SCHLIEMANN E LA SCRIVANIA

(on the air: Corinne Bailey Rae – Put Your Records On)

Credo che tra le cose più vissute del mondo, ci sia senza ombra di dubbio, la mia scrivania. Che è un piano teoricamente reclinabile, ma ormai sommerso da migliaia di oggetti, carte e quant’altro. Non c’è spazio per scrivere, per leggere, niente. Ci sono strati su strati, come una città, che in anni e anni ha modificato la sua edilizia, costruendo sopra a quello che altri uomini, in altre epoche avevano realizzato. Sulla mia scrivania c’è un disordine ordinato. Di quelli che se non smuovi niente trovi tutto, ma se provi a mettere a posto qualcosa, cazzo, non trovi più niente. Il portapenne, una vecchia tazza dei Peanuts, è pieno di matite spuntate e penne che non scrivono, roba che farebbe la felicità di un ingordo e vorace secchio della spazzatura, eppure io non ho alcuna intenzione di sfamarlo, quel bastardo. La lampada alogena guarda austera quel vassoio metallico della Kronenburg, rubato al rifugio sulle nevi di Marilleva, circa cinque anni fa. Vassoio pieno di carte impolverate, foto, pile scariche o cariche, vallo a sapere, ciarpame di tutti i tipi, persino la fascetta originale Onitsuka Tiger, gadget di Kill Bill Volume 1. Biglietti di locali, tanti, anche troppi, nel senso che alcuni mi sa che non esistono neanche più o perlomeno hanno cambiato il numero di telefono. Mi rendo conto che dovrei buttare qualcosa, ma da certi ricordi, posso rendermi conto di quanti posti ho girato in questi anni. Proseguendo la perlustrazione oltre il vassoio: I caricabatterie di due telefoni, la macchina digitale con custodia, il vecchio walkman, cd rigorosamente masterizzati e senza titoli, i quarantacinque giri perfetti comprati un anno fa al Flohmarkt di Berlino, riviste, libri che ho letto/sto leggendo/leggerò, una pila di cartoline prese nei pub, che chissà che cazzo ci dovrò mai fare, ma son belline, e prendile, dai, che ti frega. Heinrich Schliemann, illustre e ricco mercante, improvvisatosi archeologo per la sempre nobile ed intelligente arte della curiosità, andò in Turchia e sotto tre strati di insediamenti urbani si convinse di aver trovato la città di Troia; in realtà, forse la Troia omerica era ancora più sotto, al nono strato, o giù di lì. Io, novello Schliemann, se scavo negli strati della scrivania, trovo un troiaio, altro che Troia. E il pensiero corre agli anni dell’università, ai quadernoni, quegli appunti brevi, ma ordinati. Economia politica la odiavo, quattro righe di appunti, poi le nostre strade si divisero. La riincontrai in giro per le varie facoltà che frequentai, ma non ci cagammo di striscio, fino al definitivo addio. Una storia impossibile, la nostra. Fotocopie di appunti, minchiate, posacenere abilmente fatti sparire da tavoli di legno quando ancora nei locali non era vietato impregnarsi di fumo, persino la tovaglietta di carta della Guinness, presa in un pub di Barletta, dopo una cena che solo ora mi torna in mente e di cui ricordo solo la compagnia e le patate fritte. I planner, le agendine, per dirla terraterra. Le usavo per darmi un tono, chissà che ci dovevo scrivere. Ora, se il sonno non fosse sul punto di farmi abbandonare anche la tastiera, le aprirei per leggere quelle due stronzate che ci appuntavo a fine lezione. Ma soprattutto durante la lezione, chè di sicuro non erano appunti, e che per questo potrebbero farmi riaffiorare ricordi di vecchi amori, di amici, all’epoca amici di una vita e adesso di una vita fa. E no, ora non mi va, mi spunterebbe fuori quel sorriso sardonico e compiaciuto di chi sa che qualche anno è passato, nessuna lacrimuccia, ma magari nostalgia o semplicemente ribrezzo. La mia scrivania è tutto questo, e tanto altro ancora. Vorrei fotografarla, ma vi assicuro, non renderebbe l’idea. Il bello è che ormai, se scavassi tra quegli strati, troverei cose che non so, anzi, che non so più. Un giorno lo farò, ci perderò ‘sto paio di giorni. Ma ora la vita pulsa lì sopra, nell’ennesimo insediamento, con la custodia degli occhiali nuovi e il telecomando dello stereo nuovo. Sono i grattacieli che lascerebbero di stucco persino lo Schliemann, avveniristico e fantasioso uomo di fine ottocento.

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PERSO

(on the air: The Rakes – Pub Club Sleep. Work Work Work)

Ormai la lochescion ideale per i miei post, è sempre la stessa: la macchina. Si dice che io abbia delle belle mani. Di certo ora sono screpolate dal freddo, perché i guanti li porto giusto a prendere una boccata d’aria. Se potessi scriverei direttamente dalla macchina, ma so che poi mi schianterei. La mano screpolata, la destra, batte il tempo della musica sul ginocchio destro, la sinistra è sul volante con una sigaretta in mano. Non importa che la temperatura sia sepolta sotto lo zero, il finestrino resta aperto. La testa è ben infilata dentro il berretto di lana, sempre il solito, al collo il cappio di una sciarpa regalatami diversi anni fa, ma che era troppo avanti e non avevo mai messo prima del duemilaessei. Io lo dico, mai buttare niente. La strada è sempre la stessa, ho appena visto Match Point presso la multisala-cattedraleneldeserto dove di  solito vado perché c’è meno casino ed è l’unica che quando faccio il biglietto, mi riconosce come giornalista e non mi fa pagare. Non ho mai capito se sto simpatico alle cassiere o sto antipatico a quelle degli altri cinema. Il film mi è piaciuto, non da urlare al capolavoro, ma mi è piaciuto. Poi torno da lì, vado di là, solito percorso in un senso, poi nell’altro, mezza Roma in pochi minuti, come solo la notte concede. Il Muro Torto, chi è di Roma, sa cos’è. Chi non lo é, sappia che è un’arteria a presunto scorrimento veloce, sorta per le Olimpiadi del sessanta, che di fatto taglia in due Villa Borghese, lasciando da una parte il parco immenso e verde e dall’altra, in rapida successione, antichi sassi come le mura Aureliane, il Pincio, Piazza del Popolo. Ci passo spesso per ragioni di cuore. Il problema è che la stessa strada è stranamente estranea. Perdonate le allitterazioni. E’ che mi sento un po’perso, assente, ghiacciato. Il clima? Non so, io adoro il freddo, lo sanno anche le ringhiere bianche e nere del mio cancello. Dunque forse è il solito gennaio, che torna ad essere quel mese di trentuno lunedì che illustravo un paio di anni fa e che l’anno scorso mi concesse una tregua? Non lo so. C’è un qualcosa di ciclico che mira a farti perdere l’orientamento anche nelle situazioni di calma apparente. Poi per fortuna, trovi la via di casa e anche l’ago della bussola che ti rimette parzialmente in carreggiata. Eppure ogni microfase della mia esistenza è caratterizzata da un marchio. Marchio per cui, qualsiasi cosa che vedo intorno fa parte di quella microfase. Può dunque succedere che io veda la mia stanza, una strada, un luogo, come bollati da quel periodo, in un tutto ogni volta diverso. Mica facile però. Ma questo post non è facile, scrivo perché voglio mettere la sensazione sul monitor per quanto non sia semplice esplicarla. Perso. Questa sensazione, seppur affievolita,  accompagnerà la mia testa sul cuscino. Fatemi pensare a una parola che mi piace: cannolicchio. Va bene.

in copertina: Marcus – Night

FRAMMENTI DI UN WEEKEND SULL’ORLO DI UNA CRISI DI NERVI

(on the air: Royksopp – What Else Is There)

Però non capisco, papà, è stato assassinato qualcuno?

Sì. Assassinato bel weekend.

(Peter Sellers nei panni dell’ispettore Sydney Wang risponde a Richard Narita, suo figlio adottivo  in "Invito a cena con delitto")

Per fortuna c’era venerdì, con l’impressionista veneziano, le sue tele da antidivo, il chiostro e la cena dal nostro amato Burger King. Ci ha salvato il fine settimana.

(io, nei panni di me stesso, considerazione di ieri notte)

E’ domenica mattina, tarda. Nessuna macchina in giro sotto casa, è scattato il coprifuoco del blocco della circolazione. Sì, bè certo, non ho ancora capito perchè debbano prenderci per il culo parlando di misure antiinquinamento, quando ogni anno l’aumento delle polveri sottili nell’aria si verifica sempre e casualmente nelle prime settimane di gennaio e termina nelle ultime di marzo, e nel mentre una pubblicità su due è di autovetture con motore euro4 in offerta. Signori, perché ci prendete per il culo? Forse per quei poveri idioti che ci credono. Che credono alle polveri sottili nell’aria e soprattutto che con una domenica a piedi e un giorno a targhe alterne si possa andare in bicicletta inalando aria pulita. Chiusa parentesi polemica. La sigaretta brucia veloce, aiutata dal vento freddo, mentre un timido sole riesce a malapena a scaldare me e le piante del terrazzo. Mattinata tranquilla, mica come il sabato. Un sabato passato a cercare posto per la macchina, quarantaminutiquaranta. Il sabato tutti vanno in giro. Il sabato bisogna passarlo a casa. Un pub sciccoso, il Clamur (oggi Emporio Cafè, mi dice Lizzen), tra Testaccio e Piramide Cestia. Una zona, Testaccio, che non mi piace. Tutti fissati, è solo un gran casino tra locali e gente inutile. Quaranta minuti per farci dire dall’imbecille con una specie di verme infilato nel lobo, che ci hanno scavalcato e fregato il tavolo. Va che se cinque persone chiedono un tavolo per sette, bisogna aspettare fuori al gelo che anche gli altri due arrivino e sperare che nel frattempo qualcuno più fortunato nel parcheggio, non si fotta il tuo tavolo. Gli altri due eravamo io e lei, che passavamo quei quarantaminutiquaranta a girare intorno alle stesse vie. Bene, parcheggiato, raggiunta la combriccola, veniamo a sapere che…ta-dàn…per riottenere il tavolo dovrebbe volerci una buona oretta. Signori, è qui che vi dico, non andate al Clamur. Da me tale posto riceverà solo pubblicità negativa, soprattutto il sabato. Ataru torna indietro, e sul Lungotevere de Cenci, buca la gomma, o si sgonfia, chi lo sa.

Totale della serata:

benzina consumata per percorrere trenta volte i quattro metri di strada intorno al Clamur: euro almeno cinque.

gomme bucate: una.

spesa per bere: euro zero, non ci siamo riusciti.

spesa di telefonino: un po’, ma prontamente autoricaricato da varie chiamate per sapere del parcheggio prima e della gomma poi.

truzzi visti aggirarsi per Roma: una miriade.

sentirsi il protagonista sfigato della serata: non ha prezzo.

Ma torniamo ai truzzi. Io non sono classista, però se posso vado in giro in mezzo alla settimana piuttosto che incontrare determinata gente che va a zonzo per Roma il sabato sera. Del resto ho esperienza più che decennale di sgomitamenti del sabato, ora posso permettermi di essere un tantino snob e vaffanculo. Fine del sabato, si torna alla domenica e all’arietta sul terrazzo. Però s’è fatta notte e io non sono uscito di casa, tra blocchi della circolazione e pneumatici ancora precari. Tra telefonate piacevoli e gente che va al mare di notte a meditare sui propri errori. Tra la Roma che vince e i miei occhiali nuovi. Sei anni dopo i precedenti. Sono cambi radicali, almeno per me, magari poi gli faccio una foto. Certo li ho inaugurati con quel sabato lì, vabbè. Adesso freddo, freddo e ancora vento  freddo, quasi quasi vorrei fumare, ma rimando alla mattina. Chiudo gli occhi e dormo. Che ormai è lunedì e per una volta sono proprio contento che lo sia.

UPGRADE:

NON SAPETE CHE MUSICA ASCOLTARE? VI AIUTA IL NUOVO POST DI

 CURVA OTTICA !

QUATTRO FILM, NIENTE IN COMUNE

(on the air: Kaiser Chiefs – Modern Way)

Bene, dopo gli outing dell’anniversario e dopo immensa fatica nel riprendere in mano un blog che purtroppo sento pesare (un saluto a Ushuaia, che proprio per la stanchezza, ha chiuso), dopo le fantastiche nuove funzionalità di Splinder, che noi tutti siamo lieti di poter utilizzare (uhm..), torno con un altro post cinematografico. Del resto da che mondo è mondo, sotto Natale io campo al cinema, e anche dopo le feste mi difendo bene. No ragazzi, mi dispiace, ma le catene su abitudini e cazzivari non le raccolgo; di questi tempi non ne ho voglia, a meno che non siano originalerrime. Magari ne lancerò una io, quando mi andrà di inventarmela. Dunque vi parlerò non di uno, ma di ben quattro film. In teoria dovevano essere cinque, ma ieri non ho fatto in tempo a vedere Reinas – Il matrimonio che mancava, commedia spagnola sulle prime nozze gay dell’era Zapatero. E avrei voluto vedere anche King Kong, nonostante il flop, ma temo che passerà in cavalleria. E vedrò, udite udite, il mio primo film di Woody Allen per intero, ovvero Match Point. Il motivo?  Lui è solo regista, non recita e non è una sua tipica commedia che mi fa venire l’orticaria solo a sbirciarla per cinque minuti. Prevenuto con orgoglio. Analizzerò dunque brevemente queste quattro pellicole molto diverse tra loro, onde evitare di sfrantumarvi troppo. Escludo Mr and Mrs Smith perchè non uscito in periodo festaiolo e perchè è esattamente ciò che vi aspettate da un film con quei due lì.

Il tutto inizia il 25 dicembre. Colto da grave intolleranza nei confronti del maghetto Potter, cerco spesso surrogati del genere, per dimostrare al mondo che la Rowling ha fatto i soldi sulla pelle dei fanatici che vanno a comprare il loro oggetto di culto, sfidando le file più impervie e comprandolo in quadruplice copia. Poi si sa che comunque i libri sono meglio dei film. Ma non usciamo dal seminato. Lemony Snicket – Una serie di sfortunati eventi, aveva dimostrato che si può fare meglio di Erripotter. Invece, Le Cronache di Narnia, no. A parte il fatto che sul biglietto c’era scritto lecronachediNarni, il che mi induce a pensare alla ridente cittadina umbra in provincia di Terni, il film parla di tre bambini che entrano in un armadio e trovano un mondo che non sapevano mica. C’è un fauno pedofilo, una strega congelata e un leone megalomane doppiato da Omar Sharif, che qualcuno ha pure paragonato a Gesù. Non ci siamo. A parte qualche ricca risata sull’accento del leone e sul fauno ambiguo che tenta di catturare la bambina suonando un piffero.

Si prosegue il 30 dicembre con A History of Violence. Già recensito da mezza blogcirconferenza, segna il ritorno in cabina di regia di David Cronenberg, regista di culto, presto impegnato a trasporre sullo schermo nientemeno che Io Uccido di Giorgio Faletti.  Che dire? Il titolo è indicativo. William Hurt recita cinque minuti e vorresti che Tarantino lo ingaggiasse per il suo prossimo film. La trama regge bene se non fosse per Viggo Mortensen, proprio lui, Aragorn (Il signore degli Anelli). C’è da chiedersi se Cronenberg l’abbia fatto apposta a prendere lui come protagonista. E se sì, quale sia il motivo. L’inespressività? Nei panni del buono-cattivo è sempre glaciale, quasi instupidito. Non dà forza al personaggio, non dà segni di vita, nè quando si trova davanti la moglie bona (Maria Bello), nè il nemico sfregiato e cattivissimo (Ed Harris). Ed è un peccato, perchè il film ne perde. Comunque chi ama Cronenberg, rimarrà discretamente soddisfatto.

E andiamo al primo gennaio. Come da tradizione, non posso davvero perdere le fatiche natalizie di Boldi e De Sica. Non posso perché nonostante abbiano perso la mia fiducia da un bel po’ di tempo, sono un dichiarato fedelissimo del genere. Perché, nonostante da quando li dirige Neri Parenti, anzichè Carlo Vanzina ci sia stato un netto calo che ha favorito gag di quart’ordine, io non ne perdo uno da anni. Non posso perché sono affezionato alla commedia anni ottanta, dai primi Vacanze di Natale, passando per Yuppies e via dicendo. Non posso perché a quanto pare, dal prossimo Natale, De Sica sarà con Massimo Ghini e Neri Parenti, mentre Boldi sarà con Vincenzo Salemme e Carlo Vanzina. E temo che non sarà più come prima. Fine delle giustificazioni. E Natale a Miami, per quanto sia un megaspot della Tim (ma quanto hanno pagato?), per quanto conservi aberranti scenacce, come tutti gli ultimi film della coppia, escluso il vanziniano Vacanze di Natale 2000, è uno dei migliori dei due comici. Meno parolacce, più trama. E soprattutto attori veri, non macchiette inutili tipo i Fichi d’India o Er Cipolla Enzo Salvi. Massimo Ghini dà un tono al suo personaggio viscido, Paolo Ruffini di Mtv è esilarante quando parla in livornese e anche il nongiovane Francesco Mandelli è un perfetto figlio di Boldi.  Infine Giuseppe Sanfelice (lanciato da Nanni Moretti), è ottimo nel suo ruolo di addormentato perenne come in Che ne sarà di noi. Io che amo il genere, sono mediamente appagato. E non ho mai neanche pensato di vedere Pieraccioni, anche se qualcuno ha sostenuto che si sia un minimo allontanato dal solito clichè di perenne innamorato della gnocca di turno. Sarà… Per me è ancora fermo ai suoi primi due film. 

Scartato Saw-2, e non solo perché mi sono rifiutato di vedere il primo capitolo, chiudiamo l’otto gennaio con Lady Vendetta di Park Chan-wook. Ultimo della trilogia coreana sulla vendetta, dopo il primo Mr. Vendetta, ignorato dalle sale e quindi fino a poco tempo fa anche dal sottoscritto, che si ripromette di rimediare, e Old Boy trainato da un giudizio positivo di Quentin Tarantino, e da me molto apprezzato. I film di questo signore coreano, hanno come segno di distinzione una certa tendenza al trucido e violento in salsa orientale. Ma Lady Vendetta non ha i ritmi vagamente americani di Old Boy. E a mio modesto avviso, pur avendo una trama degna di un incrocio tra Kill Bill e un qualsiasi thriller di serial killer ammazzabambini, risulta una palla mortale. Piace il regista per quei suoi tocchi di classe, tipo l’ironia fuori luogo, lo squallore di un carcere femminile coreano, i litri di sangue spesso gratuiti o le scritte che spuntano fuori da un tavolo che si muove durante una torbida scena di sesso, anzi violenza sessuale o quasi. Eppure, le canzoni coreane, i tempi morti tutti orientali, le facce spesso tutte somiglianti (almeno per noi) degli attori, ammosciano quello che poteva essere un bel thriller sostenuto. E ormai ritengo di essermi fatto una cultura cinematografica con gli occhi a mandorla, dunque so quel che dico. Almeno, se lo prendete in dvd, potete mandare avanti qualche scena.

Ora cibatevi per un po’ con questo post che avevo in mente da qualche giorno. Non so quando torno a scrivere, è sempre bene che si sappia.

TITOLO: MA DEVO SEMPRE DARE UN TITOLO?

(on the air: Giovanni Allevi – Come Sei Veramente)

Il consiglio di un famoso ex single convinto alle coppie è questo: mantenete sempre alcune abitudini che avevate da single, non tutte, certo, ma alcune sì. Insomma conservate una parte del cazzeggione o del solingo che c’è in voi e non snaturatevi troppo. Funziona.

Bene, volevo postare un sunto dei film natalizi che ho visto qua e là, ma credo che l’ora tarda mi farà desistere. A questo punto invece, mi godo una ricorrenza, pur nell’imbarazzo di un post scritto un po’ male e magari anche un po’ frenato per mie difficoltà a parlare dell’argomento. E’ che una volta Ataru era sfiduciato. Quell’ultima volta aveva pure provato a crederci, ma col senno di poi era meglio di no. E uscirono post belli, malinconici, sarcastici, acidi, incazzati. Contro le donne, contro l’amore, alla ricerca di non so cosa. Senza dubbio il periodo migliore per il blog, non per la vita privata. Oddio, non che stessi male, però avevo quella tipica aria da donna mestruata, che unita a quel pizzico di cinismo che ho di default, mi rendeva un po’ pessimista, un po’ distruttivo, un po’ rompicoglioni, un po’ trentenne depresso. Tutti ingredienti che fanno vincente un blogger. A un certo punto, della vita privata, qui, non ne parlavo quasi più, con conseguente diminuzione dell’ispirazione. Adesso si può dire che resto ispirato, ma posto di meno. Ora vi racconto che la mia attuale ragazza mi leggeva più o meno da un anno prima che ci conoscessimo e quasi non lo sapevo, vi racconto che apprezzava i miei deliri, che divenne un’ottima blogger spinta dalla lettura di alcuni blog tra cui il mio. E ne ero dannatamente orgoglioso pur non conoscendola, in fondo basta leggerla per capire il motivo di tale orgoglio. Insomma tornando a bomba, poca fiducia nelle storie serie, tema a me caro e ricorrente. Ricorrente anche nelle prime conversazioni dal vivo con quella neo-blogger. Poi, alchimie, feeling semantico, chiacchiere prima solo da blog, in seguito sempre più vaste. Io non ci credevo molto nei sentimenti profondi, perché nella mia pur molto divertente esistenza, la fregatura stava sempre dietro l’angolo, al massimo dopo soli due mesi (!), si era sempre presentata a chiedere il suo salato tributo di sangue. Valà, una volta all’anno la scaramanzia mandiamola affancu…a quel paese: ecco, proprio da un anno esatto, c’è stata chi, per l’appunto, mi ha fatto cambiare idea. E la ringrazio. Soprattutto oggi.

MAI PIU’ DUBBI

(on the air: Autechre – Reniform Puls)

Mi è apparso come una visione. Era proprio lui, cinque minuti fa, Enrico Ruggeri. E in sottofondo aveva anche la sua canzoncina sigla del suo programma Il Bivio – Cosa sarebbe successo se. Cantava …quante vite avrei volutoooo con quel suo vocione polentone.

Dunque Ruggeri, cosa vuoi da me?

Caro Ataru ho sciaputo che ha dei dubbi sciu come prosceguire la tua nottata.

E come hai fatto a saperlo?

Io vedo tutto, ormai.

Mh…sarà il tuo attuale datore di lavoro che ti ha conferito poteri supremi…

Io sciò che tu avevi dei dubbi e che hai fatto una scelta, ti mostrerò cosa sarebbe successo se…

Sì, bè ma…cosa poteva mai succedere? Se non avessi postato, avrei deciso o di dormire, o di giocare a Football Manager o di continuare a leggere la Guida Galattica per Autostoppisti….

Sce avesci deciso di leggere il libro (intanto scorrono immagini di un attore che interpreta Ataru mentre legge un libro con copertina rossa che non c’entra nulla con Douglas Adams, ndr), per non farti venire scionno, lo avresti letto sulla sediascomoda™, anzichè sul letto.

Eh…

Dunque ti sciarebbe venuto mal di collo, ti si sciarebbe addormentata la sciolita gamba sciu cui appoggi  il tuo peso e dopo poco sciaresti crollato.

Sì forse…

Sce invece avesci giocato (parte altro filmato con attore non somigliante ad Ataru che gioca ad un giochino di aerei, io li odio i  giochini con gli aerei, il gioco era di calcio manageriale, ma fa niente, ndr) al computer, proprio stanotte ti sciarebbe scialtata la partita dopo una lunga ed escialtante rimonta sciulla mia Inter che era prima in clascifica. Sciai, ogni tanto il pc gioca di questi scherzi. Naturalmente non avresti fatto in tempo a scialvare la partita, e conoscendo il tuo nervosismo quando accadono certe cose, avresti mollato il gioco, comprando finalmente l’edizione 2006.

Allora facevo bene a giocare…

Ormai è coscì.

Fottuto Ruggeri!

Ultima. Sce fosci andato a dormire (di nuovo l’attore non somigliante ad Ataru, che si mette sotto le coperte..ehi un momento..ma quel plaid viola e verde vomito dell’Ikea, modello Skaavagardbergsson, io non l’ho mai avuto…ndr), non avresti incontrato me. Ma avresti avuto gli incubi, guarda questo filmato. Guarda lì, enormi funghi sottaceto che cercano di distruggere la tua collezione di animali di semolino essiccato…persino la vetrina con quelli del Cretaceo!

Ehi Ruggeri, ma io non ho un solo animale di semolino essiccat…

Bene. Hai visto cosa sciarebbe successo sce non avessi postato stanotte?

Ruggeri, tu conti panzane!

Tu non scei meglio di me!

Così facendo, Ruggeri è scomparso in una nube di polvere insetticida. E con la sua apparizione, mi ha costretto a postare, risolvendo i miei dubbi.

2006: ODISSEA NELLA CULTURA

(on the air: Franz Ferdinand – Walk Away )

Cari lettori, buon anno. Già, perché questo è il primo post del duemilaessei per quanto riguarda questo blog. Pensate, ora nell’archivio ho la bellezza di quattro anni di post. In realtà sono due pieni, ma risulta che si parte dal 2003 e si arriva al 2006. Vabbè, sticazzi, direte giustamente voi. Ma io sono un amante delle statistiche pur odiando la matematica. Dunque ognuno gigioneggia come meglio predilige. Ciò che mi preme dire, è che ho passato un bel capodanno. E che questa volta, non so bene perché, non ho avvertito quello sciocco stacco immaginario tra dicembre e gennaio. Meglio. Ci sono però dei fatti che purtroppo ci riportano alla realtà molto amara. Quella dell’anno nuovo che arriva. Fatti rilevanti, come la riapertura del calciomercato, come vedere Antonio Cassano che sbarca a Madrid con la sua faccia da grattugia, i suoi ermellini appesi addosso, che sono più di quelli del papa, i suoi orecchini sbrilluccicosi più della collezione completa di Sharon Stone, cui il divino barese voleva somigliare tempo fa, quando andava dallo stesso parrucchiere di Totti a Casal Palocco. Mecojoni. Chiusa la parentesi calcistica, ci sono però altri chiari segnali che è arrivata una nuova alba. Ad esempio, infuriano in edicola le fantastiche collane a fascicoli, tra modellini, libri e dvd. Quelle che la prima uscita costa quattro euro e novanta e le successive dieci euro e novantacinque, scritto proprio così come lo vedete qui. In comode uscite settimanali per un totale di quattrocento fascicoli. E così dopo le case delle bambole, gli utilissimi nodi da marinaio, i soldatini del mondo e i sottopentola delle regioni d’Italia, senza contare la storia del Pallone d’oro, in quest’inizio duemilaessei, entra prepotentemente in giuoco lei. La più amata dagli itaGliani: la cultura. E se l’itaGliano medio, non fosse soddisfatto di progettare un intero orologio a cucù (terzo da sinistra), pesante seimila chili, in seimila pratiche uscite, per il costo totale di seimila euro, per dare quel tocco di rustico e di bucolico che serve alla casa dei sogni, corredato di pendole varie e pennuti di tutte le specie esistenti, egli, l’itaGliano medio, troverà rifugio nella cultura. Come? Magari con l’assedio al castello medievale (primo da sinistra). L’uomo che fonde il bricolage con la cultura, fa centro, fa breccia nel cuore delle donne, è sessualmente attraente. E dopo Del Prado, De Agostini raccoglie la sfida. Gli insetti di tutto il mondo, sono degni di menzione. Premesso che anch’io da piccolo nutrivo un certo interesse per tali immonde creaturine, sfogavo le mie repressioni con un massimo di cinquecento  lire, acquistando insetti gommosi al negozio di giocattoli.  La prima uscita ci consente di avere il modellino in scala perfetta del Falacrognato di Müller, cheppoi sarebbe un coleottero ipernutrito e colorato. L’ammiccante spot, ci mostra il ragazzetto che a scuola, estrae il bacarozzo dallo zainetto e lo mostra fiero alla biondina. Dopodichè, ancora ammiccando, il virgulto propone alla biondina di andare da lui a vedere la sua collezione degli insetti del mondo! Visto? La cultura ti fa rimorchiare. Anche a scuola. Domani dunque tutti in edicola a chiedere il falacrognato. E se il vostro edicolante di fiducia vi guarderà con aria interrogativa, prima dategli dell’ignorante e dello sfigato antignocca, poi chiedetegli il bacarozzo verde. E uscite dall’edicola noncuranti dei vaffanculo che il rozzo giornalaio vi tirerà dietro. Voi avete la cultura a soli quattro euro e novantanove, prima uscita, lui è un povero bifolco. Ma la vostra cultura non sarà adeguatamente foraggiata e forgiata, se non avrete acquistato i fascicoli sulla filosofia. Purtroppo non ricordo nè il titolo, nè l’editore, dunque niente link. Ma è qui che la genialità del pubblicitario televisivo esalta la cultura. Prima un  giovine che dal nulla si  scopre Cartesio e blatera "penso dunque sono", poi il lampo di genio: discoteca, uno sfaccendato tenta di abbordare una fanciulla al bancone del bar, la guarda e le dice: carpe diem! (nota a margine: no, non era Robin Williams ne L’attimo fuggente, era Orazio). Lei sorride e lo spot termina. Sì, con la cultura si rimorchia! Provate anche voi. Avvicinatevi alla vostra preda in discoteca, dopo aver letto la prima uscita a quattro euro e novantanove. Sussurratele il vostro aforisma preferito, tipo: meno le persone sanno di come vengono fatte le salsicce e le leggi, e meglio dormono la notte. E’ del vostro nuovo idolo Otto Von Bismarck, cancelliere di ferro e inventore della carne con l’uovo sopra. La vostra preda sarà come stupìta da tale frase, mentre tutto intorno riecheggia il soave unzaunza di Dragostea din tei, vi guarderà e: aò qua nun se sente ncazzo…chevvòi? ‘e sarcicce? mavaff…La preda è un po’ ignorante, vi rifarete. Altrimenti, in ultima ipotesi, qualora la cultura non dovesse funzionare, vi resterà quel deficiente che si muove tipo tarantolato al primo squillo della suoneria che ti chiama per nome. Pare si chiamino le nomerie. Mariooo ti chiamaaaanooo, rispondiiii al telefonoooo, chisarà? Ché l’anno nuovo ha portato una novità anche in questo settore. Adesso, l’idiota, di cui purtroppo non trovo nessuna immagine, balla a ritmo di rap, con la nuova suoneria per far capire che siete single ed in caccia: sono un cuore solitario, ho bisogno di coccole, yeah yeah….

E io? Io la cultura me la faccio ogni poco frequente volta che accendo la tv. Guarda qua che cultura. Ci faccio il blog.

Ben arrivati nel 2006.