine della zia colta da infarto.

Sonno, più trash e più partenopeo, ma sempre sonno. Ora rischio di sognare Gigi D’Alessio divorato da centinaia di babà voraci dotati di acuminate zanne rotanti. E temo che questo non potrò dimenticarlo in un amen, come le cazzo di noci di macadàmia.

Cedo. Se qualcuno dovesse ritrovarmi accasciato col mouse nella mano destra, le istruzioni sono: cliccare su pubblica il post e scrivi nota, visto che i post, per una scelta meramente commerciale, vanno in onda anche sulle stereofrequenze di Facebook.

 IDEE RANDOM PER UN FILM DI SUCCESSO #9

(on the air: Sia – Academia)

Dopo un anno e mezzo di assenza, arriva il nono appuntamento con i film che vedrete al cinema in un futuro prossimo. Eccovene sei appena ideati e pronti alla grande distribuzione.

PS: il sesto e ultimo film, più lungo, è un omaggio a questa rubrica, gentilmente regalatomi dalla Noe. Ci metterete qualche giorno a leggere tutto, così per un po’ non posto.

Trazione Interiore. Bill Cebion, giovane ed affascinante studente in biotecnologia del polifosfato in angolazione instabile, è nel suo laboratorio insieme alla sua probabile fidanzata Mary McCarrots, quando all’improvviso, una provetta di poltillio66, pericoloso minerale, esplode misteriosamente. Bill viene colpito e va in arresto cardiaco. Mary lo rianima, ma Bill resta permanentemente istupidito. Decide così di portarlo in Europa, e più precisamente in Liechtenstein, dove opera l’unico esperto di effetti collaterali di poltillio: il dottor Squaqquermaus. Il luminare sentenzia che l’unico modo per far riprendere il giovane è trovare il motore di una vecchia Prinz (auto tedesca degli anni settanta) e impiantarglielo nel petto. Mary inizia così la ricerca, ed è ormai allo stremo delle forze e senza un soldo, quando uno sfasciacarrozze della Carinzia con tendenze omosessuali di nome Urs Frattenmayer, procura il prezioso rottame in buono stato. Bill sarà operato, si riprenderà, ma non tornerà mai più alla sua vecchia attività, preferendo vivere con Mary ed allevare cani idrofobi  nel sud del Maine. Avvincente quanto non scontata coproduzione Europa-USA.

Belliffimo. Roma. Elena De Cirillis è la ragazza più fighetta dei Parioli, ha quindici anni ed è più che mai decisa a trovare l’amore, quello vero. Guida sicura la sua minicar mentre fuma una sigaretta, ascolta Tiziano Ferro sull’i-pod e messaggia con Iaia e Carola, le sue due amore che ha baciato sulla bocca per mettere la foto su Facebook. Michele Cecco è un trasandato diciottenne all’ultimo anno di liceo. Guida il suo vecchio Ciao comprato leggendo un annuncio di un marocchino su PortaPortese, porta la kefiah e organizza simposi sulla relazione tra comunismo, mortadella e la Gelmini. E naturalmente okkupa. Un giorno Iaia, per fare uno scherzo a Elena, prova ad entrare su Facebook con l’account dell’amica. Sorpresa! Hanno la stessa password: tvtttttttb. E così, aggiunge tra gli amici un estraneo a caso, che è proprio Michele. I due si chiedono chi abbia fatto la richiesta d’amicizia e perché. Michele scrive in privato: ti conosco? ci siamo forse visti alla manifestazione a favore della diffusione delle ricette rumene nelle mense scolastiche? Ed Elena: no, guarda, forse però ci siamo visti alla festa dei sedici anni di GianCesare, quando ci siamo ubriacati di champagne e mi hanno beccata a limonare col Cianca! Te forse eri qll in fnd alla stanza che ci guardava male? Cioè, manca poco che me blastano! I due si ripugnano, ma solo inizialmente, poi chattano, si conoscono meglio e decidono di incontrarsi. Sorprendentemente vanno d’accordo, anche per il difetto di esse, la zeppola che hanno in comune: commettono atti alternativi e di rottura, tipo mettere un lucchetto alla Garbatella e giocare ai Cesaroni sul Ponte Milvio, okkupano per finta un wine bar dei Parioli e organizzano un happy hour trendy nella palestra della scuola politicizzata di lui. E si amano come non mai mentre guardano insieme Amici, Annozero, Grande Fratello e Sabina Guzzanti. Neanche la loro rispettiva passione per Berlusconi e Veltroni li mette contro. La storia finirà comunque male, quando incontreranno due loro simili e i contrasti si faranno seri. Tutto questo dopo due giorni di storia. Ma il nostro amore era belliffimo. Commedia alla Moccia, sull’idiozia dei giovani d’oggi.

25 lanci di dadi prima di morire. Torino. Sylvia è una ragazza solare, piena di vita e ha un’insana passione per il Monopoli. Un giorno, durante un torneo internazionale di Monopoli, conosce Kaspar, affascinante campione ceco di giochi da tavolo. Lui la porta nella sua casa, si baciano, finiscono a letto. Ma dopo la sigaretta di rito, i due scherzano, ridono fin quando non decidono di giocare al loro gioco preferito. Ed è qui che Kaspar si rivela per quello che è. Sylvia trova una strana porta in casa e chiede a Kaspar cosa sia. Kaspar emette un ghigno satanico, apre la porta e la chiude dentro. Per Sylvia è l’inizio di un incubo. Al buio, al freddo e con l’umidità che le cola sul corpo coperto solo da una sottoveste. All’improvviso si accende un monitor. Kaspar è lì con un paio di dadi in mano e ride come un pazzo. Forse perché effettivamente lo è. La luce che si accende, rivela l’orribile verità. Sylvia si trova su un enorme tabellone da Monopoli. Kaspar tira i dadi e intima alla ragazza di muoversi fino a Via Accademia. E la avverte della cruda realtà: in 25 lanci di dadi, ha una sola possibilità di salvarsi: capitare sulla casella della Società Elettrica. Ma un mostruoso segreto si cela dietro i Bastioni Gran Sasso. Quale? Scopritelo al cinema. Inquietante thriller ludico.

Ku-Klux-Klaus: le atroci scelleratezze di Babbo Natale. Vi siete mai chiesti cosa fa Babbo Natale durante l’anno? Pensate forse che se ne stia lì con le mani in mano? O siete ancora più ingenui da credere che fabbrichi giocattoli in Lapponia? Nossignori, la risposta non è questa. Babbo Natale toglie il vestito rosso e indossa quello bianco. Con il cappuccio. E si reca in America con quattro renne, anzi, quattro galeotti mascherati da renna per commettere delitti a sfondo razziale e omofobo. Il culmine si raggiunge quando Babbo Natale entra in casa di una famiglia di colore della Louisiana al cui bimbo aveva regalato un magnifico bambolotto di Barack Obama per Natale. Ku-Klux-Klaus, come si fa chiamare il vecchio, è spietato e ferisce gravemente il bambino a colpi di bambolotto. L’ispettore Tibbs, che era in pensione da tempo, si mette sulle tracce del cattivissimo barbuto e canuto. Non facendocela da solo, chiama la sua assistente anche lei di colore, LaReppa Swya Dixon. Insieme riusciranno a catturare il perfido panciuto ex-benefattore. A Babbo Natale, messo alle strette e arrestato nel bel mezzo di Ground Zero, verrà risparmiata la sedia elettrica. Ma solo perché, sotto stretto controllo, dovrà continuare a portare doni il 25 di dicembre. Il resto dell’anno, viene condannato a dormire in carcere e, di giorno, a combattere incontri tarocchi di wrestling. Una cruda storia molto americana.

L’impero di Tantaranopoli. VI secolo avanti Cristo. Propilene, re della città di Tantaranopoli, ha un sogno: conquistare l’intera Grecia e tutto il resto del mondo conosciuto, financo le colonne d’Ercole. Per farlo, ha bisogno di infiltrati ovunque. Gastrippo si insinua nel governo della città di Atene, Palissandro cresce all’ombra dei soldati spartani, fino a guadagnarsi la fiducia di tutti i gerarchi. Fòttete invece, diventa re di Tebe. Il piano è perfetto, anche il resto d’Europa e l’Egitto sono in mano ai generali del regno di Propilene. La moglie, l’ingorda regina Trachea, è colta da attacchi di cupidigia: sogna le pellicce di leopardo degli egizi, l’avorio degli elefanti, le Alpi, le Piramidi, il Manzanarre e il Reno. Colta però da troppa cupidigia, rivela il subdolo piano del marito alle sue ancelle Frappeide, Digeide ed Eneide. Le quali sono traditrici e tramano nell’ombra. Una volta fatta la spia, le tre ancelle si godono ciò che succede. Propilene prende il comando del mondo, si proclama dio di un culto monoteista e fa erigere un tempio dedicato alla sua adorazione. L’impero dura però lo spazio di un giorno: Propilene finisce sgozzato, la città di Tantaranopoli viene rasa al suolo e mai più nulla si ritroverà della sua fiorente civiltà. La bella regina Trachea viene deportata in Egitto, ove, narra la leggenda abbia dato origine alla stirpe dei faraoni Sfigh- Aton, gli unici che si credevano faraoni ma non riuscirono mai a diventarlo. Quando la storia finisce poco gloriosamente.

Coinquilins – Certe sere a casa di Mirmilla. Una misteriosa ragazza dai tratti esotici, una inflessibile e saggia e un’altra in carriera che nasconde profondi tormenti, tutte sotto lo stesso tetto.

No, non è la pretestuosa falsa trama di un film bollente, ma il pronipote maccaronico di Sex and the city.

Ispirato alla serie americana di grande successo, ma togliendo i vestiti griffati perché non c’erano i soldi, i tacchi a spillo vertiginosi che già c’abbiamo i calli …ah, e mancano anche gli uomini a gogo che non se ne vede uno decente da una vita e mezzo, “Certe sere a casa di Mirmilla” narra le intriganti vicende di tre giovani donne alle prese con la vita, i sentimenti, il lavoro e soprattutto la lampada in bagno che non si riesce a cambiare perché la ragazza più alta è un metro e un soldo.

Mirmilla, la ragazza venuta da lontano, conduce una vita piatta che le riserverà però grandi sorprese, quando si scopre che il fidanzato non sopporta i due capelli bianchi che le sono spuntati per il gran dolore di sapere che hanno cambiato la formula del Cif liquido gel. Milla dovrà affrontare l’ansia della perdita del suo detersivo preferito e dovrà scegliere se farsi la tinta  e tenersi il suo uomo o rivoluzionare tutte le proprie certezze.

Giuliana, gran lavoratrice e dispensatrice di sempre ottimi consigli per le sue coinquiline, dovrà affrontare invece lo shock di vedere Giuliano Sangiorgi, il suo cantate preferito in onore del quale si è cambiata nome all’anagrafe (infatti prima si chiamava Ambra Marie), esibirsi ad un concerto con una tutina sexy. Scossa da cotale visione, dovrà passare attraverso una terribile dipendenza da reality di Maria De Filippi, ma uno psichiatra la guarirà, facendola tornare ai suoi doveri di persona seria, somministrandole forti dosi di Santoro, Vespa e Mentana.

Franciacorta (sì si chiama così, embè?) lavora notte e giorno per fare carriera nel campo delle vendite di mute da sub, un ambiente spietato dove i colleghi non si risparmiano cattiverie e vendette. Dietro questo impegno professionale così totalizzante, però, si nasconde una doppia identità. Franciacorta, infatti, è il famoso killer della muta, che uccide uomini bellissimi strangolandoli con le braccia di mute da sub. Angosciata dal dubbio se riuscirà ad essere all’altezza di entrambe le sue personalità, la ragazza confesserà tutta la storia alle sue coinquiline, che ne ricaveranno una fiction di enorme successo e con il ricavato la manderanno al sicuro alle Hawaii dove c’è mercato per le mute e molti uomini belli.

Spericolate conversazioni sui detersivi, le tutine sexy e le mute da sub, unite a toccanti confessioni attorno ad un piatto di pasta all’amatriciana conquisteranno il pubblico femminile, i produttori del Cif, gli appassionati delle tutine di Freddy Mercury  e tanti tanti sub.

COLPEVOLE

(on the air: Animal Collective – My Girls)

L’aula è piena di colleghi giornalisti, di curiosi, di morbosi, quei morbosi che ho sempre ripudiato sono tutti lì con l’occhio famelico, aspettano solo il verdetto. Sono colpevolisti, innocentisti, non gliene frega un cazzo, gli interessa solo presenziare, come le zanzare davanti a un prelibato banchetto di  sangue umano di ottima annata. Io sono qui alla sbarra, chiamato a rispondere di un’accusa infamante. Dannazione, mi hanno scoperto. La gente non se n’è accorta per anni e anni, ha sempre fatto finta di niente o semplicemente ha deciso di non denunciarmi. Mi hanno scoperto poi. Si fa per dire. Certo, mi sono costituito io.

L’ho deciso una mattina che mi ero svegliato con troppa voglia di fare, di quelle che mi capitano sì e no tre volte al mese. Un tè mandato giù velocemente insieme a qualche biscotto, le vitamine per tenermi su. Poi una serie di attività del tutto impreviste. Febbrili scambi di email di lavoro, riordino compulsivo della stanza, la polvere dei secoli che non faceva in tempo a scendere dalle mensole perché la portavo via con la spugnetta e la buttavo con sprezzante alterigia nella tazza del cesso. La polvere che mi teneva compagnia quando nessuno mi cagava, quando non avevo lo straccio di una donna, quando gli amici mi voltavano le spalle e i miei genitori dovevano o volevano starmi alla larga. Non c’era più quell’insieme di batteri, per la miseria; tutta colpa di come mi ero alzato. Non è una di quelle normali tre volte al mese – pensai- qui c’è qualcosa di più grosso. Il mio cervello stava elaborando troppo velocemente persino rispetto ai giorni della voglia di fare. Cercai conforto fermandomi a leggere un giornale e lo divorai con avidità. Pure quello. Non riuscivo a fermarmi. Fu così che sfidai la forza di gravità come ogni giorno quando prendo l’ascensore, salii sulla macchina e scelsi di raccontare tutto, di non tenermi più quell’ignominioso macigno sullo stomaco. Non pensavo nemmeno alle conseguenze, ero invasato di lucidità.

Sono qui per costituirmi, agente.

Al processo mi difendo da solo. Ho sempre pensato che dare soldi agli avvocati sia una cosa deteriore, anche se spesso purtroppo necessaria. Ma non questa volta. No. Nessuno meglio di me, reo confesso, sa come stanno le cose. Guarda lì dietro, quegli sciacalli schierati come i birilli da bowling. Giornalista, mestiere schifoso e meschino. Profittatori, voyeur, spesso manipolatori della realtà, spesso leccaculo di un qualsiasi politico a caso. E dire che a quanto pare è la mia razza. Almeno lo sarebbe, se non fossi colpevole. Toh, il giudice sembra un gufo, proprio come quello di Topolino. Chissà poi perchè il giudice che inguaiava Gambadilegno era sempre un gufo. Non ho mai letto trattati sulla presunta salomonicità dei gufi. Cazzo, sto deragliando di nuovo, che mi difendo a fare?

Il bello è che dopo quel giorno di lucida follia, ho fatto finta di niente. Come se nulla fosse accaduto, come il serial killer scoperto che si fa beffe della polizia perchè ha inspiegabilmente altre quarantotto ore di libertà e già che c’è fa fuori un negro, una puttana e un manager senza scrupoli. Tanto poi i tempi della giustizia sono lunghi e tortuosi.

Signor guf…ehm…giudice, io mi dichiaro colpevole, non ho scusanti. Posso solo prometterle che farò del mio meglio per correggermi. Mi appello alla clemenza della corte.

Minchia, adesso comincia con la lista. Sentiamoci il cosiddetto apparato accusatorio, l’elenco dei reati commessi. Oltretutto l’accusa ha fatto proprio un bel lavoro, ha chiamato a testimoniare le persone che mi vogliono più bene. Bastardi traditori, tutti. Poi andate a dire che lo fate per il mio bene, sì, avete ragione voi che sapete tutto. Non sono ironico, lo penso sul serio, ma siete comunque dei bastardi spioni. Eccolo, l’elenco del gufaccio. Progetti campati per aria, lavori rifiutati, libri interrotti, cose da fare rimaste lì e mai fatte, ma no! anche le buche rifilate alla gente. Ma cos’è? è più dettagliato di un dossier sulla camorra. Ettecredo, quelli li insabbiano. Ci mancano solo le intercettazioni telefoniche. Mah. E dire che non condannano mai nessuno in questo paese di merda. Coraggio uccello notturno e togato, sparami addosso questa sentenza, crivellami, tanto ho perso in partenza, sono già morto.

La corte dichiara l’imputato colpevole del reato di INCOSTANZA. Di cui peraltro si è autoaccusato. E condanna l’imputato stesso, a vivere una vita il più normale possibile con tutte le implicazioni che essa comporta.

Lo sapevo, mi sono fottuto con le mie mani.

"E la smetti di imitare la vita e la smetti di prenderti per il culo e cominci a fare le cose sul serio… e ti trovi uno schifo di lavoro… e, e vai in ginocchio da quella donna a chiedere perdono per il male che le hai fatto e per lo stronzo che sei stato con lei… e se la tua partita non è ancora finita… cerchi di riacciuffare un’occasione rarissima che ti è capitata… di vivere una vita da persona normale? Me lo sai spiegare perché non lo fai, me lo sai spiegare, che cazzo… eh??? "

Bartolomeo "Bart" Vanzetti, Santamaradona.