Terzo capitolo – Recapito lettera numero 2

On the air: R.E.M. – Leaving New York

Io oggi dovrei raccontarvi di una cartoleria un po’ fuori Roma e della persona importante che, dopo qualche anno e molte incomprensioni, ho finalmente ritrovato con un sorriso seppur accennato. Ve lo racconterò, tranquilli, lo troverete sul blog. Oggi è l’8 dicembre 2004. Ho deciso che prima dei miei trent’anni compirò tutta una serie di follie: incontrerò le donne che hanno contato qualcosa in questi ventinove anni, quasi trenta, della mia vita, compresa chi mi ha mollato qualche mese fa. Intanto frequento due ragazze, ma me ne piace una terza. Me ne piaceva anche una quarta, ma forse è meglio che vada via così, come sembra stia scivolando via il mio lavoro in radio. La terza, invece, mi intriga molto. Queste tre sono tutte blogger, lo ammetto senza difficoltà. Mi stanno anche leggendo, bello sputtanamento collettivo, potete tirare a indovinare sull’identità.
Ora, dovrei raccontarvi tutto questo, ma prima vorrei trasgredire ad una raccomandazione che mi è stata fatta da un tizio (o una tizia) non ben identificato che mi ha detto di non parlare di tale assurdità per nessun motivo. Il tizio in questione mi ha inviato una lettera strana che mi intima di recarmi, il prossimo 16 dicembre a mezzanotte allo Zodiaco, il noto bar-ristorante con terrazza che da Monte Mario domina tutta Roma. È un posto che amo, che sento mio, per questo l’appuntamento mi ha insospettito. Essendo Ataru un blogger vagamente famoso, possiamo supporre si tratti addirittura un mitomane? Mi sembra troppo, poi dite che mi auto-celebro.
Tra l’altro il 16 ho un appuntamento per un brindisi (facciamo un migliaio di brindisi) con un po’ di gente a Ponte Milvio e devo dar retta a ‘sto stronzo. Il dettaglio senza dubbio più bizzarro è che nella lettera c’è scritto 16 dicembre 2001. Tre anni fa? Allora dovrei essere già stato lì. Tralasciando la fantascienza, credo che un salto mi toccherà farcelo, se non altro per sputare in faccia a chi ha deciso di percularmi il giorno del mio trentesimo compleanno. In questi giorni di cambiamenti, in cui la mia disillusione è al top, mi tocca star dietro anche a questo mistero. Per un curioso cronico come me, aspettare altri 8 giorni è una tortura, ma sarà un piacere raccontarvi come ho deriso questo povero deficiente. A noi due, mostro dello Zodiaco.
Torno al post sulla cartoleria.

Secondo capitolo – Recapito lettera numero 1

On the air: Marvellous Melodicos – The Sun and The Moon

Un sigillo di ceralacca. Un’ammiratrice segreta? Forse A. ha finalmente deciso di stare con me e me lo scrive? Non ne posso più, io la voglio da morire, sto soffrendo come un cane. È piccola? Piccola un cavolo. Io voglio stare solo con lei, che mi importa se ha 16 anni compiuti da meno di due mesi? Mi sono sempre piaciute più piccole, non mi fermo proprio adesso a un passo dalla meta. Apriamo, vah.

Carissimo…bla bla…salute mentale…bla bla…ci conosciamo…ci conosciamo?? ma chi sei??? sarà una donna? ma figurati, con la sfiga che mi ritrovo…16 dicembre 20012001???? Ma chi è, Kubrick? Terrazza dello Zodiaco? Almeno è vicino!..dopo il dosso capirai…questo, chiunque sia, è chiaramente pazzo. Lo racconto a qualcuno? Racconto sempre tutto, vuoi che non racconti questa? Cioè poi proprio il 16, strana scelta. Ma nel 2001, mancano 7 anni, magari finisce il mondo. Aspetterò 7 anni che questo si faccia vivo, che me ne frega, sarà il solito scherzo del cazzo, magari è stato Stefano.
Ehi…un momento, c’è un altro bigliettino: non dirlo a nessuno! So che hai una maledetta voglia di raccontarlo, ti conosco come le mie tasche, ma per piacere stai zitto. È importante. E presentati il 16 di questo mese. Non importa in che anno tu ti trovi ora. Fidati.
E adesso? Ci vado? Ho qualche giorno per decidere, devo pensarci. Ho un po’ paura, a dire la verità. E se volesse ammazzarmi? Poi proprio il giorno in cui compio 20 anni….mmmmm…nooo, voglio festeggiare al cinese dietro casa, voglio strafogarmi di ravioli al vapore e di birra, voglio pensare ad A. ogni secondo che passa, voglio ignorare quei dannati esami di giurisprudenza che mi viene il vomito, voglio decidere cosa fare a Capodanno e continuare ad ascoltare questo pezzo nuovissimo che mi fa venire i brividi e la voglia di ballare tutta la notte. Magari con lei. Ci vado? Non ci vado. Ci penso.

Primo capitolo – La lettera

Dunque dunque…due indirizzi su tre sono uguali.
Testo della missiva, per tutti uguale.
A uno dei tre non posso mandare la mail, credo che sceglierò il buon vecchio cartaceo per tutti e non se ne parla più.


“Carissimo,

sei convocato per un incontro molto importante a cui non puoi e non devi mancare.
Ne va della tua salute mentale presente e futura.
Ora: le  coordinate di questo rendez-vous potranno sembrarti assolutamente strane, ma voglio che non ti allarmi, è tutto sotto controllo. Noi ci conosciamo, ma ancora non posso dirti chi sono. Posso dirti solo che puoi fidarti di me, lo hai sempre fatto e lo farai sempre. O almeno credo.


Passo alle informazioni che ti serviranno:


Data:  16 dicembre 2001
Ora: mezzanotte tra il 15 e il 16 (banale? no dai, è solo più cool)
Luogo: terrazza dello Zodiaco. Sai bene dov’è, non puoi perderti.
Vieni rigorosamente da solo con la tua automobile.


Come dici? L’anno? Non preoccuparti, dopo il primo dosso della salita che ti porta lì, capirai tutto.


Ti abbraccio e ti saluto caramente.
Non mancare, mi raccomando, non mancare e non fare domande. Vieni qui e basta.”

Uso la ceralacca per chiudere? Massì, fa più misterioso. Ora esco e vado a spedirle.

Berlin Fünf

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BERLIN FÜNF

(on the air: Peter Gabriel – Heroes)

I, I will be king
And you, you will be queen
Though nothing will drive them away
We can be Heroes, just for one day
We can be us, just for one day

Per raccontare questa quinta volta a Berlino, vorrei cominciare da un suono di violini che sfumano. Sono i violini di un’orchestra.
Cosa c’è di più unito di un’orchestra? Ognuno fa il suo e il risultato è omogeneo, splendido: la pur minima sbavatura non si noterà neppure possedendo il più attento degli orecchi. Questo significa essere uniti. Senza divisioni. Senza muri.
Berlino ci accoglie con la consueta ospitalità: lavori in corso ovunque, nebbia fin nelle ossa. Ci accoglie con quella allegria triste che solo Lei è in grado di regalare ogni volta. Ci fa inalare la sua aria densa, mista di odori speziati, dal curry alla cipolla, dalle foglie secche alla nafta. L’odore di Berlino è inconfondibile. Lo ritroverai simile in mille altre città di tutto il mondo, ma se mai un teletrasporto decidesse di scaraventarti bendato in una strada qualsiasi della Città, sapresti riconoscere quell’odore in meno di un secondo. Il naso non steccherebbe, come non steccano quei violini.
Casa. In pochi minuti ricordi i nomi di tutte le fermate della metropolitana, che a Roma non le sai, raggiungi uno dei tuoi ristoranti di sempre e ti trovi a dire che, in fondo, è come se tornassi in un posto a dieci chilometri da casa, di quelli che ogni tanto ti prende la serata giusta e dici “andiamo a cena lì che è da un po’ che non ci si va”. Con la differenza che non sei ai Parioli o al Pigneto, ma quasi in Polonia.
Casa, dicevo. E ogni volta qualcosa di diverso da vedere. Qualcosa che ti parla di una storia recente, l’ho già detto mille volte qui sopra, ma è necessario ripetere. Immagini che scorrono su uno schermo di un museo appena aperto che racconta una volta di più la vita nella sulfurea DDR. Davanti a quelle immagini, c’è chi non riesce a trattenere una lacrima. E non sono ultraottantenni. Sono quarantenni, cinquantenni, uomini, donne, che da un mattino all’altro hanno trovato un ostacolo insormontabile nelle loro dignitose esistenze di ogni giorno. O persone che sono nate appena ventisei anni fa, con quell’ostacolo davanti. C’è il sole, il cielo è azzurro sopra Berlino. E non è una citazione dai Mondiali di calcio del 2006, è vero. La Città si prepara alla sua festa. Lo fa con indifferenza malcelata. I bambini sorridono davanti ai palloncini messi lì a rappresentare un Muro che non c’è più. È un sabato di novembre, tiepido al punto giusto per appoggiarsi una sciarpa sul collo e lasciarsi trasportare come sempre da lunghe strade che nascondono ognuna il loro scrigno di storia quasi fresca di stampa sui libri. Angoli di cemento grigio, angoli di foglie ingiallite, angoli più verdi che mai. Una targa, un check-point trasformato in un museo (il Tränenpalast o Palazzo delle Lacrime), fotografie, c’è sempre qualcosa che ti ricorda quello che è accaduto. E per fortuna adesso ci passano davanti ragazzi con una birra in mano, nazionalità diverse, sorrisi che scaldano, ragazze bionde che organizzano la serata tra un acquisto e l’altro. L’autunno di Berlino è a forma di autunno. Agrodolce come quell’odore. L’autunno nel bosco del Tiergarten, nel fascino di un giardino d’inverno in una via nascosta dell’ovest, allo Zoo con gli animali che all’imbrunire vanno a riposare ignari della festa che sta per esplodere lungo 18 chilometri di strade.
La Città non si preoccupa di farsi bella. Sa di avere un’anima bella e di portare dentro una sicurezza fragile come gli edifici che spariscono in dieci minuti per far posto a grattacieli brutti o meno brutti che siano.
Non importa, si continua a ricostruire per l’eternità.
I mendicanti, il traffico pesante, si sta moltiplicando tutto quello che prima qui non c’era. Lo spazio medio per abitante è diminuito di sicuro rispetto alla mia prima volta, quasi dieci anni fa.
L’anima bella però, resta intatta.
Il sabato a ballare: può succedermi solo qui. In un club lontano dagli eccessi techno, dove tutto sembra fermo agli anni ’80, dove ragazze si ubriacano e parlano a volume più alto della musica. La serata non si accende, non si accenderà mai. O meglio, si accende col prezzo basso delle consumazioni. Se vuoi balli anche da solo e senza alcun dress code. Chissenefrega. Sei in uno scantinato di Berlino Est, vuoi stare a guardare se la serata ingrana o meno?
La domenica del dì di festa è grigia. La nebbia avvolge la torre della tv fino a farla sparire e a farti perdere l’orientamento. La tua inquietante stella polare ingoiata per metà dall’umidità.
Berlino è la città delle idee geniali: una tipografa decide di recuperare le insegne luminose smontate dal continuo divenire di cui sopra e ci organizza un museo autofinanziato al ponte Jannowitz che è un posto che aiutami a dire brutto. Eppure il Buchstaben Museum, il museo dei font, ti strappa più di un sorriso di ammirazione.
La festa. I palloncini luminosi (Lichtgrenze o confine di luci) sono fermi lungo la porta di Brandeburgo, a Potsdamer Platz come sulla Bernauer. Le facce che hanno un posto nella storia, Michail Gorbaciov e Lech Walesa, sono come monumenti erosi dal tempo. Essere a stretto contatto con loro è quasi incredibile.
C’è il Robert Downey Jr. tedesco a presentare cantanti in voga da queste parti. Poi, centinaia di migliaia di persone ammutoliscono davanti a un soldato che suona il tamburo. Silenzio, passano immagini in bianco e nero, il nazismo, il comunismo, il Muro, soprattutto tanti morti da commemorare. Entra Peter Gabriel e canta Heroes. I violini danno i brividi, o forse è l’umidità nelle ossa, è il vento, è tutto un insieme di sensazioni che scorrono in corpo. Volano ad uno ad uno i palloncini, Barenboim dirige l’Inno alla Gioia di Beethoven, è festa. Droni, fuochi d’artificio, Kalkbrenner in consolle, la gente di qui ha la sua venticinquesima celebrazione. Un bicchiere di vino, una zuppa calda, la stanchezza, il freddo, un giorno ancora e via di nuovo su un aereo che ti porta a casa, anche se a casa c’eri già.
E sai che una calamita ti riporterà da Lei, all’infinito.

Violini che sfumano, l’orchestra ti ha regalato il giorno perfetto. 

We can be Heroes, just for one day

Undici

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UNDICI (anni a fregarsene)

(on the air: Subsonica – Il terzo paradiso)

La strada libera, la musica alta, le gocce di pioggia calda sul vetro. Corri verso casa con un milione di pensieri in testa, di quelli che si bruciano in un secondo come l’erba secca in un infinito pomeriggio ventoso di fine agosto. Ci hai pensato, hai aperto il finestrino, sono volati via leggeri lasciando il posto ad una gocciolina che è andata a sbattere su una lente dei tuoi occhiali senza nemmeno disturbarti un minimo. Hai capito che se non scrivi oggi, non scriverai certo domani. Domani è 18 ottobre e questo blog compie undici anni. L’ho raccontato, celebrato, glorificato, seppellito e resuscitato in dieci modi diversi. Ora basta. Perché basta. Ora, questo compleanno non può che essere un pretesto per tornare. Va bene così, mi piego alla volontà della mente che si è già distratta nel tratto di buio dalla strada alla tastiera. Così, ho cercato di ricreare questo buio che adesso mi avvolge. C’è buio ovunque, il buio che riempie, eppure i tasti scivolano via veloci senza incertezze. O forse qualcuna c’è. La mia ruggine lascia polvere rossa sul nero della tastiera, ma so che può andarsene via e cedere il posto ai polpastrelli. Stasera ho insultato un distributore automatico di fottuti tabacchi, ho tracannato del ghiaccio con un po’ di Coca Cola che è poco maledetta, lo so, avrei potuto raccontarvi un bicchiere di whisky che piomba giù massiccio dall’esofago al fegato, ma non è questo il momento di mentire. Ho trascorso una di quelle serate semplici che avrei normalmente raccontato qui con un sorriso sardonico stampigliato sulle lettere, nero su bianco. Ho respirato l’umidità di un ottobre bollito. Ho fatto progetti a breve scadenza. Ho deciso, infine, di assecondare le gocce di pioggia stupida che cercavano di ispirarmi. E ci sono riuscite a metà, come solo una pioggia stupida può fare. Un diluvio avrebbe avuto un effetto dirompente, ma il diluvio oggi non c’è. Eppoi l’undici è un numero un po’ così, viene dopo il dieci che è forte, e prima del dodici, che, già il fatto di sentirsi chiamare anche dozzina, lo rende importante. L’undici si fa ispirare a metà dalla pioggia stupida. Mi sembra un concetto illuminante nel buio di questa notte.
Vedi? Poi nell’esatto momento in cui scrivi questa stortura, il diluvio è arrivato davvero. E scappi fuori al terrazzo con una sigaretta fedelmente incollata alle labbra. Cinque minuti di diluvio. A cosa vuoi che servano? Cosa vuoi che siano rispetto a undici anni? Niente.

Gli imperativi da assecondare

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GLI IMPERATIVI DA ASSECONDARE

(on the air: Subsonica – Una Nave in una Foresta)

Saranno i 40 anni che si avvicinano, sarà che quel post ce l’ho in mente da quasi un anno e non ho quindi la pressione di dovermi inventare qualcosa a tutti i costi, sarà che improvvisamente mi è tornata la voglia di scrivere. Cheppoi non se n’è mai andata via, solo che te la dimentichi tra un lavoro in ritardo, una spesa mentre chiude il discount, serie tv da recuperare, sigarette da spegnere, passatempo, piatti da lavare, proiezioni della mente, caffè imbevibili, viaggi da programmare, viaggi finiti, strade impervie, musica nuova da consumare nelle orecchie, alcol che non disinfetta, ma guarisce lo stesso.
E allora, ritrovare il blog fa bene. Gli imperativi si sprecavano; “scrivi!” mi sono detto. Me lo sono anche scritto. Scripta manent. Un post-it attaccato al cervello, ed ecco a voi il ritorno di Ataru Moroboshi. O se preferite, di Simone. Del resto, le maschere sono fatte per essere tolte. Ogni tanto.
Non saprei nemmeno cosa aggiungere.  Forse niente.
Ho scritto e questo mi basta.
Per adesso.

in copertina: Joe Sorren – Elliot’s Attraction to All Things Uncertain

Il Satrapo e il Sabbipode

IL SATRAPO E IL SABBIPODE

(on the air: Suuns – Up Past the Nursery)

Questo racconto mi fu commissionato circa tre anni fa. L’ho scritto ieri: con le scadenze sono un campione. Il racconto doveva comprendere: un satrapo, il vermone delle sabbie, un sabbipode (mai visto Star Wars in vita mia), i Barbapapà, un tossicodipendente. Come bonus, decisi di aggiungere la Banda dei Ranocchi.

Pianeta Terra (che banalità ambientare la storia sul pianeta Terra!) anno imprecisato.
Il satrapo del Dondestan, Katafalco III, convocò d’urgenza il consiglio supremo e fece ai suoi fidi collaboratori una richiesta che da molti fu definita bizzarra.
Chiese infatti di portare alla sua corte – già ricca di ori, donne di dubbia moralità e cibi esotici – un sabbipode per il suo personalissimo bestiario. I consiglieri rimasero stupiti dall’insolita richiesta: “che cos’è un sabbipode, Maestà??”.
“Ma come che cos’è??? È un predatore Tusken! Non avete visto Star Wars? Eppoi, cazzarola, al limite cercatelo su Google!”
“Tusken? Star Wars? Google-che??? Ma come parla questo?”
Il bizzoso satrapo si indispettì a tal punto che mandò a morte tutti i suoi consiglieri, pur non avendo considerato che in quell’anno imprecisato, né Google, né Star Wars erano stati ancora inventati. La pena di morte consisteva nel posizionare la testa del malcapitato dentro il tronco dell’albero del caucciù, con un imbuto fissato in bocca. In breve, ingoiando il lattice gommoso, la gente crepava senza spargimenti di sangue.
Indisse così un concorso pubblico: chi avesse trovato un sabbipode, avrebbe ottenuto un posto come impiegato negli uffici comunali. Anche in quel tempo imprecisato, il posto faceva gola a chiunque, anche se i commenti dei cittadini a riguardo erano molto scettici: “figurati, tanto poi vince il solito raccomandato”, “come minimo è un contratto a progetto per due mesi” , “che cazz’è il sabbipode? Se lo sono inventato perché il posto in comune non esiste o è già assegnato”, “la ka$ta!!11!! le scie ghimighe!!11!! SVEGLIAAA!!11”.
Alla corte del satrapo, si presentarono personaggi di ogni sorta: le donne si stracciarono le vesti, i re Magi giocarono senza successo la carta della mirra, Raymond Reddington gli portò una lista di cattivoni cospiratori, l’omino di marzapane offrì se stesso. Niente da fare, il satrapo era furente.
                                                               §
Un giorno, mentre si trasformavano in acqua liofilizzata in mezzo al deserto, i quattro rampolli della famiglia Barbapapà – Barbaforte, Barbazoo, Barbabarba e Barbabravo (ancora indignato perché nella sigla, Roberto Vecchioni lo aveva chiamato Barbablù) – si imbatterono in un bestione strano e alquanto pericoloso. Si aggirava nelle infide sabbie del deserto e quando usciva dalle dune, sbranava qualsiasi cosa gli capitasse a tiro: interi villaggi, balle di fieno, opossum e chi più ne ha più ne metta. Era un grosso verme famelico quasi impossibile da catturare. Barbazoo lo catalogò immediatamente come vermone delle sabbie, ma Barbabravo, tronfio e pervaso dalla sua immensa cultura enciclopedica, ne trasse l’etimologia e lo catalogò a sua volta: “cammina sulla sabbia, è un sabbipode!“
Barbabarba, notoriamente radical chic, rimase perplesso e andò a farsi un giro alle bancarelle equosolidali. Barbaforte andò a consultarsi con un tipo strano che ballava come un tarantolato lì nei paraggi.
“Senti un po’, ma tu lo conosci quel verme?“
“Certo che sì! L’ho pure blastato se è per questo!”
“Ma va? Io sono Barbaforte, piacere!”
“ E io sono Kevin Bacon” e così facendo, se ne andò volteggiando su se stesso.
Barbaforte pensò: se ce l’ha fatta uno che balla come un cretino che di cognome fa pancetta, vuoi che non ce la faccia io? Lo sconfiggo e vado a lavorare allo sportello delle relazioni con il pubblico! Barbapapà e Barbamamma saranno fieri di me e io potrò comprarmi il bilanciere nuovo che ho visto sulla televendita di Mediashopping.
Fu così che Barbaforte si trasformò in gabbia, diede un pugno al vermone e lo portò al satrapo.
Katafalco guardò bene la creatura, ma non gli sembrò un sabbipode.
“Non ci siamo, per tutte le moschee! Questo non è un sabbipode! Guardie! Prendete sia il verme che questo coso rosso buffo e portateli nel bestiario! Non saranno sabbipodi, ma sono sufficientemente scherzi della natura per poter stare in mezzo ai cani pechinesi e al pesce ratto!”
Barbaforte fu punito per la sua tracotanza. E soprattutto per l’idiozia dei fratelli.
                                                         §
Demetan e Ranatan, due rane piuttosto saccenti, di cui la femmina con la erre moscia, si aggiravano nel loro stagno sabbioso. D’improvviso notarono un dinosauro dai denti aguzzi come lame affilate di fresco. Ranatan gridò presa dal panico.
“Orrore orrore, un ramarro marrone!”
E Demetan: “zitta che non sai manco parlare e se ci sente siamo fottuti!”
La bestia era terribile, metteva i brividi soltanto a sentirne il verso. Era eretto come un t-rex, forte come un ciclope e…un momento! Il temibile rettile afferrò una lontra con i suoi artigli e la portò alla bocca famelica. La sorpresa dei due ranocchi saccenti fu grande! Il dinosauro non riuscì nemmeno a scalfire la lontra con i suoi denti. Anzi, i denti quasi si squagliarono.
Fu così che Ranatan guardò Demetan con gli occhi dolci, arrotò per bene la erre e gli disse: “Oooh Demetan e se quello fosse il sabbipode? Catturalo! Abbiamo bisogno di soldi e di un posto fisso, ti ricordo che mio padre, il re dello stagno, ci ha sbattuto fuori di casa perché sei un poveraccio senza una lira! E io come una cogliona che sto ancora dietro a te!”
Demetan, ascoltate tali parole, pensò che le cose si stavano mettendo male: temeva il divorzio e temeva di non poter più finanziare la sua collezione di etichette dei formaggini.
Si ingegnò, creò una trappola di ninfee e il dinosauro vi cadde dentro come un salame. Con somma fatica e aiutati da un viandante sumèro di passaggio, i due ranocchi giunsero a corte.
Il satrapo guardò bene il dinosauro che si divincolava dentro una rete metallica e sentenziò: “mannaggia alla Mesopotamia! Questo è chiaramente un mirtillodonte! Il dinosauro più inutile che il mondo conosca! Ha denti della consistenza di un mirtillo. Probabilmente è l’unico esemplare in vita, ma non potendo mangiare, mi si estingue dopo mezza giornata! Che cazzo ci faccio io con un mirtillodonte? Tzè! Io chiedo un sabbipode e questi due girini mi portano il MIRTILLODONTE! Per giunta non gli piace il gelato, nemmeno a dire che lo faccio campare in un altro modo! Buttate alla monnezza tutto questo schifo! Che me ne faccio io di due rane saccenti e un dinosauro imbecille?”
La bramosìa di Ranatan fu ripagata con una fine ingloriosa.
                                                   §
In un villaggio, nei pressi del palazzo dorato del satrapo, un giovane senza fissa dimora fumava amabilmente l’erba del vicino (era senza fissa dimora, ma aveva un vicino, sì, va bene?). Il vicino era partito alla volta dei lontani Paesi Bassi e non aveva fatto mai più ritorno. Il giovane era totalmente rincitrullito a forza di fumare tale erba. Pronunciava ad alta voce frasi sconnesse tipo Grk’Urr’Akk o Orrh Or’Ur. Insomma, era roba buona, ma lui ormai era talmente tossico che si era bevuto il cervello. Mentre delirava, gli si avvicinò un tipo vestito con abiti color sabbia, una copertura in testa e il volto coperto da una specie di maschera antigas.
Il tossico pensò: “questo sta moooolto peggio di me! Chissà che roba fuma!”
Avrebbe voluto chiederglielo, ma sbiascicò una frase tipo: “grk’kkrs’arr!”
Il tipo ultracoperto si fermò, accennò quello che per alcuni aspetti avremmo potuto definire un mezzo sorriso e rispose: “grkrk orrrr urrr arrr!”
Insomma, tra i due si creò un’assurda intesa. Quello che ancora il tossicodipendente non sapeva, è che aveva incontrato una delle creature più feroci che madre natura avesse mai spedito nell’universo: un sabbipode. Non solo, per uno strano caso del destino, da fatto, parlava esattamente la sua lingua e continuava a fare complimenti al riottoso figuro.
I due si incamminarono sulla strada asfaltata che casualmente portava dritta al palazzo del satrapo Katafalco III.
Il sovrano era uscito a fare una passeggiata per uccidere qualcuno, altrimenti si annoiava.
D’improvviso notò i due che discorrevano amabilmente in un idioma incomprensibile.
“Per tutti i valvassini! Quello lì è un sabbipode!!! Bravo giovanotto, hai vinto il concorso! Il posto da lecca francobolli a progetto è senza dubbio tuo!”
Il tossico, pur immaginando di leccare francobolli allucinogeni, non fece una piega e continuò a parlare con il sabbipode, non curandosi assolutamente del satrapo. Il sabbipode, invece, si stava alterando. Ne nacque una colluttazione di circa un quarto di secondo, in cui il satrapo tentò invano di chiamare le guardie: il sabbipode lo aveva già preso quindici volte a mazzate sulle gengive. Il satrapo morì male, molto male.
Il giovane non capiva una ceppa, ma fu felice di guardare un incontro di wrestling tra un tizio con la maschera antigas e un altro, vestito da coatto dorato.
Il Dondestan fu liberato dalla tirannia malvagia di Katafalco.

E i nostri eroi? Tornati nel giardinetto, il giovane offrì da fumare al sabbipode. Era l’inizio di una bella amicizia.
O almeno così sembrava.
L’effetto dell’erba psicotropa sulla creatura non fu infatti dei migliori: diede in escandescenze, si mise a cantare un intero album di Rob Zombie e sbriciolò di bastonate il suo nuovo amico. Se invece di drogarsi avesse aperto un libro, il ragazzo avrebbe saputo che non bisogna mai fidarsi di un sabbipode, soprattutto se allucinato.