VI LASCIO QUI. VI DISPIACE?

(on the air: Hercules and Love Affair – Blind)

Si avvicina il primomaggio e dunque la partenza per Barcellona. Facciamo così, vi avverto prima: salvo bisogni grafomani irrefrenabili non scrivo più fino al ritorno e un po’ oltre (torno il 5 sera).

Sinceramente non vedo l’ora di lasciarmi alle spalle il lavoro degli ultimi giorni, l’essere perennemente stanco, la sensazione che qualsiasi cosa faccia preferirei essere lontano anni luce da qui, la gente che convinta della propria scelta va a votare per Rutelli  e il suo clientelismo, la macchina dal meccanico, Roma e i suoi lavori in corso da una vita, i suoi coglioni che ti vengono addosso col suv e col motorino, il blog da aggiornare, i problemi degli amici, i problemi degli affetti, i problemi miei. Insomma il trituramento di coglioni quotidiano, il nuntereggaeppiù.

Si avvicina la partenza per Barcellona.  Sinceramente non vedo l’ora di essere sull’aereo a tenere la mano della Noe al decollo, che nessuno di noi ha paura di morirci, però è ancora un modo innocente per emozionarsi. Non vedo l’ora di sentirmi di nuovo straniero in un paese straniero, di non sentire parlare dialetti noti ad ogni angolo di strada (anche se poi da qualche parte li sentirò), di abitare in una camera che non rivedrò mai più, di andare in giro senza nessuno che mi rompe con l’elenco delle cose da fare oggi e domani, di sfogliare in santa pace la guida e decidere dove andare, di vedere un mare che non è il mio, di ridere in mezzo a gente che con me non c’entra una mazza, di lasciarmi affascinare da Gaudì e dal suo modernismo esagerato, di girare per le Ramblas qualsiasi cosa esse siano, di fumare dentro un locale, di pensare di aver scoperto un posto che non ci vanno i turisti anche se poi di certo non è vero, di fare foto a qualsiasi stranezza mi capiti a tiro, di discutere in due su che strada prendere sapendo che la mia scelta è quasi sempre quella sbagliata, di parlare delle altre città dove sono stato per concludere che c’è sempre un angolo che ti ricorda un altro angolo di mondo, di racchiudere tutto ciò che mi serve in un bagaglio a mano, di avere un altro posto da raccontare con trasporto per il resto della mia vita, di assaporare cibi e tramonti nuovi, di sfamare la mia vorace curiosità, di trovarmi altrove.

Quando si arriva in una città nuova non ci sono che strade a perdita d’occhio e file di palazzi prive di senso. Tutto è misterioso, vergine. […] Basta un attimo, e tutto questo ci appartiene, perché ci abbiamo vissuto.  […] Urquinanona: questo nome dal suono vagamente Sioux si andava ad aggiungere alla lunga lista di parole in origine stravaganti che accumuliamo in qualche angolo del cervello. Urquinaona ormai troneggia accanto a untume, catapulta, upupa, decubito, cumulonembo, Ulan Bator, Uma Thurman. È diventato normale e familiare. Un giorno, quando sarò tornato a Parigi, anche la peggior sfiga si trasformerà in un’avventura straordinaria, in virtù del meccanismo idiota per cui i giorni più tetri di un viaggio e i momenti più sordidi sono quelli che tendiamo a raccontare con maggiore entusiasmo.

(Romain Duris,  "L’Appartamento Spagnolo")

ESTERNO, NOTTE

(on the air: Meg – Distante)

Il lunedì è quello che è, la serata più vera per andare in giro. Non è il venerdì delle sgallettate che strillano, non è il sabato dei coglioni che guidano. Non è neanche il mercoledì del cinema ridotto, nè la domenica della cena fuori perché sennò si fa tardi. Non è neanche martedì o giovedì, perché fondamentalmente il lunedì è un mondo a parte. In qualche anfratto del blog di sicuro ho già parlato del miglior giorno della settimana per uscire. Stasera gli abbonati del lunedì, Ataru e mr.Wolf sono in tourneè presso un noto pub dell’isolato. Tempo bruttarello, parcheggio non vicinissimo, niente ombrello perché siamo i gggiovani più gggiovani. E decidiamo financo di inaugurare la stagione all’aperto, vista la scelta del tavolo fuori. Con noi altri compagni di sventura: una tranquilla coppietta di pischelli che sembra siano lì per fumare un intero pacchetto di sigarette e nient’altro, tre ragazzine caciarone, due ragazze mascoline, un gruppo di amici anonimi. Tempo dieci minuti e cominciano i lampi, poi i tuoni, poi il vento devastante, infine il diluvio che dirgli universale è sminuirlo. Il gruppo di amici anonimi cede e scappa dentro, mentre altra gente urla come se fosse al lunapark, perché magari la furia degli elementi fa un po’ paura. A noi arrivano poche gocce, ma siamo comunque al coperto, ci godiamo il temporale sperando che finisca, altrimenti si passa la notte a bere Tennent’s Super e vi dirò, non è che proprio ci faccia schifo. La coppietta non beve le birre piccole ordinate, sia lui con la maglietta precisa a righe, sia lei biondina, continuano a fumare senza mai interrompere. Cazzo quanto fumano, anche con gli schizzi di pioggia a un centimetro. Fumiamo anche noi e magari qualcuno penserà la stessa cosa, però la nostra birra nel boccale almeno scende di livello. Le tre ragazzine reggono bene, le due mascoline sono sbracate sulle panche e ridono. Poi arriva l’habituè per eccellenza, detto lo Scrittore. Sempre solo, sempre a comporre non si sa bene cosa, sempre una birra piccola, sempre una sigaretta in bocca. Ha i capelli ricci lunghi ed è zuppo, ma non si rassegna. Chi gliel’ha fatto fare a venire? Soprattutto a scendere dalla macchina quando l’intensità delle acque è pari all’Iguaxù. Cazzi suoi, lui qui ci campa, guai se non viene. Cedono le ragazzine, che vanno via in motorino quando diminuisce l’intensità della pioggia, ma una, la più carina delle tre, corre a piedi in salita sul viale col casco in testa. È scema. Forse. Noi stiamo per cedere mentre qualcuno strilla su un autobus alla fermata, le porte si aprono, si chiudono, non succede niente, l’autista accelera e si porta via chissà quale storia notturna. Smette di piovere. Lasciamo lo scrittore a meditare, la coppietta a consumare stecche di sigarette, le due mascoline a godersi il resto del maltempo. Noi si cambia posto. Altro pub storico, vicino l’Olimpico. Altro giro altra birra, certo. Intanto quattro ragazzi giocano al gioco delle mani una sopra all’altra con tanto di schiaffoni violenti. Capito quale? Vabbè io non ci gioco dalle elementari. Prendono tequila, limoncelli  e cose varie. Brindano all’ano. Contenti loro. Bo, basta, ho tagliato corto. Bello il lunedì notte, anche adesso che a intermittenza ributta giù acqua piovana a garganella.

QUISQUILIE

(on the air: Trabant – Waste Of Time)

Cosa succede in questi giorni?

Gli scienziati hanno scoperto la voce dell’uomo di Neanderthal ricostruendone la trachea. Questa simulazione vocale della lettera E è il risultato. Ecco, mi sembra candidata alla vittoria per la notizia più idiota dell’anno. Non ci credete? Aprite il link e ascoltate l’amico progenitore. Ieri ero in ufficio e non smettevo di ridere, andavo al cesso e ridevo da solo, adesso ancora rido. A quando la lettera O dell’uomo di Cro-Magnon? E il rutto del brontosauro pleistocenico? Visti i soldi che avranno stanziato per la ricerca, credo che presto mi farò finanziare con un miglione di dollari anzi, meglio di euri, per ricostruire il grido di dolore del paramecio.

Sono assolutamente affabulato dalla blaxploitation anni settanta. In particolare dalle colonne sonore dei film. È vero, c’è arrivato molto prima Quentin Tarantino. Ma lasciatemi ascoltare Bobby Womack e Curtis Mayfield in santa pace.

Permettetemi infine di biasimare con tutto me stesso, la canzoncina lagnosa e perforante della pubblicità della Tim. Cheppoi ho saputo che l’originale era dei Beatles. Mi rendo conto di andare controcorrente, ma una volta di più capisco perché i Beatles non sono mai entrati nelle mie infinite playlist. Vorrei sapere ove si annidano i bambocci che hanno procreato quel coretto infernale per staccargli una ad una le corde vocali. È un incubo. Accendo la tv e devo abbassare il volume, accendo la radio e mentre guido m’incazzo e giro la rotellina del volume. Eppure poi mi entra in testa e non riesco più a liberarmene. La sensazione è sgradevole. Sono tentato di cambiare gestore telefonico, se entro una settimana non rimettono nello spot un qualsiasi brano cialtrone di Bob Sinclair o un urletto sincopato di Christinona Aguilera.

Questo succede. Adesso tuona, vado a godermi il temporale tra un Bobby Womack e una sigaretta, mentre controllo come procede l’allungamento delle basette.

IL PAESE

(on the air: Arctic Monkeys – If You Were There, Beware)

Premetto che comunque mentre scrivo mi viene anche da ridere, tanto per non spaventare il lettore di fronte a uno sfogo terrificante e senza appello. Non lo è, è solo un impasto di pensieri che avevo già in testa da un po’. Sì, non mi gira benissimo, ma non imbraccio il fucile. E intanto i manifesti strappati agonizzano in mezzo alla strada.

Liquido il risultato elettorale in poche parole: voi che festeggiate, voi che piangete, ma che cazzo avete da festeggiare? che cazzo avete da piangere? Giuro che non capirò mai l’essere, inteso come subumano, italiano. Abbiamo politici, sindacalisti, capi, incapaci, mafiosi, raccomandati. Inutile dire se ce ne siano più di qua o di là. C’erano, ci sono, ci saranno. Punto. C’erano col governo di destra prima, poi con quello di sinistra, poi con quello di destra, poi con quello di sinistra, e via dicendo. Sono tutti rimasti al loro posto. Provate a tirare fuori la parola qualunquista, dai, fa tendenza e non va mai troppo fuori tema. Il male del paese (massì usiamo questo terminucolo abusato dai giornaletti che ogni giorno sfogliate con avidità), non sono loro, siete voi, sono anche io, tutti assuefatti a un sistema corrotto radicato dai tempi degli antichi romani. Però. Ditemi, voi che festeggiate, voi che piangete. Voi che sperate/speravate che veramente cambi/cambiasse il cazzo di qualcosa, senza nemmeno rendervi conto di quanto ogni giorno ve la prendiate dove non batte il sole. Ditemi perché. E qui aggiungerei anche: se la mucca fa mù il merlo non fa mè. Personalmente non ho ancora avuto le palle di andarmene via dal paese, forse perchè in fondo ancora ci campo relativamente benino e perché senza dubbio la cucina è migliore che all’estero, ma ci penso sempre di più. Ci vogliono le palle. E non mi viene da vomitare perché ha vinto il Nano, non mi sarebbe venuto da vomitare nemmeno se avesse vinto Uolter. Mi viene da vomitare per quelli che festeggiano, per quelli che piangono. Per quelli che ci credono ancora. Ho finito di schifarmi coi politici, coi capi, adesso tocca a voi di cui sopra, mi dispiace.

E ora veniamo a queste giornate fantastiche. Ieri sono andato a vedere Ascanio Celestini e forse ero l’unico in sala a non aver votato a sinistra, però m’è piaciuto. Oggi piove e c’è il sole. L’altro giorno, per continuare l’epopea dei fritti, ho pagato una porzione di olive ascolane al prezzo di due. Poi? Ah sì, mi rode il culo per svariate ragioni. Ma sono assolutamente cazzi miei, non del paese.

L’EPOPEA DEI FRITTI

(on the air: Lara Martelli – Stupid Desires)

Mi scuso per la prolungata assenza ma questa settimana l’ho trascorsa in apnea e oltretutto al momento manca ancora un giorno di lavoro. Una settimana pesante come il piombo. Però spiegatemi perché domenica scorsa al ristorante ho ordinato un supplì e due crocchette di patate e mi sono stati recapitati due supplì e otto crocchette? Il cameriere era forse Gesù? Dopo la moltiplicazione dei pani e dei pesci, arriva quella dei fritti, aggiornate il vangelo. Il Messia veste camicia bianca e pantaloni neri e lasciando il frittume in tavola, mi dice che non importa. Io penso "non li pago". E invece il menù riportava supplì un euro cadauno, crocchette 0,50 cadauna. Prezzo dei fritti sul conto: dieci euri dieci. Non solo li ho pagati tutti, ma li ho pagati di più. E s’è fregato anche il resto di cinquanta centesimi che per sfregio non avrei mai lasciato come mancia. Altro che Cristo, te sei Barabba. Buonasera e arrivederci. Per un po’ lì non ci torno. Stessa zona, tre giorni più tardi, qualche metro più in là, pizzeria al taglio che fa anche le pizze tonde. Stavolta, trepidante per l’inizio della partita, accelero le ordinazioni. C’è una signorina dietro il bancone, mica Gesù. Pregusto l’assaggio dei fritti e ordino, tra le altre cose, un supplì e due crocchette di patate. Daniele De Rossi va dal dischetto, undici metri di dolore, io sovrappensiero, avendo già consumato il supplì, vado ad addentare una crocchetta. E invece no, è un supplì, cazzo. Così, se io ordino una palla di riso, automaticamente ne pago due, ne mangio due, ne digerisco due e via dicendo. Le crocchette erano giuste, però questi fritti che li mordi, li bagni quindi con la saliva e si moltiplicano manco fossero Gremlins hanno caratterizzato la settimana. Sto in apnea, stanco, affogo nell’olio di semi di girasole. E il riso, più che una lieta reazione, diventa una pietanza vagamente indigesta.

Non vi resta che consigliarmi il modo migliore per annullare le schede elettorali. La situazione è che mi tocca andare a votare per il sindaco, altrimenti sarei rimasto a casa come spesso ho fatto in passato. Stavolta già che ci sto, per le politiche annullo. Ditemi voi cosa scrivere o disegnare sulla scheda, accetto suggerimenti.

DUE-CENTO! DUE-CENTO!

(on the air: Guillemots – KrissKross)

Mentre scrivo, mancano  diciotto accessi al faticoso numero duecentomila. Per il centomila ci misi molto meno, ma da quando ho smesso di postare tutti i giorni e mi sono felicemente allontanato dal triste giro che conta (fino a dieci?), quello delle blogghestar da pollaio, mi ritrovo ancora qui.  Ho fatto un refresh, ne mancano diciassette. Sentite, se qualcuno che passa da qui è il fancazzista numero duecentomila, faccia una foto al contatore farlocco sulla sinistra del blog. Cosa si vince? Un grazie formato famiglia, per dirla alla Maurizio Seymandi. O se preferite, una biglia con la foto di un ciclista, un posacenere cinese, un tiro a segno con lo strappo, un avanzo di gel per capelli o un originale pelouche di Napo orso capo. Insomma con queste ghiottonerie, non potete non essere voi il numero duecentomila. Il centomila lo screencapturai: a forza di refresh mi premiai da solo. Ma visto che ho sonno e me ne vado a letto, pensateci voi, cari lettori. Meno sedici intanto.

UN GIOVEDI’ AGRODOLCE

(on the air: Kings Of Convenience – I Don’t Know What I Can Save You From)

In comune tra ieri mattina e ieri sera c’è l’aria frizzante che filtra dal finestrino. L’aria di  questa primavera un po’ ballerina che tutto sommato stavolta si fa almeno un po’ apprezzare da me. Il cielo terso di una giornata di montagna, il vento del nord che ti fa pensare una volta di più che sarebbe ora prima o poi di rimontare sugli sci. Ormai l’anno prossimo. Come dico ogni anno. Il sole caldo che ti fa venire voglia di stare fuori e l’aria secca che non ti fa sprecare una sola stilla di sudore. Così il cielo di ieri mattina. Il cielo del tardo pomeriggio fatto di sarcasmo, dubbi, sorrisi, speranze, ha qualche nuvolone grigio neanche troppo all’orizzonte. Ci sono vuoti da riempire al più presto anche solo con una telefonata, c’è chi mi urla dietro che sono un qualunquista, che proferito da un povero ragazzotto che distribuisce volantini per il centrosinistra (ma poteva essere anche il centrodestra), per me è solo un grosso complimento. Sputo via da qualunquista il pomeriggio, affogandolo in due spritz, uno arancione e uno rosso. Il cielo della notte invece, è lì a guardare le luci di Roma con le nuvole rade e un elicottero che chissà perché fende l’aria già inquieta di mezzanotte. La vita, il lavoro, tutto come il solito telefilm dove gli attori a un certo punto mollano perché stufi, per un’altra opportunità o semplicemente per scelta personale. Ed è proprio la notte che dirige con maestrìa una cena insolitamente poco fracassona e molte risate a crepapelle, condite da un pizzico di malinconia di fondo. Ti accorgi, quando arriva il momento di un arrivederci a presto o tardi, di quanto alcune persone, in un anno passato gomito a gomito, ti lascino dentro. Ogni volta che qualcuno è partito, che fossero amici o colleghi, mi sono sentito un punto fermo, quasi immobile, senza mai spiegarmi se fosse un bene o un male. Continuerò a non capirlo finchè un giorno magari sarò io a fare quel passo in più. O forse il mio ruolo è quello, l’ho scelto io, l’ha scelto qualche entità per me e allora mi godrò la solita instabile stabilità senza lamentarmi e senza tradurre il tutto in un’inappropriata quanto superficiale definizione di mediocrità. E mi ci farò sopra un’altra fragrante e croccante risata.

È così questa primavera. Agrodolce, di un piacere snervante, di un’energica stanchezza. Ecco, direi che la stagione del risveglio della natura quest’anno è decisamente un ossimoro. E per una volta almeno, mi è quasi simpatica.

Accendo la radio e fa…io non voglio crescere, andate a farvi fottere.