ORE 1,30, CALMA PIATTA

(on the air: Hot Chip – Ready For The Floor)

Certe sere come questa, quando hai sonno, sei stanco, la tv è spremuta come un limone statico e stitico, hai dribblato qualsiasi tipo di serata sociale, non hai nemmeno consentito alla birra di andarsi a divertire bevendo una pinta di te (che non è altro che un pronome personale), pensi: questa è la volta buona che mi dedico al blog. Ti metti a leggere qualcuno dei tuoi link e trovi che nessuno ha inventato niente di nuovo, anzi. A dirla tutta ti viene anche un po’ da rosicare, perché nessuno dei tuoi lettori di primo pelo andrà a leggere il tuo archivio di due o tre anni fa, capendo che sì, di questo, Ataru ne ha parlato molto tempo prima rispetto a quell’altro banalotto lì. E non me ne voglia nessuno, ho letto circa una decina di voi ed è andata più o meno così (escluso chi parla dei fatti d’attualità, ma sapete, la cosa non tange granché a questo blog). E allora mi dico: se sono retroattivamente presuntuoso, se ho davvero scritto tutto e dagli altri non mi arriva più un cazzo di spunto e se oltretutto è un periodo piatto e non mi succede neanche un fatto comico del tipo chessò, che mangio un ghiacciolo al tonno, che straminchia ci faccio qui? Il bello è che questo pensiero mi passa non appena mi viene un’idea decente, e improvvisamente il mondo blog torna simpatico e interessante. Oddio, mica tanto. Certe volte ormai dimentico persino di averlo, il blog. Prima non era così. Avevo più tempo, è vero, ma anche non è del tutto così. Ma anche mi sto annoiando da solo, mi rileggo e mi dico: di questo, Ataru ne ha già parlato e pure più di una volta. E rileggendo questa frase, mi accorgo di averla già detta qualche riga più sopra, dunque ne ho già parlato. E se continuo a rileggere mi parlo addosso e non ne esco vivo, fanculo.

Valentino Rossi, Mastella, Obama, il meteo, click.

in copertina: Black on Grey,  Mark Rothko – 1969

GLI ULTIMI GIORNI IN CIFRE

(on the air: Radiohead – Jigsaw Falling Into Place)

Rieccomi, dopo atroci sofferenze sono di nuovo qui. Vista la categoria di questo post, dovrò rigorosamente attenermi all’inutilità. Cosa è successo in questi giorni?

Governi caduti: uno. Posso aggiungere finalmente o c’è qualcuno che ancora si offende? E soprattutto c’è ancora qualche furbone che andrà a votare per chicchessia la prossima volta?  Romano Prodi ha dichiarato: ora farò il nonno. Più facile a dirsi che a farsi. L’ex presidente del consiglio ha 31 nipoti (di cui due sacerdoti) e 35 bisnipoti, pur essendo zio della maggior parte di essi. Quando Prodi ha detto farò il nonno, sono partite le consultazioni. E se tra i giovani bisnipoti, la maggioranza è stata raggiunta (manipolare minorenni è semplice, es. Moccia e il Grande Fratello), tra i nipoti le cose non sono andate bene come egli sperava. I due sacerdoti hanno discusso per le votazioni contrastanti, l’uno ha gridato all’altro improperi d’ogni sorta e gli ha sputato un tocco di mortadella in faccia. Ha infine preferito Mastella come avo grasso ed è fuggito a Ceppaloni (n.d.a. sono intanto iniziate le pratiche per rendere Ceppaloni capoluogo di provincia, di regione e, solo in seguito capitale d’Italia). La maggioranza tra i nipoti,  Prodi non l’ha raggiunta anche per colpa di Anna Maria Franzoni, che non s’è presentata in aula, pur essendo nipote. Ha addotto come impegno ufficiale la sua necessaria presenza ad una festicciola di bambini in diretta tv dalle nevi di Cogne, con Bruno Vespa. Ed è stato a quel punto che il popolare Mortadella ha tentato di barare intrufolando tra i nipoti la Montalcini e Andreotti. Il piccolo Ercolino, un nipote quarantenne, ha scambiato la Montalcini per il Dracula di Bram Stoker e Andreotti per Aigor di Frankenstein Jr, ma non certo per cuginetti. Ed è partito un fitto lancio di tortellini contro Prodi e Padoa Schioppa, che avrebbe dovuto elargire la paghetta di ben due euro ai bamboccioni presenti. Dunque niente nonno. Prodi non si arrende e dichiara: farò il blogger, come Beppe Grillo. Solo che Grillo è entrato in politica eppoi diciamolo, blogger non è mai stato. E comunque io voterò no al blog di Prodi: la maggioranza non l’avrà mai, nemmeno al cesso.

Amici che hanno compiuto 40 anni: uno. Quarant’anni e non sentirli: si è appena comprato la Play Station 3 e ha voluto per forza come regalo un gioco sparatutto. In questo momento suppongo sia partito per Bologna e stia festeggiando con una brasiliana della chat. Ma del resto lui è quello che qualche anno fa disse alla mamma vado in Sardegna, e in realtà andava a Tel Aviv a incontrare una rumena della chat. A Tel Aviv. Una rumena. E comunque auguri a lui e alla sua casuccia nuova, chè finalmente non è più bamboccione. A quarant’anni.

Pasticche di antibiotico Augmentin prese da me fino ad ora: 6. Da aggiungere, antidolorifici di ogni sorta. Stavo talmente una chiavica, che sono riuscito persino a ipotizzare che se l’uomo fosse fatto interamente di gengiva, sarebbe quasi invulnerabile. Non sto neanche a spiegarvi i motivi. E intanto sono ancora un po’ dolorante, maledetti denti, detti maledenti. 

CHIUSO PER GENGIVE

(on the air: The Postal Service – Such Great Heights)

Oggi mi sento come uno cui ieri hanno estratto la radice di un dente che già da tempo si era sbriciolato e in più dopo l’estrazione gli era rimasto un pezzettino di tampone nella ferita. Non è facile devo ammettere, immedesimarsi, ma io ci riesco bene. In quanto mi è accaduto proprio questo. Infatti oggi sono anche casalingo e più che mai fancazzista. Ecco, ma era solo per aggiornarvi  delle mie ultime disavventure. Stasera mi riprenderò con un’imperdibile conferenza di Tim Burton. Per chi apprezza il regista, trovarselo davanti a chiacchierare amabilmente dei suoi film, non è affatto male. Sinceramente spero parli anche di Ed Wood. E magari del suo Batman che è e resta un’opera d’arte. E a proposito di Batman e del prossimo The Dark Knight, il nuovo Joker s’è ammazzato. Quando sarò più comunicativo e le gengive decideranno di lasciarmi vivere liberamente la mia vita, vi avvertirò.

in copertina: omaggio a Heath Ledger (1979-2008)

L’ALLENATORE NEL PALLONE 2

(on the air: M. Craft – Silver & Fire)

Consiglio spassionato per quelli che vogliono andare a vedere L’allenatore nel pallone 2: non ci andate. Risparmiate i soldi per comprarvi chessò, dei parcometri, le caramelline, le sigarette, un pezzo di pizza, qualsiasi cosa. Nessuno si aspettava che potesse essere al livello del primo film, nessuno era stato così ottimista da pensare che fosse anche solo decente. Ma purtroppo si va oltre le peggiori aspettative. Il film è montato male. Un collage di scene, di fotomontaggi, di personaggi famosi buttati lì senza un perché. Banfi fa un po’ tristezza. Oronzo Canà è la caricatura di se stesso, un po’ come gli ultimi Fantozzi di Villaggio. Nel primo trasudava il genuino amore per il pallone, i tormentoni che facevano di questo film un vero e proprio cult. Questo sec0ndo capitolo è un’imitazione sbiadita, direi quasi cancellata del primo. C’era una volta la verve di Andrea Roncato (e Gigi, che stavolta non lo hanno neanche chiamato). Roncato è bolso, spento, non aggiunge niente. La Falchi è acqua fresca, scorre via così, ovvio. Biagio Izzo che fa l’eterosessuale playboy è poco credibile. La canzoncina di Canà che accompagna quasi tutto il film, è assolutamente fastidiosa. I calciatori si sono certamente divertiti a recitare (Totti , Buffon e Del Piero i migliori), ma io questo film vorrei dimenticarlo al più presto. Nonostante qualche chicca per i cinefili anni ottanta: la presenza di Camillo Milli (il presidente Borlotti, ormai completamente rincoglionito), di Lucio Montanaro -che faceva i film scollacciati con la Fenech e Alvaro Vitali-, la citazione della Marchigiana (la squadra di Gigi e Andrea in Mezzo destro mezzo sinistro), la moglie e la figlia di Canà che sono le stesse del primo film, Antonio Zambito aka Crisantemi, Urs Althaus aka Aristoteles. Ma non basta l’operazione nostalgia per non far naufragare il film nella noia di una trama senza capo nè coda. Banfi non viene salvato da qualche rara battuta riuscita e sa pure un po’ di nonno Libero, quando viene coinvolto nelle scenette di famiglia. Tra le altre (poche) cose che ho apprezzato: la gnoccaggine di Joanna Moskwa e il nipotino Oronzino che gioca a ProEvolutionSoccer con la vecchia Longobarda di Aristoteles e Speroni. Giovani e vecchi in sala, come sempre succede ai sequel più di vent’anni dopo. Io, cresciuto col mito di Canà e la Longobarda, che da anni auspicavo un sèguito pur sapendo che mi sarei fatto del male, a un certo punto mi sono addormentato. Fate voi.

LA PIOGGIA E IL TRAFFICO PIACEVOLE

(on the air: Kleerup ft. Robyn – With Every Heartbeat)

Forse una volta ve ne avevo già parlato, ma visto che ormai ho la presunzione di avere una mia poetica, molte cose sul blog ritornano, a costo di essere ripetitivo. Poco fa, ho spento l’interruttore. E solo la pioggia poteva aiutarmi. Una giornata serena non mi avrebbe aiutato a passare il tempo nel traffico. Voglio dire, il sole o anche il tardo pomeriggio senza una nuvola, mi avrebbero sbatacchiato tipo pallina da flipper in mezzo al traffico, incazzato come una iena, senza neanche la voglia di sentire un cd. Lipperlì, mentre camminavo per arrivare al parcheggio mi giravano anche un po’ le palle, per gli schizzi sui pantaloni e il vento che mi scoperchiava quel rottame di ombrello che si trascina insieme a me. Ma una volta dentro la macchina, è sparito tutto. La pioggia isola da quel tutto che ti rovina la giornata. A me fa questo effetto. Sparivano i clacson, le incazzature col malcapitato guidatore di turno, svaniva in fumo l’ultima sigaretta del pacchetto. E non importa se le gocce ti bagnano un braccio, il finestrino resta aperto per respirare la pioggia. Il random dello stereo, stasera ha deciso di farmi apprezzare i Radiohead, il loro ultimo album che non mi convince del tutto. Due pezzi uno dietro l’altro e ho capito quali sono le istruzioni per l’uso. L’atmosfera ovattata mi avvolge lasciando fuori il caos, lo stress, il lavoro e quasi tutto il resto. Quasi mi dimentico anche di dover tornare a casa e che stasera mi aspetta una birra dietro qualche parete di legno del primo pub che capita. I Cure piuttosto tetri di Siamese Twins mi ricordano che qualchedUna mi ha fatto una sorpresa per il nostro terzo anniversario. Dunque ho i biglietti per il concerto del 29 febbraio,  la data perfetta per vederli, n’est pas? Un piccolo pensiero fuori dall’ovatta e si torna dentro. Gli schizzetti sul vetro  spariscono sotto i colpi implacabili e monotoni del tergicristallo. Eppoi mi viene in mente che possiedo un blog per raccontare queste sensazioni a costo di annoiare chi mi legge e chi non la pensa come me. Intanto mando avanti  il cd evitando tutto quello che non suona vagamente elettronico, con la piccola eccezione di un pezzo dei Maroon5. Tocca ai Lamb. E mi viene in mente che voglio raccontare da un sacco di tempo del pino che sta nel vuoto, che ogni volta su quella curva ci passo e vedo quant’è scuro. Di notte è più scuro del cielo, figuriamoci oggi che il cielo è rosso. La chioma dell’albero si perde quasi a confondersi, il tronco non si vede proprio, sembra ci sia solo quello appiccicato al cielo. Sono convinto che guardandolo dal satellite, quel pino si vede. Una macchia scura, la cosa più a contatto con lo spazio. Non mi sono drogato, giuro. Io la foto gliela farei, ma se vi facessi vedere la strada (la famigerata panoramica di Monte Mario), capireste perché non posso proprio distrarmi più di quello che già faccio. C’è un’altra cosa prima di tornarmene a casa e interrompere il dipinto piovoso. Una finestra dalle parti di casa mia. L’ho rivista qualche giorno fa dopo anni che non ci facevo caso. Una finestra grande, rettangolare, di quelle a giorno, che in camera ti entra il sistema solare e anche di più. Sul davanzale da anni c’è sempre la stessa roba: delle bamboline, un modellino di una nave e qualche vecchio peluche. Dentro, di sera, una luce che non esiterei a definire accogliente, non troppo vivace, nè smorta. Chissà chi ci abita. Parte la canzone dell’on the air. Bene signori, il giro è finito, si scende. Rigorosamente sotto la pioggia.

In copertina un omaggio a un quartetto di amici. Quattro mostri sacri del cinema horror e non, le cui vie cinematografiche si incrociarono nel 1983 in un maldestro b-movie dal titolo inequivocabile: La casa delle ombre lunghe. Da sinistra in senso orario: Christopher Lee, Vincent Price, Peter Cushing, John Carradine.

MY NAME IS LURKA

(on the air: The Fray – She Is)

Quest’anno, pur essendomi dimenticato del delurking day, lo faccio lo stesso perché m’è presa bene. Sono due anni che non posto ‘sta minchiata e credo fermamente che i lettori siano pure diminuiti. Dunque provo a censirvi con due giorni di ritardo. Queste sono le cose che fanno i blogger sempre sulla notizia, io sinceramente non imparerò mai che il 9 gennaio è il delurking day, nonostante abbia simpatia per l’assonanza di questa lieta parolaccia anglofona. Dunque arrivo per ultimo: lettori vicini, lontani e soprattutto nascosti, se ci siete battete un commento o lasciate un colpo.

UPDATE

Ecco qua le foto  di Vienna: http://www.flickr.com/photos/ataruplus/tags/vienna/

E in più vi consiglio la mia sfida con l’uomo ideale della Noe. Che vinco nettamente.

ANNO NUOVO

(on the air: Led Zeppelin – The Rain Song)

Sì va bene lo so, le foto di Vienna arriveranno. Facciamo così, vi avverto direttamente su questo post, dunque occhio all’aggiornamento. Cheppoi la maggior parte sono pure sfocate, non vi pensate chissacchè. Cheppoi lo so che non state lì ad attendere trepidanti. In questi giorni  di fine feste e seguenti non è successo niente. Ma niente eh. A parte che in mezz’ora hanno fottuto un pacco in una cassetta della posta e mi sono schifato ancora una volta del popolo italiano e non vi dico cosa gli ho vomitato contro tanto lo capite da voi, a parte che ho constatato l’efficienza delle poste austriache nel rispondere a un’email inutile a proposito di una cartolina poco affrancata, a parte un litro di birra scivolato giù come ai bei tempi, a parte che ho perso la mostra di Kubrick e Rothko perchè i romani hanno preferito la cultura ai saldi (ciò mi perplime e mi fa ridere, io stesso non sapevo chi fosse Rothko fino all’inaugurazione) e alla Befana di piazza Navona e pare che l’ultimo giorno alle mostre sia meglio non andarci, a parte le frappe in ufficio e lo zucchero a velo a farla da padrone, a parte i tornei di Buzz-cinema, a parte pensare al prossimo viaggio, chè qui son già stufo di starci. E per tanti locali che hanno chiuso, uno ha riaperto: meglio così. Riprenderò a giocare a biliardo, per giunta con un’aria più salubre. Quando va via un anno, ma anche quando meglio aggrada, si ripensa pure a un sacco di cose vecchie. Allora mi sono reso conto una volta di più, che le cose vecchie sono veramente innumerevoli. Mi sono accorto che mi manca lavorare in radio. Stronzate, passeranno. Oppure no, ma tanto che cambia? Allora torniamo a quello che ho detto prima: non è successo niente. Le foto, sì, va bene, le metto.