FESTE, PAURA, CALDO, TROMBETTE, ROMPICOGLIONI E TUTTO IL MONDO

(on the air: Snow Patrol – You’re All I Have)

Roma, ventisei giugno. Quattro persone ormai appiccicate dall’umidità a sedie e divani  seguono non troppo trepidanti, ma tese, quello sì, il finale di Italia-Australia. Grosso va giù in area, rigore. Cercato, sì siamo un po’ mafiosi, dischetto, ultimo secondo di recupero, ci va Totti: tiro, gol. Inquadratura per Hiddink e tanti saluti a lui, all’Australia e pure alla Corea del 2002. Quando siamo così brutti e così fortunati c’è qualcosa di strano nell’aria, ma non dico altro, non sono amante delle rievocazioni scaramantiche, come i quattro quarti del giornalismo italiano. Ci piace vincere così, ci piace il thriller, io ad un certo punto speravo che segnasse l’Australia per recuperare e vincere alla disperata, più bello no? Già che non diamo spettacolo, almeno cerchiamo di non annoiare. Archiviata la fredda (si fa per dire, sentito il clima) cronaca, introduco il vero post, che almeno (spero) piacerà anche a chi è stufo del calcio e a chi ignora che la palla sia rotonda e che Del Piero sia stranamente un calciatore oltre che un testimonial di furgoni e acque minerali, anche se io sono spesso perplesso sul fatto del calciatore, ma vabbè.

Durante il girone di qualificazione la gente è come impazzita, ogni vittoria (due su tre partite bruttine) un carosello di auto, bandiere, urla. Ora va bene che ti devi sfogare, però insomma, dobbiamo ancora passare il turno, c’è bisogno che incominci a inquinare l’aria con la trombetta al freon? E mentre il buco nell’ozono ringrazia, si continua a festeggiare non si sa bene cosa. Io sono convinto che sia bello festeggiare, ma dagli ottavi di finale, anzi dai quarti in poi, prima è semplicemente un dovere passare il turno, cacchio.

Sempre il ventisei giugno, ore 19 circa, Ponte Milvio, Roma. Mentre consumiamo un buon aperitivo, sfila una parata che manco il Carnevale di Rio. Gente a torso nudo che urla sul retro dei pickup, donne avvolte in bandiere modello tendone da circo, cani col tricolore al posto del guinzaglio, motorini agghindati e maglie azzurre di qualsiasi tipo, anche la maglietta che avevate riposto in fondo al cassetto perchè quel colore non vi era mai piaciuto o perchè sapeva di berlusconiano, ma prontamente rispolverata per l’occasione.  Una follia collettiva fatta di clacson, urla, cori: gettonatissimo il popopo di Totti, che ci si chiedeva se i due finti fratellini White (Stripes) sanno che la loro Seven Nation Army è diventata il tormentone dei tifosi della Roma e non solo. E questi vanno avanti fino a sera, poi per fortuna è ora di cena, mamma ha scolato la pasta e ha telefonato incazzosa e incazzata sul videofonino, casomai le trombette si usano più tardi, o perchè no, venerdì se passiamo contro l’Ucraina. Il tutto si placa intorno alle 21, anche se qualche ritardatario continua a suonare. Se la partita fosse finita verso le undici di sera, loro avrebbero smesso verso le tre di notte. Ad esempio nella caotica Piazza Bologna, dopo i festeggiamenti, gli studenti (perlopiù meridionali, mi scusino i lettori del sud) attaccano con i bonghi in piazza fino alle cinque di mattina, e sì, non è questione di essere vecchi o intolleranti, l’idea che titilla il neurone di chi vorrebbe dormire e magari ha la sveglia che suona presto, è quella di prenderli ad uno ad uno a calci nel culo e sfondargli il bongo nel cranio già leso per altri evidenti motivi. Tra l’altro tutto questo non c’entra con i mondiali, lo fanno ogni anno d’estate finchè non rimpatriano verso il mare. Aggiungo inoltre che dopo un po’ il soave suono del bongo fracassa soavemente le palle, anche se hai fumato quattro canne intere. Io ho la fortuna di vivere in un posto tranquillo, ma se capitasse non esiterei a chiamare la polizia creandomi molteplici identità fittizie per far lamentare più persone, nel caso una telefonata non bastasse a smuovere il culo pesante della legge.

Ventisette giugno, ore 21,15 circa, Roma, via di Tor Millina, nei pressi della celeberrima piazza Navona. Due persone piuttosto affaticate dal caldo e appiccicate dall’umidità, cercano un posto dove mangiare in santa pace all’aperto e una delle due persone, già che c’è, vuol vedersi Francia-Spagna. Pub Big Apple, stile niuiorchese, ma per l’occasione trasformato in covo spagnolo. Un’orda di ragazzini infoiati, maschi e femmine, organizzatissimi con maglie di Raul e Fernando Torres, bandieroni gialli e rossi con tori disegnati, le ragazze in maglia rossa e minigonna gialla. Necesìta una cerveza, vamos a ganar e via così. Il sottoscritto, cheppoi era quello che voleva vedere la partita, non riesce a vederla, maxischermo coperto dalla foltissima rappresentanza iberica. Ma a ben sentire, quando la Francia pareggia, ci sono anche i francesi che sono di meno e stanno quasi sempre zitti. A fine primo tempo, il casino diventa sommo. Gli spagnoli sequestrano un venditore ambulante di cianfrusaglie, lo coinvolgono nei cori e usano tutte quelle fottute diavolerie luminose e sonagliose che vengono abilmente smerciate nel centro di Roma. Parte addirittura l’inno spagnolo, diobono, è troppo. Le turiste americane fanno foto e ridono, i giapponesi fanno foto e ridono, le nordiche se ne vanno senza filarseli troppo, sarà che la Scandinavia tutta è fuori dal mondiale. Consumata la cena, si consuma la fuga, niente serata tranquilla e niente finale di partita, tanto non vedevo niente. E gliel’ho un po’ tirata agli spagnoli lasciati sull’uno pari, chiassosi, invadenti ma tutto sommato pure divertenti, dai. Roma, Corso Vittorio altezza Campo De’ Fiori, fermata dell’autobus che non passa manco a pagarlo, ore 23 circa. Due boati in giro, chissà chi ha segnato, evinco sia la Spagna. Vibra il cellulare che mi avverte che è tre a uno per la Francia. E la conferma che non è un errore arriva subito dopo: i francesi si sono svegliati e vanno in giro con le bandiere, addirittura ne passano due in macchina, tricolore ben in vista sulla Twingo targata rigorosamente français. Strombazzano all’impazzata pure loro e qualche italiano gli va dietro, mentre altri spagnoli (ma quanti ce n’erano?) sventolano i vessilli e i musi lunghi della sconfitta e urlano qualcosa verso i transalpini, ma non credo fossero insulti, c’è un bel clima di fair play. Prima che l’autobus  si decida a raccattare le nostre due anime in pena, c’è tempo per un paio di vucumprà, suppongo senegalesi, che chiedono ad un gruppetto di ispanici com’è andata. Tre a uno per loro! E uno dei due africani: mi dispiace amigo. Cheppoi chissà che magari non simpatizzasse per mamma Francia, visto che il Ghana nel pomeriggio aveva ammainato l’ultima speranza d’Africa contro il Brasile. Aspettando e sperando i festeggiamenti quelli veri, signori, questa è Roma mondiale, che vi piaccia oppure no.

 "Tutto molto bello…"

Bruno Pizzul.

QUANDO IL CALDO NON TI FA PENSARE NEANCHE A UN TITOLO

(on the air: Vinylistic – Record Player)

Latito  decisamente, ma il caldo mi uccide, sudano anche quei pochi neuroni rimasti. Rimpiango i quindici gradi di appena cinque post fa. Se facessero un referendum per abolire il caldo umido andrei subito a votare e invece niente, allora non ci vado. Italia-Australia, sono in trincea come Fantozzi, speriamo che non chiami Filini per avvisarmi di un’improvvisa proiezione dell’immortale capolavoro: la corazzata Kotiomkin (così la chiamano nel film). Alla faccia degli esterofili, pur con tutto quello che succede, io tifo quest’Italietta mercenaria, non bella e neanche troppo simpatica, a partire dal suo cittì e da mediocri colleghi di penna che sono al seguito della spedizione crucca fino ad arrivare ad alcuni cafoncelli arricchiti che vestono d’azzurro. Ma del resto non mi innamora nessuna squadra e neanche gli individualismi di presunti celebratissimi campioni che se ci sono, ancora dormono. Chè se il calcio fosse davvero allegria e spettacolo andrebbero eliminate quasi tutte le squadre presenti al mondiale, una massa di musi lunghi sboroni. Il ventilatore è tornato in attività, ma resta la goccia di sudore sulla fronte. Io il mio dovere di bloggher per oggi l’ho fatto, fine della storia.

UN POST IPNOTICO NON ANCORA POST-IPNOTICO

(on the air: The Feeling – Sewn)

Sì bè, resto affascinato da Tony Dallara in bianco e nero su sfondo psichedelico, riff di chitarre dure anni sessanta che mi fanno sempre pensare a Quentin Tarantino, da bocciare sono i testi delle canzoni e il look dell’omino in questione. Ipnosi temporanea, mentre una presunta Enza Sampò lo introduce di nuovo. Con questa cappa che avvolge la città in una bolla d’aria, con il vento che si nota per la sua assenza, i palazzi fermi – ma in effetti per fortuna non è che si muovano spesso – l’ipnosi è d’obbligo. Ipnosi che ti inchioda in retromarcia contro fioriere sporgenti e pungenti che reggono finti vasi di finti gerani. E’ la freccia di una Vespa rossa che mandi in frantumi in sequenza dopo aver conosciuto i vasi da vicino. Ipnosi è un vecchio cameriere che ti chiede venti volte che pizze hai ordinato, ti chiede il conto due volte e vai via temendo che alla fine ti costringa a pagare di nuovo. Ipnosi è quando ti ritrovi ad aspettare una birra che porteranno al prossimo avventore, perchè ti sei stufato di aspettare e ti alzi dal tavolo. Ipnosi è ancora un altro luogo, una cameriera che ti racconta che andrà a lavorare a Porto Cervo, vedrà chi incontra e deciderà dove andare all’estero, questioni di vile denaro. Ipnosi è guardare una cinquantina di rincoglioniti più un tizio trasformato di tutto punto in un robot di latta alto oltre due metri, che si muovono a tempo di ritmi sudamericani mentre una cassa spara fuori tali immondizie e l’altra punta diritta nell’altro orecchio con musica dance di buona fattura e un po’ datata. E il ghiaccio si scioglie nel tè freddo alla pesca. Ipnosi interrotta da una zanzara gigante che proprio mentre scrivo ho asfaltato in volo tra le mani. Niente sangue, stronza. Adesso recuperare l’ipnosi è dura. Ho riacceso, c’è un altro cantante direttamente dai favolosi anni sessanta. La presunta Sampò mi dice che è un tal Bruno Martino dietro una tastiera che oggi non vorrebbe neanche un bambino per smontarla e giocarci al piccolo meccanico. E surf sia. Ipnosi ritrovata. Ipnosi è pareggiare contro gli americani, ipnosi è far giocare Zaccardo, ipnosi è dare una gomitata o guardare gli arabi giocare male a calcio. Ma è anche vedere un uomo adulto che ti si affianca in salita con un motorino, cede, poi si riaffianca, ti guarda, cede di nuovo. Ipnosi è stare qui davanti a chiedersi il perchè di tutto questo, dalla prima riga. Ipnosi è anche pensare di trovare una risposta che non c’è. Sbadiglio ipnotico, provo a schioccare le dita, ma non succede niente. Svegliatemi quando si  rompe la bolla d’aria. Cheppoi temo che la colpa sia del gusto cioccolato kentucky, che dico io,  tabacco nero e rabarbaro potevano tenerseli piuttosto che metterli in un gelato.

Copertina di Gary Baseman.

Marchetta: per chi non fosse ipnotizzato e volesse misurare la sua abilità nell’arte di scrivere, ultimi giorni di iscrizioni all’ Oscar dei blog italiani.

LE AVVENTURE DI ATARU E IL TASSINARO IMMAGINARIO volume 5

(on the air: Meganoidi – Dai Pozzi)

Stasera ho pensato bene di starmene da solo a contemplare il monitor, a squagliarmi l’orecchio accanto al telefono, a guardare Germania-Polonia, a fumare una sigaretta per disperazione. Ma se decidessi di uscire? Intendo ora, le quattro di mattina passate. L’unica sarebbe sentire se Er Frittata, sì proprio lui, ha il turno di notte. Ho il numero privilegiato io, e non lo vedo da poco meno di un anno. Tuuuu-tuuuuu-tu…dica? Sor Frittata è lei? So Ataru! Se le pago la corsa fa un salto sotto casa mia? Mortacci sor Atà, coro, che tanto sto ar Muro Torto! Mi vesto da cazzone (cit.), pantalone blu della tuta leggera della Champion, maglietta grigia con sopra Dick Dastardly e Muttley, calzini da casa color verde scuro, scarpe vintage Nike Tennis Pro che si sfilano e si infilano senza slacciarle e giubbetto jeans sopra. Faccio in tempo ad allacciare l’orologio al polso, mettere le sigarette in tasca insieme ai due cellulari, che mi vibra quello acceso. Il 131 Mirafiori der Frittata va ancora come un orologio svizzero, roba da non crederci. Aria frizzantina, di quelle che se ti arriva un po’ di vento in faccia sali con l’ascensore direttamente in paradiso, sotto casa nessuno, neanche i ragazzetti rompipalle sul muretto della scuola.

Frittata (inchiodando con conseguenti scricchiolii): sor Atà, ma quanto tempo è passato? L’ultima volta m’ha portato quell’amico suo, quello strano..

Ataru: quello indiano. Hrundi V.Bakshi. Ma nun se preoccupi, stavolta ci sto solo io. Cazzarola è quasi un anno, come va? Io salgo eh…

F: e ce mancherebbe, s’accomodi! e come va…va bene…so stato un po’ male che c’ho npò de diabbete ma se tira avanti…

[Er Frittata è vestito con una giacca color nocciola sbiadito, un paio di similjeans da sartoria e una camicia bianca con righe verticali sul grigio].

A: niente di grave, spero! io ogni volta che la vedo mi sembra ringiovanito…

F: so stato ricoverato un par de mesi, entra e esci dall’ospedale, lasciamo perde, peffortuna che ce sta mi moglie, na santa

A: mi dispiace! ma lo vede che alla fine lei che disprezzava tanto la mogliettina…eppoi adesso tutto ok, no?

F: peffortuna sì ma stavorta c’ho avuto ‘na strizza…ma non parlamo de cose tristi, lei che combina? La mia nipotina legge ancora er blogghe e m’ha detto che ormai è bello che fidanzato. Porella, s’era innammorata! Adesso sta co’ uno che prima o poi vado là e lo metto sotto cor taxi!

A: ahahahah se serve una mano vengo anch’io! comunque sì, sto con una persona da un anno e mezzo…

F: sì, ‘sta Noieial…qualcosa, no?

A: eheheh è lei…ma dove stiamo andando?

F: e che cazzo ne so, mo supero Piazza Cavour, ‘namo verso Piazza Navona, va..ma ha visto che schifo il calcio? tutto truccato! mortacci loro, io me ricordo er fornaretto Amadei che ce fece vince lo scudetto ner 42, che tempi! Io so der ’31, c’ho dieci anni meno de lui!

A: guardi, non me ne parli…speriamo nei mondiali

F: io l’ho vista la partita cogli africani, nun è stata male, ma sa che c’è, me so proprio rotto li cocommeri. Sti scemetti de regazzini me sventolavano i tricolori in faccia lunedì scorso, davanti ar parabbrezza! Avemo vinto ‘na partita…io non lo so…la gente te fa tribolà in ogni modo…

A: e lo dice a me? ma lo sa che sono pure disoccupato?

F: ma come, uno che scrive tantobbene come lei? ma mo sento mi fija che lavora ar Messaggero, fa la tipografa, magari je pò dà ‘na mano…

A: ehm grazie, ma non si preoccupi, tanto a forza di curriculum prima o poi arriverà la botta di culum senza curri

F: eh?

A: fa niente…

F: fuma una MS con me? ahahahahahah (ride sguaiatamente con accenno di asma) lo so che non je piacciono! fumi una delle sue, affumicamo er taxi!

A: eheheh vabbè! senta, torniamo verso casa? che oltretutto non ho molti soldi con me…

F: offro io, per carità!

A: aridaje!

[Accende la radio a volume alto, parte un nastro con Occhi di ragazza di Gianni Morandi].

F: macchejevolevodì…io ho votato Veltroni! Però ha rovinato ‘na piazza de Trastevere!

A: eh lo so…e che l’ha votato a fà?

F: bo, mi fija m’ha detto: papà votalo che è bravo! 

A: mmm…capìto…qua giri a destra che ci sono i lavori

F: pure qua, mortacci loro! ieri mica ce stavano, vaffanculo!

A: e vabbè ieri era ieri…senta me la leva una curiosità? ma lei in realtà come si chiama? e perchè la chiamano Frittata?

F: e come no, sor Atà! Me chiamo Enzo e me chiamano Frittata perchè so quarant’anni che dentro ar taxi c’ho sempre pronto er panino co la frittata, me lo fa mi moje. Mo però mica me lo fa più sempre…

A: mm bono…senta, accosti qua al chiosco. Ce lo facciamo un panino? Questo lo offro io, diobono.

F: sì, ce sto!

Avrei voluto scrivere il finale, tra panini con la salsiccia e bottigliette di acqua Egeria, ma mi è venuta fame anche se non mangerò niente. Allora il tassinaro svanisce in una nuvola e ciao a tutti.

ATARU MUNDIAL

seconda parte

(on the air: Elio e le Storie Tese – Nessuno allo Stadio)

Prima di cominciare la seconda parte della storia dei campionati mondiali di calcio secondo Ataru, vi ricordo che oggi l’Italia va in campo contro il Ghana e che gioca Zaccardo e forse anche Iaquinta. Tutto ciò è preoccupante. Molto. Alla fine della storia, che questa volta rivisiterà gli anni a cavallo tra il novantaquattro e il duemilaedue, altre simpatiche considerazioni nel pallone, ma anche no. La prima parte è qui sotto.

Seconda parte

Stati Uniti. Che c’entrano? In effetti il soccer negli States non se lo era mai coperto nessuno, eppure il business porta il grande circo mondiale in America nel 1994. Ero uno studente universitario di belle speranze e tanti begli esami complementari e storia del diritto romano, un esame fondamentalmente facile che diventò difficile causa assistente bastardo capitato per ben tre volte. C’era un unico modo per non pensarci, anche perchè con le donne non si batteva chiodo: godersi il Mondiale con gli amici. Il mito di Maradona finiva, o cominciava, dentro una provetta di urina sospetta. Passammo il turno in maniera vergognosa, quattro squadre a pari punti, primo il Messico, noi secondi nonostante avessimo perso lo scontro diretto con l’Irlanda e avessimo differenza reti e gol segnati e subìti identici a loro, anzi se qualcuno mi spiega perchè siamo passati noi mi toglierebbe un dubbio che ancora mi attanaglia. Quella nazionale si reggeva sul talento immenso di Roberto Baggio e su quello sfortunato di Gianfranco Zola. E sul culo di Arrigo Sacchi. Le partite degli ottavi e dei quarti di finale, rispettivamente contro Nigeria e Spagna le ricorderò a vita come le più sentite in assoluto. Casa di quello che un giorno sarebbe diventato uno stimato ginecologo e che all’epoca era considerato un autentico maiale, sudore sulla fronte per il caldo e per la situazione di svantaggio contro i nigeriani, che dura fino al minuto ottantotto, dopo che Zola era stato ingiustamente espulso da un tale di nome Brizio Carter che si prese tutti gli insulti della terra. Al minuto ottantotto Baggio regala il pari, saltiamo dal divano, io per primo completamente rosso in faccia e senza voce giù sul tappeto in ginocchio ad urlare, arrivano tutti gli altri, piramide umana. Sembrava finita e invece avevamo pareggiato. Il Codino ai supplementari ne fece un altro, dopo che le coronarie erano state ancora messe a dura prova dagli africani. Infarto sfiorato, sul serio mica per finta. Stessa casa stesse scene contro gli spagnoli. Stavolta fino all’87esimo è 1-1. Baggiobaggiobaggio…reteeeeeeee! Altre urla, altri malori, altra piramide umana. Semifinale con la Bulgaria superata a fatica ma col culo come sempre. Finale, c’è il Brasile a Pasadena, avvolti da un’umidità che persino le zanzare si sarebbero lamentate. Si cambia casa, si sceglie quella di una tipa che nella mia vita in quella stessa estate sarebbe stata una meteora. Quelle che ti piacciono per quindici giorni, ci provi, ti va male e quando torni dal mare non sai neanche perchè c’hai provato. Ho saputo che di recente ha avuto un bimbo. Auguri. Zero a zero, pure ai supplementari. Un’altra volta i rigori, come quattro anni prima. Sbaglia Baggio e pure Baresi che era rientrato a tempo di record dopo essersi fatto il menisco. Proprio loro, che piangono. E’ finita. Niente agitazione, niente feste. Già perchè quelle feste me le ricordo. Il post partita sul MuroTorto con il maggiolone nero scappottato (quello vero) di PierPaolo, la cassetta dei Queen sempre posizionata su We Are The Champions, i bagni nella fontana di centinaia di persone, pure a Piazza di Spagna, la scalinata di Trinità dei Monti era azzurra di gente seduta che cantava cori da stadio e persino l’inno di Mameli. E noi a correre verso di loro con i tricolori in mano. Forse è il più bel ricordo che abbia di un mondiale. I vent’anni, che belli.

Nel novantotto si gioca in Francia. Io a quasi ventiquattro anni ero già uno studente disilluso, consapevole che quegli esami proprio non mi andava di finirli. Deluso da qualche amico, da una ragazza, insomma non era un grandissimo anno quel novantotto. E sinceramente mi ricordo poco di quel mondiale. Cesarone Maldini che avrebbe lasciato la panchina a Dino Zoff poi sconfitto in finale agli europei un paio d’anni dopo, era il cittì. Del Piero la star che non emerse. Baggio quello che non tramontava mai, richiamato a furor di popolo. Bergomi salutava il calcio con l’ultimo mondiale, lui, ultimo superstite dei campioni dell’ottantadue. Ottimo girone di qualificazione, ma non ricordo di aver festeggiato granchè. Quasi come se sentissi che qualcosa sarebbe andato storto. Forse anche il cervello di Maldini quando decise di rimettere Del Piero per Baggio, nei quarti con la Francia. Zero a zero, fino ai rigori. Non c’è due senza tre, ricordo che dissi al mio amico Francesco che era lì con me. Lui si grattò le parti basse, ma non bastò. Terza volta di fila, dischetto fatale. Stavolta fu Di Biagio a infrangere i sogni sulla traversa. Quasi come se me lo sentissi, non ci restai neanche così male. La Francia di Zidane poi, vincerà per la prima volta la coppa contro il Brasile di un Ronaldo stordito da strane storie di macumbe.

Nel 2002, si gioca in Giappone e Corea del Sud. Con un fuso orario indecente, giochiamo sempre di pomeriggio presto. C’è Trapattoni in panchina e Totti in campo. Io lavoro in radio, ma sono ancora nel campo dell’informazione, il calcio verrà dopo. La terza partita di qualificazione, col Messico, resterà memorabile soprattutto per Pizzul che ripeteva i nomi dei giocatori a mitraglia e per l’uso di stupefacenti leggeri di natura esilarante che facemmo a casa di Alberto. Con noi, tra gli altri, c’erano anche Dio e Mr Wolf, alias JS. Passammo per miracolo quel giorno, grazie all’Ecuador che ci fece un favore da niente battendo i croati. Ma noi si rideva con le lacrime a dire vaccate. Ma come dice il famosissimo (???) proverbio, quello che l’Ecuador dà, l’Ecuador toglie, negli ottavi contro i padroni di casa della Corea, uomini che si nutrono di cani, ci toccò il rotondo arbitro Byron Moreno, ecuadoregno per l’appunto. Tutti a casa di Mr Wolf, il Rix, quello che adesso ce lo siamo perso per via della setta malvagia, allungava la CocaCola con l’acqua per curiosità e si schifava dopo averne assaggiata un sorso. Io lo avevo anche avvertito. Ma erano cattivi ed oscuri presagi, nonostante Vieri avesse segnato presto. Nessuno si impegnò a fare il secondo gol e i mangiabau trovarono il gol a due minuti dalla fine. Supplementari, Totti espulso per un nonnulla dall’ineffabile Moreno, l’Italia in barca, altro gol dei coreani a tre minuti dai possibili rigori. Finisce lì perchè c’è il golden gol. E dopo quattro anni possiamo dirlo, Moreno avrà avuto pure le sue colpe, ma giocammo talmente male per tutto il mondiale, che fu giusto uscire in quel modo. Il golden gol che ci aveva fregato anche due anni prima, agli europei contro la Francia, dopo che in semifinale avevamo sfatato il tabù dei rigori. Ma sono altre storie, tantopiù che per fortuna adesso la regola del golden gol è stata abolita. Niente festa, solo tanta rabbia per il gioco orribile. L’ unica cosa positiva era che finalmente potevamo liberarci del fuso orario orientale che ci costringeva a vedere le partite sudando perennemente. Vincerà il Brasile, di nuovo. E capitan Cafu alzerà ancora la Coppa FIFA dei pentacampeao (cinque volte sul tetto del mondo) verdeoro.

– Fine –

Duemilasei. Tornando a noi, sarò breve. Oggi per vari motivi è il mio giorno sfortunato (vuoi sapere perchè? vedi qui). E le avvisaglie ci sono tutte; ad esempio sabato, mentre si giocava un’avvincente Argentina-Costa D’Avorio, ho perso venticinque euro sul pavimento coperto di insani olii rifritti del Burger King, che va bene che è molto meglio di McDonald’s, ma pagare in tutto 35 euri un Long Burger menù king e dei Chicken Pop Corn, mi sembra un’insanguinata esagerazione. Ora vediamo che succede. Signori, Italia-Ghana. Ah volevo dire a mister Marcello Lippi che ha rotto i coglioni con la pretattica pregara preformazione segreta. Che solo qua in Italia si continua ancora a non dire le cose alla luce del sole. Provarci, anche solo per dare una formazione ventiquattro ore prima, non sarebbe stato poi così male.

PARTITI!

(on the air: qualsiasi cosa che non sia Cuore Azzurro dei Pooh)

E ci siamo, nove giugno. E’ il momento del grande evento, quello che aspettiamo ogni quattro anni. Siamo in Italia, viviamo di calcio, iniziano i Mondiali in Germania. C’è davvero qualcuno, anche disinteressato, che non sa che oggi si parte? Quando ci sono i mondiali, anche i personaggi anticalcio tipo fidanzate, zie, nonne, esperti di pallavolo e ciclismo si interessano alle sorti della Nazionale italiana. E’ quasi un rito magico. Per la verità quest’anno di magico c’è ben poco, e capisco chi non si riconosce nello spirito patriotico, vista la magra figura che abbiamo esportato. Inutile lamentarci se ci chiamano mafiosi: è vero. Eppure io non me la sento di non tifare Italia, nonostante Lippi, nonostante Buffon, nonostante Cannavaro. Il perchè è presto detto, bisogna andare indietro nel tempo, anno 1982.

Nel settantotto ero obiettivamente troppo piccolo per capirci qualcosa di calcio totale all’olandese, di Kempes che trascinava l’Argentina alla vittoria in patria. Ma nell’ottantadue, in Spagna, avevo facoltà di collezionare figurine Panini già da un annetto e di conoscere già tutti i giocatori a memoria. Sette e anni e mezzo, il tv color Blaupunkt appena comprato da papà. Io mi ricordo. Mi ricordo bene delle qualificazioni stentate e di quel terribile secondo turno: girone a tre con Brasile e Argentina che proprio non ci lasciava speranze. Oltretutto Paolo Rossi non mi era manco simpatico, retaggi di famiglia romanista. Per giunta veniva, guarda un po’, da uno scandalo scommesse piuttosto bruttino. Eppure le immagini a casa di mia nonna paterna le ho nitide: 3-2 agli spocchiosi brasiliani, Zico, Socrates, persino il divino Falcao in ginocchio. Nasceva il mito. E mentre Bruno Conti era il più forte del mondo, arrivavamo in finale battendo i polacchi. C’era la Germania Ovest, pensa te che tempi. A casa mia, con i miei, cose mai viste, mia madre che teneva le ciabatte in mano e le sbatteva tipo piatti di un’orchestra, tre gol, tre urli in tutto il quartiere e il compianto Martellini, che avrei avuto la fortuna di incontrare qualche anno più tardi, che urlava campionidelmondocampionidelmondocampionidelmondo. Mia nonna mi aveva cucito una bandierina minuscola di lana, sembrava l’inserto di un maglione con tanto di bastoncino. Con quella bandierina, più il bandierone di papà, io e i miei andammo a festeggiare in via Candia, che a me sembrava lontanissima e invece stava a cinque minuti da casa. Era il tripudio, la gente era scesa in strada, tutto tricolore, clacson impazziti. Insomma la solita storia, ma signori miei avevamo vinto un mondiale, Zoff alzava la coppa con le manone, Pertini e Bearzot fumavano la pipa, Tardelli urlava, non vincevamo da quando Mussolini ce ne aveva fatti accaparrare due di seguito. Ecco, da quel momento non ho più smesso di aspettare i campionati del mondo e di tifare in maniera passionale. Non escludo che in quel momento mi sia venuta voglia di lavorare un giorno in questo mondo, anche se ci sarei arrivato una ventina d’anni dopo.

Venne poi Mexico86, con i superstiti di quella stessa squadra sconfitti negli ottavi dalla Francia di Michel Platini. Ma quello fu il mondiale di un certo Diego Armando Maradona. I ricordi sono paradossalmente più sbiaditi, anche se ricordo ancora una volta la casa di mia nonna paterna, la luce pomeridiana che filtrava dalla finestra del balcone e naturalmente l’album Panini a memoria.

Nel 1990 ero un giovinastro alquanto cicciotto e bruttarello, quindici anni e mezzo, occhiali RayBan megagoccia alla Venditti e uno zio sborone con la Golf Cabrio. E fu proprio mio zio a portarmi in giro nei pressi del rinnovato stadio Olimpico a vedere quell’atmosfera da vicino: un mondiale in Italia. C’è il rammarico di non aver visto neanche una partita allo stadio, ma ricordo le prime vere serate con amici o cugini, i primi vaffa all’allenatore leggibili dalla telecamera sul labiale. Insomma iniziava l’era moderna mia e del calcio. L’allenatore era Azeglio Vicini, colui che a tutt’oggi ha fatto vedere il più bel gioco della Nazionale azzurra negli ultimi trent’anni. Durante i primi turni non aspettavo altro che mio zio venisse sotto casa con la Golf e le mie cugine, bandiere in mano, vento in faccia e giù a festeggiare in una Roma sveglissima. Gli occhi sgranati di Totò meteora Schillaci, le notti magiche di Bennato e la Nannini. Bisognava vincere a casa nostra, eppure in semifinale l’Argentina ci mandò fuori ai rigori. Ero a casa del mio vecchio amico Stefano, gli odiosi vicini di casa venezuelani urlavano contro di noi, Zenga e Ferri non a caso interisti, pasticciarono, arrivò Caniggia e ci purgò. Pareggio, rigori. Il semisconosciuto portiere Goycoechea fece il fenomeno e ci mandò a casa. Ai rigori è atroce, ma purtroppo non saranno gli ultimi. Si giocò a Napoli e odiai quei napoletani che fecero il tifo per Maradona, sembrava di giocare in trasferta. Tanto che in finale all’Olimpico, i romani beccarono i sudamericani (e i napoletani) per tutto il tempo e la Germania appena riunita dopo il crollo del muro vinse su rigore di Brehme abbastanza rubato. Gliel’avevamo fatta pagare ed ero contento. Avevo istinti assassini nei confronti di Maradona e Caniggia, loro invece pippavano la coca, ma questa è un’altra storia.

continua… 

– Fine Prima Parte –

Delusi? Annoiati? La storia mundial di Ataru prosegue la prossima volta con gli infarti di USA 94, la tristezza di Francia 98 e l’orrore di Giappone/Corea 2002. Anche perchè il post stava diventando lungo e c’ho pure mal di testa. Tornando a noi, si parte con Germania-Costa Rica. Promemoria:

1) quest’anno la Rai non ha pagato i diritti e vedremo in chiaro una sola partita al giorno: io non ho Sky, ospitatemi.

2) l’Italia esordisce contro il Ghana il dodici giugno, ovvero il mio giorno sfigato per eccellenza. Per ora ci hanno lasciato le penne Zambrotta, Gattuso e probabilmente Nesta. Vediamo cosa può succedere in altri tre giorni.

3) il calciatore più forte del mondo è Ronaldinho. Sono mesi che tento di prenderlo nei tornei premondiali di Pro Evolution Soccer con gli amici, ma mi tocca sempre Crespo, che non è la stessa cosa.

4) aridatece Bruno Pizzul.

5) Luciano Moggi avrebbe dovuto essere il nostro dirigente accompagnatore. Signori giudici, non potevate proprio aspettare ancora un mesetto prima di piantare sto casino?

6) Cara Vodafone, perchè forzare l’accento romano di Totti più del dovuto? Non fa ridere, ve lo dice un romano, famo a fidasse. Laif is nau.

7) forse e dico forse, questo blog  si occuperà dei Mondiali con una rubrica fissa e spero divertente, ma forse eh. Intanto vi  aspetta il seguito del corsivo di cui sopra.

8) Intanto, si comincia.

COMUNICARE

(on the air: Stylophonic – Pure Imagination)

Notte. Strada umida di pioggia. Quindici gradi e mezzo. Nei giorni scorsi anche sotto i dieci. Io ho la giacca a vento. Febbraio? No, giugno. Un anno fa boccheggiavo per le vie di Perugia, caldo senza ossigeno, tonsillite incipiente. Che bello essersi levati dalle palle qualche giorno di caldo, aver indossato giacca e cravatta il primo giugno e non aver versato una sola goccia di sudore per tutto il corpo. Ultimamente qui sopra si parla solo del tempo, c’è il rischio che davvero ci sia poco dialogo tra me e il blog. Ma non preoccupatevi, non è una storia alla frutta e nemmeno all’ammazzacaffè, è che parlare del tempo può essere anche affascinante, basta che non lo si fa per non sapere cosa dire. Io ad esempio, sono certo che se con una persona parlo delle condizioni meteorologiche è perchè sono convinto di volerlo fare, cazzi suoi se non lo capisce. Di solito se non so cosa dire, taccio. Ma è difficile eh. Tipo l’altroieri sera con tre turisti tedeschi che cercavano un albergo e io non capivo una mazza, eppure sono ripassati davanti a me quattro volte con tanto di bottiglietta d’acqua ritta in mano, e io ogni volta sorridevo e gli dicevo baggianate in uno slang misto italo-anglo-tedesco e loro: ya ya Calabria straße! danke! Che importa se poi in realtà il loro hotel stava in Padova straße, loro erano convinti che Calabria e Padova fossero la stessa cosa, io intanto soddisfacevo la mia voglia di comunicare in ostrogoto. E pensare che a Berlino i gentilcrucchi mi davano informazioni ultraprecise. Visto che ormai soprattutto in zona piazza Bologna (anzi, BolognaPlatz) mi prendono per lo stradario umano di Roma (potrei raccontarvi di tanti italiani provenienti da ogni regione che chiedevano di posti irraggiungibili persino dal raccordo anulare), poco dopo spuntano tre spagnoli o sudamericani o so un cacchio da quale angolo latino provenissero, che mi chiedono dell’ostello della gioventù. Hostel, hostel! Questa è facile: on the left, un po’ più avanti. Questi capiscono, santa Babele. Livorno street, izquierda. Olè. Ma siccome mi accendo diverse sigarette, so che inevitabilmente qualcuno mi guarderà e me ne chiederà una. Arriva una ragazza sui vent’anni e puntualmente: scusa, hai una sigaretta? sì tesoro, anche due perchè mi hai dato del tu. Che qualche stronza della tua età, nonostante il mio giovine aspetto da venticinquenne, mi dà del lei eppoi vado in bestia e invece della sigaretta le do fuoco con l’accendino. In compenso avessi trovato un’anima pia o anche un cartello diabolico, che mi indicasse all’una di notte, a ritorno dal matrimonio di giovedì, come riprendere la retta via Flaminia nell’oscuro dedalo abitativo che si estende tra Grottarossa e Labaro. Ce l’ho fatta da solo. Il che avvalora l’ipotesi che nonostante vada nel panico quando mi perdo, mi candiderò come nuovo stradario di Roma e dintorni: facile da consultare, chiama e saprai dove andare. La mia disoccupazione ha ormai le ore contate, lo siento. E’ attaccata alle macchine che ancora la tengono in vita. Al limite pratico l’eutanasia e speriamo che non se ne accorga nessuno. Epperò è il cinque di giugno: tra quattro giorni cominciano i mondiali. Cari calciofili siete avvertiti, il prossimo post sarà tutto per voi.

Update: è nato OSCARBLOG, l’Oscar dei blog italiani. Guai a voi se non provate a vincerlo partecipando. Il vostro Ataru sarà in giuria con una serie di nomi illustri della blog circonferenza. E non aspettatevi nessun favoritismo!