IPOTESI SUL COLPEVOLE

(on the air: Mystery Jets – Two Doors Down)

L’altra notte, sarà stato tipo tra giovedì e venerdì, ho avuto a che fare con un virus bastardissimo di nome Cutwail. La creatura telematica e fetente, stava tentando di possedermi ciberneticamente, partendo dall’email, per poi passare alla connessione, fino ai dati sensibili tipo le coordinate bancarie, le password di email, Flickr, Feisbuk, i numeri di telefono delle pizzerie e del meccanico, le foto delle vacanze e il curriculum vitae. In quest’ultimo caso, bastava avvertire, glielo avrei mandato come ho fatto con tutti gli altri possibili datori di lavoro. Per sconfiggerlo ho fatto l’alba. Ma ho temuto il peggio. Cioè del tipo: in mano a quale figlio di trojan saranno finiti i miei dati sensibbbbbili? Ho così formulato qualche ipotesi in tal senso.

Ipotesi A: sono venuto a sapere che il virus è di origine hongkonghesebarrataiuanese. Dunque un orientale maniaco di manga, bimbe vestite alla marinara e fluidi corporei col vizietto di spulciare tra i cazzi altrui si sarà impossessato di tutto il mio me stesso? Va bene, vado a comprare una katana o più semplicemente lo stendo mandandogli una foto di Sandra Milo nuda.

Ipotesi B: il classico nerd occhialuto sfigato dell’Oklahoma. Quarantadue anni, passa la sua giornata tipo a guardare le foto delle fanciulle discinte di tutto il mondo ravanando torbidamente nei loro piccì. Una volta entrata la mamma urlante nella stanzetta, ha comunque spento tutto di corsa. Ma tanto di foto ha trovato le mie, speriamo solo non sia ghei.

Ipotesi C: un ladro. Rumeno, napoletano, svedese. Non me ne voglia nessuno, la categoria è largamente globalizzata. Una volta preso coscienza che sul mio conto corrente ci sono quattro euri e ventidue centesimi più la figurina di Toninho Cerezo, si è costituito alla polizia telematica ed è stato rilasciato per manifesta incapacità.

Ipotesi D: una casalinga annoiata già sveglia alle treemmezzo di notte, che prima di iniziare a stirare le mutande del marito, i pantaloni del figlio e le sue calze a rete usate poco prima in webcam, ha pensato di sperimentare il virus come nuovo strumento di trasgressione. E dopo una mezz’ora di consultazione dei miei dati, è definitivamente guarita dall’insonnia.

Ipotesi E: che è anche la più plausibile. Bill Gates, il più noto e conclamato untore di piccì, mi ha messo alla prova e ha voluto dimostrarmi che sono in grado di risolvere i problemi più complessi su Windows. Tanto per convincermi che passare al Mac non è una buona idea. In quest’ultimo caso, caro Guglielmo Cancelli, già che oramai hai anche la password e l’indirizzo del mio blog, magari verrai a trovarmi qui e come minimo mi leggerai. Tornando al discorso di inizio post, hai anche il mio dettagliatissimo civvù. Facciamo una cosa, Bill, mi trovi lavoro?

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DIECI COSE CHE HO CAPITO

(on the air: Chris Rea – Josephine)

Di ritorno dal matrimonio del fratellino della Noe, posso affermare che:

a vivere un matrimonio indaffarandoti dietro le quinte tra foto da fare e angoli da smussare, ti passano più velocemente il sonnolento prete polacco e il micidiale pranzo da quattordici portate che ti siedi alle due e ti alzi alle sei quando ancora manca l’amaro.

guidare per le strade della Toscana tra Pisa e Lucca in una bella giornata soleggiata e fresca ti rilassa, anche se la macchina è quella del potenziale suocero, sei insalamato dentro il vestito buono e hai un cappio viola al collo.

Hancock è un film niente male. Ancor più se visto la sera a giochi fatti,  sul finire del processo digestivo, affondato in una comoda poltrona del cinema multisala, che per una volta fatemelo esaltare. Un toccasana, un po’ come dopo il pranzo natalizio.

la notte bianca di Pontedera è molto più incasinata della fu notte bianca di Roma.

se dovessi mai sposarmi, a casa mia arriveranno tonnellate di piante, anche all’ora di cena. A questo punto le chiederò tutte grasse, così mi arricchiscono la collezione.

se dovessi mai sposarmi, non mi sposerò all’ora di pranzo, ma questo lo avevo già ben chiaro in capoccia.

essere il romano in mezzo a sessanta sconosciuti in linea di massima consapevoli di chi sei e dunque alquanto curiosi, fa strano parecchio, fa quasi mosca bianca.

fare colazione in albergo con un caramba abruzzese in permesso -collega dello sposo- è piacevole.

se il tuo potenziale suocero ti convoca clamorosamente per fumare una sigaretta insieme a lui, ci sta che ti chieda più di qualcosa sulla tua squallida non-situazione lavorativa.

l’unico modo per rompere un po’ gli schemi nuziali, sarebbe quello di intraprendere la fruttuosa quanto un po’ gaia professione di wedding planner. La cosa mi attira, sarà grave?

CLUJ È PEGGIO DI ME

(on the air: The Verve – Love Is Noise)

Il freddino, il pub di legno nella via del Piper, il megapanino con hamburger e cheddar, i bastoncini di pollo, la torta Oreo a metà con la dolce metà, gli strilli dei pischelli con le sciarpe: è tornata la Champions League. C’erano tutte le premesse per un buona la prima. Peccato che all’appello mancasse la Roma. Stanotte sarà grande festa nei campi rom, ti pare che qualcuno non è di Cluj?

Tacerò invece delle polemiche successive alla blogfest 2008. Mi sono documentato mio malgrado (fino a qualche giorno fa ignoravo anche l’esistenza di tale ennesima, profonda caduta nell’autoreferenziale) e mi sono veramente intristito. Vabbè ci ho ripensato, non taccio, però faccio presto. Del resto a certa gente fa piacere, purchè se ne parli: diamogli ‘sti venti centesimi nel piattino. Vi basti sapere che sul lago di Garda, tra mille bloggherz, un aperitivo, una chiacchiera e un rutto rigorosamente duepuntozero sul futuro del mondo, un creativo pubblicitario col nome da creativo pubblicitario sale sul palco e spara una cazzata sull’undici settembre, peraltro trita e ritrita (massì, a livello di campagna mediatica lanciare un par d’aerei contro le torri gemelle è un’ideadellamadonna. Un pensiero così profondo non lo sentivo dai tempi di Jerry Calà e del Jovanotti disimpegnato). Poscia, un blogger col nome da blogger si offende manco fosse stato lui al posto di Ground Zero e solleva contro l’infedele creativo (avrà mica inventato lui pure il gattino Virgola? è un’ideadellamadonna!) tutto il popolo dei blogger illuminati dal sacro fuoco dell’anch’io alla Blogghefeste c’erA o almeno volevA esserci ma mia mogliebarramammabarrafidanzata non mi ci ha mandato per paura che lì ci stanno le donnacce. Insomma si sollevano tutti come canne al vento, tranne due megalomani che ormai da tempo stento a riconoscere come blogger. Una che ormai, ahimè, le sono rimaste solo le tette e che non a caso è la fidanzata del graaande pubblicitario e giocoforza non può che schierarsi nella trinceadellamadonna. L’altro, il guru della macchia, l’organizzatore della lieta kermesse bloggarola, che sentenzia a favore del geniacciodellamadonna dall’alto del suo nientepopodimenochè Twitter come fosse il Quirinaler. Il bello è che per fare questa figura barbina e premiare i depositari della controinformazione da tartina col caviale, Travaglio, Facci, Grillo (Grillo??? ma cazzo, pensavo che ormai solo Bruno Vespa fosse convinto che quello di Grillo è un blog) e altri quattro stronzi, si sono anche fatti finanziare da fior di sponsor. Insomma come stavo dicendo prima -visto che da qualche parte bisognerà pure rientrà delle spese- basta che se ne parli. E che se ne parli a colpi di clip ed embed su Youtube, feed su Facebook, Twitter, MySpace, Tumblr, Flickr, Gnuttr e Kazzr. Come le gonnelline alzate a Buona Domenica o meglio gli upskirt che fa più duepuntozero e così non vado fuori tema. La conclusione mi  sorge spontanea dal cuore: non c’avete proprio un cazzo da fà.

Oh, io ne ho parlato, ora vossignori trovatemi da Google.

Tiriamo le somme:

se è davvero questa la Roma, mi metto a tifare per il Cluj.

se è davvero questa la decantata qualità della blogcirconferenza™ itaGliana, voglio fare parte di quella sammarinese. O di Cluj.

Personaggi e interpreti:

Parte prima: io nella parte di io, la Noe nella parte della dolce metà, i fantasmi nella parte della Roma, Cluj nella parte di Clej, Clej nella parte di Cluj.

Parte seconda:  tal Vicky Gitto nella parte del graaande pubblicitario col nome da graaande pubblicitario, tal Marco Camisani Calzolari nella parte del blogger col nome da blogger, le tette di Selvaggia Lucarelli nella parte delle tette assolutamente col nome da tette, G. Neri nella parte der Napolitano de Twitter, Travaglio, Facci, Grillo e i quattro stronzi (senza offesa) nella parte di loro stessi, un commento dell’amico Trentamarlboro nella parte dell’involontaria miccia che ha innescato la mia voglia di documentarmi.

PS: SICCOME MI SI FA NOTARE CHE IL POST è UN PO’ CRIPTICO PER I PROFANI ED EFFETTIVAMENTE RILEGGENDOMI CI CAPIVO POCO ANCH’IO, C’è UNA VERSIONE FOR DUMMIES NEI COMMENTI.

LE FOTO CHE NON HO MAI FATTO

(on the air: The Killers – All These Things That I’ve Done)

Ogni tanto mi capita di spulciare le altrui foto su Facebook. Non quelle degli amici, cioè sì, anche quelle, ma poi finisco su quelle degli amici degli amici e sui profili pubblici. E mi rendo drammaticamente conto di non avere una sola foto in cui sfoggio un’invidiabile abbronzatura su una spiaggia caraibica (che di solito poi ad una più approfondita analisi risulta essere Fregene Bicce), nè una foto dove sfoggio un’invidiabile abbronzatura e basta (qualcuna sì, ma è vecchia). Non ho, per la miseria, una foto in discoteca in cui faccio un’espressione da coglione, nè una foto in discoteca dove oltre a me c’è un altro amico lampadato con la faccia da coglione. Ahimè non c’è nemmeno quella con l’amico lampadato e sei-fighe-sei anche loro lampadate e con la faccia un po’ cogliona. Non ho la foto al tavolo del locale a Ponte Milvio (sì, spesso lo frequento, ma non per farmi le foto) col proprietario fancazzista che fa cocktail di merda e la cameriera che s’è ripassata tutto il ponte, lucchetti compresi. Non ho nemmeno una foto dove faccio le boccacce. Non ho la foto di quella volta (quale?) che virilmente mettevo le mani addosso al mio amico palestrato per sentirgli quanto è gonfio il muscolo dopo l’ultima lezioncina di prepugilistica. Non ho una foto in un villaggio vacanze della Tunisia, dell’Egitto e del Messico e spero di non averne mai. Non ho una foto con un cane, nè una foto mentre mangio un’orribile carbonara in una fraschetta di Ariccia, non ho una foto insieme a un vip e nemmeno una foto fatta in un parco pubblico mentre gioco a pallone. È incredibile quanto sia uomini che donne tendano a pubblicare sempre gli stessi soggetti. Sarebbe da farci una statistica per poi trarne un ottimo servizio di Studio Aperto. Io però mi sento un po’ sfigato. Per fortuna, almeno qualche foto mentre fumo una sigaretta ce l’ho. 

IL BOSONE RAMPANTE

(on the air: Oasis- Live Forever)

Cominciamo col dire che nessuno su questa terra potrebbe arrivare a leggere tale post. Potrebbe già essere troppo tardi (consueta toccata e fuga di  Beethoven in sottofondo). Ora, a parte il fatto che ne avrà parlato tutta la blogcirconferenza, io non ho ancora capito tutto per bene. Però oggi secondo alcune autorevoli minchiate che girano sui tiggì saremo ingoiati da un buco nero. Ovvio che è una bufala. Mi dicevano del fatto che questo buco nero si aprirà e si chiuderà nel giro di un minimicroinfinitesimo di secondo o giù di lì. Non acchiapperebbe nemmeno Pupo e il ministro Brunetta. Questi cervelloni italiani, in quel della neutrale e ridente Ginevra vogliono scoprire l’origine del Big Bang e individuare il bosone di Higgs. Contrariamente al nome, non è né un film porno, né un dinosauro e neanche una cosa di dimensioni spropositate. È una semplice e leggendaria particella di materia, soprannominata in amicizia dal fisico Lederman, la particella di Dio. Mica cazzi. Insomma per farla semplice io, voi, i bacarozzi, i mobili dell’Ikea, l’i-Pod, l’echinocactus grusonii e il risotto alla pescatora abbiamo avuto tutti lo stesso comune papà: il bosone. Figlio di un bosone! Non è un insulto come non è un film porno, né un dinosauro o una cosa di dimensioni spropositate. Se volete capire cosa succederà da stamani nella terra del formaggio coi buchi e degli orologi precisi, non chiedete a me, piuttosto leggetevi un link a caso con tanto di allegata e immancabile profezia di Nostradamus (ma ‘sto Nostradamus aveva per caso anche previsto che ci avrebbero rotto i coglioni una volta al dì con le sue quartine?). Fin qui la scienza e l’incoscienza che della i non fanno senza.

Però ora pensate se davvero dovessimo finire in un buco nero. Probabilmente ci smaterializzeremmo come l’equipaggio di Star Trek col teletrasporto, ma senza rimaterializzarci chessò, sul pianeta degli Occhi Storti Viventi. Insomma finiremmo tutti come cous cous stellare o una roba del genere. Io personalmente, temendo la fine del mondo e guardando al mio orticello mi sono disperato. Non saprò come finisce Ugly Betty, non troverò un nuovo lavoro, ho bevuto un solo long island ice tea la sera prima del giorno del giudizio, non ho visto la mia ragazza per l’ultima volta, non ho ancora sentito dire a Veltroni una cosa non banale, non tornerò a Berlino nè andrò in Islanda, la mia terra promessa. Non mi sono vendicato, maciullandola, della zanzara che mi ha divorato nel pomeriggio, non vedrò arrivare l’autunno levandomi dalle palle quest’estate infinita, non farò financo in tempo a ricaricare la batteria del cellulare, nè a vedere la Roma giocare contro il Cluj Napoca. Se davvero dovesse succedere, io, voi, il cellulare, l’autunno, l’Islanda, Berlino, Veltroni, Ugly Betty, il suo apparecchio, la mia ragazza, il long island ice tea, la cempions lig, il gheipràid, Berlusca, Obama, McCain, Martufello e forse anche quella stronza della zanzara, saremmo risucchiati indistintamente in un vuoto spazio temporale.

Come dite? Anche la De Filippi e il gattino Virgola? Pure i bimbiminkia con l’elastico delle mutande di fuori e il ciuffo emo? Persino Gigi D’Alessio?

Signor bosone, faccia di me ciò che vuole, io sono pronto.

leggi l’ULTIM’ORA!

MI CHIAMO VIRGOLA

[e io ti uccido]

(on the air: Il Genio – Pop Porno)

Il tema è: spot fastidiosi. Dunque preferireste trucidare a badilate o avvelenare con croccantini scaduti nel ’79 il gattino Virgola, quello della suoneria?  Dire finalmente a Carolina Kostner che prima di dare gli esami con il CEPU dovrebbe imparare a parlare italiano e non esprimersi come un falegname del Brennero? O forse vorreste impanare di cocaina la bambina che sogna gli uomini della farina del Mulino Bianco e indi friggerla nella sugna? Vi dirò, non mi dispiacerebbe eliminare sotto i ghiacci perenni i flatulenti pinguini delle Vigorsol o provocare un blocco intestinale allo scoiattolo Cippi. E che dire di Morandi che strilla ciungaciunga e andavo a cento all’ora per trovar la bimba mia? Mi ha sfinito i coglioni. Che venga investito da una carica da cento chili dei fratelli Bergamasco mentre guarda una partita della nazionale cantanti su Sky!

Oppure la soluzione finale: Carolina Kostner pattina sul ghiaccio recitando a memoria il manuale di diritto pubblico ostrogoto quando inciampa mortalmente sullo scoiattolo delle Vigorsol squartandogli le budella con le lame dei pattini. Le suddette budella palesemente avariate finiscono in parte nella ciotola del gatto Virgola che si strozza e muore senza finire la filastrocca e in parte nell’impasto degli uomini della farina che producono un pane letale per la bambina. E Morandi? Si era travestito da bambina per sembrare più giovane.

blen blen blen blen blen blen blen blen

LE INTERVISTE IMPASSIBILI:

HIROSHI SHIBA

(on the air: LCD SoundSystem – Tribulations)

Visto che non sto lavorando e visto che in fondo ma proprio in fondo sarei un giornalista, ho pensato bene che almeno immaginare di fare il mio lavoro sarebbe cosa gradita a me e umilmente anche a tutti voi che ancora vegetate in questi lidi. Ho deciso che voglio tornare ai vertici della blogcirconferenza senza financo passare dal via e ritirare le consuete ventimilalire. Per farlo se fossi donna ci sarebbe un solo modo: spogliarmi. Ma non sono donna e quindi devo farmi il culo per inventarmi qualcosa di pregno e consistente. Allora ecco lo scoop. Una nuova rubrica di interviste che vediamo come va. Ho deciso di cominciare con un mito della mia infanzia: Hiroshi Shiba.

Prima di cominciare, un riassunto per i più piccoli o i più ignoranti. Hiroshi Shiba nasce in Giappone negli anni sessanta, è un giovine di belle speranze vestito con le frange sul finire dei settanta. Ha impiantata nel petto una campana di bronzo che il padre, a sua volta inglobato in un computer, gli ficcò dentro dopo un incidente a soli tre anni. Trent’anni fa il suo scopo fu quello di salvare il Giappone e in seconda battuta il mondo dalla minaccia di popoli antichi risvegliatisi per non si sa quale assurda sfiga. Egli diventava la testa di un robot di nome Jeeg. Poi Miwa, la sua fedele aiutante, gli lanciava il resto del corpo (i componenti), che attraverso delle calamite prendeva forma. E giù di raggio protonico e maglio perforante.

Capelli più corti, brizzolati, intatto il fascino che in poco tempo lo fece diventare uno dei più sexy di quel periodo. Salve Hiroshi, come va?

Bene, grazie.

Entriamo subito nel vivo, mi racconti di Jeeg. Lo sa che tutt’ora per molti trentenni la frase "Miwa lancia i componenti!" è di culto?

Che dirti? Mi fa piacere! È bello essere ricordati così a lungo per un handicap fisico. 

Senta, mi perdoni se passo subito al gossip, ma sa, i tempi sono quelli che sono: con Miwa, com’è andata a finire? Perché nella serie non c’era mai un sorriso di intesa, mai uno sguardo ammiccante, mai un accenno a quello che tutti avremmo voluto: che voi vi faceste una sana tromb…ehm che voi coronaste finalmente il vostro solo presunto amore.

Eheheh. Miwa è sempre stata una persona seria. Se ti dico che non ci stava mi credi?

Mai mai? Neanche un bacetto dietro le quinte?

Tengo famiglia, sono cose private. Diciamo che qualcosa successe nei mesi successivi alla serie, ma eravamo troppo diversi. Adesso lei ha due figli con Tommy Aku, l’UomoTigre Secondo, hai presente? Io ne ho tre con un ragazza che per fortuna non ha a che fare con il mondo dello spettacolo e va bene così.

Parliamo di Jeeg. I suoi nemici se li ricorda bene?

Certo che sì! La regina Himika passava ore e ore al trucco per farsi quei cosi in testa. E pure l’Imperatore del Drago non scherzava ! Invece Amaso coi dreadlocks di pietra e Ikima col pizzetto biondo erano avanti trent’anni. Simpatiche canaglie.

Ha mai sentito la rivalità con Goldrake, Mazinga, Gaiking, Getter Robot, Mazinga Z, Gundam, Daitarn III. Insomma di robottoni di talento ce n’erano tanti all’epoca.

Ora ti dico una cosa. Eravamo tutti bravi e tutti amici, si giravano due o tre episodi al giorno e non prendevamo i soldi che prende adesso un bamboccio che per combattere tira le carte da gioco. Actarus era molto più sex simbol di me checchè se ne dica. Però nessuno si trasformava nella testa del robot dopo una serie di salti mortali. Per me non c’era concorrenza, ero diverso e basta. A me lanciavano i componenti, agli altri bastava entrare in una navicella e il gioco era fatto. Io mi facevo molto più il culo rispetto a loro. (ride di gusto)

Lei mi invita a nozze con la storia dei cartoni attuali! Cosa ne pensa?

Vuoi la verità? Salvo poche cose davvero. E invidio chi come Lupin o Peter Ray di Gundam continua a lavorare. Mi avevano chiesto di partecipare anche solo con un cameo al recente pseudo-sequel di Jeeg. Miwa l’ha fatto, io no, hanno preso un altro per la mia parte. Diciamo che non ne sentivo decisamente l’esigenza. Non mi piacciono i Pokemon e simili. Penso che la parola morte si debba pronunciare nei cartoni. Ai nostri tempi di morti se ne facevano a bizzeffe, ma i ragazzini crescevano sani. Adesso i protagonisti tirano le carte per aria o arrossiscono per un bacio sulla guancia. Una volta era tutto incensurato, passavano il morto da noi, le tette di Lamù e Fujiko, le battutacce triviali di Arale. Nessuno si scandalizzava. Comunque i miei preferiti restano Doraemon e Ippotommaso. E mi piaceva anche Dick Dastardly, collega americano. Ai party dell’epoca ho conosciuto tutti, anche il draghetto Grisù e Napo Orso Capo. Era un continuo disfacimento fisico.

Lo sa che qui da noi, per anni c’è stata gente convinta che la sigla di Jeeg, fedele cover di quella giapponese, fosse cantata da un famoso cantante rock italiano di nome Piero Pelù? E che lui stesso l’ha cantata nel suo ultimo album?

Ahahah sì, mi era arrivata questa voce.

Hiroshi Shiba, ultima domanda. Cosa fa adesso? Si trasforma in Jeeg in giardino per i bimbi?

No, ho smesso, non ho nemmeno più i componenti! Eppoi il Giappone non è più invaso dai mostri Haniwa della civiltà Yamatai. Al massimo ogni tanto ci scappa un terremoto o un uragano. Mi godo la pensione e la famiglia, faccio qualche ospitata in tv, mi batto per i diritti del popolo tibetano. Mi hanno chiamato per un reality show di vecchie glorie dei cartoni, ma ho declinato. Al mio posto hanno preso Mimi Ayuara e Terence di Candy Candy. C’era anche Chobin. Ma ho una dignità, io. E sai una cosa? Mi sono pure rotto di questo ritorno degli anni ottanta, ci hanno ricamato troppo sopra.

Non gli ho chiesto come faceva a recuperare la moto nel burrone ogni volta che saltava giù al volo per la prima trasformazione. Mi saluta. Al collo porta ancora il ciondolo con la testina di Jeeg, quello che tutti noi bimbi un po’ truzzi ma sinceri, avremmo sempre voluto rubargli.