LA VITA NON È ALTRO CHE UN VIDEOGAME VINTAGE

(on the air: The Killers – I Can’t Wait)

Ho una nuova vita, l’ennesima. I più tecnologici e i meno giovani di voi ricorderanno quando ai videogiochi c’erano vite infinite. Il trainer, lo chiamavamo. Ti permetteva di ricominciare da dove eri morto, senza dover riandare al primo livello. Certi giochi si finivano solo così, soprattutto se eri un bambino coi riflessi perennemente appannati dalla pigrizia, non avevi uno spiccato senso della competitività e ti veniva il braccino tennistico quando eri prossimo al grande risultato.

Insomma la nuova vita, dicevamo. Mi sveglio presto e dormo cinque ore a notte, già questo dovrebbe bastare. Tanto la sera, se non sento la stanchezza assassina, esco sempre. Non ho mai capito cosa ci si risolva a stare a casa se tanto non si va a dormire presto. Eppure se stai in giro nei giorni lavorativi, non solo non sembri normale, ma sei pure un po’ stronzo. Mah.

Prendo la macchina per dieci minuti, arrivo in un posto paradisiaco molto vicino al centro di Roma, la parcheggio, non pago, prendo l’autobus (o il tram, ma tanto quello non passa mai). Dal capolinea sono cinque fermate. Io la mattina alle otto sui mezzi, roba che nemmeno ai tempi della scuola. Ci vedi sparuta gente che sbadiglia, legge, pensa.  Fondamentalmente io non faccio niente di tutto ciò. Anzi. Quando passo davanti allo zoo di Roma (Bioparco chiamatecelo voi) sono lì che penso ai fenicotteri rosa che ghignano o agli orsi polari che stanno boccheggiando dal caldo. O forse no, perché a quell’ora si respira ancora.

Il comune denominatore finora è stato il caldo. Questo anomalo caldo di maggio, che quando sento quelli che sono contenti di questo clima, io li vorrei appesi al muro. Lasciàti lì a essiccare al sole tutto il giorno a mo’ di stoccafissi. Se poi ancora dovessero esaltare il caldo a fine giornata, ci sarebbe la soluzione finale: il kalashnikov. Non venitemi a dire che si sta bene perchè come minimo vi beccherete qualche sacrosanto insulto. Eccheccazzo c’avete, una malattia?

Ma non divaghiamo. In ufficio fa fresco, c’è l’aria condizionata. Lo dico perchè è bene ricordare che un anno fa, prima del licenziamento di gruppo, ordìto dall’ineffabile nano armonico Brunetta, noi si schiattava di calura a luglio, coi piccì roventi e un etereo quanto vano condizionatore come unico scalcinato alleato.

Volete sapere com’è il lavoro? È un lavoro di passaggio, un lavoro usurante da ufficio. Ho dei colleghi simpatici. Scendo a fumare. Ci sono tanti posti intorno dove fare pausa caffè e pausa pranzo. E soprattutto, c’è una certa signorina nei paraggi che mi tiene spesso compagnia. Tutto qua.

Quando me ne vado, non tanto tardi, mi trovo lì alla fermata, in mezzo alle vecchie sbuffanti, alle colf straniere, a ragazze coi sandali che parlano dell’ultimo esame, a uomini sudati che cercano di non darlo a vedere. E alla nevicata di pollini che si infiltrano in gola.

L’ultimo livello del gioco quotidiano, è quello in cui riprendo la macchina nel luogo paradisiaco che però ogni tanto ci viene anche il sole. E la Mini brucia un poco. Ma poi torno a casa, mi faccio una doccia e sono pronto per la serata e pure per l’indomani mattina. Ma non mi ci abituo, nè mi ci affeziono a questa vita un po’ meccanica.

L’importante è avere sempre e comunque il trainer per ricominciare dal punto che eri morto: niente game over, niente insert coin.

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L’UMILE PRESUNTUOSO

(on the air: Velvet – Cattive Abitudini)

L’ultima volta faceva caldo come adesso, solo che era estate piena. Un fulmine a ciel sereno e tanti saluti al tuo posto di lavoro monoporzione. Ne è dovuto passare di tempo prima di ritrovare una scrivania. Sono cadute piogge torrenziali, s’è purtroppo smossa la terra di brutto, sono infuriate inutili polemiche e polemicuzze, l’Inter ha messo nel paniere un altro scudetto, c’è in corso una crisi economica di quelle grosse, forse tutti voi ne sapete qualcosa.

Da quel giorno ho: molti soldi in meno, progetti messi in ghiaccio in attesa di tempi migliori, ancora meno fiducia nel fottuto genere umano, un curriculum più ricco e molti amici in più, all’incirca tutti i miei meravigliosi ex colleghi, anche se siamo sparsi qua e là come le sfere del drago. Ho abortito numerosi viaggi, limitandomi ad essere ospite in giro per l’Italia, ho fatto invece molti viaggi con la mente, ho passato periodi strani, scazzi, felicità a momenti, mi sono di nuovo confrontato col mio lato oscuro e non sempre ne sono uscito vincitore. Ho visto persone salire sull’altare, ho visto anche chi, dopo tre anni, ha mandato in fumo l’altare. Ho, a proposito, fumato di meno perché mi svegliavo più tardi e perché a casa accendo meno cicche, mi sono ubriacato di vino, di superalcolici, di birre e anche d’acqua, ho cercato di mangiare meno, ho visto Londra, mi sono illuso mille volte di tornare in pista anche se più andavo avanti e più avevo paura di riaccendere il motore. Ho capito che dovrei avere le palle -e per ora non le ho- di andarmene da questo paese surreale diviso per buona parte a metà tra gente che guarda la De Filippi in televisione e campa nei centri commerciali e altra gente che si riempie la bocca a cazzo in difesa degli oppressi e dei migranti. Ho fatto sano qualunquismo senza pentirmene e senza avere tutti i torti, anche nel capoverso precedente. Ho inalato nelle orecchie tonnellate di musica buona e meno buona, ho visto film, telefilm, ho letto le vite degli altri su Facebook, ho letto giornali, iniziato un libro crucciandomi di leggere sempre troppo poco per colpa di questo diabolico pc. Ho stretto la cinghia e mi sono reso più che mai conto di essere un privilegiato per il solo fatto di non dover fare i conti con le spese di tutti i giorni, quelle serie. Ho pensato che stare in un posto sicuro fosse mancanza di coraggio e ho concluso che in parte lo è, ma in parte è anche non essere avventatamente coglioni. Ho tirato tardi riabituandomi ad andare a dormire alle 5 di mattina, perché andare a letto presto e svegliarmi la mattina presto non è mai stato uno sport che amo. Ho urlato per sentirmi vivo e mi sono sentito. Vivo non lo so, ma di certo nelle orecchie un suono è arrivato.

Anche quando mi sono mancate le motivazioni, ho sempre trovato il modo di tirarmi su. O almeno ci ho provato, con la preziosa collaborazione di chi ha la sfortuna di girarmi attorno. E forse, dico forse, sono riuscito a regalarmi un’esistenza meno piatta di chiunque altro non abbia un luogo dove andare a guadagnarsi da vivere e sbronzarsi di rassicurante routine.

Sono umilmente presuntuoso.

Un giorno, caldo come quel giorno, e si ricomincia. Un altro inizio, persone nuove, un lavoro. Un’esperienza che con ogni probabilità finirà in un amen determinato, come da firma non ancora apposta in calce al pezzo di carta. Ma voglio provare, ho il dovere di provare a vederla come un nuovo punto di partenza per uscire dalle mie dorate sabbie mobili.

Una goccia d’acqua nel deserto è ampiamente sufficiente per tracciare un bilancio complessivo della mia consapevole e sabbatica disoccupazione. E adesso sono qui a scrivere un’ultima cartolina di saluto dalla mia piacevole oasi da incubo dissoltasi, almeno per un po’, come un ambiguo miraggio.

SCENE DA UN POLVEROSO E RIFLESSIVO FINE SETTIMANA TOSCANO

(on the air: Roberto Angelini – Vulcano)

Ah i viaggi, ah i matrimoni. La macchina corre sull’autostrada, con il caldo che filtra dai vetri, quel caldo che comincia a starmi sulle palle e che rende felici voi adoratori del sole e delle belle giornate. L’aria condizionata mi consuma la benzina, io consumo la strada, consumo il sudore, consumo perfino il collo bruciato dal sole veneziano della scorsa settimana. Le note sono quelle del cd appena sfornato dal mio cervello, un giorno di lavoro musicale, 114 canzoni e una certezza: tu, Roberto Angelini, hai tirato fuori un altro pezzo di quelli che mammamia.

Il panorama del Lazio è il più brutto, l’Umbria è già diversa, il verde è più vivo, tinte pastello e scure si intrecciano, il vento porta via pollini su pollini. Quando l’asfalto diventa toscano, il verde è quello dei depliant che ammaliano i babbioni americani, il polline è fitto come una nevicata in alta montagna, come i petali dei ciliegi che svolazzano fitti nei viali primaverili giapponesi. E se apri il finestrino, il naso accusa vertigini.

I luoghi che mi si parano davanti, dopo la superstrada Firenze-Pisa-Livorno sono ormai familiari per frequentazione: strano, mi trovavo qui addirittura la settimana scorsa. Il treno e la macchina del resto hanno la stessa destinazione finale. Scontato, ma certe cose vanno ribadite per sentirsi sicuri di non sbagliare traiettoria.

Nella testa un velo, solo un velo di qualcosa che non so, forse so, faccio tacere tutto.

Forse il racconto ve lo aspettate ironico, ma in realtà in questi giorni sono troppo riflessivo per farvi ridere.

La destinazione finale è raggiunta, ma non ci si ferma neppure per un attimo, la freccetta del navigatore attraversa ancora un altro po’ di provincia di Pisa. Brucio sigarette mentre le estetiste lavorano nell’altra stanza, i miei occhi immagazzinano un nuovo paese e la mia bocca assaggia sapori orientali influenzati dal gusto italiano. Un flash mi abbaglia. L’autovelox sul limite di 50 e io poco sopra, per quel bastardo incollato dietro, mentre scendo dalla collina. Io un giorno inchioderò e vi chiederò i danni, è una promessa.

Un’amarezza in più. Di quelle che cerchi di rimuovere e restano là in fondo. Pur provando a unirti alle goliardate prematrimoniali subito dopo cena.

La mia solita stanza d’albergo, col casino fuori, i pensieri dentro e tre ore di sonno.

Il matrimonio in mezzo ai pollini dei pioppi è illimitato. Comincia alle 10,30 nella chiesina di campagna, tra la polvere della strada sterrata, prosegue fino alle 19 negli anfratti di una strada che si inerpica su, fino alla villa col gonfalone del drago. Il maiale con le patate viene servito alle 17,30. Si chiude alle 23 a casa degli sposi sull’argine dell’Arno, tra frizzi, lazzi, scherzi, lacrimucce e scarpe che fanno male.

È ora di dormire sonni profondi, finalmente soffocare qualunque pensiero bello o brutto, spingergli la testa sott’acqua fino alla mattinata seguente.

L’odore del caffè al bar di domenica mattina non mi capita di sentirlo quasi mai, allora cerco di vivermelo appieno e da solo. Il primo caldo forte dell’immediato dopo pranzo mi fa tremare le gambe, ma non c’è tempo. È ora di rimettersi in viaggio e rivedere il film al contrario. Piazzare i titoli di coda tra i pollini, ancora loro, i paesaggi che cambiano al confine tra una regione e l’altra, qualche tir che sfida i divieti, lo sparuto traffico del rientro, il cd che ci accompagna fino quasi alla fine del viaggio, l’acclamato bis di Roberto Angelini, casa.

Sta per aprirsi un nuovo, piccolo ciclo della mia vita. O forse s’è già aperto e me ne sono accorto dopo. Non sarebbe la prima volta.

LE MIE VENEZIE

(on the air: Marta Sui Tubi – La Spesa)

I treni. Questo racconto inizia con i treni, finisce con i treni. Come tanti resoconti di viaggio, direte voi. E in effetti è così, però basta-dico-basta coi treni. L’eurostar da Roma per Firenze-Santa Maria Novella è riciclato, di quelli vecchi e stretti, lo chiamano Freccia Rossa e arriva clamorosamente pure in anticipo di dieci minuti. Freccia Rossa non avrai il mio scalpo. Il regionale per Pontedera è una meraviglia, almeno si sta più larghi. Il giorno dopo ci tocca di nuovo il regionale, stavolta per Firenze-Rifredi, e il viaggio sarebbe tranquillo se non fosse che potremmo perdere la coincidenza, per via di un nostro disguido, che insomma, come dire, andava preso quello prima. Ma il dio delle ferrovie italiane, che è a dir la verità secondo me è piuttosto miope e sfigato, per una volta ci vede. E la coincidenza arriva in ritardo. Dicesi coincidenza l’intercity che deve portarci a Rovigo. Carro bestiame che più carrobestiame non si può. Per giunta popolato di scolaresca veneta (anche se poi ce ne libereremo a Bologna), capelli tipo Bastard Sons of Dioniso, con annesse truzzaggine, idiozia e acne devastante di un diciottenne a caso. Odio l’intercity, le sue carrozze da far west, la gente che ti frega il posto e i corridoi stretti che ricordano le scene dei film anni cinquanta, col ciccione di turno che non ci passa e non ti fa passare. La littorina che l’indomani ci porta da Cavarzere a Venezia, va piano, ha due vagoni, poca gente sopra, si ferma ad un casotto in mezzo al Polesine. Da una parte il verde dei campi, dall’altra un burroncino. La vacca mora (qui amano chiamarla così) percorre incerta la Padania, sbuffando tra campi arati, ville mi-sono-fatto-da-solo, e un contadino che per il primo maggio ha apparecchiato la sua tavola con circa ventiquattro spritz. Siòr aperitivo veneto. Poi. Il regionale da Venezia a Mestre lo si prende per dieci minuti a ritorno da Venezia. Primo maggio, su coraggio, un cazzo. La gente è appesa pure al soffitto, si suda che sembra estate nel Borneo, famigliole con cani e bambini, che dico io, prendete la macchina, no? Littorina di ritorno, il contadino-spritz ha sparecchiato e magari è pure imbriago. Per chiudere, ecco a voi l’eurostar diretto Rovigo-Roma, viaggio tranquillo con il suo tranquillo ritardo. Basta treni.

Ora vi racconto il resto.

Il Polesine, Cavarzere, Adria. Ci sono luoghi comuni che andrebbero lasciati dormire, e invece no. Qui esistono ben svegli e radicati. Qui nella provincia meccanica, la domenica ipnotica è il meno che ti possa capitare. Ci fanno da guida due persone a noi care, costrette lì per lavoro, ma che ne sanno e ne vedono tante: un carabiniere e un medico. Qui ci trovi gente che se non ha voglia di andarsene si fa inghiottire dai giri strani, dalla droga, dalle madonnine che piangono. Altrimenti lavori, sputi sangue e ti costruisci la villa. La terza via, quella più consigliata se hai voglia di cambiare il lento corso degli eventi, è la fuga. Noi alloggiamo a Cavarzere, poche case, villette a schiera, gente tranquilla che lavorava, passeggiando in bicicletta e via così. Misura d’uomo quasi troppo perfetta, fresca di ferro da stiro, eppure le pieghe stanno lì, basta guardare bene. Io che vengo da Roma mi sento una tigre in gabbia. Eppure viverci sicuramente rilassa. Magari troppo, magari arrivederci. Adria è la più carina, con il suo fiume che scorre non troppo placido in mezzo e la sua architettura veneziana. E ho visto un’idrovora, che ne parli per una vita, ma non sapevi com’era fatta, invece adesso sì. Nel Polesine ci sono strade che finiscono direttamente dentro i fiumi, i canali. La macchina sembra una mondina che si impegna a schivare l’acqua per quanto possibile. Ci sono paesi che si chiamano Bojon, Pegolotte, roba così. E spero che non me ne vogliano gli eventuali abitanti arrivati qui da Google.

Venezia. Venezia di primomaggio è il caos senza scampo. Prevedibile. I veneziani imprecano in dialetto contro i barbari invasori. E sono pure cafoni perché lo fanno a voce alta. Quando vengono loro a Roma, io non glielo dico mica in faccia. Magari dietro sì, ma è più educato. Venezia sembra di cartone, talmente tante le volte che l’ho vista in foto, in tv, al cinema, sui giornali, nella mia testa. Venezia è un set cinematografico che non regala sorprese. Soprattutto standoci solo mezza giornata e non guardandola di sera, che secondo me cambia dal giorno alla notte, appunto. Ci si muove a fatica tra negozi di vetri di Murano veri o presunti, maschere intriganti, gioielli di classe e soprattutto souvenir orripilanti che la gente compra, muovendo scriteriatamente l’economia. Ci sono i piccioni, c’è chi li ciba sfidando le ordinanze del doge, c’è chi addirittura se li porta sulla spalla, che schifo. Venezia è comunque affascinante nel suo budello di stradine e ponticelli con le indicazioni per San Marco in tutte le direzioni, che a volte ti ingannano fino a farti girare lo stesso angolo dieci minuti dopo e avere quella fresca sensazione di dejavù, mista al sentirti un pirla. Venezia mi affascina non tanto per la sua inoppugnabile e dichiarata bellezza, quanto perché è assurda. Cioè, da una vita sai che è costruita sull’acqua, ma quando la vedi è un altro paio di maniche. È una cosa inspiegabile, una meraviglia di follia. Come avete creato questo miracolo di architettura idrica, voi veneziani? Strade fatte d’acqua, vaporetti al posto degli autobus, gente che trova lavoro come gondoliere, che praticamente o lo cerchi qui o vai a cercarlo in qualche disgustoso e kitsch casinò di Las Vegas a forma di laguna. Il giudizio resta comunque sospeso, il beneficio del dubbio è sacrosanto, un giorno tornerò e il racconto sarà di sicuro meno convulso.

Padova. A Padova ci arriviamo da Cavarzere, con macchina e navigatore in prestito. A tal proposito, ringraziamo l’arma dei carabinieri. La strada è semplice e piacevole, quaranta chilometri in avvicinamento ai colli Euganei e man mano il verde del panorama è meno agricolo e più soave. Poi certo, quando arrivi lì ci metti un’ora per parcheggiare e per questo sembra di stare a Roma. Una familiarità di cui proprio non si sentiva il bisogno. Padova, la città del Santo. Sant’Antonio da Padova o da Lisbona, è il Santo per antonomasia perché è il più amato al mondo, così pare. Fiorisce il mercato dell’oggettino sacro. Soprattutto ci colpisce il quadro con Gesù cangiante sulla croce. Apre prima un occhio, poi l’altro. Dannati, macabri cattolici, fa paura. La basilica di Sant’Antonio è grandissima e non ha proprio niente da invidiare alle grandi cattedrali europee, lo pensiamo in due all’unisono. Evviva l’Italia. Tre chiostri, il bar e i bagni pubblici. Mica solo la bellissima megachiesa e il bookshop. Si prosegue alla mostra del fotografo dei divi, Douglas Kirkland, che ne vale la pena, andateci, andateci, andateci. C’è anche il custode simpatico ed estremamente gentile. Cammini sotto i portici e scorgi l’imponente piazza Prato della Valle, la più grande d’Europa secondo alcune fonti. Secondo altre pare sia piazza della Borsa a Bordeaux. Pazienza. C’è il mercato, la gente fa affari d’oro con capi d’abbigliamento di tutti i tipi. Padova è carina, è tranquilla anche se c’è casino. Padova ti tira per la giacchetta che non hai, per convincerti a restare ancora un po’. Questa bella città ci accompagna con uno spritz fino al tramonto nuvoloso, preludio di un temporale cavarzerano che durerà tre ore e rinfrescherà l’aria padana di maggio, decollata spietatamente fino a trenta gradi. 

Dopo la toccata e fuga in Toscana di cui sopra, questa settimana è tempo di matrimonio, ancora in Toscana, appunto. Si riparte venerdì, ma stavolta il treno resta in garage, prendo la macchina.

In copertina, il casotto della littorina a Cavarzere: Welcome to the Jungle.