PENSO, DUNQUE NON SONO

(on the air: Morgan – La Sera)

Ho mal di testa, ho bisogno di musica, mangio da giorni junkiefood (cibo-spazzatura), spengo cicche, a intervalli regolari mi ricordo che sono un essere pensante ed è a quel punto che la mia giornata va tragicamente a puttane. 
Vivo in un deposito di ricordi a noleggio e accumulo punti-premio per guadagnarmi altri ricordi perché l’immediato futuro diventa subito presente e in un attimo è passato.
Bisogna sempre pensare a certe cose per non annoiarsi.
In un tragitto notturno mentre guidi su una strada che potresti percorrere a occhi chiusi, vedi una serie di strisce pedonali ogni cinquanta metri, superi le prime strisce e fanno già parte del tuo passato, sei già sopra alle altre, ma nemmeno il tempo di pronunciare un gerundio e ti ritrovi di fronte alle successive. Per far sì che il futuro prossimo arrivi con più calma, dovresti fermarti o perlomeno rallentare. E invece non lo fai.
Perché mentre il tempo scorre, noi ansimiamo per stargli dietro,  conducendo di fatto un’esistenza stressante e illogica.
E non importa avere un lavoro che ti spreme come un limone su un’insipida frittura di calamari surgelati. Non avere niente da fare è la stessa identica cosa: si corre pensando a quello che dovremo fare quando ci sarà qualcosa da fare. E se non ci sarà qualcosa da fare ci sarà comunque qualcosa da pensare.

Io credo che chiunque ci abbia dato la vita, si stia pentendo di avercela data o si stia rotolando dalle risate per l’uso idiota che ne facciamo. Per la società deteriore che abbiamo creato.

Coloro che pensano poco sono esentati da tutto questo.
E stanno meglio: nella maggior parte dei casi non sono dei falliti, hanno un lavoro mediamente soddisfacente, la famigliola, il cane stupido, la macchina figa, la vacanza al villaggio, il weekend a casa al mare o in montagna o al centro commerciale. E il loro bravo credo politico a casaccio e la loro religione di facciata. Se rientrate in questa categoria avete poco da preoccuparvi, siete modellati alla perfezione per e da questa società.
Ci sguazzate come dentro una piscina con le cascatelle e l’idromassaggio.
Magari non otterrete la mia stima, ma sinceramente, fossi in voi, non me ne fregherebbe un cazzo.

Dal che emerge che pensare troppo è una condanna contro la quale nessun avvocato lestofante potrebbe trovare un perfido cavillo per evitare la sedia elettrica.
Ora qualcuno potrebbe molto stupidamente obiettare che c’è qualcosa di snob in quello che ho finora sostenuto. Niente di più sbagliato e dotato di coda di paglia.
Pensare significa farsi delle domande. Non è detto che siano (solo) domande su come salvare il mondo. Ci si può anche semplicemente interrogare se tutto quello che ho scritto sin qui, non sia di una noia terribile.
È comunque un buon inizio per allenare il cervello allo spirito critico.
È smuovere l’encefalogramma.
È un modo per cominciare a crearsi dei problemi che prima non c’erano.
Forse è meglio lasciar perdere.

A volte penso che per pensare troppo mi sia perso occasioni importanti. Quindi penso di aver pensato troppo, è un sovrappensiero.
Avessi pensato molto meno, vi sareste goduti il mio debutto in (questa) società.
Ma non è mai troppo tardi. 
Date sempre un occhio alla posta, che magari prima o poi vi arriva l’invito per uno spensieratissimo waltzer.

BACIAMI ANCORA 
FOR DUMMIES

(on the air: We Fell ToEarth – The Double)

Stefano Accorsi: anf anf! io ti a…nf anf

Francesca Valtorta: l’avevo dimenticata nella prima stesura del post. C’è bisogno di dire altro? Diciamo che come 25enne sciapa funziona talmente bene che è realisticamente inconsistente.

Adriano Giannini: a Muccì, ma che cazzo di personaggio inutile m’hai fatto fà?

Vittoria Puccini: mi rimetto con quello che c’ha l’enfisema quando recita o rimango con quello inutile?

Pierfrancesco Favino/Hulk: tu mi tradisci e io t’ammazzo!

Daniela Piazza: sì, ti tradisco con quello sotto.

Primo Reggiani: ciao, sono lo stereotipo del musicista pischello idiota alternativo e c’ho la casetta in campagna.

Claudio Santamaria: aaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa
aaaaa

Giorgio Pasotti: se questo è un uomo. Quindi non giudicabile.
Ha i capelli più brutti della storia del cinema. Ha battuto anche Javier Bardem in Non è un Paese per Vecchi.

Sabrina Impacciatore: mi sposo Pasotti, scappa per 10 anni e mi torna ex tossico coi capelli orrendi, mi metto con Santamaria e quello s’impasticca e sbrocca peggio de prima. Portassi sfiga?

Valeria Bruni Tedeschi: mia sorella è madame Carlà Bruni, ma io somiglio più a Sveva Sagramola, avete presente?

Marco Cocci: io parto.

Tutti: siamo degli sfigati.

Muccino e Jovanotti: facciamo a gara per chi è più melenso o per chi ha più zeppola?

Muccino ha fatto un film iper-isterico ma a mio avviso non del tutto condannabile. Basta solo guardarlo come un poco realistico film di parafantascienza.

Se invece cercavate
neve a Roma, sappiate che non scriverò post triti e ritriti sull’argomento. Però ci sono le
foto.


I BEI TEMPI

(on the air: Massive Attack feat. Damon Albarn – Saturday Come Slow)


Pressato da innumerevoli persone (il dottor Thunder), ho pensato di tornare a scrivere sul blog. Allora nei giorni scorsi parlando con me stesso, mi chiedevo quando sarei tornato a parlare davvero con me stesso. Fin qui mi sembra tutto chiaro. Nel senso che tra me e me parlo sempre, ma qui sopra è tanto che non parlo di cosa succede nella mia vita per niente noiosa. Poi mi sono guardato allo specchio e ho detto: "bè, cazzo, non succede niente, cosa vuoi scrivere?".
Poi ho pensato ancora.
E ho cominciato a sudare nonostante il benedettissimo freddo che c’è fuori, che duri quanto più possibile.
E ho pensato che nel periodo d’oro del mio blog non succedeva niente allo stesso modo o quasi, vabbè facciamo quasi.

Il che, attenzione, non significa che io stessi meglio all’epoca. Disclaimer necessario per i malpensanti, gli insinuatori, i sofisti o anche nessuno, dipende da chi legge. Cheppoi stare meglio o peggio secondo me dipende dai giorni. Cioè, ci può essere oggi che sto meglio del 2 aprile del 2003 e domani che sto peggio del 15 giugno del 2006. Quindi stare bene, stare male non vuol dire un cazzo, se davvero non succede qualcosa di molto brutto. O anche molto bello, certo, ma è già più difficile.

Indiperò scrivevo tutti i giorni e non inventavo mica, al massimo davo una pennellata di colore possibilmente non pastello che mi fa venire sonno.
Se fossi stato loquace come nel 2004, vi avrei certamente raccontato delle mie vicissitudini non lavorative, vi avrei fatto la cronaca della prova di selezione di un concorso pubblico cui ho partecipato, vi avrei raccontato un film, due film, tre film, eccheppalle.
Mi sarei vanamente bullato di essere il Fabio Volo di stacippa che fa sempre figo e vende bene, nonostante la scontata stucchevolezza che ormai lo contraddistingue.
Avrei sputato birra sul monitor, avrei dichiarato il mio amore per le cause perse, avrei troncato appositamente per il blog rapporti decennali con donne e amici.
Vi avrei fatto ridere riflettendo, riflettere ridendo, vi avrei financo concesso di darmi dello stronzo, inteso come lo stronzo che piace. Anche se questa cosa dello stronzo o la stronza che piacciono, vi dirò la verità, arrivato a trentacinque anni, la trovo infantile oltre il livello di guardia. Eppure non moltissimo tempo fa, tali sabbie mobili intasavano anche il mio cervello.
Avrei distrutto chi si vanta di essere cinico, perché se sbandieri il tuo cinismo non sei cinico, punto e basta.
Avrei confezionato un elogio su misura per la mia misantropia. Quella sì che è cresciuta esponenzialmente in questi anni.
Avrei cordialmente detestato ogni vostra abitudine diversa dalla mia.
Avrei ripetuto concetti già espressi, ma mi sorge il dubbio che lo stia facendo anche ora.
Avrei commentato la triste pantomima di Morgan Castoldi.
Avrei flirtato spudoratamente con ognuno e ognuna di voi, distribuendovi zuccherose risposte al vetriolo.
Avrei rosicchiato ossimori come quello di cui sopra.
Avrei a un certo punto smesso di farcire il tutto con questi riottosi condizionali.
O magari- e giuro che è l’ultimo avrei– avrei sarcasticamente liquidato il o la blogger in rampa di lancio.
Giorni fa rileggevo un mio flame dei bei tempi andati e avevo nostalgia di certi imbecilli che nutrivano quei venti minuti della mia giornata  e quel cinque per cento del mio ego. Tra l’altro era gente che tutt’ora scrive sui blog, fa radio fighetta su web and so on.
Quelli sì che erano tempi. La nostalgia è ciclica e spesso fa danni temporanei. Irreparabili è più difficile, ma succede di tanto in tanto.
Il danno temporaneo prodotto dalla nostalgia è oggi questo post fondato sul nulla, come quelli dei bei tempi. I bei tempi in cui l’autoreferenzialità non veniva bruciata dopo cinque secondi, il tempo di aggiornare la home page del tuo stronzissimo social network preferito.

Ai miei potenziali nipoti racconterò del blog. O magari questi piccoli bastardi saranno in grado di leggermi nel pensiero. Brutto. Talmente brutto che ho appena deciso che i potenziali nipoti non esisteranno. E se esisteranno li disconoscerò, ma loro riusciranno a capirlo prima leggendomi nel pensiero e vaffanculo.

Ah, un’altra cosa.
In questi giorni ho capito che la nostra società è tutta sbagliata.
Cioè, già lo sapevo, ma avevo sempre cercato di non soffermarmi troppo su questo aspetto drammaticamente buffo dell’esistenza umana. 
Epperò di tutto questo ve ne parlerò un’altra volta.
Magari quando anche quelli attuali, saranno diventati bei tempi.