Ciao ciao adolescenza

energie

CIAO CIAO ADOLESCENZA

(on the air: Madonna – Into the Groove)

La notizia è di quelle che ti fanno sobbalzare sulla sedia ergonomica, mentre sei lì imborghesito davanti alla tastiera cercando di lavorare. La notizia è di quelle che ti viene voglia di raccontare un mondo e di conseguenza tornare a scrivere. Come se ti morisse un parente nemmeno troppo lontano, uno che andavi a trovare nemmeno tanto malvolentieri perché poi alla fine eri lì e ti offriva una gassosa fresca e una fetta di fragrante crostata con la marmellata scura.
La notizia è che Energie, il  grande negozio di abbigliamento di Via del Corso a Roma, chiude il 31 maggio prossimo.
E chiude sia a causa della morte del disegnatore della linea omonima, sia soprattutto, a causa della crisi.
Non puoi che riavvolgere il nastro e cominciare a proiettare il filmino con un sapore dolce amaro in bocca.


È il secondo lustro degli anni Ottanta quando cominci ad andartene in giro per Roma con il tuo storico amico delle medie, appassionato di musica e di cinema, di Madonna soprattutto.
Ha raccolto talmente tanto materiale tra giornali, dischi, fotocopie, da essere un Fan con la effe maiuscola. Ha persino i doppioni. Me li regala. Io ho ancora quella cartellina piena di ritagli ben conservati, altro che bookmark, altro che salva con nome, altro che hard disk. Prendiamo l’autobus, il 913, quello che dalla Balduina scivolava giù fino al capolinea di piazza Augusto Imperatore.
L’autobus verniciato di verde, con i sedili in plastica color grigio beige. La spensieratezza è quella giusta, i Duran Duran, Bowie, Jagger, Michael Jackson, Cyndi Lauper, i Queen sono già loro. Lo struscio del sabato non è quello di oggi: c’è meno gente. Eppure mia madre si preoccupa: “ce li hai gettoni? Se serve chiama!”
Le ragazze nemmeno le guardavamo. Se le vedessi adesso, direi che la moda degli anni ottanta rendeva tutti dei truzzi insuperabili. E non fatevi ingannare da quello che vendono ora. È solo una copia sbiadita di quell’assurdo ciarpame che le sgallettate eighties si mettevano addosso. E pure i maschi non erano da meno. Ricordo un mio compagno di scuola che, proprio a via del Corso, si era comprato un maglione di lana giallo fluo all’ultimo grido.
Da Piero il Fichissimo.
Roba da far impallidire gli Stabilo Boss che premevano ribelli sulla zip del tuo astuccio.
Il primo McDonald’s si era affacciato a piazza di Spagna sulla scia dei paninari milanesi prim’ancora che londinesi. Tuttavia nessuno parlava di globalizzazione, di grandi catene. Probabilmente nemmeno gli yuppies più esperti in proiezioni di mercato. La passeggiata verso piazza del Popolo aveva una tappa obbligatoria al negozio Energie. Un trionfo di colori vivi o fluorescenti, di righe orizzontali, di scarpe di tela, di piumini imbottiti e costosissimi, di Timberland, Vans, Converse All Star, Moncler, Henry Lloyd, Burlington, Naj Oleari, El Charro, Fiorucci e Best Company. Il brand, che ai tempi si chiamava la marca, la firma senza la quale in alcuni ambienti non si poteva andare in giro. Vestirsi da Upim o, peggio, da Oviesse, ti rendeva automaticamente sfigato. Pensare che adesso se trovo qualcosa in un grande magazzino, ne faccio un punto d’onore.
Energie, oltre ad essere un affresco pop degno di Warhol, Liechtenstein o Haring,  era prima di tutto un trionfo di musica, di sintetizzatori a volume altissimo, ben prima che gli altri negozi facessero altrettanto. Era un posto democratico con prezzi mediamente alti, che faceva contenti i romani e le romane di qualsiasi estrazione sociale. Dai burini di periferia ai pariolini più leccati. Tanto mica c’era la crisi. Genitori avvocati, medici, macellai, pizzicagnoli, parrucchieri, giornalai, erano tutti ricchi e tutti facevano la settimana bianca e passavano almeno un mese al mare.
O almeno, questa era la percezione che si infrangeva come una piccolissima ondina sulla battigia di un tredicenne senza pensieri, che non fossero i compiti in classe.
Non acquistai nulla da Energie in quel periodo. O magari sì e non mi ricordo.


Gli anni Novanta si affacciarono su Roma, intanto ben descritta da Francesca Archibugi in Mignon è partita, un film che ancora a oggi a rivederlo mi provoca turbamenti e commozione, perché ci sono cose che non cambiano. Passeggio per via del Corso con amici diversi, a seconda della scelta del film da vedere all’Etoile e al Metropolitan.
Due cinema storici, oggi scomparsi. Incontro la più figa della scuola che per una volta saluta anche me. Un hamburger, un trancio di pizza, una caramella gommosa, le pin di Batman, Michael J. Fox, Harrison Ford, Anthony Hopkins, Jodie Foster, Francesco Salvi, Bart Simpson ben prima di Homer, Claudia Schiffer. E Jovanotti, Corona, Haddaway, il passaggio verso una musica di fruizione ancora più easy rispetto a quella degli Ottanta.
I jeans Avirex e le Timberland di Renato Cestiè, alias Massimo Conti, il bello dei ragazzi della terza C, cedono il passo alle camicie di flanella a quadri sdrucite di Kurt Cobain e di Lorenzo, il maturando demente di Corrado Guzzanti. I colori si incupiscono, ci sono i bomber e i cappellini con visiera delle squadre di basket e baseball americane (ne comprai a iosa) e, al posto delle scarpe da barca, vanno le scarpe da minatore. Le Doc Martens o dottormartin come abitualmente le chiamiamo noi. C’era la leggenda metropolitana che le vendesse solo Bacillario, il negozio dei metallari e darkettoni dietro via del Corso. Invece poi le comprai da Energie, ovvio. Il colore? Marrone scuro rigorosamente non lucido. Tutt’ora, dopo 20 anni, non sono da buttare. La musica è sempre alta, sia che sia dance commerciale con il rapper nero che canta le strofe e la donna che urla il  ritornello, sia che sia una chitarra elettrica con una voce roca sopra. La moda è il grunge, ma c’è anche il ritorno dei settanta, i pantaloni a zampa che si riaffacciano; le marche esistono ancora, ma non vanno ostentate come negli Ottanta. Magari si deve vedere che vesti in quel modo, ma non c’è bisogno di esibire il simboletto o la scritta. I prezzi sono sempre medio-alti e i genitori hanno qualche soldo in meno di prima. A meno che non abbiano scampato Tangentopoli. Spengo una sigaretta sul marciapiede.
Per qualche anno ho abbandonato completamente via del Corso e il centro di Roma. Perché era scomodo andarci in macchina, perché non c’era la compagnia giusta, perché era più divertente ubriacarsi di sera in un locale di Trastevere o di Ponte Milvio.


Nei Duemila inoltrati ci torno con la persona giusta e ricomincio a vagare dentro quel negozione con i commessi frenetici. Hip hop, indie rock, il volume è sempre quello, la moda è un gran casino. Ci trovi il fluo, le strisce orizzontali, le Converse, le Vans e le Doc Martens insieme, le felpe con le megascritte, le camicie a quadri, i bomber, i costumoni da bagno da surfista, le giacche antivento, gli anni Ottanta, i Novanta e i Duemila frullati insieme. L’ultimo acquisto l’ho fatto qualche mese fa: un cappello.
Sabato scorso ci sono stato per la svendita definitiva, ma non ho comprato niente. La musica è ancora alta, i colori sono ancora fino al soffitto, i commessi fanno ancora slalom veloci tra i ragazzetti hipster pronti a comprare il capo finto-vintage, ma non sanno cosa sarà del loro lavoro. E tra due mesi, se camminerai da quelle parti, dentro quei mille metri quadri, sarà per comprare un capo a basso costo da Piazza Italia. Tra qualche mese l’italiano scemo, su via del Corso potrà anche dilettarsi tra costosi gingilli della Apple ed esose felpe di Abercrombie, risparmiando di andare a New York apposta per fare la fila come un povero imbecille italiano, appunto.
Gli yuppies non lo avevano previsto, ma forse non prevedevano nemmeno di poter rincoglionire la gente di inutile fuffa con un semplice slideshow. Forse non prevedevano che nel 2013,  l’unica icona eighties ancora in vita sarebbe stato quel buco di Piero il Fichissimo, quello del maglione giallo fluo.
Esco, aspiro leggermente la sigaretta elettronica e mi rendo conto una volta di più, che l’adolescenza è finita da un pezzo.


Consigli per i lettori: recentemente, da un’idea profondamente malata e da tre personaggi biechi di cui non farò il nome, è nato Duecentesimi. Fateci un salto, viene aggiornato molto più spesso di questo blog.