Il Satrapo e il Sabbipode

IL SATRAPO E IL SABBIPODE

(on the air: Suuns – Up Past the Nursery)

Questo racconto mi fu commissionato circa tre anni fa. L’ho scritto ieri: con le scadenze sono un campione. Il racconto doveva comprendere: un satrapo, il vermone delle sabbie, un sabbipode (mai visto Star Wars in vita mia), i Barbapapà, un tossicodipendente. Come bonus, decisi di aggiungere la Banda dei Ranocchi.

Pianeta Terra (che banalità ambientare la storia sul pianeta Terra!) anno imprecisato.
Il satrapo del Dondestan, Katafalco III, convocò d’urgenza il consiglio supremo e fece ai suoi fidi collaboratori una richiesta che da molti fu definita bizzarra.
Chiese infatti di portare alla sua corte – già ricca di ori, donne di dubbia moralità e cibi esotici – un sabbipode per il suo personalissimo bestiario. I consiglieri rimasero stupiti dall’insolita richiesta: “che cos’è un sabbipode, Maestà??”.
“Ma come che cos’è??? È un predatore Tusken! Non avete visto Star Wars? Eppoi, cazzarola, al limite cercatelo su Google!”
“Tusken? Star Wars? Google-che??? Ma come parla questo?”
Il bizzoso satrapo si indispettì a tal punto che mandò a morte tutti i suoi consiglieri, pur non avendo considerato che in quell’anno imprecisato, né Google, né Star Wars erano stati ancora inventati. La pena di morte consisteva nel posizionare la testa del malcapitato dentro il tronco dell’albero del caucciù, con un imbuto fissato in bocca. In breve, ingoiando il lattice gommoso, la gente crepava senza spargimenti di sangue.
Indisse così un concorso pubblico: chi avesse trovato un sabbipode, avrebbe ottenuto un posto come impiegato negli uffici comunali. Anche in quel tempo imprecisato, il posto faceva gola a chiunque, anche se i commenti dei cittadini a riguardo erano molto scettici: “figurati, tanto poi vince il solito raccomandato”, “come minimo è un contratto a progetto per due mesi” , “che cazz’è il sabbipode? Se lo sono inventato perché il posto in comune non esiste o è già assegnato”, “la ka$ta!!11!! le scie ghimighe!!11!! SVEGLIAAA!!11”.
Alla corte del satrapo, si presentarono personaggi di ogni sorta: le donne si stracciarono le vesti, i re Magi giocarono senza successo la carta della mirra, Raymond Reddington gli portò una lista di cattivoni cospiratori, l’omino di marzapane offrì se stesso. Niente da fare, il satrapo era furente.
                                                               §
Un giorno, mentre si trasformavano in acqua liofilizzata in mezzo al deserto, i quattro rampolli della famiglia Barbapapà – Barbaforte, Barbazoo, Barbabarba e Barbabravo (ancora indignato perché nella sigla, Roberto Vecchioni lo aveva chiamato Barbablù) – si imbatterono in un bestione strano e alquanto pericoloso. Si aggirava nelle infide sabbie del deserto e quando usciva dalle dune, sbranava qualsiasi cosa gli capitasse a tiro: interi villaggi, balle di fieno, opossum e chi più ne ha più ne metta. Era un grosso verme famelico quasi impossibile da catturare. Barbazoo lo catalogò immediatamente come vermone delle sabbie, ma Barbabravo, tronfio e pervaso dalla sua immensa cultura enciclopedica, ne trasse l’etimologia e lo catalogò a sua volta: “cammina sulla sabbia, è un sabbipode!“
Barbabarba, notoriamente radical chic, rimase perplesso e andò a farsi un giro alle bancarelle equosolidali. Barbaforte andò a consultarsi con un tipo strano che ballava come un tarantolato lì nei paraggi.
“Senti un po’, ma tu lo conosci quel verme?“
“Certo che sì! L’ho pure blastato se è per questo!”
“Ma va? Io sono Barbaforte, piacere!”
“ E io sono Kevin Bacon” e così facendo, se ne andò volteggiando su se stesso.
Barbaforte pensò: se ce l’ha fatta uno che balla come un cretino che di cognome fa pancetta, vuoi che non ce la faccia io? Lo sconfiggo e vado a lavorare allo sportello delle relazioni con il pubblico! Barbapapà e Barbamamma saranno fieri di me e io potrò comprarmi il bilanciere nuovo che ho visto sulla televendita di Mediashopping.
Fu così che Barbaforte si trasformò in gabbia, diede un pugno al vermone e lo portò al satrapo.
Katafalco guardò bene la creatura, ma non gli sembrò un sabbipode.
“Non ci siamo, per tutte le moschee! Questo non è un sabbipode! Guardie! Prendete sia il verme che questo coso rosso buffo e portateli nel bestiario! Non saranno sabbipodi, ma sono sufficientemente scherzi della natura per poter stare in mezzo ai cani pechinesi e al pesce ratto!”
Barbaforte fu punito per la sua tracotanza. E soprattutto per l’idiozia dei fratelli.
                                                         §
Demetan e Ranatan, due rane piuttosto saccenti, di cui la femmina con la erre moscia, si aggiravano nel loro stagno sabbioso. D’improvviso notarono un dinosauro dai denti aguzzi come lame affilate di fresco. Ranatan gridò presa dal panico.
“Orrore orrore, un ramarro marrone!”
E Demetan: “zitta che non sai manco parlare e se ci sente siamo fottuti!”
La bestia era terribile, metteva i brividi soltanto a sentirne il verso. Era eretto come un t-rex, forte come un ciclope e…un momento! Il temibile rettile afferrò una lontra con i suoi artigli e la portò alla bocca famelica. La sorpresa dei due ranocchi saccenti fu grande! Il dinosauro non riuscì nemmeno a scalfire la lontra con i suoi denti. Anzi, i denti quasi si squagliarono.
Fu così che Ranatan guardò Demetan con gli occhi dolci, arrotò per bene la erre e gli disse: “Oooh Demetan e se quello fosse il sabbipode? Catturalo! Abbiamo bisogno di soldi e di un posto fisso, ti ricordo che mio padre, il re dello stagno, ci ha sbattuto fuori di casa perché sei un poveraccio senza una lira! E io come una cogliona che sto ancora dietro a te!”
Demetan, ascoltate tali parole, pensò che le cose si stavano mettendo male: temeva il divorzio e temeva di non poter più finanziare la sua collezione di etichette dei formaggini.
Si ingegnò, creò una trappola di ninfee e il dinosauro vi cadde dentro come un salame. Con somma fatica e aiutati da un viandante sumèro di passaggio, i due ranocchi giunsero a corte.
Il satrapo guardò bene il dinosauro che si divincolava dentro una rete metallica e sentenziò: “mannaggia alla Mesopotamia! Questo è chiaramente un mirtillodonte! Il dinosauro più inutile che il mondo conosca! Ha denti della consistenza di un mirtillo. Probabilmente è l’unico esemplare in vita, ma non potendo mangiare, mi si estingue dopo mezza giornata! Che cazzo ci faccio io con un mirtillodonte? Tzè! Io chiedo un sabbipode e questi due girini mi portano il MIRTILLODONTE! Per giunta non gli piace il gelato, nemmeno a dire che lo faccio campare in un altro modo! Buttate alla monnezza tutto questo schifo! Che me ne faccio io di due rane saccenti e un dinosauro imbecille?”
La bramosìa di Ranatan fu ripagata con una fine ingloriosa.
                                                   §
In un villaggio, nei pressi del palazzo dorato del satrapo, un giovane senza fissa dimora fumava amabilmente l’erba del vicino (era senza fissa dimora, ma aveva un vicino, sì, va bene?). Il vicino era partito alla volta dei lontani Paesi Bassi e non aveva fatto mai più ritorno. Il giovane era totalmente rincitrullito a forza di fumare tale erba. Pronunciava ad alta voce frasi sconnesse tipo Grk’Urr’Akk o Orrh Or’Ur. Insomma, era roba buona, ma lui ormai era talmente tossico che si era bevuto il cervello. Mentre delirava, gli si avvicinò un tipo vestito con abiti color sabbia, una copertura in testa e il volto coperto da una specie di maschera antigas.
Il tossico pensò: “questo sta moooolto peggio di me! Chissà che roba fuma!”
Avrebbe voluto chiederglielo, ma sbiascicò una frase tipo: “grk’kkrs’arr!”
Il tipo ultracoperto si fermò, accennò quello che per alcuni aspetti avremmo potuto definire un mezzo sorriso e rispose: “grkrk orrrr urrr arrr!”
Insomma, tra i due si creò un’assurda intesa. Quello che ancora il tossicodipendente non sapeva, è che aveva incontrato una delle creature più feroci che madre natura avesse mai spedito nell’universo: un sabbipode. Non solo, per uno strano caso del destino, da fatto, parlava esattamente la sua lingua e continuava a fare complimenti al riottoso figuro.
I due si incamminarono sulla strada asfaltata che casualmente portava dritta al palazzo del satrapo Katafalco III.
Il sovrano era uscito a fare una passeggiata per uccidere qualcuno, altrimenti si annoiava.
D’improvviso notò i due che discorrevano amabilmente in un idioma incomprensibile.
“Per tutti i valvassini! Quello lì è un sabbipode!!! Bravo giovanotto, hai vinto il concorso! Il posto da lecca francobolli a progetto è senza dubbio tuo!”
Il tossico, pur immaginando di leccare francobolli allucinogeni, non fece una piega e continuò a parlare con il sabbipode, non curandosi assolutamente del satrapo. Il sabbipode, invece, si stava alterando. Ne nacque una colluttazione di circa un quarto di secondo, in cui il satrapo tentò invano di chiamare le guardie: il sabbipode lo aveva già preso quindici volte a mazzate sulle gengive. Il satrapo morì male, molto male.
Il giovane non capiva una ceppa, ma fu felice di guardare un incontro di wrestling tra un tizio con la maschera antigas e un altro, vestito da coatto dorato.
Il Dondestan fu liberato dalla tirannia malvagia di Katafalco.

E i nostri eroi? Tornati nel giardinetto, il giovane offrì da fumare al sabbipode. Era l’inizio di una bella amicizia.
O almeno così sembrava.
L’effetto dell’erba psicotropa sulla creatura non fu infatti dei migliori: diede in escandescenze, si mise a cantare un intero album di Rob Zombie e sbriciolò di bastonate il suo nuovo amico. Se invece di drogarsi avesse aperto un libro, il ragazzo avrebbe saputo che non bisogna mai fidarsi di un sabbipode, soprattutto se allucinato.

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WISHLIST

(on the air: Murray Gold – Doomsday)
 

Vorrei essere qui per raccontare qualcosa di nuovo. Avere concrete novità dal mondo che mi sono costruito. Dirvi che sì, sto bene. E invece no.
Vorrei essere qui perché come in altre circostanze ho toccato il fondo e mi è venuto da scrivere perché questo è il mio vizio. E invece nemmeno.
Vorrei scrivere di bei ricordi, ma i bei ricordi non sono che attimi di serenità desaturata, spesso ritoccata dalla mente che tende a scordare come sono andate esattamente le cose.
Vorrei parlare con i dinosauri, ma non posso. Credo siano tutti al bar, o comunque estinti.
Vorrei occupare questa riga con le parole vorrei occupare questa riga. E ho il sospetto che questo mi sia riuscito.
Vorrei trovare uno che di mestiere fa l'aruspice solo per chiedergli come gli è venuto in mente di leggere le budella e di farne un business.
Vorrei esprimere il mio disappunto, ma lo faccio di continuo, sarebbe solo aggiungere noia alla noia.
Vorrei capire di preciso cosa spinge l'essere umano ad essere com'è, cioè stupido. Ma per farlo dovrei usare dei validi strumenti di tortura. Capite bene che per ovvi motivi non posso farlo. Gli strumenti di tortura costano cari e ora come ora il danaro non fa in tempo a sedimentare nel mio portafogli né tantomeno sul mio conto in banca.
Vorrei arrabbiarmi per qualcosa che valesse veramente la pena. Invece no, mi arrabbio per le cose di tutti i giorni, tipo quello davanti che mi taglia la strada. Ma rispetto a chi s'incazza a comando leggendo notizie false sui giornali, mi sento comunque superiore anni luce. Perché m'incazzo nel quotidiano e non sul quotidiano.
Vorrei fumare la pipa, adesso, alle 4 di mattina, a Rosenthaler Platz, che è un'insignificante piazza di Berlino.
Vorrei raccontare di come ho trascorso le mie ultime settimane, e forse qui qualcosa di interessante verrebbe anche fuori. Ho tenuto in attività il cervello quel tanto che basta per oliare la mia curiosità cronica.
Ho spento e riacceso migliaia di volte.
Poi ho deciso che la soluzione stava proprio lì: se tenevo spenta la parte distruttiva mi spegnevo per tre quarti, ma stavo meglio.
C'era un quarto di me che era. Gli altri tre quarti non erano.
Ed è ancora così che vanno le cose.
Sono. Senza aggettivi vicino.
Essere in assoluto è meglio che non essere.
Per essere qualcosa c'è sempre tempo, tipo che maggio è ancora a metà.

(in copertina: Aaron Jasinski –  Star Catcher)

THE RITORNO RETURNS

(on the air: Subsonica – Istrice)
 

E niente, mi stavo immaginando lì, seduto, a scrivere. Allora è il momento. Se ti immagini, forse è il caso di scrivere per davvero.
Se tutto si fermasse a una birra o due, appoggiate sul tavolo di legno, sarebbe decisamente più facile. Conversazioni eteree, larghi sorrisi, scarsa cognizione del tempo. Forse per la prima volta mi soffermo a riflettere e afferro quello che pensa l'alcolista nel suo continuo distrarsi dalla e disfarsi della vita quotidiana.
Nel suo far diventare quel tavolo di legno la sua vita quotidiana.
Decisamente più comodo, anche se alla lunga poco salutare.
No, non sono diventato un alcolista, però calarsi nella mente altrui è un modo per aprire la propria.
E mi rendo conto che non lo fanno in tanti. Eppure si professano tutti altruisti, tutti buoni che pensano al prossimo loro come a se stesso.
Io che sono da sempre un egoista di buona levatura, cerco di infilarmi nella testa degli altri. Paradossi.
Delete due o tre volte.
Sono diventato saggio. L'ho capito quando ho deciso di non schiantare il mio fiammante smartphone contro il muro perchè interferiva con l'audio del pc. Mi sono detto che c'era un altro modo: spegnerlo, cazzo.
E dopo ho sorriso a mezza bocca, quasi soddisfatto.
Quasi, perchè non mi ero ancora inoculato la musica ad altissimo volume nelle orecchie. Allora cuffie, che sennò alle due di notte, secondo la comune morale, laggente dormono.
Slegare pensieri, lasciar perdere congiunzioni, collegamenti, cose così.
La mia condanna? Ricominciare da capo.
Assomiglio al fegato roso di Prometeo, alla città di Berlino dal dopoguerra a oggi, al giorno della marmotta, ma non all'araba fenice perché di risorgere dalle proprie ceneri qua non se ne parla proprio. Eppure di cicche ne spengo, eh.
E allora dài, riprendi a cercare un'altra volta. Scava pateticamente nel passato per pensare al futuro senza neppure la scusa del trentenne stereotipato tormentato, ché ormai veleggi verso i quaranta senza battere un ciglio.
Testa appoggiata allo schienale ergonomico, in cerca di un titolo, mentre i Subsonica, che teoricamente hanno fatto una canzone bruttina, adesso ti prendono inesorabilmente.
Mi servono idee per l'indomani. Allora faccio una solenne promessa a questa notte un po' sintetica, ma minimamente prodiga di ispirazione: scrivo ancora un po' e non indugio ulteriormente. Dormo per nutrire il cervello.
E la mattina, giuro, sarò l'eroe che vince contro i malvagi nemici del pensiero logico. Non mi si addice, ma non è neanche il caso di cucirsi addosso sempre lo stesso personaggio, sennò due palle.
Si accende la lampadina, il tavolo di legno con le birre non è la vita quotidiana, ma è uno stato mentale fine a…
cambio pagina e browser dieci secondi, refresh, torno qui…delete, hai scritto una cazzata?
Il tavolo di legno con le birre non è uno stato mentale, è una monoporzione di realtà. Sempre sia lodato.
Tengo il ritmo con il collo e la testa, su e giù, espressione soddisfatta semplicemente per aver ripreso in mano la tastiera. 
Fanculo, provo emozioni come tutta la maledetta, banale, vacua umanità.

COSA SUCCEDE A MANGIARE TROPPO

(on the air: The Sunshine Underground – In Your Arms)
 

In questi giorni ho mangiato troppo, lo ammetto senza mezzi termini. Lo ammetterei anche senza mezzi a Termini, ma in quel caso ci sarebbe uno sciopero dei treni, e chi vive a Roma sa il caos che ne verrebbe fuori. Cioè, uno ammette di aver mangiato tanto, è alla stazione e non ci sono treni. E se non può partire, non può tornare, non gli resta che mangiare, nutrirsi o al limite nutrire il proprio ego. O la propria eco, e in quel caso basterà urlare, tanto la stazione è vuota e buonanotte ai suonatori. Suonatori o no, converrete con me che gridare in una stazione potrebbe provocare dei falsi allarmi. Ma insomma stavo dicendo che ho mangiato troppo, ora non importa se io sia alla stazione o meno. Ma non meno, non c'è mica bisogno di essere maneschi, neanche a tavola. A tavola chi mangia con le mani non è una persona posata e sicuramente non ha il coltello dalla parte del manico. E se non hai il coltello come fai a spalmare il mascarpone, l'unico formaggio che senza scarpa diventa cattivo, diventa un mascalzone.

Un giorno ero ad una cena, anzi non era un giorno, doveva essere una sera perchè altrimenti sarei stato a pranzo, oppure era un pranzo e quindi era giorno, non era sera, non era cena, insomma adesso non me lo ricordo, è passato parecchio tempo, sarà stato il cenozoico. Eh. Allora lo vedi che era una cena? Dunque una sera a cena, ero a tavola con molte persone, ma fu soprattutto un uomo a colpirmi. E mi fece anche male lanciando del pane raffermo e riaffermando del pane lanciato, che infatti subito dopo averlo lanciato disse: sì sono stato io! E io: ma lei è un lanciapane a tradimento! Avverta prima, no?
Quell'uomo mi aveva colpito perchè aveva un aspetto molto mascolino, ma anche un po' giallo, un po' itterico e forse se non avesse avuto un difetto di pronuncia sarebbe stato anche isterico. Quell'uomo era malato. A vederlo così muscoloso e così giallo, non poteva che avere l'epatite virile. Nessuno dei commensali glielo fece notare per paura che si mettesse a lanciare pane. Che era anche un bel pane a ben guardarlo. E lui lo teneva tutto per sè provocando di certo qualche invidia, l'invidia del pane, appunto.
Era una cena lunga, i camerieri portarono a tavola piatti prelibati. Io non ne mangiai, la porcellana mi è sempre rimasta un po' pesante.
Vidi un cameriere servire delle porzioni di rana peccatrice, un tipo di animale non facile da prendere perchè salta da uno stagno a un altro con estrema facilità. Non aiuta il fatto di prenderla da piccola: dice che va a farsi un girino e nessuno la vede più per un bel pezzo.
Servirono poi l'ovino Michelin, un particolare tipo di agnello francese. Ma ricordo nitidamente che non convinse nessuno perchè era gommoso.
Non andò meglio con la capra. Sopra la panca la capra campa, sotto la panca la capra crepa. Ma se c'è una crepa sulla panca, la capra potrebbe indubbiamente sopravvivere, avendo uno spiraglio per respirare. Poi la panca. Bisogna anche capire di che nazionalità fosse questa panca. Se era americana poteva essere pancake, se francese pancarrè, in tutti i casi la capra avrebbe divorato la panca uscendone alla grande.

Non si stava solo a mangiare quella sera, che non era un giorno qualunque, ma era una sera qualunque, altrimenti sarebbe stato un pranzo e non una cena. Si parlava anche.
Ricordo un tale, un tizio, uno che parlava di trascendentale e trascendentizio, un tipo, uno che diceva di essere un tipo, non era brutto, ma insomma era un tipo. Questo signore era molto giovane, ecco sì non giovanissimo, diciamo di mezza età, avrà avuto sessant…settant…forse ottanta anni, ma non li dimostrava, non voleva assolutamente dimostrarli. Qualcuno gli chiese la carta di identità, ma lui la fece sparire con un gioco di prestigio. Era anche prestigiatore, batterista e cinese, lo capimmo perchè mangiava con le bacchette. 
Mi raccontò di essere stato in guerra con se stesso e di essersi bombardato casa, di non aver mai avuto troppa paura dell'aldilà, perchè aldilà di tutto, lui il lavoro lo avrebbe trovato anche di là: mi disse infatti di aver già pronto un curriculum mortis.
Parlammo poi del fatto che non c'è rosa senza spine, ma è sicuramente è un problema trovare tutte queste prese. Concordammo sul fatto che i fiori elettrici non furono poi una così grande invenzione.
Ci davamo del lei, a volte del voi, più difficilmente dell'essi e senza per questo darci dei cani collie. Anche perchè lui aveva sette collie, li allevava a Roma.
Parlammo di ogni essere vivente, morente e morto. Mi diede del tu soltanto quando parlammo dell'assassinio di Kennedy. Kennedyci? Mi disse proprio così, Ken-ne-dyci? Io non dissi niente e lui continuò un monologo senza soluzione di continuità. Qualcuno provò a cercare la soluzione a pagina quaranta, ma era quella della settimana scorsa.
Mi alzai, incontrai una donna, mi propose di andare a letto, un letto a due piazze mi disse. Inizialmente le dissi di sì, ma poi pensai che fosse tutto un inganno. Due piazze, un solo indirizzo, lei era infingarda, voleva imbrogliarmi. Tornai indietro, le chiesi di quali piazze stesse parlando. Lei non capì, c'era troppo Chiasso in sala. Era pieno di svizzeri.
Poi mi sovvenne che era una famosa scrittrice e parlava di un libro letto in due piazze. O forse un libro per due persone. Mi feci assalire dai dubbi. Rifiutai il dessert, i calamari dolci che avevano in sé delle contraddizioni, e me ne andai verso la stazione che era deserta già da prima del dessert, per via dello sciopero.
Lo sciopero, l'attività preferita dal chirurgo di montagna, che scia operando e ha la sala operatoria in seggiovia. Racchetta, bisturi, basta solo non sbagliare.

Era stata una cena coi fiocchi -ossia, lo sarebbe stata se fosse stata una colazione- ma avevo mangiato troppo.
E a casa mi aspettava l'agro della bilancia.

SINTESI DEL MIO CAOS CONTEMPORANEO

(on the air:  Bluvertigo – Iodio)

Vorrei scrivere la recensione di Iron Man 2 e dirvi che mi è piaciuto allo stesso livello del primo. Anche perché le cose stanno proprio così.
Ma stanotte ho più voglia di tornare a fare lo pseudoscrittore maledetto, di lamentarmi, di fottermene di tutto quello che non mi riguarda direttamente o indirettamente.
Questo è un periodo così, di quelli che mi prendono di solito col cambio di stagione: la perplessità per un inverno che va via e una primavera che arriva e mi rincoglionisce.
Sono rarefatto come l’aria impura che respiro. Bello, eh? Questa è chimica, signori.
E la chimica mescolata a me stesso fa un’alchimia strana, quasi sulfurea, nera. Poi ve lo spiegherò, perché adesso sono confuso. 

Segue: voglia (soddisfatta) di esprimersi in seconda persona singolare.

Un giorno sussurri parole che sembrano indelebili, il giorno dopo stai lì a pensarci, il giorno dopo ancora sei terreno e immanente.
Svogliato, pigro, ma ansioso di fare, incontrare, stancarti, vedere cosa succede in città.
Rientra tutto in questa scatola piena di doveri e piaceri che ci siamo costruiti senza un vero motivo.
Sorridere davvero, sorridere a comando, tagliare la strada, bere vino, raccontare storie meravigliose, spaventarsi, concretizzare, non decidersi, pensarci troppo, rodersi il fegato, tentare di ricordarsi i sogni perchè se li dimentichi come fai a realizzarli, cucinare, camminare sulle acque laddove non sei Cristo, ma è semplicemente piovuto cinque minuti prima.
Tutto ha un senso come un cubo di Rubik, almeno fin quando non gli stacchi i quadratini e fai come cazzo ti pare.
Oppure se vuoi farla meno sporca, stacchi solo gli adesivi dai suddetti quadratini al fine di invertirli temporaneamente.
Meno radicale, meno fruttifero, ma comunque vagamente efficace.
Perché in quel mentre potresti aver già cambiato lo scorrere degli eventi.

Segue: raziocinio. E stanotte lo aborro. E gli sparo. Bum.

A volte detesto l’umanità tutta. Poi mi rendo conto che non essendo io un dio, un extraterrestre, un robot e nemmeno un formichiere, bè, dovrei detestare anche me stesso. Allora faccio pace con il mondo e ricomincio fino alla prossima traballante versione dei fatti.
 
Seguono: interruzioni, cancellature, sguardi languidi verso oggetti random, spazi bianchi perché qua lo sfondo è bianco ed è l’unica certezza.

Ho deciso di non dimenticarmi più niente, ma ho scoperto che non è facile, tanto che oramai mi segno anche le parole, i concetti da dire. Eppure non è la vecchiaia che avanza. In fondo le cose me le scordavo pure prima. Ma la saggezza dell’invecchiare fa sì che io me le appunti, mentre prima le lasciavo cadere nel doppiofondo di una valigia di cui mai e poi mai avrei ricordato la combinazione. Adesso mi segno prima di tutto quella, casomai il doppiofondo dovesse tornarmi utile.

Segue: cambio di concetto senza collegamento apparente. Eppure c’è.

Non bisogna aver paura delle dicotomìe, delle astrazioni, dei lati oscuri. Tutto serve, compreso l’esercizio di stile. O gettare altra cortina fumogena su di voi, nemmeno fossi James Bond rigorosamente con il ghigno e le sopracciglia scozzesi di Sean Connery.

Segue: noia mista a sarcasmo. Il tutto è tangibile. Leggi sotto.

Prima di cominciare a disamorarmi di quello che digito, schiaccio l’acceleratore e vi semino.
Oggi non mi interessa illuminare qualcuno, preferisco lasciare qui un crittogramma complicato anche per chi lo genera.
E se vi serve Chiarezza magari citofonatele, esclusivamente ore pasti.

PENSO, DUNQUE NON SONO

(on the air: Morgan – La Sera)

Ho mal di testa, ho bisogno di musica, mangio da giorni junkiefood (cibo-spazzatura), spengo cicche, a intervalli regolari mi ricordo che sono un essere pensante ed è a quel punto che la mia giornata va tragicamente a puttane. 
Vivo in un deposito di ricordi a noleggio e accumulo punti-premio per guadagnarmi altri ricordi perché l’immediato futuro diventa subito presente e in un attimo è passato.
Bisogna sempre pensare a certe cose per non annoiarsi.
In un tragitto notturno mentre guidi su una strada che potresti percorrere a occhi chiusi, vedi una serie di strisce pedonali ogni cinquanta metri, superi le prime strisce e fanno già parte del tuo passato, sei già sopra alle altre, ma nemmeno il tempo di pronunciare un gerundio e ti ritrovi di fronte alle successive. Per far sì che il futuro prossimo arrivi con più calma, dovresti fermarti o perlomeno rallentare. E invece non lo fai.
Perché mentre il tempo scorre, noi ansimiamo per stargli dietro,  conducendo di fatto un’esistenza stressante e illogica.
E non importa avere un lavoro che ti spreme come un limone su un’insipida frittura di calamari surgelati. Non avere niente da fare è la stessa identica cosa: si corre pensando a quello che dovremo fare quando ci sarà qualcosa da fare. E se non ci sarà qualcosa da fare ci sarà comunque qualcosa da pensare.

Io credo che chiunque ci abbia dato la vita, si stia pentendo di avercela data o si stia rotolando dalle risate per l’uso idiota che ne facciamo. Per la società deteriore che abbiamo creato.

Coloro che pensano poco sono esentati da tutto questo.
E stanno meglio: nella maggior parte dei casi non sono dei falliti, hanno un lavoro mediamente soddisfacente, la famigliola, il cane stupido, la macchina figa, la vacanza al villaggio, il weekend a casa al mare o in montagna o al centro commerciale. E il loro bravo credo politico a casaccio e la loro religione di facciata. Se rientrate in questa categoria avete poco da preoccuparvi, siete modellati alla perfezione per e da questa società.
Ci sguazzate come dentro una piscina con le cascatelle e l’idromassaggio.
Magari non otterrete la mia stima, ma sinceramente, fossi in voi, non me ne fregherebbe un cazzo.

Dal che emerge che pensare troppo è una condanna contro la quale nessun avvocato lestofante potrebbe trovare un perfido cavillo per evitare la sedia elettrica.
Ora qualcuno potrebbe molto stupidamente obiettare che c’è qualcosa di snob in quello che ho finora sostenuto. Niente di più sbagliato e dotato di coda di paglia.
Pensare significa farsi delle domande. Non è detto che siano (solo) domande su come salvare il mondo. Ci si può anche semplicemente interrogare se tutto quello che ho scritto sin qui, non sia di una noia terribile.
È comunque un buon inizio per allenare il cervello allo spirito critico.
È smuovere l’encefalogramma.
È un modo per cominciare a crearsi dei problemi che prima non c’erano.
Forse è meglio lasciar perdere.

A volte penso che per pensare troppo mi sia perso occasioni importanti. Quindi penso di aver pensato troppo, è un sovrappensiero.
Avessi pensato molto meno, vi sareste goduti il mio debutto in (questa) società.
Ma non è mai troppo tardi. 
Date sempre un occhio alla posta, che magari prima o poi vi arriva l’invito per uno spensieratissimo waltzer.

DICERIE DI DICEMBRE

(on the air: Arctic Monkeys – Cornerstone)


Sento un immotivato bisogno di scrivere. Sogno due volte di scrivere, laddove il bisogno è un sogno raddoppiato e non certo qualcosa di più terreno. Terreno fertile, coltivato a zolle, che se poi ci fosse una piantagione di barbabietole da zucchero sarebbe coltivato a zollette. 
Ma non vorrei poi finire per essere troppo dolce. Non vorrei finire col dolce. Un amaro, grazie. Il digestivo a fine pasto è una grande invenzione, di quelle che ti cambiano la vita. Adesso però non esagererei, non possono cambiarti la vita, cioè, se hai mangiato tanto, il digestivo sgonfia sì, ma non fa dimagrire, cioè, la vita rimane la stessa o comunque tende ad allargarsi. Fai un altro buco alla cintura. Povera cintura ormai tossicodipendente, bucarsi le accorcia la vita. A lei sì che cambia la vita, non come il digestivo che quando lo prendi è sì una grande invenzione ma non ti cambia la vita, la vita rimane la stessa e l’ho già detto.
No perché uno rischia di diventare ripetitivo. E se uno diventa ripetitivo, volete per favore spiegarmi quanto tempo si può impiegare per contare fino a dieci? Uno, uno, uno, uno, uno, uno, un..basta! La prossima volta mi accieco io e chi s’è visto s’è visto, disse la mosca cieca in evidente stato confusionale.
Insetti alati  ipovedenti danno il nome a giochi per bambini.
Ma in che razza di società viviamo?
Viviamo ahimè nella società delle pubblicità ingannevoli, del fu stino che più bianco non si potè, perché se fu stino, adesso non lo è più e allora cosa vuoi che i panni ti diventino bianchi?
Nella società dell’inquinamento, del vietato fu mare, perché forse una volta lo era, mare, adesso c’è il divieto di balneazione altrimenti si nuoterebbe nelle cicche. 
Viviamo in tempi oscuri almeno quanto il trapassato remoto del verbo rabbuiare, terza persona plurale. E non nascondo la mia stessa difficoltà solo nel pensare a qualcosa di così complesso. Mica come il complesso di Edipo, che una volta finito di suonare, tutti i componenti dedicavano il pezzo alla mamma. Mai una volta che salutassero il papà, niente, solo la mamma. Tanto che i papà fondarono un proprio gruppo chiamandolo Abbiamo dei figli veramente, ma veramente stronzi.
Fecero un solo disco che andò talmente male e talmente non piacque che chi lo comprò ne fece una disciplina olimpica. Il lancio del disco. Chi al lancio preferì le lancette ne fece un disco orario. Ci fu anche chi sentendolo in posizioni scomode si ammalò di ernia del disco, ma furono casi rari. Come anche quelli che lo usarono come esca e pescarono la cernia col disco.
Esca pure! Disse l’amo al verme. Nessuno disse al verme che l’amava, intendiamoci, parlavamo di pesca. Ma di pesca come hobby o pesca come frutto? Se era il frutto, a questo punto era bacato.
Non so voi ma io mi sento confuso, frastornato, frastagliato, che è una delle parole più belle del mondo.
Ed è logico che se scrive la parola più bella del mondo, uno si ferma. Ma se uno  si ferma, c’è sempre il problema di non riuscire a contare fino a dieci. Non lo farò, non ci contate. Piuttosto…cameriere, il conto! Anzi, no, mi porta per favore un digestivo? Sa, il digestivo è una grande invenzione, ma non cambia la vita.
Mangiare, ingrassare, dimagrire, digerire, i bisogni quelli terreni, ma anche quelli meno terreni che alla fine dici sì, volevo scrivere ma forse rimando.
E se scrivo rimando, sono forse un poeta? (questa ci mette un po’ ad arrivare).
Ai posteri l’ardua scemenza.